Sherlock Holmes, un Downey Jr. da urlo

Mucho macho machito

Ho qualche fissazione nella mia vita: creare un’estetica pura in cui entri il giardinaggio, Star Trek, i telefilm degli anni ’80, i doppiatori e Sherlock Holmes.
Come tutte le femmine lettrici di Holmes, mi sono perdutamente innamorata di lui. Di lui-lui, non dei romanzi e dei racconti, che considero tra l’altro una bellissima e godibilissima lettura anche per i non giallisti.
Capirete che quando arrivarono in televisione le avventure della BBC con Jeremy Brett, tutti gli sherlockiani si sono messi sull’attenti ed hanno detto: “Hic sunt leones”, la perfezione è stata raggiunta, non ce n’è più per nessuno.
Ad Hollywood non sono stupidi quanto sembrano. Sanno benissimo che a differenza del trekkie, che vuole tutto secondo i codicilli biblici di Michael Okuda, lo sherlockiano è sempre pronto ad una nuova avventura. Non per niente Holmes è il personaggio letterario più rappresentato al cinema. E dopo la miniserie della BBC era stato raggiunto l’apice della fedeltà al testo.
Per Hollywood era arrivato il momento di fare piazza pulita del vecchiume di Basil Rathborne e di Jeremy Brett; via, svecchiamo, ringiovaniamo. Buttiamoci dietro il cartone animato di Miyazaki e anche Il fratello più furbo, andiamo avanti, spettacolarizziamo, muscoli, sudore, testosterone.

Straziami, ma di baci saziami


E ci hanno regalato un Robert Downey Jr. in forma smagliante e un Jude Law strepitoso. Lo sguardo magnetico di Robert Downey Jr. è come un’elettrocalamita a 20 tesla, la fa da padrone in tutto il film, e il pubblico femminile (a cui il film è rivolto) sarà uscito dal cinema con gli occhi scintillanti. I miei perlomeno scintillavano, e prender sonno è stata dura.
Oltre a questo Sherlock che salta tra palazzi e strade come un tizio della pubblicità Vigorsol, finalmente c’è stata la vendetta di Watson, che da attempato medico prossimo alla pensione, si è trasformato in un soldato forte, giovane, atletico, affascinante, e soprattutto senza traccia di ferite (la fantomatica ferita di Watson, che non si sa bene dove sia, è stata poi individuata da apocrifi nella gamba, e un Watson zoppo è una presenza quasi costante nei film di Holmes).

Dottor Watson, I presume

Il film è quel che è: niente di trascendentale, ma i due personaggi principali, che funzionano come una sorta di Butch Cassidy e Sundance Kid dell’Inghilterra vittoriana, sono una coppia d’assi vincenti.

E infine, la zampata finale: l’apertura per un sequel. Datecelo, ormai che ci siete, datecelo, ma per favore, con una trama un po’ meno idiota e un cattivo che non faccia morire dal ridere.

