Segnalo “Sunset Boulevard”

Segnalo Sunset Boulevard, un blog wordpress di un mio amico e collega, Antonio Falcone, collaboratore de la Riviera su cui tiene una rubrica di cinema dal titolo omonimo.
Per ora è agli inizi, ma dategli tempo, il ragazzo ha una bella penna e promette bene.
Consiglio agli appassionati di cinema di seguirlo.
Ho inserito il sito nel mio blogroll

Il Kitsch: dal principio all’effetto

Il Kitsch è l’arte che segue delle regole stabilite, proprio in un’epoca in cui tutte le regole artistiche sono messe in dubbio da ogni artista
Harold Rosenberg
La tradizione del nuovo

Parlando di Kitsch è sempre necessaria una certa dose di circospezione.
E’ un fenomeno che riguarda le arti e le arti applicate che si è imposto con vivacità sempre crescente dagli anni ’50 in poi, fino ad avere proprie connotazioni formali di stile o genere, esattamente come le hanno guadagnate due stili affini e per certi versi sovrapponibili come il Trash e il Camp (cfr. a tal proposito l’articolo di Marco Salvati sul sito “L’attimo fuggente” Perchè non possiamo dirci Trash?.
Uno studio approfondito, in Italia, è stato compiuto solo da Gillo Dorfles con Le oscillazioni del gusto e il suo più che celebreKitsch. Antologia del cattivo gusto che in questa sede è la fonte di riferimento principale.
Probabilmente considerare il K. un’aberrazione del buon gusto è pratica usuale in Germania, dove la parola è nata (Umberto Eco, in Elogio della Bruttezza, riporta la versione secondo cui i turisti inglesi in Germania chiedessero uno schizzo (sketch) per pagarlo meno caro di un quadro). Secondo altri è da ricondurre al verbo tedesco etwas verkitschen= etwas billig losschlagen
cioè “trasformare qualcosa in Kitsch=vendere qualcosa a poco prezzo, specie se ne hai in gran quantità”. Secondo il Knaursche Konversations Lexicon il Kitsch è : “scheinkunstlische Gestaltung ersetzt mangelnde Formkraft durch inhaltliche (erotische, politische, religiose, sentimentale) Phantasiereize”, cioè una “pseudo arte o un design (oggi diremmo un “styling”)che sostituisce ad una carenza di creatività con una stimolazione artificiosa della fantasia mediante un contenuto standardizzato (erotico, politico, religioso, sentimentale)”.
La traduzione non è univoca, ma una buona approssimazione è “spazzatura artistica, paccottiglia artistica”.

Questo per quanto riguarda il nome e la parentela. Ma per la data di nascita?
Ci sono varie correnti distinte che possiamo sintetizzare nei due estremi: 1) il K. è sempre esistito come espressione di cattivo gusto o di gusto deteriore rispetto alla norma codificata da quell’epoca o quella società 2) il K. nasce alla metà dell’Ottocento dopo la riproducibilità tecnica dell’opera d’arte e la nascita della società di massa, la volgarizzazione dello stile romantico e l’emancipazione della piccola borghesia.
Vi sono teorie intermedie, che personalmente trovo meno che soddisfacenti, che vedono il K. nascere in periodo post-Barocco, decadentista, che qui non saranno neanche considerate.
Lo studioso tedesco Ludwig Giesz è a favore della prima ipotesi, portando dalla sua l’asserzione che le società di massa sono sempre esistite a partire dall’epoca alessandrina, passando per l’ellenismo romano, gli ozi di Capua, fino ad arrivare all’uomo magrittiano ad una sola dimensione del XX secolo.
Nei suoi studi sul Kitsch, Ludwig Giesz si rifà all’analisi di Freud sulla psicologia dell’artista, visto come uomo che non riesce a placare i suoi stimoli (erotici e di ambizione) nella realtà, ma nella fantasia. L’artista quindi crea una nuova realtà che lo ricollega alla realtà concreta. In tal modo egli diventa l’eroe (e qui ci scappa un “oh Wagner! oh Germania!”), ma forse potremmo meglio definirlo demiurgo, cioè esattamente ciò che desiderava essere, ma senza dover seguire tutta la normativa sociale, morale e politica che una vera modifica della realtà avrebbe comportato (Freud, Ges. Schriften, IV, 19).
Vi starete chiedendo: se così è, cosa distingue un buon artista da un cattivo artista o da un non-artista? La luce e la preziosità che gli altri vedono nelle loro opere, come riflessi della realtà vera.
Giesz quindi è convinto: la radice del K. è l’uomo stesso. Il K. lo ha sempre accompagnato e lo accompagnerà sempre.
Gietz però trascura (o fa finta di trascurare?) un importante elemento: la riproducibilità dell’oggetto in un numero illimitato di copie. Senza questa “conquista” definitiva del procedimento tecnico -avvenuta in tardo XIX sec., non è neanche ipotizzabile parlare di K. senza prestare il fianco a mille e mille obiezioni valide e incontrovertibili, tra cui la funzione iniziatica, religiosa e sociale, etico-politica dell’oggetto d’arte, che in qualche modo lo rendeva immutabile ed eterno (nell’ambito di quella società/epoca storica). Per questi oggetti non si può parlare di “problema di gusto”, perchè di tale problema non si avvertiva neanche la vaga presenza.
Per quel che riguarda me, dirò che la tesi di Giesz affronta il problema del K. da un lato del tutto errato, che è quello psicologico, rifacendosi peraltro alle tesi che proprio nel XIX secolo mettevano a nudo certi comportamenti delle masse. Inoltre non c’è traccia nella letteratura antica di saggi che trattassero in maniera così approfondita e monografica il problema del cattivo gusto. Ci sono accenni sparsi in tutta la letteratura latina, da Cicerone a Marziale, ma lì rimangono.
Gli antichi non si posero mai questo problema.
Ciò che noi vediamo come cattivo gusto nelle opere del passato è solo presunto cattivo gusto in virtù del fatto che non ci sono congeniali, consanguinee.

