Viaggio in Inghilterra

strada di campagna inghilterraInghilterra, rorida e fresca. Profumata e tenera. Bocciolo di rosa, carnicina, verde e azzurro opaco.

Grigio in duecentocinquantasei sfumature. Dal bianco lattiginoso del cielo mattutino al cenerino smeraldato dei prati in inverno, coperti di brina ghiaccia che stride sotto i passi. Ocra grigiastro quello della pietra del Cotswold, più bluastro quella di York.

Terra di druidi, maghi, incantatori, sortilegi, grandi re e regine spietate, terra arcana, barbara, di graffiti iniziatici, di tumuli e pietre megalitiche.

Alan lee oisin

Inghilterra, madre dei folletti.
Inghilterra, perfida Albione.
Inghilterra, la Tigre è ancora viva.
Inghilterra senza sole.
“Com’è stata l’estate quest’anno?” chiede un turista.
“Non saprei, quel giovedì non ero in città” risponde il londinese.

Se si è fortunati, in quei giovedì, si possono percorrere le stradette di campagna inondate dal profumo del caprifoglio, vedere lunghe siepi di rose dai colori magari un po’ fracassoni, cottage ordinati, belli in fila, ognuno con la propria cassetta della posta e la staccionata ornata da clematis.

Stai a sinistra, tieni la sinistra.
cottage

Papere bianche starnazzano nello stagno di Beatrix Potter. Si scambieranno certamente informazioni sul tempo e sulla cova delle uova, forse su un nuovo punto a maglia, forse hanno visto in faccia l’assassino uscire da un cottage di St. Mary Mead.
Siepi di prugnoli e biancospini che dividono l’ampia coperta patchwork dei campi coltivati. Pecore sparse come nel presepe. Pecore lanose, pecore intelligenti, pecore investigatrici. Glenkill, dramatis oves.

dramatis oves

Cammina che ti cammina.

Storie di Goblin, di Pixie, di Picchiettanti, di Mab, Regina delle Fate. Affonda il tuo anello se sei un Pixie. Cerca la tua sorgente se sei un Nixie.

Edward Robert Hughes

Dove mai può essere ambiento un racconto di magia se non in Inghilterra? Libri di fiabe, arti magiche, penne d’oca, calamai con inchiostro nero d’avorio, merletti bianchi di perla inamidati per le cuffie da notte delle bambine in epoca Vittoriana. Scatole di colori, bambole di bisquit, caleidoscopi. L’albero di Natale, con le palline e i fiocchi, gli angeli in attesa, sempre in paziente attesa, profumo di biscotti odore di felicità.

Il tè, un buon tè caldo, un vero Ceylon, uno Yunnan con veri scone preparati secondo la tradizione, non arrangiati all’italiana, resi pietosi dolcetti con fragole e panna. Chi –sano di mente e di lingua- vorrebbe uno Yunnan con panna e fragole? Crema acida e cetrioli tagliati a velo su pane tostato: questo è un vero scone.

Alice-in-Wonderland-Mad-Hatter-Tea-Party

Un tè vero, buono e giusto, servito da un Leprotto Bisestile che pone enigmi matematici e paradossi logici, su cui uno come Bertrand Russell andò a riflettere un secolo più tardi.
“Vorrai dire come fai a volerne meno, non si può averne niente meno di zero”.
Tre commensali che ruotano attorno a un tavolo in cerca di tazzine e tè e biscottini come i quaternioni di William Rowam Hamilton, ma l’ultimo ospite, il tempo, è assente, e il moto si perpetua. Il cappellaio Matto e il Leprotto Bisestile continuano a cavitare nell’atemporalità, a impannarsi nelle pieghe dell’incommutabilità, della reductio ad absurdum, del nonsense e dell’humour britannico.

Ma il sole è sempre dietro la collina, Shadowlands, questa è la terra delle ombre.

lingering fog

Cromwell che fa saltare sul ceppo tante teste quante Robespierre cento anni dopo con la ghigliottina, Roberto Calvi impiccato sotto il pub dei Black Friars, la guerra dell’oppio, la conquista delle Indie, un impero di “salute comune” che ha colonizzato e asservito mezzo mondo. Dietro a tutto ci sei tu, con la tua massoneria, i tuoi giochetti imperialisti, il tuo liberismo capitalista che ha rovinato questa terra.

black friars

Tinker, Taylor, Soldier, Spy. Sciarpe di lana, odore di polvere, occhiali di tartaruga, carpette di cartone chiuse con l’elastico, impermeabili sgualciti, telescriventi, mirini telescopici, silenziatori.

