Giardinaggio Irregolare intervista Marco Martella

Non so se ai lettori italiani il nome di Marco Martella farà scattare l’associazione con Jorn de Précy, l’autore del volume E il giardino creò l’uomo, edito da Ponte alle Grazie nel 2012. Martella, che è il vero autore del libro, si è camuffato da curatore, e -si sa- non tutti fanno attenzione al nome dei curatori e dei traduttori.
In verità, per come la vedo io, de Précy rimane l’autore, Martella una sorta di radiofaro temporale. E il giardino creò l’uomo, è secondo me, la più alta opera mai pubblicata in Italia dai tempi di Ippolito Pizzetti, assieme al mai sufficientemente lodato Taccuino del naturalista, di Richard Mabey, tradotto ancora da Ponte alle Grazie.
Martella vive e lavora in Francia, e nel 2010 ha fondato la rivista «Jardins», pubblicata da Éditions du Sandre.

Con un po’ di fatica e molto ritardo sull’uscita del volume, “Giardinaggio Irregolare” riesce ad offrirvi un’ intervista che spero possa interessarvi. Dirò che io mi sono emozionata leggendo le risposte.

marco martella

Il tuo libro ha riscosso un successo editoriale notevole nell’ambiente dei giardinieri. È tra i più consigliati, recensiti e commentati. Ti ha sorpreso questa qualità di apprezzamento tra i giardinieri, noti per favorire la tecnica a scapito della filosofia? Soprattutto in un contesto come quello italiano, in cui si dà molto peso editoriale all’orto-chic o pseudo-biologico?

Mi pare che ci sia un interesse crescente a un approccio più filosofico, più profondo, del giardino. Negli ultimi decenni, in Italia come in Francia, c’è stato un ritorno al giardino e questo è un passo positivo. Ora si tratta di andare oltre le questioni puramente tecniche, formali, di vedere il giardinaggio come più che un semplice hobby. Credo che ci si rivolga al giardino perché si avverte, magari confusamente, che ha delle risposte da dare alla crisi profonda che stiamo vivendo, risposte capaci di fare rinascere la speranza là dove l’avvenire pare del tutto chiuso, semplici e immediate. Che i “valori” del giardino sono opposti a quelli della nostra società materialista e delle nostre vite hors sol*.
Le mode superficiali ci saranno sempre io non gli darei troppo peso.
Penso che una nuova cultura del giardino, fondata su valori e idee forti, come avvenne nel Rinascimento Italiano o nell’Inghilterra dell’ Ottocento, stia cominciando a prendere forma. Oggi si parla di giardini in termini assai superficiali, è vero, ma i cambiamenti importanti avvengono sempre nell’ombra, come sai, lontano dai riflettori.

*Hors sol, letteralmente “fuori suolo”, coltivazione idroponica, intensiva e a uso commerciale.

jardins + il giardino creò l'uomo_marco martellaIl titolo del tuo libro era molto diverso da quello con cui è uscito in Italia. Ponte alle Grazie è conosciuta per le modifiche sostanziali che apporta ai titoli originali (È capitato spesso con Richard Mabey - QUI e QUI degli articoli). La cosa ti ha disturbato o no? È stata concordata?

Hanno chiesto il mio parere. Mi piaceva di più il titolo originale, Le jardin perdu, ma pare che “Il giardino perduto” non suoni bene. Il titolo di Ponte alle Grazie è un po’ complicato ma niente affatto sciocco. Sovverte un’immagine tradizionale. Non è l’uomo a creare il giardino: è il giardino che lo crea, permettendolgi di accedere di nuovo alla sua umanità, di rinascere a se stesso.

Come diavolo ti è venuto in mente di inventarti il fantomatico Jorn de Précy?

Avevo cominciato a scrivere un saggio sul giardino e il genius loci e mi sono accorto che mi stavo seriamente annoiando. Mi è sembrato che sarebbe stato più piacevole –anche per il mio ipotetico lettore – far dire le stesse cose a un altro autore. E che un aristocratico giardiniere anglo-islandese dell’ Ottocento, solitario, eccentrico e un po’ misantropo, lo avrebbe fatto meglio di me. Alla fine il mio portavoce è diventato un vero personaggio, con una biografia, un carattere (non facile) e gusti tutti suoi.

