Così parla Hannah Arendt

Duepuntivirgolette

“La sfera pubblica ha perso la capacità d’illuminazione che faceva parte della sua natura originaria. Nei paesi del mondo occidentale, in cui la libertà dalla politica è stata inclusa costantemente, dal tramonto del mondo antico in poi, tra le libertà fondamentali, diventano sempre più numerosi coloro che fanno uso di tale libertà e si sono allontanati dal mondo e dagli obblighi che hanno al suo interno […]. Ma ad ognuno di questi arretramenti si verifica una perdita, quasi comprovabile, verso il mondo: ciò che si perde è la mediazione, specifica e in genere insostituibile, che si sarebbe dovuta formare tra l’individuo e suoi simili […]L’atteggiamento fondamentale dell’individuo moderno, che nella sua alienazione dal mondo rivela davvero se stesso solo nella sfera privata e nell’intimità degli incontri faccia a faccia”.

Hannah Arendt Men in dark times,

Hartcourt Brace, New York 1983, p. VIII

Era un po’ quello che volevo dire con questo articolo. E’ bello vedere come ci siano persone che la pensano come te nel mondo, e che queste persone riescano a spiegare quello che pensi tu in maniera talmente limpida e lineare come tu non avresti saputo.
E’ davvero confortante, soprattutto quando si pensa a certe figure inquietanti che si aggirano nella rete giardinicola.

8 pensieri su “Così parla Hannah Arendt

  1. “ciò che si perde è la mediazione (,,,) che si sarebbe dovuta formare tra l’individuo e i suoi simili”. Ma quando – e non per colpa nostra – diventa sempre più difficile riconoscere i nostri simili come simili (cosa ho io in comune con chi pone come scopo della sua vita il denaro e il potere e per non alienarsi dal grosso dell’umanità si aliena dalla sua potenziale umanità?) che cosa ci resta se non prima prendere le distanze dal mondo e poi trasformare lo straniamento in ricerca di nuovi più autentici simili e nuovi più autentici rapporti, con faticosissima fatica e pochissima gratificazione?

    • Grazie per il tuo commento sincero e personale. L’ho molto gradito.
      E’ un modo di porsi rispettabilissimo e dalle origini antiche (i Cinici si estraniavano dalla società, ad esempio). Tuttavia io sono una persona d’azione. Non riesco a fare politica e mi dispiace, perchè è solo attraverso la politica che si cambia la società. Allora faccio lotta culturale che è l’unica che so fare. Mi sforzo, per quanto nelle mie capacità, di proporre punti di vista nuovi e di stimolare la riflessione su certi aspetti della vita e dell’arte.
      La lotta non è obbligatoria, ma è auspicabile. Prendere le distanze dal mondo è -scusa se lo dico francamente- come dichiararsi già sconfitti. I rapporti appaiono più autentici, ma molte volte non lo sono. Si entra in un circolo vizioso di auroreferenzialità ed autogratificazione che se non trova (ripeto, se non trova) uno sbocco verso l’esterno è destinato a farci vivere in un mondo di false immagini.

  2. Sicuramente mi sono espresso male, visto che sono completamente d’accordo con quello che dici sui rischi di autoreferenzialità e autogratificazione. Lungi da me le sirene del cinismo: per “prendere le distanze dal mondo” intendevo un passaggio – un passaggio in un percorso – obbligato di straniamento per strapparsi dal coinvolgimento omologante, vischioso, indifferenziato – e soprattutto impotente e disperato – in cui rischiamo di umanamente morire. Devo riconoscere la “disumanità” del guidatore di SUV, della partecipante a Miss Padania (che bello, il correttore ortografico – bolscevico – mi segnala la parola”Padania” come sospetta), del portatore di Rolex, per riconoscere la mia diversità antropologica e andare alla ricerca dei miei simili. Devo imparare a uscire dalla “città” per costruire la “città futura” (o almeno un suo quartiere), ma devo imparare a muovermi dentro quella realtà “astuto come colomba e candido come volpe” (Fortini) per individuare crepe e contraddizioni e usare gli strumenti di cambiamento di cui posso disporre. La lotta culturale non sostituisce la lotta politica in senso stretto, ma può alimentarla, supportarla, indirizzarla, può essere la pietra ceramica che affila le armi. Buon lavoro.

    • Poche volte ho avuto commenti così belli. Non so cosa dire se non ringraziare e sperare che qualche altra volta ti piacerà commentare qualche altra cosa, o anche solo darmi dei suggerimenti.
      Grazie.

  3. Sono felice che il mio commento ti sia piaciuto. Certamente commenterò altre cose. Non mi sono mai interessato di giardinaggio (sono di quelli che “fanno morire anche il basilico”), ma il tuo approccio mi sembra estremamente stimolante. Fizzi mi ha parlato molto bene del tuo libro e l’ho preso per venderlo in libreria, consigliandolo alle persone che potevano e potranno apprezzarlo. Lo leggerò anch’io con estremo piacere.

  4. Credo sia importante sviluppare la propria individualità. Accrescere la propria mente e sviluppare sé stessi. Dimentichiamo però una semplice cosa: l’altro non è un mezzo, ma come noi è uno scopo. Se la gente si rendesse conto, soltanto di questo, forse scendere in piazza, e incontrarsi in giro, verrebbe vissuto in modo diverso.

  5. @ Essere Libero. Sono in perfetto accordo. É vero che dimentichiamo questo elementare concetto, che non ha nulla di religioso ma tutto di umano.

    @Lidia. ho letto il tuo libro e mi è piaciuto molto, ho notato che nella tua bibliografia non hai inserito “Nonluoghi” di Marc Augé, e mi chiedevo se l’avessi letto, perchè quello che scrivi, soprattutto nel capitolo sulla pista ciclabile di Siderno, coincide con il pensiero di Augé. Mi riferisco ad un periodo in particolare, che ti cito letteralmente: “Questa cancellazione delle frontiere viene messa in scena, sotto forma di spettacolo, dalle tecnologie dell’immagine e dalla gestione dello spazio” (pag 11).
    La cosa curiosa è che Augé, proprio nel periodo precedente, parla di una cosa di cui tu parli sempre nel tuo blog, cioè della storia vista come lotta “contestazione del sistema”, e che questa contestazione può arrivare solo dall’esterno, dal localismo.
    Non so se ho colto lo spirito di questo post, ma mi piacerebbe sapere la tua in proposito.
    Ciao,
    Marco

  6. Ciao Marco, scusa se ti rispondo con ritardo.
    Non ho letto “Nonluoghi”, anche se ne ho molto sentito parlare. Provvederò senz’altro a leggerlo in tempi brevissimi, dato che conferma alcuni miei pensieri (evidentemente l’uscire dalla massificazione è possibile solo attraverso la riscoperta del localismo, e mi conforta non essere la sola a pensarlo). Quello che invece mi sento di dovere dire è che sia quantomeno un obbligo estetico distaccarsi dagli accademismi imperanti. Visto il servizio di “Gardenia” di questo mese sul giardino inglese in Lomellina? Ecco, diciamo che quello è l’acme della ripugnanza, secondo me.

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