Per il direttore della Gazzetta di Massa e Carrara esiste la parità di genere: che vada a fare una gita dentro i centri anti-violenza così si accorge della differenza….

Per il direttore della Gazzetta di Massa e Carrara esiste la parità di genere: che vada a fare una gita dentro i centri anti-violenza così si accorge della differenza…..

Ritorno a Sky City

La sua malattia aveva colpito aveva colpito tutti noi. Ero uscito a prendere una boccata d’aria. Fuori da quel tanfo di sudore e sudiciume, da quelle lattine per gatti assediate da mosche e vermi, da quel fetore di feci e di orina. Volevo fare un brodo, aprii il frigo per cercare patate, carote, un po’ d’acqua a osmosi inversa, un pezzo di carne clonata, ma fui investito da un terribile odore di marcio: cosa fosse neanche lo so.

Corsi fuori.

Ero fuggito così di fretta da dimenticare un cappotto, una giacca o qualcosa. Così il freddo mi entrava anche nelle ossa, ghiacciando ogni mio respiro.
Mi ero messo sotto la tettoia aggettante del piano superiore per evitare il vento che entrava dalle vetrate basculanti per l’aerazione. Alcune erano rotte e l’apertura spingeva dentro l’aria gelida raddoppiandone la velocità.
Guardai verso l’alto: una serie di costruzioni modulari simili a piccionaie lasciava spazio a piccoli poligoni di cielo.

Sky City, fino a qualche anno fa la costruzione più alta della Nuova Cocincina, ora un ghetto per emarginati, senza lavoro, deboli, paranoici, prostitute, spacciatori, ladri e assassini a tempo perso.

Il cielo non prometteva niente di buono. Anzi, non prometteva niente. Era una piatta, uniforme distesa di grigio gelatinoso, sulfureo. Non sapevo neanche che ora fosse e da quanto fossi lì. Solo poche luci rimanevano accese nel parco. Un tempo avevano piantato degli alberi veri, ma poi furono eliminati in tutta Sky City a partire dal centocinquantesimo piano: il vento ghiacciato e il freddo intenso, anche nei mesi primaverili, li uccidevano dopo pochi anni. Così ripiegarono su delle strutture bio-sintetiche, sempre identiche, sempre verdi, calate in una eterna primavera che era la negazione della vita all’interno della torre.

Avevo giurato, giurato, che non sarei mai più tornato a Sky City.

Ma quell’appartamento abbandonato, quella cucina vuota e quel letto piangente, ci avevano raccolti tutti, nonostante sapessimo a cosa andavamo incontro. La febriciattola che si faceva sentire la sera, quella tosse, i dolori alla vescica.

Vidi passare un’ombra. Un altro povero reietto in cerca di chissà che, forse di aria buona da respirare: ma quella era Sky City, dove potevi fare solo una cosa: morire lentamente.
ritorno a sky city

La variante della Statale: un flipper automobilistico e un imbroglio costato milioni

Dove sarà la rampa per Locri?
È quella!
No, aspetta! È quell’altra!

nazca-condorSfido chiunque a non aver pronunciato frasi del tipo “E ora dove vado?” – “Ma la strada è chiusa?” – “Posso andare di qui?”, percorrendo i pochi chilometri di variante della Statale 106.
Più che una strada, direi un gigantesco flipper, una sorta di vorticoso disegno spiraliforme piantato tra Locri e Siderno, una cosa aliena quanto i cerchi nel grano e i geroglifici nel deserto di Nazca.
Ammettendo per ipotesi che l’umanità scompaia tutta insieme nello stesso istante, e sulla terra arrivino gli extra-terrestri, possiamo scommetterci che questi impazziranno per decifrare il metafisico significato para-spirituale della variante della Statale.

Perché un significato urbanistico non ce l’ha.

È solo un mega flipperone per i vavalaciari di turno che vogliono dare fiato alle trombe dei loro turbo, e fare avanti e indietro come muli motorizzati.
Collegamento rapido all’Ospedale di Locri? L’uscita di Locri è ben oltre l’ingresso dell’Ospedale, ammesso che si riesca ad uscire dalle rotatorie, che sembrano aver subito la maledizione dei loop temporali alla Star Trek.
E ti va bene se non ti ammazzi prima, con i detriti, le buche, i dislivelli che ci sono sull’asfalto.