Wibbly wobbly timey wimey.

Kubla Khan fece in Xanadù.

Disse così Lucifero cadendo nella sua tana: meglio regnare all’Inferno che servire in Paradiso.

TARDIS

I rendering non sono poi una novità

“Before and after” Humphry Repton (1752-1818)
before&after rendering humphry repton

Phylosophy garden, New York University
Illustrative Rendering - Philosophy Garden

Dippold l’ottico

miopia_notte_night_lights

Che cosa vedete adesso?
Globi di rosso, giallo, porpora.
Un momento! E adesso?
Mio padre e mia madre e le mie sorelle.
Bene! E ora?
Cavalieri in armi, donne bellissime, visi delicati.
Provate questa.
Un campo di grano—una città.
Molto bene! E ora?
Una giovane donna e angeli chini su di lei.
Una lente più forte! E ora?
Molte donne dagli occhi luminosi e le labbra socchiuse.
Provate questa.
Un bicchiere su un tavolo, nient’altro.
Ah, capisco! Provate questa lente!
Solo uno spazio aperto—non vedo niente di particolare.
Bene, e ora!
Pini, un lago, un cielo d’estate.
Va meglio. E adesso?
Un libro.
Leggetemi una pagina.
Non posso. I miei occhi sono attratti oltre la pagina.
Provate questa lente.
Abissi d’aria.
Magnifico! E ora?
Luce, soltanto luce, che trasforma tutto il mondo sottostante in giocattolo.
Benissimo, faremo gli occhiali così.

Non è un luogo ma un come, nonostante ciò spero che venga accettato di buon grado, anzi, forse sarebbe meglio usare la parola “diottria”.
Sono miope: 3,5 gradi. Se volete averne un’idea fate conto che con 3,5 gradi di miopia per riconoscere i lineamenti del volto di una persona dovete esserle a meno di un metro di distanza.

Avrei potuto fare il noto intervento di riduzione della miopia, dopo il quale molte donne hanno ripreso a mettere lenti non graduate pur di portare montature alla moda, ma ho voluto conservarmi il dono di una duplice vista: una tecnicamente corretta, precisa, nitida, socialmente imprescindibile anche se molto prevedibile. E un’altra sfocata, “sbagliata”, scambista, a volte paurosa, ma mai confusa, come tutti i non ipovedenti sono convinti che sia. Non si confonde il verde dell’oleandro con quello del corbezzolo, né il rosa delle rose con quello delle godezie.

miopia_mare_sea_lightsLa miopia non è confusione: è bellezza. È quel velo di cipria con cui il modo si imbelletta ogni tanto. Scompaiono le scritte sui muri, le ammaccature sulle auto, le creste sulle teste dei giovani pubescenti usciti a frotte dai manicomi scolastici. Scompaiono gli afidi sui fiori di Hibiscus.
L’anonimo riflesso meridiano sui fari di quell’auto lì, sì, proprio quell’orribile auto grigia parcheggiata di fronte alla biblioteca, diventa un triplo circolo barbagliante di frattali diamantati. Basta socchiudere le palpebre, ruotare la testa o di qua o di là, e la forma cambia, si allunga, diventa più ovale, si schiaccia, si riempie di spigoli appuntiti. Le punte si allungano, come quelle delle aureole dei santi nelle immaginette, diventano lame di luce iridescente.

In lontananza piccole stelle comete si muovono in linea retta, in fila indiana, come i frammenti della Schoemaker –Levy 9 in rotta verso Giove, altre si muovono intorno con un moto browniano, quali più lente (occhiali a specchio?), quali più rapide (il fanalino posteriore di un vespino che fa retromarcia?). Ogni stellina o perlina di luce  si porta dietro una scia sfarfallante come capelli d’angelo.
La notte sembra di stare nel profondo di uno scuro e freddo oceano, popolato da strane creature e pesci luminosi, meduse multicolori, pesci lanterna, krill fosforescente.