L’escamotage narrativo è stato molto criticato, in positivo e in negativo, qui in Italia. Alcuni hanno pensato ad una trovata per tirare le vendite, altri ad un imbroglio filosofico, altri ancora sono rimasti stupiti dalla tua audacia. Un buon numero di persone che l’ha letto alla luce della verità editoriale l’ha trovato “scontato”, per altri è proprio la dislocazione cronologica l’unico elemento piacevole del libro. Sei riuscito a sollevare molte opinioni contrastanti, cosa ne pensi?

Mi stupisce che se ne parli tanto. Ovviamente questo piccolo trucco non è molto utile commercialmente, anzi è il contrario. È un modo come un altro per raccontare una storia o per dire ciò che si ha da dire. Non sono certo il primo ad avere tentato questa strada. In fondo si tratta di un gioco con il lettore, ma non è sempre di questo che si tratta in letteratura? Un libro non dovrebbe sempre spiazzare un po’ chi legge? Quanto alla novità delle idee sul giardino e sulla modernità, non ho mai avuto la pretesa di inventare nulla, soltanto di parlare di queste cose a modo mio – cioè nel modo di Jorn de Précy.

Perché hai deciso di collocare la figura di Jorn de Précy in un periodo così delicato della storia del giardinaggio? Avevi un intento particolare?

Sono sempre stato attratto da certe figure un po’ marginali che nell’Inghilterra vittoriana, frigida e borghese, pensavano in modo del tutto indipendente. Un po’ bohémien, un po’ stravaganti, mescolavano con una certa grazia poesia, pittura, giardinaggio, impegno politico e talvolta amori illeciti. Alcune idee oggi diffuse, come il giardino naturale, vengono da quel periodo. De Précy era amico e contemporaneo di William Robinson (a cui rimprovera però di non andare abbastanza lontano…), l’autore di The Wild Garden (1870).

Il tuo libro si può definire un “ messaggio in bottiglia”? Pensi che varrà ancora per i giardinieri del 2050? O magari oltre?

Ben detto, “un messaggio in bottiglia”. Di certo, un messaggio che ci viene dal passato ci mette di fronte alle nostre responsabilità. È di questo senso della responsabilità, verso la terra, verso i giardini, ma ancora più verso noi stessi, che parla il libro.

Parco dei Mostri (Park of the monsters) (XVI sec.), Bomarzo. photo by Herbert List (1952)

Parco dei Mostri (Park of the monsters) (XVI sec.), Bomarzo. photo by Herbert List (1952)

C’è chi ha letto il diario di Jorn de Précy come un monito a non lasciare sfilacciare la corda che unisce tutti i momenti della storia del giardino in un groviglio di mode, chi vi ha trovato un avvertimento di non perdere il senso della sacralità della natura, altri un inno al wu wei, altri ancora l’hanno letto come un riportare il giardino tra gli argomenti culturali. Tra queste opzioni c’è la chiave di lettura al tuo libro? O perlomeno la chiave che tu volevi porgere?

Tutto quello che dici è giusto. De Précy detestava cordialmente l’idea moderna del giardino come luogo di svago e aborriva gli “spazi verdi”. Probabimente si annoierebbe da morire in mezzo ai giardini ecologici oggi alla moda, con le loro graminacee scapigliate e il loro finto aspetto campestre, e li troverebbe tutti disperatamente uguali. Per lui occorre tornare a un’idea forte del giardino, come luogo esistenziale, come opera poetica. E come spazio in cui si può recuperare quel senso del sacro iscritto nella natura, e in noi, a cui l’uomo occidentale ha voluto rinunciare. In giardino si ridiventa, in un certo senso, animisti. Il giardiniere sa di lavorare sempre con le energie della natura, presenze vive che avverte continuamente attorno a sé. Opera in un tempo altro, più lento e abitabile, quello della crescita delle piante e dell’avvicendarsi delle stagioni. Il mistero dell’esistenza è la sua materia. Nel mondo disincantato della modernità, per usare la formula di Max Weber, egli ritrova l’incanto di muoversi all’interno di un luogo abitato, non è più separato dalla natura e quindi non più separato da se stesso. È soprattutto questo a fare del giardino uno spazio di resistenza, sovversivo. E quello che valeva già nell’Inghilterra vittoriana, già trasfigurata dalla Rivoluzione Industriale, vale ancora di più oggi.
Quanto al “wu wei”, il principio del “lasciar fare” del Taoismo, credo dipenda molto dal fatto che de Précy era notoriamente un giardiniere pigro…