In ogni caso, visto che la strada è solo teoricamente a due corsie, ma in realtà è a una sola corsia con divieto di sorpasso, se per caso devi correre, stai sicuro che incontrerai la lumaca di turno che ‘ntuppa il traffico.
E la stessa cosa vale al contrario: sei un tipo prudente, non superi i 60? Ti viene il cardiopalma, perché dietro di te si incunea quello che ha fretta, ti si piazza a un metro dal paraurti, ti lampeggia, e quasi quasi pretenderebbe che ti buttassi di sotto pur di farlo passare.

Rompere in caso di pericolo: ma per prendere cosa, visto che dentro non c'è niente?

Rompere in caso di pericolo: ma per prendere cosa, visto che dentro non c’è niente?


Come la fai, la sbagli, questa dannata variante. Non c’è una velocità media da rispettare, è un circuito inutile e fuori da ogni regola, terribilmente pericoloso. Nei chilometri da Gioiosa Ionica a Locri sono stati piazzati più cartelli e segnali di pericolo che sulla Salerno-Reggio Calabria, che a confronto sembra una superstrada.

E ci si può scherzare quanto si vuole, ma per questa manciata di chilometri si sono spese centinaia di milioni di euro e ci sono voluti anni di lavoro. E questo è lo stato in cui le ditte appaltatrici consegnano i lavori? Definirli “fatti a metà” è un complimento, visto che la sola corsia utilizzabile è anche poco sicura, con giunzioni che hanno già ceduto e sono state coperte da un pietoso velo di asfalto, idranti mancanti nelle gallerie e pompe antincendio di cui esistono solo i contenitori per “bella veduta”. Ma chi ha eseguito il collaudo su questo flipper, lo sa o no che sta giocando con la vita della gente?

Io evito la variante della Statale, perché mi fa paura. Non capisco dove vado, quando è il momento di uscire, ho paura di investire qualcuno e che qualcuno investa me. A Gioiosa Ionica, una volta, per errore imboccai una rampa morta e dovetti immettermi nel traffico contromano. Attualmente i maggiori frequentatori sono i motociclisti e gli automobilisti amanti del rischio e della velocità.

Grazie ancora, per averci costruito l’ennesimo mostro dentro casa, con la scusa di aiudare noi boveri beridionali più ritardati che bambini negri di Shimoga.

Sììì, pronto? Chiamo dalla Terra, ci sarebbe una volante pronta a partire da voi su Plutone? no, perchè se chiamo i vigili posso aspettare in eterno

Sììì, pronto? Chiamo dalla Terra, ci sarebbe una volante pronta a partire da voi su Plutone? no, perchè se chiamo i vigili posso aspettare in eterno

Tutte le rose in un solo cane

2 Febbraio 2012
La parola “padrone”

Cuccio capofilicoSì badrone, vengo badrone, subito badrone.

Ecco quello che mi suscita la parola “padrone”, che non risulta né più digeribile né più tollerabile con il suo diminutivo “padroncino” (che fa pensare ai camionisti), né “padroncina”, che a momenti ti viene in mente un film porno.
Quei brutti doppiaggi dei film in bianco e nero in cui gli schiavi neri raccoglievano il cotone dei bianchi e mettevano le “b” al posto delle “p” e parlavano solo all’infinito.

Nella Valle dell’Eden Adam Trask chiede al suo amico cinese, che parlava un ottimo americano, il perché con gli altri si esprimesse utilizzando un linguaggio sgrammaticato e con una forte inflessione cinese.
“Così non mi temono”, rispose. O qualcosa del genere.
Credo che anche noi sentendoci “padroni” dei cani, dei gatti, delle mucche, dei cavalli, ci sentiamo superiori, non ne temiamo i morsi, i graffi, le incornate, gli zoccoli; e magari quando “l’animaletto” non si è “comportato bene”, ci sentiamo autorizzati, in quanto “padroni”, in quanto detentori dello stato di patria potestà, di allentargli un bel calcio in culo o di tirargli il collare a strozzo fino a farlo tossire.