Ma il momento più bello è il pomeriggio, sdraiati sul divano, a fingere con se stessi che non si dormirà che cinque minuti. La luce pomeridiana, non ancora dorata, filtra dalle tapparelle, e ogni foro diviene un occhio luminoso e benevolo, non maligno come quello di Sauron. Si dilata, si restringe, prende insoliti colori, dall’azzurro violento del cielo, al verde giunglesco degli avocados, al terra di siena delle imposte. Sfuma, vira, riflette, schiocca la luce come un colpo dato col pollice e l’indice. Tutta la serranda, come insieme, invece di occultare, filtra e amplifica la luce, la esalta, colorandola in girandole caleidoscopiche e mutevoli. Un tappeto verticale di lamelle di luce, biforcute, triforcute, multiforcute, una più alta, una più bassa, rotanti, colorate e veloci a prendere l’una il posto dell’altra, o dar spazio ad altre nuove nate dai mille occhi luminosi.

La luce diventa morbida, commestibile, carezzevole. Uno spettacolo privato, per chi è privato degli regolamentari dieci decimi. Si sta, in quei momenti, abbandonati e inerti, in contemplazione della magia causata da un errore di natura.

Dolce per sé, come disse Leopardi (non Maraini Dacia), mai veramente spiegabile, pertanto suscettibile di poesia, come è sempre la luce, specie quando devia dai suoi canoni narrativi tradizionali.

Dippold l’ottico.

Office gardens

The Truman Show (1998)Marciapiedi di mattonelle di un colore indefinito tra il rosso ruggine e il rosa optalidon, asfalto perfettamente grigio, ruvido abbastanza da permettere un’ eccellente aderenza agli pneumatici, ma non troppo grezzo e sconnesso come nelle strade di periferia. Prati che non si possono chiamare prati, ma tappeti erbosi, perché tali sono: dei tappeti fatti d’erba, piatti, lisci, uniformi, di un verde di vernice fresca. Non una buca, non un mattone fuori posto, i bordi dell’erba tagliati a filo e le aiuole sempre impeccabilmente ordinate: immutabili. È Seahaven, il paradiso marino di The Truman Show.

Paesaggio urbano perfetto, troppo perfetto, fino al punto di implodere su se stesso.

Via via, ma lo sappiamo tutti che città così non esistono, che è solo un set di un film, che nessuno che sia sano di mente possa voler vivere realmente in un mondo così statico e fasullo quanto il bianco e nero di Plesantville. Non ci fa paura, semmai ci strappa qualche risata, qualche commentino tra un pezzetto di quattro stagioni e un sorso di coca cola.

the-truman-show1

Ma l’intenso senso di alienità generato dal set di The Truman Show lo si ritrova, quasi immutato se non nella sua complessità formale e visiva, in certi giardini contemporanei, celebrati dai critici, orgoglio delle amministrazioni e delle comunità. Sono in genere giardini di ricchi uffici, banche, imprese di assicurazioni, studi privati. Office gardens, si chiamano, perché se non hanno un nome inglese non hanno diritto di esistenza. A tal proposito credo che Platone parlasse inglese correntemente e che i suoi testi siano stati poi tradotti in greco antico.

hanging_gardens_2Questi office gardens sono a dir poco strepitosi, sono luoghi di transito, e spesso di transito rapido, per cui è lecito sbizzarrirsi in soluzioni più che mai inusuali, in composizioni di materiali diversi, in ricercatezze di stile. Ogni progettista insegue la purezza lecorbusieriana o il polimorfismo minimal-zen sempre avendo come principio primo il controllo. Il controllo delle rotte dei dipendenti, dei pedoni, dei movimenti casuali (ma forse non poi tanto) dei ragazzini con lo skate, il controllo dell’acqua, della sabbia, del brecciolino, degli alberi.

Tu, pioppo, hai quella conca lì. E tu, altro pioppo, hai quell’altra conca là.

Conche esattamente identiche per alberi identici. Gli alberi non sono identici, penserete: nessun albero è identico a un altro. In questi giardini sì, perché se non lo sono, lo sembrano. Morto un pioppo se ne fa un altro.

