IPER

Siderno_gru (2)Centro commerciale di periferia

La cellula fotoelettrica ti manda a sbattere sulle porte ancora chiuse, l’entrata a pareti di vetro e plexiglass è afosa come una serra tropicale, le scale mobili sono rotte.
Sono rotte da mesi.
Le cicche si sono infilate nelle scanalature del nastro metallico e sembrano bossoli di cartucce pronti a sparare. Gli spazi per i cartelloni vuoti o con i manifesti strappati e scivolati giù.
È caduta una puntina, nessuno l’ha sostituita. Un lembo del cartellone pende come un brandello di pelle.
Il pavimento di piastrelloni color avorio è sporco del nero coca cola, evaporata e calpestata da mille suole di scarpe: ognuna ha lasciato la sua impronta gommata a zig zag diversi. Nei corridoi vetrati il caldo sembra non finire mai. Le macchinette delle bibite sono mezze vuote, come distributori di benzina nel deserto dell’Arizona.

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Finalmente si passa la porta automatica che mette nella galleria dei negozi, si spera di fare un salto termico di dieci gradi, invece la temperatura è quasi la stessa. Niente più vecchi signori col bastone a presiedere le brutte panchine a doghe di legno, parcheggiati da nipoti e figli per i quali fare la spesa è uno svago, azzuffarsi nella calca alle file dei formaggi e della carne una vittoria sul nemico.
Il bar è assediato da persone assetate, la ragazza che fa il caffè ha fatto il lifting alle labbra, è canottata anche lei come Alba Parietti. Il suo caffè non sembra più tanto desiderabile. I pavimenti sono ancora sporchi, ma nessuno li vede, tutti gli sguardi sono diretti alle vetrine. Montature e occhiali da sole impilate in torri di plastica bianchissima, dietro ognuna ci potrebbe essere un Vashta Nerada che ti fissa in attesa di cannibalizzarti.

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Abiti in colori sgargianti, magliettine scollate per giovani veline di provincia, manichini neri e senza occhi, capezzoli finti e seni perfetti che ti puntano come baionette innestate. Montagne di mutande con pizzi colorati, borse di coccodrillo vero o finto, non si sa, profumi e bestseller del momento. Cartacce, volantini, pubblicità.
IPER, il tuo sito fa orrore? Stay up, never hide, enjoy, don’t panic, love, wear, water, sweater, better.

L’uomo è dio, recita il cartello di benvenuto, se letto attraverso la deformazione del vetro d’ingresso.

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Ragazze con i sandali a zeppa color verde pavone fluo a strisce nere. Viaggiano in gruppi di tre, la meno bella sempre qualche passo indietro, i loro corpi vibrano di quell’illusione di libertà concessa dalla società alle ragazze, ma nessuno le guarda, sono malvestite, senza eleganza. La donna troppo piena, stanca e flaccida persino per far la parte della “Signorina Gradisca”, spinge un carrello con dentro un pargolo urlante. I ragazzi si muovono veloci, a scatti, palestrati, non guardano intorno, hanno fretta.

Tutti bisbigliano tra loro, altri camminano urlando, ma non è facile capire: il suono arriva deformato, come filtrato da un Babelfish al contrario. Il grande assente: il cellulare. Dentro il centro commerciale non c’è campo.
Tutto è sempre lo stesso. Qui La squadra riparazioni non ci ha mai messo piede.
È doloroso ma pietoso, raramente bello: solo al di fuori, i carrelli abbandonati vicino ai mucchi di travi in ferro, nella parte più lontana del parcheggio, e il sole che muore languendo di un rosso strappacuore tra le chiome degli alberi. I bordi d’erbe bruciati, una vigna poco distante, con i pampini tutti coperti del verde smeraldo del rame. Due galline protette da una rete.

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Perché qui una volta era tutta campagna.
Ciò che vive nel dolore ha il potere di sommuovere i nostri cuori, ma questo è il regno dell’indifferenza. I manichini osservano con sguardo superiore il brulichio indistinto delle persone, soppesano i loro desideri con la lungimiranza di chi è fatto di plastica non biodegradabile: ne ho viste di cose…

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