Gillo Dorfles, come Hermann Broch, è del parere opposto. Le esigenze a cui l’arte è chiamata ad assolvere nella nostra società sono mutate, e questo mutamento inizia a metà del XIX secolo. Fermo restando che ogni epoca si caratterizza per un suo “standard of taste”, cioè “regola del gusto” (cfr. Hume) che -per fortuna a differenza di quella morale- è fortemente connotata formalmente all’interno delle singole epoche e dei singoli paesi, il K. non è solo “bruttezza” o “cattivo gusto” ma anche e soprattutto un’errata interpretazione delle costanti formali di un’epoca, quasi sempre per ragioni etiche, politiche, tecniche, non solo estetiche.
Il Kitsch quindi non è una caratteristica dell’arte in sè, ma un fenomeno che caratterizza l’arte di massa. Il Kitsch non viene scelto dal fruitore, ma viene in qualche modo proposto con una tale violenza che anche chi non ne fruisce vi è diventato insensibile.

Nel tempo si sono definite le caratteristiche dei fruitori abituali del Kitsch, chiamati Kitsch-mensch (“uomo-Kitsch”). Si tratta non solo di persone che hanno poca dimestichezza con l’arte più elevata (è noto a tutti che le persone intelligenti, ancorchè di bassa cultura, se hanno una sistematica frequentazione con le opere d’arte finiscono per comprenderle e amarle). L’uomo-kitsch è ben diverso: non si tratta solo di bassa cultura o di una generale ottusità verso l’arte, soprattutto quella moderna o contemporanea, più impegnativa, ma di persone che siano convinte che dall’arte si debbano trarre solo impressioni gradevoli, piacevoli e zuccherate, o addirittura che l’arte serva come “suggestiva cornice” ad altre attività, come il turismo, il divertimento, il mangiare, il ballare, etc. o ancora che essa sia considerata un simbolo di uno status sociale (cfr. Thorstein B. Veblen, L’agiatezza vistosa, Pierre Bourdieu, Critica sociale del gusto) per fare bella figura in società, non certo come cosa seria, attività impegnata e critica.
Il giardinaggio -degradato nel corso di tre secoli da arte ad hobby- ne è un buon esempio: chi crede che debba solo “insufflare serenità”, invariabilmente sarà un garten-kitsch-mensch.
Il Kitsch-mensch interpreterà Raffaello come pittore di cartoline, giudicherà Verdi o Wagner per il contenuto romantico o truculento, troverà interessanti i romanzi storici più farraginosi e improbabili per via della storia sentimentale, troverà un’aiuola più bella solo perchè più colorata e più variata.

Ma quali sono le caratteristiche del Kitsch?
-La prima, quella che più sensibilmente salta all’occhio, è l’imitazione degradata di altre forme d’arte più elevate. Klimt sull’accendino, tanto per rimanere sui temi più vicini a noi, le stampe degli Impressionisti nelle sale d’attesa dei dentisti e nei corridoi degli ospedali, le varie Pietà di Michelangelo come fermacarte, l’uso di versi danteschi per pubblicizzare un reggiseno, ecc.
-La miniaturizzazione è un’altra qualità importante: le riproduzioni miniaturizzate di monumenti e opere d’arte non si contano, dal Colosseo alla Torre Eiffel, al busto di Napoleone, alla Paolina Borghese. Lo sfalsamento delle dimensioni è anche una caratteristica della Pop Art, con cui il Kitsch condivide alcune strutture formali e alcuni personaggi chiave, come Andy Wharol. Ma se nella Pop Art l’oggetto, generalmente sovradimensionato, come sigarette, mollette dei panni, ecc, perdeva il suo scopo funzionale, nel Kitsch questo scopo “funzionale” diventa cultuale e si mantiene. Il bicchiere da brandy sovradimensionato mantiene ancora la sua funzione e viene portato in tavola, magari diventando protagonista di un goffo tentativo del padrone di casa di berci. La Torre Eiffel sul comodino, tra un Padre Pio e un portafiori di falso cristallo, mantiene per il Kitsch-mensch (ma solo per lui) la sua dimensione funzionale, supplendo effettivamente in tutto e per tutto alla vera Tour Eiffel.
-Lo slittamento di materiale e la combinazione di forme è forse la caratteristica più disgustosa del Kitsch. L’orologio a forma di chitarra, ma fatto in vetrino tipo Swarowski, il boccale da birra a forma di testa di Stalin, la radio a forma di automobile, l’accendino a forma di veliero, un accendino che sembra un rossetto, il rossetto che sembra la Torre di Pisa . C’è un camuffamento della funzione, o il contrasto tra la forma dell’oggetto e la sua struttura esteriore che si presenta sotto forma di un altro oggetto assolutamente ben distinguibile.
Questi sono alcuni dei clichè del Kitsch, perlomeno quello cosiddetto “classico”, storicamente inteso (quello dei nanetti, ad esempio). Questo genere di Kitsch, per così dire “postmodernista”, ha delle regole formali molto più rigide di molti altri stili, proprio perchè basato su clichè che risultino immediatamente riconoscibili al Kitsch-mensch. Ha fatto sue alcune formule dello stile Postmoderno, la linea frazionata, gli svolazzi, le forme spigolose e triangolari, le geometrie, le asimmetrie, l’antistematicità, la commistione di stili antichi e moderni, di materiali (si guardi in rete “Charles Moore, Piazza d’Italia”).
Tutti elementi che in architettura condurranno poi al Decostruttivismo.
Basti pensare alle copertine dei dischi anni Ottanta, i vari video musicali dell’epoca, italiani e stranieri, e alle strampalate mise dei cantanti come Boy George o Pete Burns (Dead or Alive), di Madonna, di David Bowie, dei Duran Duran. Cantanti che nei Novanta, anni del nero e del rigore minimalista, hanno poi rinnegato il loro fantasioso abbigliamento tornando al loro autentico colore d’occhi e di capelli e a vestiti morigerati.