L’erbetta non potrà mai debordare dal suo spazio perfettamente controllato e amministrato, l’acqua non uscirà mai dalla sua piscinetta realizzata con lo stesso materiale usato dalla NASA per gli scudi termici delle navette spaziali, le doghe in legno naturale hanno subito tali trattamenti artificiali che resisteranno fino a che Platone non resusciterà e tornerà a parlare in greco antico, e le pietre forse non sono neanche pietre, ma rocce aliene indistruttibili.

Progetti di giardini del tutto innovativi, ammirevoli per composizione e purezza di linee, per capacità creativa, per la gestione e il controllo degli spazi. Ma senza neanche il lontano sentore di quel profumo inafferrabile, magico e misterioso chiamato “bellezza”. Finti e artificiosi come il set di The Truman Show, anzi, di più, perché reali e non un’invenzione cinematografica.

Green-Office-Garden-Interior-Visualization-by-Stanislav-Orekhov-from-Rusia

Ogni cosa al suo posto, un posto per ogni cosa. E per conseguenza logica, ogni persona al suo posto. Come per Truman, seguito dalle telecamere e obbligato a scelte inconsapevoli controllate da una regia spietata, entrando in questi giardini diventiamo oggetti anche noi, vettori, linee di percorso, numeri, massa, tutto e niente. Come Truman siamo obbligati a seguire un percorso che no, non ci viene imposto, ma solo suggerito. Un percorso che ci prega di non sostare troppo, di non sederci, di non osservare i nostri simili, di tenere la testa bassa e  lasciarci distrarre dal rumore dell’acqua che scorre, dalla formidabile eleganza delle linee e  dalla genialità dell’architetto.

Non sostare, non sedere, non parlare, cammina, cammina e basta, spostati, va’ ovunque vuoi, ma via di qui. Salta da quella beola all’altra, supera il prato, attraversa la passerella in legno, su, forza, come a Takeshi’s Castle. In un attimo sarai fuori e avrai vinto!

Un pioppo può essere sostituito ad un altro con facilità, nessuno se ne accorgerà mai. L’erba sarà sempre verde. Un impiegato perderà il posto e verrà sostituito con un altro identico, anche questo giacchettato e incravattato.

I ragazzini con lo skate, i vecchietti, le mamme col passeggino…sono tutti intercambiabili, bambole, modelli.

Un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo posto: è un rendering, non un giardino, e noi siamo le ombre grigie in posa plastica a grandezza in scala.

office-garden-architectural-renderings-by-dbox-pict-13

Verde senza speranza

Ultimamente la parola “verde” mi fa venire in mente la faccia di Angelino Alfano. È curioso come il cervello leghi tra loro elementi di una lunga catena, fino a affiancarne i due estremi, come gli anelli della chiusura di un rosario.

Il fatto è che la parola “verde”, sic est, è da tempo usata per indicare ogni cosa che concerne il mondo delle piante (siano esse alberi, fiori o erbacce), dell’ecologia e della biologia nel senso più esteso (e quindi più vago) che si possa immaginare.
È una parola semplice, perché rappresenta il colore fondamentale delle foglie, quindi il pensiero corre subito ad esse e ad un idillico stato di paesaggio non antropizzato.

Come tutte le parole che veicolano con facilità e velocemente un concetto, la burocrazia e la politica l’hanno adottata senza indugio. Ne sono nate espressioni al limite dell’oscenità linguistica, come “verde pubblico”, “verde ornamentale”, “verde attrezzato”, “spazio verde”, “area verde”, “il verde” (qui siamo nel campo della massima genericità), “mondo verde” o “mondo vegetale” (questa poi sembra un insulto: “Piove, mondo vegetale!”).
Non ne parliamo dell’espressione “operatore del verde”. Chi sarebbe un operatore del verde? Un barelliere che porta le piante malate in sala operatoria? Anzi, è già una fortuna se non si parla di “materiale vegetale” alla stregua di malta e sabbia per il calcestruzzo.

Purtroppo quest’uso è stato avallato anche dai professori di discipline di architettura del paesaggio, che nell’utilizzarle sembrano i più contenti di tutti…tranne che i politici.
Un politico o un assessorino andrà in deliquio di fronte a queste espressioni, che sanno tanto di tecnicismo da ingegnere e di garanzia di efficienza.