Chiariamolo subito: “padrone” non è un termine applicabile a nessun animale. Gli animali non sono di proprietà di nessuno, come noi umani, d’altra parte. Nessuno è proprietà di nessuno, e penso che questa cosa sia applicabile anche agli oggetti.
Siamo tutti responsabili degli altri, animale, sasso, acqua, foglia o roccia di questo pianeta. Possediamo tutto e niente: l’unica cosa si cui possiamo legittimamente avanzare un possesso è il nostro corpo e -forse- la conoscenza.

Mi sa che è per questo, al contrario delle peggiori ramaglie dei miei parenti, che non nutro alcun interesse per i titoli nobiliari dei miei avi, per vecchi palazzi, per emblemi, blasoni, alberi genealogici.

Io sono io, sono il risultato delle mie esperienze e del mio raziocinio. Non appartengo né voglio appartenere ad altri che a me stessa. Non sono la figlia di mio padre o la moglie di mio marito. Sono io, e basta. Né ritengo che altre persone mi debbano appartenere, per quanto amate e vicine.
E trovo sia più che legittimo che questo basilare concetto dell’etica contemporanea si estenda agli animali. Proprio perché li amo e li rispetto come entità biologiche e come individui caratterialmente delineati.

Noi non ne siamo “padroni”, ma custodi, nei fatti e nel pensiero. Ne custodiamo la salute, ne custodiamo la gioia che ci offrono, i fastidi che ci infliggono, i figli che ci affidano, ne custodiamo i ricordi quando non ci sono più.

Ecco anche perché rifiuto l’inverso del verbo “possedere”, usato da animaliste varie che per non dire “Ho due cani e tre gatti”, dicono: “Sono posseduta da due bastardini, due micette e un gattone”.
È una sequela di vezzeggiativi che non rende giustizia etica, scientifica, biologica né a noi né al cane o al gatto, al suo motivo di esistere sulla Terra, e alla sua qualità di creatura vivente indipendente.

lidia capofilico

“Padrone” ha per me sempre e comunque un’accezione negativa, maturata nel tempo, sia dall’osservazione degli altri “padroni”, sia dalla mia esperienza con i cani che vivono con la mia famiglia.
Considero i cani degli amici, così come i gatti, anche se non sono esente dai vari “Vieni da mammina, la mamma ti prende”.

Li considero dei compagni di viaggio, da cui imparare più che a cui insegnare.
L’insegnamento al cane può essere molto divertente e appagante, perché implica un reciproco incontro di menti. Ma preferisco l’osservazione e l’apprezzamento di come si comportano senza troppe intromissioni. E per capirsi basta uno sguardo, non un campo da agility-dog.
In un libro ho letto che i cani non si tengono così, che devono essere “allezionati”, educati, tenuti in costante esercizio. “Altrimenti – recitava il libro- fareste bene a dedicarvi ad altre specie animali, come il gatto”, ben sapendo che i gatti sono impermeabili a qualsiasi volontà umana.

E Dio creò il cane

E Dio creò il cane

E sia chiaro che mi sento animale quanto un cane e un gatto, e uso la parola “umano” per distinguere tassonomicamente l’Homo sapiens dal Felis catus e dal Canis familiaris.

Neanche la parola “animalista” mi fa simpatia. Cos’è? un nazista degli animali? Brutte, pericolose, mal concepite, nel migliore dei casi poco significative, le parole che finiscono in “ismo”. Sempre a doppio taglio, sempre ambigue, in ogni caso di cattiva assonanza. Idealismo, Romanticismo, Postmodernismo, Astrattismo. Bah.

Non zoofilo, parola esistente nei nostri dizionari, che però implica l’atto sessuale con gli animali (cioè ancora violenza sugli animali), ma biofilo, secondo la celebre teoria di Wilson .

Un’altra parola con cui ho da fare i conti: “razza”.
Un mio ex-amico mi disse che tutti i giacinti appartengono alla stessa razza, cioè Hyacintus (che è il genus). Le cultivar, cioè le varietà (rosso, rosa, crema, azzurro, ecc.) –mi spiegava il mio ex-amico- sono tipologie derivate da incroci, come accade per l’uomo. Razza giacinto, razza uomo.