Che il Kitsch sia sovrapponibile al Postmoderno è un incidente o una causalità? In parte è una causalità, poichè uno dei principi del Postmoderno è l’abolizione delle distinzioni tra arte d’élite e quella di massa (che non vuol dire popolare).
Tuttavia esistono diverse teorie sul fatto che il Postmoderno sia uno stadio dell’arte, quindi una sua caratteristica intrinseca. La teorizzazione del Postmoderno nasce con Lyotard (La condizione postmoderna) alla fine dei Settanta (ma arrivò in Italia negli Ottanta), che considera il Postmoderno una caratteristica precipua dell’arte. Lyotard, pur non amando il marxismo, definendolo una “metanarrazione del mondo”, in realtà analizza non una fase artistica, ma una fase socio-economica che produce i suoi effetti sull’arte. Il Postmoderno trova il suo massimo sviluppo in USA, dove si sente maggiormente la disgregazione delle posizioni politiche di Destra e Sinistra, dovuta ad una forte terziarizzazione che diminuisce il peso della classe operaia. Eric Hobsbawm definisce il XX secolo come “il secolo breve” e lo colloca tra lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e la fine del regime russo. Ed è proprio alla fine del “secolo breve” che il Posmoderno ha il suo apice. Insomma, il Postmoderno, per dirla con parole molto povere, nascerebbe semplicemente dalla globalizzazione e dalla rapidità di comunicazione delle forme artistiche dai vari gruppi culturali.

Questo è il paradigma più moderno del Kitsch, che ancora sopravvive, poichè nonostante varie opinioni, il Postmoderno non accenna ad esaurire le sue energie, perlomeno a livello di figurazione pubblicitaria.
Il paradigma formale precedente è -ovviamente- la degradazione delle forme romantiche. Il Kitsch nasce in epoca romantica ed è dunque evidente come abbia formato la propria struttura esteriore sull’estetica di quel periodo. Le cartoline con languidi volti di donna, cigni in volo, la luna che si specchia nelle acque di un lago, non sono altro che il vampirismo artistico delle raffigurazioni del Romanticismo più tradizionale. A posteriori sono stati accusati di essere Kitsch alcuni risultati dei Preraffaeliti, ed effettivamente alcuni quadri, come La dama di Shalott di William Holman Hunt lasciano quantomeno perplessi. Per non parlare dei disastrosi epigoni, come Arthur Huges ed Henry Wallis.
Queste forme di Kitsch sono state ampiamente rivalutate come espressioni di un “gusto sociale” (non necessariamente felice, ma spesso “vitale” da un punto di vista culturale, come -ad esempio- le riviste erotiche come Frigidaire o il genere fumettistico “Underground”) e dello stile di un’epoca (quella dello “styling”, cioè il camuffamento della funzione di un oggetto con una maggiore quantità di elementi decorativi inutili, in buona sostanza una sorta di “plastica”) che è poi, in fondo, quella del boom economico, degli anni Cinquanta, dei “Trenta Gloriosi”. Le automobili con alettoni aerodinamici sono ormai pezzi da multi-multi che fa il bagno nelle monete d’oro, le radio a forma di mobile sono ricercatissime nei mercatini dell’usato.
Il deperimento e la rinascita di nuove forme si alternano a ritmi velocissimi, grazie alla rapidità di comunicazione e di passaggio tra i vari “brow” culturali, tanto che non è difficile che nel giro di un decennio o un ventennio oggetti considerati privi di valore vengano rivalutati. Se questo avvenne per il Liberty, considerato in epoca razionalista “orribile Ottocento”, non accadrà mai con la statuaria da giardino, a meno che un violento disastro globale non si porti via almeno due terzi del prodotto internazionale lordo di Eoli e Gongoli. La rivalutazione del Liberty è dovuta al fatto che quegli oggetti passati di moda erano effettivamente pregevoli.

Questo è per ciò che riguarda la morfologia del Kitsch classico, divenuto da fenomeno di massa a vero e proprio genere.
Affrontiamo dunque l’estetica del Kitsch contemporaneo.