Ed ecco perché alla fine della catena mi viene in mente la faccia di Angelino Alfano, perché tale volto mi sembra il risultato formale della sovrapposizione della beatitudine compunta di tutti i volti degli assessori e consiglieri comunali italiani quando parlano alle telecamere, tale che –a cercarla bene- forse la si ritroverebbe in qualche affresco michelangiolesco.

Questo tirare in ballo il verde mi manda ai matti, mi dà l’orticaria, mi fa venire la febbre fredda. Soprattutto perché in certe “aree verdi” l’unico verde è quello della vernice dei tubi delle altalene per bambini.
Inoltre le parole “spazio” e “area” sono fredde, glaciali, esattamente come vuole essere un burocratismo. Al giardino, al paesaggio urbano, ai giardinetti di periferia, viene tolta perfino l’anima lessicale. Il giardino, il paesaggio,  non devono essere uno spazio, un’area, il che significherebbe solo una mera estensione superficiale, ma un luogo. Un posto dove depositare l’idea che abbiamo della natura. Ecco perché sostengo che anche una mensola con le foto di famiglia, un portafiorino di cristallo sfaccettato con dentro una rosa miniatura, un portacenere e una scatola di carte da gioco, per me sono un giardino.

Non riusciamo ad identificare quello che vogliamo indicare con un termine preciso, che identifica quella e non altre. Una situazione che –mi ha spiegato un noto enigmatista- si chiama di penuria nominis.
Non ho molta simpatia per il giardinaggio inglese, ma non posso fare a meno di paragonare la loro ricchezza linguistica in materia di giardinaggio. La lingua inglese è tanto ricca di termini differenti sui giardini e la natura quanto è povera in fatto di cucina. Se gli inglesi non fanno troppo caso alla differenza tra la crema, la panna e la panna montata, faranno invece caso alla differenza tra un boschetto naturale, uno piantato, un bosco aperto e uno più ombroso. Hanno verbi e sostantivi per ogni situazione, e se non ce li hanno li coniano velocemente con quel loro modo abile di usare le parole composte, e –ovviamente- hanno una tal quantità di nomi di colori per definire i fiori da fare andare fuori di testa un italiano.

Tanto per fare degli esempi: in italiano manca il verbo che indica la pratica del giardinaggio.

Il “De Mauro”, molto apprezzato dal mio enigmatista, porta il verbo “giardinare”, in cui significato scommetto non indovinereste mai: “Nella falconeria tenere il falco all’aperto, sulla pertica o sul blocco”.
Chiuso con “giardinare”! Tanto noi giardinieri lo usiamo felicemente e lasciamo la falconeria alle sue arti.
Manca un aggettivo qualificativo che riguardi il giardino. Sempre il “De Mauro” riporta “giardinale”  (un termine che sembra ricordare i mesi napoleonici, con quel –ale in coda), su cui si spendono pochissime parole, appena due: “di giardino”. Mah.
Proviamoci: “rose giardinali e rose campestri sono in questi mesi al massimo del loro rigoglio”, “le piante giardinali in questa stagione rendono coloratissime le aiuole”, “Mi scusi, saprebbe indicarmi le più fiorite piante giardinali per l’estate?”.

C’è di peggio, ma si potrebbe anche tentare.

Noi aficionados abbiamo creato degli aggettivi che ci piacciono di più: giardinicolo e giardinesco. Il secondo lo usiamo quando vogliamo dare un tono un po’ farsesco alle nostre avventure in giardino. Ci chiediamo se e tra quanti anni possano entrare a far parte del “De Mauro”.
Questo in quanto alle lacune vere e proprie, ma anche in campo sinonimi l’italiano non raggiunge la sufficienza.

Manca, manca, manca, manca un sinonimo di giardino. E ora io mi domando se Umberti Echi vari, che possiedono fantasia  e tecnica linguistica e in più  hanno trovato il tempo di inventare parole come “tetratricotomia”, non potessero più proficuamente impegnarsi in settori dove le parole sono poche  e sempre quelle.

Prendiamo per esempio “pianta”.