Il cane no.

Il cane o è di razza o è bastardo. E dona a noi le signore della Torino-bene, di cui non faccio nomi, solo cognomi: Marchesa Caterina Gromis di Col Tana e compagnia cantante, che con la loro carità pelosa li chiamano “cani da pagliaio”, per farli sentire più apprezzati. “Un cane da pagliaio senza nemmeno la bellezza di un cane da pagliaio”, dice lei nel suo libro Vita da cani. Avventure di un capobranco, a pagina vattelappesca perché l’ho dato via.
Di che razza è? Domanda frequentissima.
Allegro miscuglio, bastardini, cani da pagliaio, razza canile, tutti eufemismi per dire che è un cane senza pedigree (sai, poi, i pedigree come si fotoscioppano facilmente!).
Come di che razza è? È un cane. Canis familiaris, razza canina. Non vedi che non è un gatto né un pappagallo?
Credi che abbia un numero di cromosomi diverso dal tuo, che è un Dobermann palestratissimo addestrato ad azzannare alla gola, o un Pointer che punta le quaglie come neanche un mirino laser?

“Ah, sì …(dona a noi le signore…), sono quelli che danno più affetto!”.

Il cane di razza canina ha in sé tutte le razze del mondo, è come dire una rosa che ha in sé tutte le rose mai ibridate dei millenni.

Hai tutte le rose in un solo cane.

Ma cosa vai cercando di più?

Gli occhi di un cane scppatore e ululatore, non fidatevi

Gli occhi di un cane scappatore e ululatore, non fidatevi

Appunti per il nuovo libro

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La principessa smarrita:
naturalmente la cassiera è una principessa. Lo vedete? Basta guardarle il viso: il colorito pallido, come la pelle delle mandorle cotte. Le labbra disegnate, leggere, sorridenti, non sono di questa terra. I capelli del colore della paglia lavata dalla pioggia e dal sole, sottili come bave di ragno. Le dita piccole, da fata, veloci, quasi evanescenti, e il corpo minuto, pronto a trasformarsi in giunco.
Gli occhi a volte grigi, a volte azzurri, verdi, osservano con distacco.
Neanche lei sa perchè: ha la nitida sensazione di non appartenere a questa terra, di essere fuori posto, ma non ricorda. Non ricorda di essere la figlia di una Fata regina, e di essere stata perduta e poi trovata dagli umani, e allevata come tale. Non conosce i suoi poteri, non ancora.
Una piccola, quasi invisibile verruca accanto alle labbra: un segno che cresce con gli anni, come cresce la sua convinzione di essere umana. Forse dimenticherà del tutto, forse ricorderà. Nel suo regno ancora la cercano.

I trenta gatti di stoffa:
i trenta terribili fratelli in patchwork provenzale. Di giorno rimangono immobili nella loro cesta accanto al letto, e di notte razziano i paesi e i villaggi agli ordini del loro feroce capitano Miao-Sì. Si dice siano stati cuciti con i capelli della Zia Strega, dopo che divennero bianchi, e che la prima cosa che fecero appena presa vita, fu di accecarla, per evitare che li scucisse.
Sono fortemente gregari, instancabili predatori e possono inseguire la preda giorno e notte, se necessario, visto che il tempo nel mondo delle Fate scorre differentemente rispetto al nostro. Non di rado si uniscono ad altre bande di mercenari, lasciando dietro di sè una scia di sangue e cadaveri. Il loro olfatto è potente, ma ancora di più l’udito, che li guida nella caccia. Possono essere molto pazienti e rimanere immobili per ore in agguato. Il loro unico punto debole è la variopinta livrea che li rende ben visibili.

Il manichino di bronzo:
È un automa dalle sembianze di un donnone imperioso ma dozzinale, costruito con placche di bronzo che gli danno l’aspetto di un organismo semovente. Ha una gonna a pieghe e un cappello sformato in testa, un paio di occhiali e tira continuamente su col naso. Si aggira nelle biblioteche, con passo pesante e stridio metallico. È in grado di compiere un’unica operazione: quando le viene posto sotto mano un libro inizia a declamarlo e enumerarne gli infiniti pregi. Essendo molto versatile, a dispetto delle sue sembianze farraginose, è in grado di discettare su qualsiai libro le venga posto sotto il naso.
Non ha alcuna utilità nella storia e probabilmente rimarrà solo tra gli appunti.