Il collegio di Santa Lucia per giovinette allevate dai lupi

Il collegio di Santa Lucia per giovinette allevate dai lupi

C’è molto materiale in rete su questo libro, che mi è stato indicato per scherzo in libreria. Perchè aggiungere altro al già tanto? Ebbene, voglio poter dire la mia.
Questo è un libro strano. Ma davvero strano. A partire dalla copertina, illustrata come si faceva decenni fa, non elaborata al computer. Attenzione, se lo lasciate senza sorveglianza potrebbe mettere gambe e andarsene in giro da solo per casa.
Parla di cose stranissime e surreali, i protagonisti sono sempre ragazzi, e per questo motivo, in rete, trovate scritto che è un libro di fiabe per bambini. Ma de che? Qua ci vuole cuore saldo e nervi freddi per non sentirsi spacciati nei mondi che descrive Karen Russel.
Mondi che lasciano interdetti, sgomenti, sorpresi, assolutamente attoniti. Tutto è surreale e contemporaneamente di una logica freddezza da lasciare senza fiato. Come commentò Steven King: “E chi se li toglie più dalla testa?”. Una lettura che più che magica è ammagante, sconvolgente e a volte paralizzante.
Lo stile è stato definito da alcuni freddo, concepito a tavolino solo per stupire il lettore. Io credo che Karen Russel non si neghi il piacere di una parola un po’ balzana quando le sembra il caso che ci vada.
Altra critica: che i racconti non hanno una fine. Perchè, la nostra vita ce l’ha, mentre la viviamo? la vita ha una fine solo dopo morti, quando non possiamo raccontare più nulla. Questi racconti sono come la vita, potenti, sfuggenti, in bilico tra dimensioni, spiegazioni, motivi, volontà e incertezza. A volte senza un senso apparente. Ma il vero senso è che la nostra stessa vita non ne ha uno, se non che siamo qui, che la vita esiste, e l’identità. Che il potente spettacolo continua, e che ognuno di noi può contribuire con un verso.

Vi dico il mio racconto preferito: “Il campo Z.Z. per sognatori disturbati”.
E chi se lo toglie più dalla testa?

Back to a future: Cheong Gye Cheon, Seul

Mappa del Cheon Gye Cheon

Back to a Future è un progetto presentato nel 2004 alla nona biennale di Architettura di Venezia dalla città di Seul, che si è aggiudicata così il premio speciale “Città d’Acqua” della Regione Veneto.
Il Veneto, con le sue ville sul Brenta, ne sa qualcosa di architettura d’acqua e di “waterfront” (personalmente sfiderei il mio tragicomico mal di mare per visitare tutte le ville del Brenta).
Quello che ha voluto fare la città di Seul -definita l’amministrazione più lungimirante- è stato proprio riqualificare una zona degradata e invivibile ritornando al futuro e recuperando l’antico corso d’acqua, il Cheong Gye Cheon, che divide da est ad ovest la città di Seul, e che per anni ne è stato cuore commerciale.
Seul è una città ricca di corsi d’acqua, di cui il Cheon Gye Cheon è il più grande, e nel quale più o meno versano tutti gli altri. Negli anni Cinquanta la condizione sanitaria della zona si era alquanto deteriorata, e nei ’60 il fiume fu coperto e trasformato in una strada. In seguito vi fu costruita sopra una grande arteria stradale, simile al “Loop” di Chicago (vi ricordate i Blues Brothers?).
Il quartiere divenne immediatamente accorsato e popoloso, con un mercato attivo e importante.

La gente passeggia sul corso del fiume


Seul, come e più di New York e la sua High Line, ha avuto il coraggio di realizzare un futuro che fino ad ora in molti si limitano a pensare o a concettualizzare in belle rappresentazioni grafiche o espressioni di questa o quella volontà politica/ecologista/ambientalista.
A dimostrare che passato e futuro possono andare a braccetto, compenetrarsi, divenire l’uno l’altro.

Le due sponde del fiume sono collegate da circa venti ponti, di cui alcuni restaurati per il loro valore storico

La gente ha bisogno di giardini, soprattutto nelle metropoli. Gli abitanti i Seul hanno subito riempito il Cheong Gye Cheon, passeggiandovi e prendendo il sole. Il traffico, deviato sulle due sponde, è diventato necessariamente più convulso, ma la città ne ha guadagnato in salute e anche in bellezza.

L'acqua del Cheong Gye Cheon è pompata artificialmente, cosa che ha fatto discutere gli ambientalisti. L'amministrazione ha previsto l'altezza degli argini per i prossimi duecento anni

Il progetto trascende il semplice aspetto urbanistico e diventa proposta per un futuro progetto di metropoli, reintegra il rapporto della città con i suoi luoghi storici e con la sua memoria collettiva, riavvicinando la gente al giardino. Anche qui, come per la High Line di new York, ci sarà una riqualificazione delle zone adiacenti al canale, tant’è che per la progettazione di un complesso residenziale è stata interpellata la nota architetto Zaha Hadid.

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