L’analisi formale dello stile Kitsch ci consente di affermare che alla base di ogni Kitsch c’è uno slittamento dal principio artistico-costruttivo all’effetto finale, una confusione tra valori etici dell’arte e valori estetici. E direi che questo è alla base del Kitsch ed è sempre vero per ogni sua manifestazione. Se il principio dell’arte è “fa’ un buon lavoro” quello del K. è “fa’ un bel lavoro”.
Tale è lo slittamento dei valori estetici che si sovrappongono a quelli etici, da indurre molti studiosi e critici a definire il Kitsch il “male assoluto” nell’arte. Quando a questo si affianca lo sfruttamento delle strutture formali del Kitsch solo per il risparmio di tempo e danaro, allora entriamo nel regno del Brutto e dello Squallido.
L’industria edilizia ha approfittato di principi etici validissimi come quelli del “existenz minimum” di Le Corbusier, o quello di Wright della “natura dei materiali” o di Loos “ogni ornamento è delitto”, per costruire rispettivamente case più scomode e piccole, con materiali meno pregiati e duraturi e con aspetto squallido e senza spirito per risparmiare sulla manodopera. Questo non è solo Kitsch, perchè per quanto riguarda me il Kitsch è più che altro innocuo: questo è tradimento, è crimine.

Nel giardinaggio lo slittamento dal principio all’effetto è proprio nella tanto osannata bordura all’inglese, a mio avviso indipendentemente dalla sua riuscita estetica e dal suo valore compositivo. “Fa’ un bel lavoro” è tutto ciò che viene chiesto alla bordura inglese, nelle sue declinazioni più o meno scultoree. La bellezza, la venustas, fine a se stessa, è equivalente al calendario dei Carabinieri: perfettamente disegnato e perfettamente inutile.
La bordura all’inglese, frutto del consumismo e delle manipolazioni del mercato, veicolata dalle riviste che dall’Inghilterra traggono la loro unica fonte di ispirazione (l’Inghilterra, perlomeno in terra meridionale, spianando i cannoni delle sue navi contro la flotta borbonica che voleva impedire la “conquista” d’Italia da parte di Garibaldi, ha combinato danni incalcolabili), arrivata in terra italica, che sia alla Lawrence Johnston, alla Christopher Lloyd o alla Penelope Hobhouse, si trasforma subitaneamente in qualcosa che al principio sostituisce l’effetto, anzi, sull’effetto basa il suo principio.
Un buon inizio per essere Kitsch?
Che sia proprio la bordura inglese il vero Kitsch italiano?
Bella, bellissima? ne dubito seriamente: la bellezza non è solo un fatto estetico, ma anche etico, politico, sociale. La bordura inglese, totem giardinicolo vecchio di centocinquant’anni, dal vago sapore reazionario, in Italia mi sembra un orologio in un cigno di gesso.

Altrettanto questo slittamento di principi è nei giardini privati, privatissimi, piccoli cortili di fianco alle casa, considerati dai proprietari santuario e tempio del relax e del riposo. Terrazzini minuscoli, adorati dai loro possessori e considerati regno e teatro delle proprie emozioni individuali, nonostante siano arredati con sedie di plastica e abitati da piante più che dozzinali e magari mal tenute.
Al giardino oggi non può essere chiesto solo di essere bello: deve avere una funzione sociale, e per così dire formativa, in cui le categorie del bello e dell’utile si fondano, possibilmente trovando quel magico equilibrio che è proprio del genio.
Kitsch saranno gli orti-giardino in città, coltivati da chi desideri illudersi di ritrovare la campagna, magari piantando zucchette ornamentali e lattughine più o meno colorate, per essere ecologici, ma che diavolo, anche un po’ trendy! Pazienza se poi le zucchette marciranno e se i pomodori non fruttificano: l’importante è averli.
Kitsch sarà il ripostiglio degli attrezzi dipinto in rosa e verde salvia, con i vasi tinti di bianco e i girasoli ormonizzati alla finestrina, tetra e romantica messa in scena di un passato agreste e “country” che insieme alla bellezza dei cottage georgiani produceva sfruttamento, calli alle mani e morti per fame, freddo e malattie.
Kitsch sono i manualetti di materiale raccogliticcio, composti secondo un “astratto vangelo di regole fatto tutto di infiniti e imperativi”, come diceva Pizzetti. Altrettanto Kitsch sono tutti quei manualoni colorati su come avere il balcone fiorito tutto l’anno senza rovinarsi lo smalto delle unghie o smagliarsi i collant. Kitsch saranno quelle riviste che propongono soluzioni “facili” per questo o quello. Kitsch sono tutti gli agriturismi che mi sia capitato di vedere, in quanto il giardino è relegato a fare da sfondo ad un’altra attività. Turpemente Kitsch sono i giardini dei ristoranti, con orci coricati e rotti a bella posta, con qualche asfittica agavina che vi cresce dentro, i sassi di “spugna aliena” e il roccioso con le cactacee.