Giardino giapponese del periodo Kamakura

Giardino giapponese del periodo Kamakura

La figura di Jorn ha appassionato molti lettori, alcuni dei quali non hanno seguito le vicende editoriali e nel recensire il tuo libro lo attribuiscono al gentiluomo mai esistito. La costruzione narrativa del suo personaggio è estremamente vivace, carica di sentimento e di vitalità, tanto che molti lettori hanno apprezzato più il lato narrativo che quello filosofico o culturale. Hai pensato che Jorn potrebbe essere un ottimo protagonista di un romanzo?

Pare che nel 1915, quando era già vecchissimo e mentre l’Europa sprofondava nella Prima Guerra Mondiale, de Précy abbia fatto un viaggio a Kyoto, per vedere, prima di morire, i giardini giapponesi di cui aveva sempre sognato. Alcuni dicono che sia tornato in Italia, a ritrovare i luoghi in cui era nato il suo amore per i giardini, ancora avvolti da quel mistero che oggi hanno in parte perso, come Bomarzo o Villa d’Este. E di certo ne ha voluto scrivere un resoconto. O almeno spero di ritrovare le lettere che ha sicuramente scritto al suo caro giardiniere, Samuel, che lo aspettava a casa. Perciò chissà…

Jardins edition du sandre marco martella

Dopo questo libro ci lasci orfani? La tua rivista «Jardins» arriva solo in alcune grandi librerie italiane e il francese è oggi meno studiato dello spagnolo…

In ottobre uscirà, sempre in Francia, e poi, speriamo, in Italia, un altro libro che ho appena finito di scrivere. Ahimé, si tratterà ancora una volta di un autore che non è mai esistito. Un erede di Jorn, anche se meno battagliero, e con una storia del tutto diversa dalla sua. La mia famigliola si allarga…

Libster Award da “(forse).si.può(ri)fare!”

Non mi aspettavo mai l’inclusione di Giardinaggio Irregolare in una classifica di “Liebster Awards”.
Non seguo le fiere, me ne sbatto delle piante ultimo grido, non metto neanche più fotografie, perciò mi sono fatta la fama dell’acida rompipalle. Capirete quindi che un premio di gradimento mi ha colta tanto di sorpresa che mi sono intenerita al punto da proseguire la micidiale catena che ne verrà fuori.

Me l’ha attribuito il sito (forse).si.può(ri)fare! a questo link. Che il riconoscimento venga da questo blog per me è un onore inatteso.

Quindi faccio anche io la mia parte, citando alcuni tra i blog di cui sono affezionata lettrice:

Verde Meridionale e Verde insieme Web, curati da Marcella Scrimali, il nostro occhio sul paesaggio siciliano

Giardinaggio sentimentale, di Giulia Capotorto (da qualche settimana finalmente tornata in attività)

Il Ricciocorno Schiattoso, la coscienza della vita contemporanea delle donne

I cinemaniaci, il miglior blog di cinema non tematico del web. L’unico che riesca a bilanciare la critica non pedante e ripetitiva con una scrittura piacevole e godibile.

Fascetta Nera (che non linko, perchè Alberto Forni mi ucciderebbe)

Una casa è una casa, di Emilio Tremolada, fotografo di giardini e design (sospetto che anche lui mi ucciderà dopo questo link).

Pega’s photography blog, un blog di fotografia insolito, che racconta sempre qualcosa non solo della tecnica, ma dello spirito e della filosofia dello scatto.

Fools Journals. Chi non lo segue?

Rispondo alle curiose domande di scassandralverde:

1) Quali sono i cinque mestieri che potresti fare per almeno quindici anni felicemente?
La giornalista, l’illustratrice, la piastrellista, la nomade, la pedicure e la toelettarice per cani (sono sei).

2) Ispiraci: cosa fai ogni giorno per salvare il mondo?
Mi lascio stupire, leggo, osservo, ascolto, spio, occasionalmente scrivo. I dotati di mediocre talento non hanno molte altre chance.

3) … e per distruggerlo?
Consumo ossigeno respirando.