Il cane del professore Tux
Un vecchio cane nero, senza arte nè parte, grosso come un mastino, bavoso come un secchio di lumache allo spurgo.
È al servizio dei Magritti: osserva e ricorda tutto quello che gli accade intorno. Spia dagli occhi rossi e spietati. È inavvicinabile, solo il professore Tux riesce a domarlo con biscotti e carezze. Porta un collare di metallo borchiato e quando caccia si serve di un branco di bracchi selvatici, tra cui mantiene l’ordine con ferocia. Quando attacca lo fa per uccidere.

La porticina segreta:
ogni racconto fantastico ha almeno un passaggio segreto: per varcarli bisogna ingrandirsi, rimpicciolirsi, mangiare foglie di primula o diventare invisibili. Le porticine segrete stanno spesso nei tronchi dei grandi alberi, e sono fatte di legno contorto e bitorzoluto, con un bel pomello centrale. Ma sembra un po’ scontato. Occorrerà trovare qualcosa di più originale.

Il grande gelso e la gallina:
Il gelso e la gallina stanno sempre insieme perchè fanno parte di un vecchio orto con un pollaio. La gallina è l’unica compagnia del gelso e chiacchierano smodatamente. La gallina, che ha le zampe, si può spostare, e siccome il pollaio non è proprio solisissimo, può agevolmente uscire e avere notizie su quel che accade nei dintorni, che poi racconta al gelso, anche se solitamente arricchisce il racconto con sue invenzioni personali. Il gelso è nel fiore degli anni e nel pieno del suo vigore, con rami slanciati e una chioma regolare e nitida, e ama molto sentirsi fare dei complimenti.

Brunella, la cavallina
Brunella è una giovane cavalla dal manto scuro, color cioccolato, e la criniera appena più bionda. Se fosse una donna sarebbe bellissima, elegante e flessuosa. I suoi occhi sono grandi e intensi, il suo nitrito potente e può dissolvere un incantesimo. Vive dal fattore sopra la collina, è attenta e vigile, e mentre bruca ascolta i rumori intorno.
È piccola,e a un certo punto della storia dovrà condurre gli eroi in groppa, a tutta velocità.

La pietra-gatto
È una pietra nera, piccola, di forma oblunga, dagli angoli lisci e smussati, di un nero opaco ma non sgualcito come l’ardesia. Più lucido, come il diopside stellato. A tratti un’onda di pelo la anima, e un forte miagolio la scuote, ma poi si ritrasforma immediatamante in pietra.
Alla fine della storia sarà consegnata a chi l’ha attesa tanto a lungo.

Gli uccelli, le gazze, i piccoli mammiferi e altre creature:
Sono in genere presenze positive, possono risolvere una situazione, dare un consiglio, indicare la strada, offrire rifugio e confondere le tracce.

Tin child

Spesso mi dicono: “Ma che foto hai pubblicato? Non c’entra niente col giardinaggio!”
Oppure “Che ci azzecca la tessera della palestra col giardino, spiegami!”

Ebbene, ricordo che questo blog è “Giardinaggio Irregolare” ed è scritto – e anche letto e commentato- da persone bizzarre e irregolari, per le quali il giardino è una forma di cultura che non esclude le altre. Non è insomma “specialistico” o “dedicato”, e se ogni tanto compare una foto di un distributore di cibi e bevande, non è un caso.
L’irregolarità del pensiero conduce ad accessi inusitati, a volte casuali, a volte no, a riflessioni più interessanti e aperte sulla nostra materia di ricerca: il giardino.

Un’altra cosa che mi dicono è che io non amo i bambini. Non devo smentire, è vero, non li amo. Ho sempre considerato i bambini (anche quando ero io stessa una bambina),fonte di distruzione, chiasso, fatica, fastidio, buchi di ignoranza, razza maligna e perversa, esseri spregevoli, zecche nel culo, gatti tiberiani appestati, pulci circassiane, angeli sterminatori, e cose così.