Il Kitsch dei nanetti è per così dire “storico”, classicizzato, tanto da essere rispuntato fuori nelle riviste di design. E’ quasi innocuo tanto è stato assorbito dalla nostra estetica sociale.
Il Kitsch pericoloso è quello proveniente dalle nuove sollecitazioni del mercato e dell’industria dell’informazione. Tutto ciò che usa un principio etico e lo impiega al solo beneficio del commercio è il vero Kitsch, il vero “male dell’arte”. Quindi non solo brutto, ma anche e soprattutto “cattivo” ed anche inutile, sterile, improduttivo.
I principi ecologisti usati come esca per i grulli, il riciclaggio tramite tecniche elaborate, più inquinante dell’acquisto di un oggetto nuovo, i rimedi casalinghi e le ricette a base di fiori, spacciare le piante per oggetti di consumo resistenti ad ogni vessazione. Questo è il “male oscuro” del giardinaggio contemporaneo italiano. Niente a che vedere coi nanetti.

Esistono molte forme di Kitsch che andrebbero analizzate, quello politico, quello erotico, quello religioso, quello cinematografico, quello letterario, quello musicale, etc.
In questi campi non mi sento di poter dare alcun tipo di contributo personale, quindi rimetto il lettore alla vasta letteratura (soprattutto tedesca e statunitense) in proposito. In alcuni casi alcune forme di questi diversi tipi di K. , quelli “classici”, si sono dimostrate molto vitali da un punto di vista culturale, e non andrebbero cancellate tout court dalla storia dell’arte contemporanea o analizzate come un problema a sè stante. In special modo per i cosiddetti “b-movies” e la musica pop italiana ci sarebbe da aprire un lungo capitolo. Rimando volentieri agli studi del professor Claudio Sottocornola dell’Università di Bergamo.

Il Kitsch è una caratteristica ormai acquisita dell’arte moderna: è un po’ dappertutto, che ce ne accorgiamo oppure no. Ovunque ci sia arte, il Kitsch la segue come un’ombra di morte. Analizzando le nostre case, i nostri oggetti, vi troveremo senza dubbio qualcosa di Kitsch, il che non vuol dire che siamo dei Kitsch-mensch, ma semplicemente vittime occasionali del consumismo massificato.

La domanda, a questo punto, per chi ha avuto la pazienza di seguire il lunghissimo articolo, sorge spontanea: dobbiamo quindi auspicare un ritorno all’epoca pre-industriale in un impeto di populismo ?
Niente affatto, la risposta non è nel passato, ma nel futuro. La rivolta, lecita ed auspicabile, contro il merchandising, contro la società industriale, l’asservimento all’industria da parte di designer più o meno prezzolati, contro i puzzosottoilnasisti, deve essere compiuta nella piena coscienza di una lotta che dia all’uomo la sua autonomia culturale a tutti i livelli. In pratica per restituirgli la giusta dimensione tra arte e vita.

Io parto dai giardini poveri, e non per un “velato sospetto di populismo”, ma perchè -se è vero come spiega Rosario Assunto che il giardino è la struttura formale in cui depositiamo il nostro rapporto con la vita (e dunque con l’arte)- questo rapporto è certamente più sincero e vitale che non quello del mondo delle riviste patinate.

Poi ognuno scelga la sua strada.

Zio Paperone e Nonna Papera

Alla domanda: “Che rapporto di parentela c’è tra Zio Paperone e Nonna Papera?”, la risposta più frequente è: “Ovvio: sono fratello e sorella!”
Non è vero un beneamatissimo nasturzio…
La verità è che Nonna Papera e Zio Paperone non sono affatto parenti.
Infatti il figlio di Nonna Papera, Quackmore, sposò la sorella di Paperone, Ortensia, dalla cui “felice” unione sono nati Paperino e sua sorella Della.
Si tratta quindi di un rapporto non diretto, ma acquisito.
Perciò, Nonna Papera è effettivamente nonna di Paperino (e di Della), mentre Qui, Quo e Qua sono suoi pro-nipoti per parte di madre (Della).
Zio Paperone è nonno di Paperino, non zio ed è il padre del cognato di Nonna Papera.
Non c’è quindi nessun rapporto diretto di parentela tra Nonna Papera e Zio Paperone.

Fonti: vodandonio vodandonio.

Omsa design, shocking legs

Uno degli spot più riusciti della storia della tv. Un altro che ha resistito al logorio della vita moderna ed è approdato su youtube, nonostante il digitale non ci fosse all’epoca sua.
Elegante, raffinatissimo, giocato sul filo sottile del Camp più eighties e ironico, senza dimenticare la moda più alta e cultuale. Di una sensualità rovente e al contempo algida, distante, alla Eyes Wide Shut di Kubrik. Allusivo, ma mai evidente, trasparente come un collant. Sensualissimo e perfetto, senza sbavature, con una maniacale attenzione al minimo dettaglio, all’acconciatura, alla luce sulle labbra, al colore del rossetto, dello smalto, alla trama del tappeto e allo stile del divano. La scelta più attenta dell’espressione del viso della modella, anche se di durata infinitesimale.
Razionalissimo e misurato l’uso del colore, in pochi ma importanti elementi (a parte ovviamente le calze, che risultano effettive protagoniste dello spot, sono solo lo smalto, il rossetto e un ventaglio color verde smeraldo). Colore che si staglia elegante e vivido su un fondo scuro, un divano in pelle nera e un tappeto perfettamente bianco (ma lanoso, di consistenza vaporosa, come l’acconciatura della modella). Importanti e calcolate le aggiunte di fotogrammi in bianco e nero che affinano ulteriormente l’atmosfera.
Magistrale l’aggiunta di una colonna sonora notissima, “Bang bang” di Nancy Sinatra (tratto da Dalida), ma resa più veloce, più timbrica e incisiva.
Uno spot come se ne sono visti pochi, memorabile, veloce e rapido come un graffio di donna.