4) Se avessi la possibilità di far sparire dalla faccia della terra quattro persone, chi sarebbero?
Senza alcuna esitazione, nè rimorso, i miei vicini. Adotterei però il cane e i loro gatti.

5) Se avessi la possibilità di far ricomparire e rendere immortali quattro persone, chi sarebbero?
Delle guide: Ippolito Pizzetti, Vita Sackville West e Jan Mukarovsky. Oreste Rizzini per la sua sensualissima e indimenticabile voce. Se potessi anticipare, renderei immortale anche Hayao Miyazaki, già molto vecchio, ritiratosi da poco. Più tutti gli attori che hanno interpretato una qualunque parte in un qualunque episodio di Star Trek. Vi prego, non tocchiamo l’argomento: voglio piangere su Veridiano III.

6) Qual è la cosa più importante che senti di aver davvero compreso nell’ ultimo anno?
Le donne sono cose. Le donne si comprano e si vendono. Alle donne non viene dato alcun valore. Le donne sono sacrificabili.

7) Con quale proposito, davvero, hai aperto questo blog?
Non essere più tiranneggiata sul forum di CdG.

9) Da zero a dieci quanto ti consideri razzista?
3

10) Da zero a dieci quanto ti consideri pacifista?
11

11) Da zero a dieci quanto ti consideri?
Radice quadrata di meno 1

Bene, a questo punto tocca a me fare delle domande a chi si vorrà prestare a questo momento ludico.

1) Ci racconti il tuo primo incidente d’auto?
2) Hai paura del buio?
3) Hai mai pensato di non mangiare più animali?
4) Vai forte in bici?
5) In quanto tempo stiri una camicia totalmente stazzonata?
6) Quando scrivi sul blog, prepari prima l’articolo su Word o Apache, e poi lo carichi, o lo scrivi direttamente in pagina?
7) Sei puntuale?
8) Che rapporto hai col cellulare, e il telefono in generale?
9) Ti piace più rompere/gettare o aggiustare/costruire gli oggetti?
10)Vecchio West o magica Irlanda?

Viaggio nelle praterie del West, di Washington Irving, ed. Spartaco

Viaggio nelle praterie del west_washington_irvingLeggere questo libro è stato difficile, per me. Più volte ho avuto la tentazione di chiuderlo: quasi a metà, dopo la metà, un po’ prima della fine. Ho tenuto duro perchè descrive gli spazi aperti del west, quella zona ai piedi delle Montagne Rocciose, dove spesso sono ambientati anche i romanzi di McCarty, o alcuni racconti di Faulkner.
Ma la lettura è stata lenta, bradipica, sofferta. Non per lo stile di Irving, che è molto frizzante, quasi salgariano. Ma -be’, sì- perchè è un libro che prima delle praterie, prima del cielo, prima dei cavalli, parla della “nobile arte della caccia”.

Bisogna avere sicurezza in se stessi per leggerlo senza cedimenti.
Spartaco Edizioni ne ha riproposto una versione aggiornata con una prefazione furbetta ma ben fatta di Roberto Donati e una non meno furba nota di Paolo Graziano.
Il volume era stato pubblicato in Italia nel 1934, nella collana “Resurgo” dalla A.B.C. di Torino, con il titolo di Viaggio nelle praterie del Far West. L’impostazione e la traduzione erano evidentemente a tutto favore dei nativi americani e contro il conquistatore bianco.

Parole come “negro”, “sangue misto”, “razza”, percorrono disinvoltamente tutto il racconto, e seppure Irving non tace il fatto che ai nativi venga riservato un trattamento disumano, carico di disprezzo e incomprensione, egli stesso se ne rende complice prendendo parte alle spedizioni di cacciatori che assoldavano guide indiane.

Ciò che di brutto può capitare a un classico è di rimanere con i piedi nel proprio tempo: Irving lo è, almeno in questo libro. Non lo è più in La leggenda della valle Addormentata, e in Rip van Wikle, che non per nulla sono i suoi racconti più noti.
In molti compiono un errore fatale: posticipare la vita di Irving di oltre un secolo, appaiandola ad altri noti padri della letteratura americana, come Thoreau, Emerson o Whitman.
Ma Irving nacque pochi anni prima della Rivoluzione Francese, e visse nel periodo in cui i giardini europei abbandonavano il barocco per abbracciare il Neoclassicismo e il landscape garden.
Thoreau non sarebbe mai andato a caccia di bisonti, ma avrebbe -come ha fatto- camminato e disobbedito, costruito una casa da solo con un’ascia prestatagli dal padre delle sorelle Alcott, piantato fagioli, descritto i cambiamenti di colore della superficie di un lago freddo e torbido, osservato e ascoltato, senza “toccare” troppo.