Preferisco gli adulti. Ma un buon adulto viene da un buon bambino, e un bambino di scarsa qualità genera un adulto di pessima qualità.
La cura dei bambini -oggi- è bipolare e schizoide.
Da un lato un’eccessiva protezione dei genitori che concedono ai figli ogni vizio e capriccio, e non gli insegnano un minimo di senso civico perchè “hanno diritto a tutto in quanto bambini”.
E dall’altra un totale disinteresse alla loro psiche, cultura, formazione.

Un paio di giorni fa sentivo uno dei figli dei miei vicini battere su una lattina con un bastoncino. Un evidente richiamo dell’attenzione dei genitori (rimasto inascoltato), accompagnato da un desiderio di sfogo fisico e da una inclinazione al rumore.

Nella testa dei piccoli, il rumore si trasforma facilmente in ritmo. Il ritmo in musica.
Il figlio dei vicini che batteva sulla lattina stava in relatà dicendo: “Mamma e papà: non sentite che potrei essere un percussionista? Portatemi a scuola di musica, e vi farò vedere quanto sono bravo!”.

E per ritornare al discorso che si è fatto in questi giorni su come educare al bello, fin dalla giovane età, è importante che i genitori sappiano cogliere questi segnali e dirigerli verso la maturazione, l’elevazione del figlio. Il rumore, fatto cessare col castigo, riemerge nel cuore dei bambini, trasformandosi in rabbia, in cattiveria, in senso della distruzione, perchè se non si può possedere si distrugge.

Vedo attorno a me solo bambini isterici: ma come potrebbe essere diversamente quando non hanno dove giocare, luoghi dove incontrarsi, una educazione, e la sola compagnia della tv?

sarebbe stato “Gardone Riviera”

Nella meravigliosa cornice del Vittoriale degli Italiani di Gardone Riviera, in cui la storia e il paesaggio hanno creato un connubio straordinario, si svolgerà la prima edizione della Rassegna Internazionale del Paesaggio e del Giardino, che prosegue il percorso iniziato nel 2009 con “Protagonisti del Paesaggio”.
Due giornate per la promozione di una cultura qualificata dell’architettura del paesaggio, nelle quali alcuni fra i più noti paesaggisti provenienti da tutto il mondo, si confronteranno su lavori, idee, tendenze di una disciplina sempre più di interesse comune, tra Progetto e Cultura, Storia e Innovazione, Arte e Tecnica.

Con molta affabilità e gentilezza, mi erano stati chiesti la partecipazione e un contributo scritto per il convegno che si è tenuto a Gardone il 18 e il 19 scorsi.
Chi mi segue da un po’ sa bene come io eviti di incasellarmi all’interno di eventi così strutturati che tendono ad essere poco attrattivi per chi ha un occhio antiaccademico nei confronti del giardino.
L’elemento “Vittoriale”, però, mi ha fatto riemergere un ricordo che credevo sopito.
Allora mi è venuta voglia di scrivere, e di raccontare a voi, lettori di questo blog, come la penso a riguardo.

“Arte, paesaggio e bellezza”… non poteva essere diversamente al Vittoriale, che ho visitato in gita scolastica, in quinta liceo, credo.
Rammento perfettamente l’ostilità della guida che non ci permise di entrare nell’edificio con la scusa che vi erano custoditi oggetti fragili. Col senno di poi riesco a sentire i suoi pensieri: “Una massa di ragazzacci calabresi inacculturati, destinati a un futuro poco meno che criminale, sfornati in serie da una società grezza e villana”.
Ci concessero solo sbirciare dall’esterno, attraverso la finestra, in una stanza magnifica, di cui ricordo un azzurro lapislazzuli alle pareti, costellato da decori fin de siècle. Forse da qualche parte c’era appesa una veste da camera color tabacco, o forse ce l’ha incollata la mia memoria, non so. Mi rimbombava in testa un solo nome: “Eleonora Duse”, e quel “Duse” diveniva “muse”, nel mio udito anecoico. E “musa” mi portava a “diva” e al biondo Achille, ad Aretusa che rapiva le frutta, alle rose “fresche e roride” ché veniva voglia di ingoiarle.