Ailanthus altissima

Mi chiedo perchè certi nomi così eleganti vengano dati a piante che nel tempo si procurano così cattiva fama. L’Albero del Paradiso non è neanche brutto, ma certo che è diventato un pericolo mortale per ecosistemi delicati. A quel che ne so è il flagello più terribile dell’Isola di Montecristo, che cela al suo interno tesori ben più grandi di quelli letterari, e che solo recentemente e parzialmente è stata aperta alle visite.
L’Ailanthus viene piantato spesso come albero da viale, per la sua resistenza all’inquinamento, alla mancanza d’acqua, agli sbalzi termici, agli insetti, e a ogni altro flagello concepibile dalla natura e dalla mente dell’uomo, in questo caso le potature selvagge che le amministrazioni comunali amano tanto.
Un Ailanthus scalvato e poi “ricresciuto” è non solo brutto, ma ridicolo. Un vero e proprio scopazzo con quelle foglie lunghe e pennate che ha. Un vero e proprio piumino per la polvere… sembra proprio uno Swiffer un po’ usato, stropicciato, lasso, con le samare che fanno la parte dei biocchi di polvere.
Non so se mi sentirei di piantare un Ailanthus, in tutta coscienza non so se me la sentirei, come non me la sentirei di piantare una Pueraria lobata.
Però lasciato un po’ a se stesso, con chioma libera di allargarsi (e il nostro amico ne ha, ne ha, oh, se ne ha)non è male. E’ molto mediterraneo, specie se piantato vicino a un pino marittimo. Una pianta di vocazione ben caratterizzata, ma potenzialmente mortale.

Banzai! Lunga vita agli alberi nani!

Esistono due o tre luoghi comuni al mondo: uno è che i Vulcaniani siano solo logici e cerebrali, incapaci di poesia e trasporto. Due è che i Klingon siano un popolo esclusivamente feroce e bellicoso e che non sappiano nulla d’arte e romanticismo. Tre è che i bonsai siano una tortura per le piante.
Per i primi due lascio al lettore il piacere della scoperta, ma per il terzo indicherei come più recente apoteosi di tale punto di vista nella nostra italietta giardinicola l’articolo di Pia Pera in chiusura di Gardenia di questo mese ( agosto 2009, n°304, pag. 156).
Pia Pera è anche troppo per Gardenia, ma mi duole vedere come così preziose occasioni di dare un proprio contributo alla cultura del giardinaggio italiano vadano regolarmente sprecate. Una “bustina” alla fine di un mensile è qualcosa di troppo importante per scriverci banalità a fiotti. Passi per le divagazioni sentimental-descrittive con cui ci ingozza da tempo…e la libellula sul fiorellino, e le goccioline d’acqua, e il profumo dei prati fioriti… ma attenzione quando si va a toccare temi di tale portata estetica, artistica, filosofica, antropologica, senza dimostrare neanche una vaga conoscenza dell’argomento nè il benché minimo tentativo di comprendere ciò che si analizza.
Passi anche l’ignoranza a palate, o una presa di posizione partigiana e impermeabile (la critica doc -è noto- passa anche per questo) ma almeno sorprendici, facci divertire, facce ride’…
Niente. In questa “bustina” di chiusura c’era solo una sciatta e trasandata invettiva contro i bonsaisti, paragonati, con scarsa inventiva, ai sostenitori dei “piedini di giglio”.

Pizzetti liquidava il problema senza pensarci due volte: con un’alzata di spalle scriveva che le persone che trovano claustrofobici e orrorifici i bonsai proiettano sulla pianta problemi loro (Pollice verde, BUR, pag. 95).

Il bonsai non è per tutti, come non per tutti sono i palmizi vari, le orchidee colorate, i cactini fallici e pelosi.
Sono dei “sotto-mondi” all’interno di quello più vasto del giardinaggio. Ci sono gli adepti dell’erbacea perenne da fiore, la setta dei tropicalisti, i cactus-maniaci, i patiti delle orchidee, chi colleziona piante velenose, chi raccoglie piante “utili”, ecc.
Molte volte chi si chiude in questi mondi non si occupa per nulla degli altri, ignorandoli scientemente.
E’ quasi naturale, perchè i giardinieri vanno soggetti al collezionismo come i bambini alle malattie esantematiche (cfr. il vecchio postIl collezionista di fiori).