Irving era un uomo del suo tempo. L’ “epopea del west”, quella che ci hanno raccontato John Ford, Sergio Leone, Stephen King, e dal lato “trascendentalista”, Thoreau, Whitman, McCarthy, Least Heat-Moon, fa sempre e comunque capo a lui.
Il periodo dei primi, primissimi colonizzatori inglesi, è poco amato dagli americani, perchè gli USA erano ancora una colonia. Ecco perchè Hawthorne non ha mai goduto del favore popolare come Thoreau o Emerson.
Ai tempi di Irving, per scoprire la prateria, dovevi metterti in sella ad un cavallo e cacciare daini e bisonti, per mangiare, e raccogliere l’acqua piovana, per bere.
Non c’erano strade blu, verdi o gialle, da percorrere, nessun camioncino dentro cui passare la notte, nessuna cavallina d’acqua con cui affrontare il Mississippi. Non c’era niente.

Se volevi sopravvivere dovevi mangiare gli animali, e cacciarli da te, perchè il primo McDonald’s avrebbe aperto dopo duecento anni.
Non si faceva tanto caso a scrivere “afroamericano” invece di “negro”. La vita dell’esploratore non concedeva molto spazio alla gentilezza, nè verso gli uomini nè verso gli animali.

Viaggio nelle praterie del west_W.Irving_caccia

Sia come sia, Irving ha gettato le fondamenta al mito del west, in tutte le salse che conosciamo, dalla barbecue a quella di soia.
Ciò non toglie che il pensiero che questo libro sia stato scritto da una delle persone meno discriminatorie dell’epoca, mi ha fatto sprofondare in una cappa di depressione.

Allora perché leggere questo libro, molto amato in patria? Se osserviamo in maniera molto distaccata la letteratura statunitense, troveremo due grossi phyla: uno urbano e uno paesaggistico. Gli stessi autori americani fanno risalire “l’americanità” (meglio sarebbe dire “l’usonianesimo”) a quello paesaggistico, di cui Irving è il padre riconosciuto. In buona sostanza ogni autore americano ha dovuto misurarsi con l’eredità letteraria di Irving.

Non è poco per un libretto da 200 pagine a 12 euro.

prateria washington irving

Annotazione sulla cura del volume: grave lacuna sull’apparato iconografico, a mala pena un paio di riproduzioni di disegni originali, stampate in modo inqualificabile.

Etologia del pubblico dei convegni sidernesi

Ho scritto “etologia”, e per assonanza, non posso fare a meno di pensare alla parola “scatologia” (non “escatologia”, che forse non ci starebbe neppure male).
E buon per chi non deve prendere il dizionario.

Il pubblico dei convegni sidernesi mi fa pensare a qualcosa di simile al Silenzio degli innocenti, con i vermi, il putridume, le falene-teschio.

Immaginate qualcosa di terribilmente saprofilo.

Gli inviti si diramano in tutte le direzioni, portati dai venti dei social, la lista degli indirizzi viene stesa con il preciso intento di suscitare l’effetto domino, la partecipazione diventa un obbligo.
Interventi programmati a tavolino o fin troppo palesemente sollecitati. Gente che prende il microfono e dice sempre le stesse cose. Le stesse cose. Le stesse cose. Da una vita, le stesse cose.

I soliti volti, seri e corrucciati, in paziente attesa che i relatori finiscano di parlare.
Immobili, putrefatti, come le salme a cui il prete recita l’omelia.

Requiescat in pace.

Viaggio in Inghilterra

strada di campagna inghilterraInghilterra, rorida e fresca. Profumata e tenera. Bocciolo di rosa, carnicina, verde e azzurro opaco.

Grigio in duecentocinquantasei sfumature. Dal bianco lattiginoso del cielo mattutino al cenerino smeraldato dei prati in inverno, coperti di brina ghiaccia che stride sotto i passi. Ocra grigiastro quello della pietra del Cotswold, più bluastro quella di York.