Già, le rose. E il giardino, la limonaia, di cui leggo sulla brochure virtuale. A noi toccò un tragitto che ci portò dritti al MAS. E poi terra nuda, coperta da una rada coltre di aghi di pino, una staccionata tirolese che pareva di stare in un campeggio degli scout sul lago Costantino. Ancor oggi mi chiedo se ci hanno portato nel posto giusto.
Non ho voglia di tornarci per saperlo: la meschinità della guida –quel giorno- mi ha tolto ogni simpatia per il Vittoriale. Grazie.

Mi chiedo cosa sarebbe accaduto dentro di me se quel giorno avessi potuto vedere la stanza azzurra, o le rose ottocentesche, la limonaia. Sono passati dieci anni prima che imparassi che non esistono solo le HT del fioraio. Forse avrei potuto impararlo prima, forse oggi avrei dieci anni di “pensiero compiuto” in più, e saprei contribuire meglio.

La Bellezza riservata ai “felici pochi” mi fa orrore. L’ingiustizia subita quel giorno, solo per essere calabrese, ancora di più. È esattamente quell’atteggiamento, quello della guida puzzosottoilnasista, che rende la società incapace di comprendere la Bellezza, ovunque essa sia, tra i fiori, nel paesaggio, in una veste da camera che forse c’era e forse no.
È quell’atteggiamento che insegna a pensare che la Bellezza sia superflua. È proprio quell’atteggiamento che ha prodotto la disfunzione sociale analizzata dal convegno a Gardone Riviera.

La risposta è una: bisogna rafforzare la cultura dell’Arte a partire dalla più giovane età e diffonderla tra i ceti più poveri, non riservarla a un circolo di adepti per poi “rivelarla” al volgo come fosse un’epifania religiosa (anche quando non lo è).
La Bellezza non è una stretta di mano massonica, un modo per riconoscersi tra simili. Dovrebbe essere intesa come un motore per il miglioramento dell’Umanità nella sua interezza.
Se la nascondiamo nessuno la vedrà, non sarà d’ispirazione per nessuno, morirà.

Se ci soffermiamo a riflettere, il citazionismo acatetico del Postmodernismo, sintomo di assenza di originalità di pensiero, è un prodotto della ripetizione di un “ lotto estetico” (dagli anni Sessanta ad oggi) che è l’unico disponibile poiché ormai digitalizzato, e quindi globalizzato.
Ciò che viene prima rimane nascosto, per molti sconosciuto.

Conoscenza, accesso, pratica, critica.
Sono queste le fasi attraverso cui l’Arte si rinnova.

Delusioni di mezza montagna

Dove sta scritto che un blog di giardinaggio debba sempre parlare di cose belle e cicì e cocò?
In queste settimane il mio umore è così giù che la BP mi ha offerto un posto per trivellare la Fossa delle Marianne.
Per tentare di distrarmi e trovare ispirazione ho fatto un giretto alla Limina.
L’ultima volta che c’ ero stata, a marzo, non potevo fare un passo senza che il mio occhio fosse attratto da qualcosa di minuscolo, colorato e confettato.

Ma la nube di tenebra che mi avvolge deve aver spaventato e fatto fuggire ogni benevolo spirito del bosco e ogni fiore lì intorno.
Ho incontrato una sola fata, travestita da ranocchia. Probabilmente era una vedetta. Limina_2014_09_15 (21)

Speravo, agognavo qualche fiore insolito, qualcosa che avrei potuto portarmi nel cuore fino alla marina.
Macchè, solo ciclamini.
I piccoli topolini di montagna, sparpagliati tra la lettiera delle foglie di faggio. Amabili, cuoricini e rosini. Ognuno perfetto, timido, bomboniera dei boschi. Tra il muschio alto e le grandi radici bianche dei faggi, è facile immaginare che qualche fata buona vada a riposarci sopra.

Ma non sentivo l’aria di montagna, solo un po’ di freddino. E gli alberi rimanevano alberi e non spiriti.
Anche il tatuato Geranium versicolor appariva modesto, solitario.
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E poi c’è sempre qualcosa che ti riporta alla realtà.
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