Trascuro di entrare nel merito sociale e antropologico della storia del bonsai, che sarebbe un atto di arroganza per un occidentale, ma mi voglio soffermare su quello estetico-filosofico e naturalistico, per così dire “ecologico”.
Viene rimproverato al bonsai di essere innaturale, un eccesso di artificio, crudele e turpe. Non si metta neanche in discussione il fatto che gli alberi così trattati possano “soffrire”: la sofferenza, la crudeltà e la turpitudine che aleggiano attorno al bonsai non sono rivolte agli alberi, ma all’uomo.
Con chi crede il contrario non ho nulla da dirmi.
Quindi, se l’offesa c’è, è arrecata alla sensibilità dell’essere umano, del proprio prossimo. L’alto valore simbolico delle piante ci permette di identificarci in esse, pertanto si vede nel bonsai un’ amputazione sadica, una castrazione immotivata.
Il che è evidentemente falso, poichè la potatura viene eseguita su qualsiasi pianta anche nel giardino occidentale, senza suscitare crisi di pianto da parte di nessuno, anzi, diventando “mestiere”.
Se poi si ritiene che la potatura in generale sia un’operazione crudele, raccomanderei chiunque ne sia convinto di tenersi lontano da qualsiasi cosa riguardi il giardino.

Per un orientale il bonsai ha a che fare con la religione e la meditazione, con l’educazione e la crescita umana, cose in cui non ho nè competenze nè l’ardire per addentrarmi.
Per un occidentale il bonsai è o potrebbe essere la perfetta risoluzione figurativa e plastica di uno dei problemi che caratterizza ogni estetica dell’arte e che ha assillato filosofi e critici per un paio di migliaia di anni: la mimesi della natura.
Mentre in Europa ci si dibatteva tra il massimo artificio delle stanze barocche e del giardino ancien régime e il minimo artificio (con minima spesa) del giardino Whigh e liberista del Settecento inglese, in Giappone, molto prima di allora, questo conflitto sembra essere stato risolto nel bonsai, in cui l’arte umana e quella della natura si fondono e si completano a vicenda per creare qualcosa che abbia una profonda bellezza e una potenza espressiva tanto forte (e racchiusa in una pianta così piccola) da riuscire addirittura ad annichilire chi la guarda.
E’ -in poche parole- la sintesi perfetta tra natura e artificio, c’è un intero universo racchiuso nel vaso di un bonsai, le nostre stesse vite.

Chiaramente stiamo parlando di bonsai veri, non di quegli scopazzi che vendono nei mercatini, a 10 euro l’uno, 8 se ne prendi tre. La domanda ci è lecita: è forse a questi scopazzi che si riferisce Pia Pera? Ma, buon dio, quelli non sono bonsai, non più di quanto il posacenere a forma di Colosseo non sia il Colosseo stesso!
Queste “cose” sì sono turpi e crudeli, poichè al solo beneficio dell’incasso si violenta e si offende un’arte millenaria, per di più straniera, con il risultato di un vago razzismo serpeggiante in questa sorta di “prodotto”. Ed uso le virgolette solo perchè si tratta di creature viventi, altrimenti non esiterei a definire questi scopazzi dei semplici oggetti d’uso.
Si tratta -lo dico per chi non lo sapesse- di giovani arbusti potati alla base, da cui si lasciano rinascere rametti disordinati: in tutti è infatti ben visibile il taglio del ramo centrale più grande.
Siamo davanti a dei falsi, di qualcosa che non ha più nulla a che fare nè con le piante nè con l’arte nè col Kitsch, ma con la truffa e il raggiro, con azioni non solo non-artistiche, ma immorali, che dovrebbero essere penalmente sanzionate.

Naturalmente ad ognuno è lasciato il proprio giudizio: se non vi piacciono i bonsai, fatti vostri, al massimo potrò compiangervi. Ma denigrare ciò che si dimostra così ampiamente di non conoscere e di non aver compreso, paragonandolo alla messa in piega, per di più non certo in un luogo banale come un forum o un blog, ma nella rivista “di massa” più importante d’Italia, definisce un certo modo se non altro miope, poco accorto e poco acculturato di vedere le cose del giardinaggio.

E per giunta senza neanche un briciolo di humour.

Vendesi ciliegie locale fresche

In Calabrese -si sa- le parole femminili declinate al plurale finiscono in “i”. “Lumera” fa “lumeri”, “seggia” fa “seggi”, “cirasa” fa “cirasi”. (In ordine candela, sedia, ciliegia).
I contadini che hanno fatto le elementari ricordano o orecchiano la regola che le parole femminili, al plurale, solitamente finiscono in “e”. Pertanto anche le parole che dovrebbero finire in “i”, finisce che finiscono in “e”.
Ecco il “vendesi ciliegie locale fresche”, a volte con l’aggiunta “Ferrovia”.

Questo mi ricorda i “mantarini” di cui mi raccontarono dei miei parenti. Nella provincia di Cosenza la “t” viene trasformata in “d” (ad esempio “niente” diventa “nìììende”). Evidentemente i contadini col carretto per strada, pensavano che “mandarini” fosse dialetto.