Terra di druidi, maghi, incantatori, sortilegi, grandi re e regine spietate, terra arcana, barbara, di graffiti iniziatici, di tumuli e pietre megalitiche.

Alan lee oisin

Inghilterra, madre dei folletti.
Inghilterra, perfida Albione.
Inghilterra, la Tigre è ancora viva.
Inghilterra senza sole.
“Com’è stata l’estate quest’anno?” chiede un turista.
“Non saprei, quel giovedì non ero in città” risponde il londinese.

Se si è fortunati, in quei giovedì, si possono percorrere le stradette di campagna inondate dal profumo del caprifoglio, vedere lunghe siepi di rose dai colori magari un po’ fracassoni, cottage ordinati, belli in fila, ognuno con la propria cassetta della posta e la staccionata ornata da clematis.

Stai a sinistra, tieni la sinistra.
cottage

Papere bianche starnazzano nello stagno di Beatrix Potter. Si scambieranno certamente informazioni sul tempo e sulla cova delle uova, forse su un nuovo punto a maglia, forse hanno visto in faccia l’assassino uscire da un cottage di St. Mary Mead.
Siepi di prugnoli e biancospini che dividono l’ampia coperta patchwork dei campi coltivati. Pecore sparse come nel presepe. Pecore lanose, pecore intelligenti, pecore investigatrici. Glenkill, dramatis oves.

dramatis oves

Cammina che ti cammina.

Storie di Goblin, di Pixie, di Picchiettanti, di Mab, Regina delle Fate. Affonda il tuo anello se sei un Pixie. Cerca la tua sorgente se sei un Nixie.

Edward Robert Hughes

Dove mai può essere ambiento un racconto di magia se non in Inghilterra? Libri di fiabe, arti magiche, penne d’oca, calamai con inchiostro nero d’avorio, merletti bianchi di perla inamidati per le cuffie da notte delle bambine in epoca Vittoriana. Scatole di colori, bambole di bisquit, caleidoscopi. L’albero di Natale, con le palline e i fiocchi, gli angeli in attesa, sempre in paziente attesa, profumo di biscotti odore di felicità.

Il tè, un buon tè caldo, un vero Ceylon, uno Yunnan con veri scone preparati secondo la tradizione, non arrangiati all’italiana, resi pietosi dolcetti con fragole e panna. Chi –sano di mente e di lingua- vorrebbe uno Yunnan con panna e fragole? Crema acida e cetrioli tagliati a velo su pane tostato: questo è un vero scone.

Alice-in-Wonderland-Mad-Hatter-Tea-Party

Un tè vero, buono e giusto, servito da un Leprotto Bisestile che pone enigmi matematici e paradossi logici, su cui uno come Bertrand Russell andò a riflettere un secolo più tardi.
“Vorrai dire come fai a volerne meno, non si può averne niente meno di zero”.
Tre commensali che ruotano attorno a un tavolo in cerca di tazzine e tè e biscottini come i quaternioni di William Rowam Hamilton, ma l’ultimo ospite, il tempo, è assente, e il moto si perpetua. Il cappellaio Matto e il Leprotto Bisestile continuano a cavitare nell’atemporalità, a impannarsi nelle pieghe dell’incommutabilità, della reductio ad absurdum, del nonsense e dell’humour britannico.

Ma il sole è sempre dietro la collina, Shadowlands, questa è la terra delle ombre.

lingering fog

Cromwell che fa saltare sul ceppo tante teste quante Robespierre cento anni dopo con la ghigliottina, Roberto Calvi impiccato sotto il pub dei Black Friars, la guerra dell’oppio, la conquista delle Indie, un impero di “salute comune” che ha colonizzato e asservito mezzo mondo. Dietro a tutto ci sei tu, con la tua massoneria, i tuoi giochetti imperialisti, il tuo liberismo capitalista che ha rovinato questa terra.

black friars

Tinker, Taylor, Soldier, Spy. Sciarpe di lana, odore di polvere, occhiali di tartaruga, carpette di cartone chiuse con l’elastico, impermeabili sgualciti, telescriventi, mirini telescopici, silenziatori.

Wibbly wobbly timey wimey.

Kubla Khan fece in Xanadù.

Disse così Lucifero cadendo nella sua tana: meglio regnare all’Inferno che servire in Paradiso.

TARDIS