Il pozzo e il pendolo

Da quando ho smesso di parlare di tecniche orticole all’interno della mia rubrica settimanale sulla Riviera, sono diventata meno popolare. Mi toccherà fare un passo indietro.
La gente apprezza solo i miei pezzi orticolturali e non quelli culturali.
Mi fermano solo per discutere di pratiche più o meno personali e fantasiose sulla coltura delle piante più anonime e comuni.
Dopo un mio articolo sul gelso nero, un tale mi ha sequestrata per più di un quarto d’ora per raccontarmi la sua strategia per farlo crescere (ancora di più di quanto fa normalmente? oibò) e narrarmi le sue peripezie terrazzautiche: tutti i suoi meravigliosi, regali geranei di color rosso semaforo sono stati sostituiti da non ricordo quale albero. Pino, forse.
Per dare l’illusione del bosco in terrazza, mi spiego?
Mi ha anche raccontato di come lui sia stato in grado di misurare la profondità precisa alla quale doveva essere scavato il suo pozzo per l’irrigazione. Probabilmente un calcolo differenziale complicatissimo, roba da Swaami Brachamutanda, il grande matematico indiano. Il suo vicino -racconta- voleva batterlo e andare ancora più giù, per rubargli la vena, ma invece, cos’ha trovato? L’acqua salata del mare, e le piante irrigate sono tutte morte.
La considerazione che ne deriva è che tristemente il giardinaggio, come anche la cultura e mille altre cose, è per molti una forma di prevaricazione sociale nei confronti del prossimo.
Il giardino, il giardinaggio e le attività ad essi connesse sono mezzo per dimostrare il proprio status.
Così mentre il mio interlocutore si sentiva molto furbo, io mi sentivo svenire.

Il carretto passava e quell’uomo gridava “lantanas”!

In estate le gelaterie si risvegliano come i bulbi in primavera. Panchine, tavoli e sedie “sbocciano” come le tenere corolle appena il tempo si fa più dolce. Fioriscono le aiuole rialzate e i vasconi di cemento.
La trafila è sempre quella: non si scappa, potete starne certi. Si parte invariabilmente dal ciclamino, quello grande, gigantizzato, che sembra un lombrico di Chernobyl. Proseguono a ruota petunie, petuniette serie Carillon (quelle pendenti) e Calibrachoa. Poi c’è un breve intermezzo riempito con l’immortale Kalanchoe, e infine arrivano le Lantana.
Eccole qui, nei vasconi di cemento, parcheggiate in attesa di essere disposte sul marciapiedi di fronte all’entrata della gelateria. lantana

lantana
Lantanas, lantanas, sempre lantanas. Con una certa predilezione per la sellowiana a discapito della camara, che è più alta, rigogliosa, spinosa e più difficile da tenere in forma,e che se potata male è solo un groviglio di rami steccosi senza fiori.
Non so che accidenti ci sia a nord di Roma, ma qui non se ne può più. Non che io abbia a questionare con le lantanas, piante dei vecchi giardini e dall’odore penetrante e poco dolce: giusto un odore, non si potrebbe definire profumo: un sentore che sta bene ad una pianta che non è adatta ad essere recisa, che ha un fogliame ruvido, che è buona giusto per fare le siepi comunali o quelle dei benzinai, fin troppo eguale a se stessa, ma che se lasciata crescere disordinata, nell’angolo di qualche vecchio giardino scomposto e mal organizzato, può riservare inattese sorprese (come un sacco di altre piante, ma questa è un’altra storia).
Perchè si sceglie la Lantana? E’ semplice, perchè “al 21 del mese i nostri soldi erano già finiti”.
La Lantana è una pianta di scarsissime esigenze. Se ben abituata non richiede molta acqua (mentre se annaffiata ogni giorno, basta un breve ritardo per farla afflosciare del tutto). Va potata solo a fine stagione (non la sua, quella delle gelaterie, intendo), ha una fioritura iper-lunga, che nei paesi mediterranei arriva ben oltre il periodo in cui si vendono i gelati, non desidera troppo concime, resiste in quella schifezza che è il terriccio commerciale…insomma, un vero mulo da lavoro.
C’è poi il problema che tutte le altre piante fiorite in questo periodo, o richiedono una gran quantità d’acqua per funzionare bene, o non possono stare in vaso perchè troppo grandi ed esuberanti. Qualcuna ha le spine, come la bouganvillea, e l’ultima cosa che una gelateria vorrebbe è una citazione per danni.
A questo punto meglio niente o dei bei sempreverdi, possibilmente non bossi o pittosfori.
A patto di essere regolari con le annaffiature anche un idiota sarebbe in grado di piantare delle ipomee e farle arrampicare su un traliccio. Il problema è che il traliccio si compra, le ipomee bisogna seminarle ad aprile, quando di gelati non se ne parla ancora, e ad agosto non si trovano al mercato. Eppure non ci sarebbe niente di meglio: accontentano anche i più esigenti in fatto di estetica, sono colorate, si prestano all’uso pacchiano o raffinato (american bar o yogurteria), non hanno le spine, sono veloci, coprenti e sempre in fiore.
E perchè non, poi, una bella Ipomoea cairica, con il suo fogliame lobato? ipomoea cairica
Le pasticcerie e i bar che vogliono darsi un tocco di raffinatezza scelgono fucsie e ortensie, che si afflosciano miseramente pochi giorni dopo l’apertura. Ma perchè non i rampicanti a fioritura estiva (Campsis esclusa, per via delle dimensioni) ?
Pandorea, Podranea, Mandevilla, Allamanda, ma che accidenti gli colgano, pure dei comunissimi mirti!
Sto parlando di cose che si trovano in un vivaio comunissimo e periferico, anche da noi in Calafrica.
Il punto è questo: i vasconi di cemento delle gelaterie sono allestiti puntualmente da “vivaisti specializzati” di zona, che in geneere eseguono progetti per rotonde o per giardini rocciosi dei centri commerciali. Questi “vivaisti specializzati” conoscono appena le lantanas, le Cycas, i cactus e i falsi bonsai.
E solo le lantanas si prestano alle gelaterie.