“Ho piantato una pianta”, è un frase brutta ma grammaticalmente ineccepibile. Si potrebbe dire “albero”, “arbusto” ecc. Ma mettiamo che il nostro scrittore non sappia la differenza tra un albero, un arbusto, una rosa e un tulipano.
Quindi noi giardinieri siamo costretti a “piantare piante” quando portiamo il falco a prendere il sole sul palo.
C’è chi parla di “essenze da giardino” nel senso di esseri viventi che si usano nei giardini. Un modo per dire che le piante sono “esseri” di serie B.

Fiori? Ma se la pianta in questione non fa fiori?

In più non esiste una parola che indichi l’arte di creare un giardino. In verità che io sappia non è mai esistita in nessuna lingua e in nessuna epoca storica. Per distinguere la creazione di un giardino dalla pratica hobbistica del giardinaggio, che oramai sono due attività nettamente distinte,  ho pertanto coniato il termine kepopoiesi, che almeno a me sembra soddisfacente.

Il mio amico enigmatista mi ha mollato nel bel mezzo di un gelido inverno e i professoroni della lingua si applicano solo alle questioni che solleticano la loro stanca fantasia. Chissà se il giardinaggio riuscirà in futuro a smuovere le fantasie di Accademici dei Cereali? Eppure una statistica di oggi[1] dice che è una attività coltivata dal 37% degli italiani. Una buonissima fonte di lucro. E poi si sa…dietro una parola viene sempre un gadget.

Attualmente i dizionari si serrano in un dotto silenzio. Ma pare che il verde sia il colore della speranza.


[1] 10 maggio 2011-05-10

Travolti in un turbine di rose e politica

Come anche il lettore casuale avrà capito, io viaggio poco. Non che viaggiare non mi piaccia, ma è che qualsiasi punto d’italia è diventato praticamente impossibile da raggiungere vivendo sul “litorale basso ionico”.
A tal proposito sono maestra di valige ultraleggere, che tornano ottime quando si deve correre come dei pazzi forsennati tra i sottopassi delle stazioni, fare code interminabili alle biglietterie, camminare per ore nelle città aspettando l’orario della partenza, perché i treni per il Sud partono solo di notte, come quelli dei carcerati.

In una occasione da valigia ultraleggera mi capitò di dover passare una giornata intera a Bologna. Come tutti gli infervorati amanti dell’arte ho cercato mostre e musei, e sono approdata a MamBO, il Museo di Arte Moderna di Bologna. In una delle prime sale c’è l’enorme tela dei Funerali di Togliatti di Renato Guttuso.

Il quadro a me non piace molto, non mi piace lo stile di Guttuso. Lì per lì ciò che mi colpì immediatamente furono le dimensioni della tela e le mille –silenziose- bandiere rosse, non garrenti al vento ma quasi flosce e a mezz’asta.

funerali di togliatti

Pur col timore di far scattare l’allarme mi sono avvicinata quanto più possibile al quadro per coglierne i dettagli. Ovviamente l’occhio viene immediatamente catturato dalla salma di Togliatti deposta su un letto di rose.
Ma che rose! Le avrei riconosciute ovunque e in ogni situazione.
Non ebbi allora parole per esprimere la mia incredulità e non le ho tuttora. Vorrei volare come Mercurio per portare la notizia a tutto il mondo creato e oltre.

Non c’è che un modo per dirlo: erano –sono- le rose del catalogo Stassen.

Se conoscete anche solo un po’ il mondo del giardinaggio e avete un’età di almeno quarant’anni, ricorderete il catalogo Stassen che, come un Postalmarket di fiori, vendeva rose e bubi per corrispondenza.
Durante gli anni ’80 il catalogo Stassen veniva distribuito più o meno come l’elenco del telefono. Ogni famiglia ne aveva almeno uno da qualche parte in casa, e non appena facevi un acquisto non ti mollavano più. Le piante per lo più arrivavano in pessime condizioni, morenti o già morte, ma questo non ne ha diminuito la diffusione, anzi, il catalogo si è ingrandito col tempo ed ora si chiama Bakker (le cui abitudini sono rimaste immutate).

Acquistare rose dalla Stassen era il più delle volte una follia economica, riservata ai maniaci dei fiori, a chi voleva in giardino una varietà particolare con colori inusuali o fiori molto grandi. Il risultato è che ora la ‘Blue Moon’, varietà di punta del catalogo, è in pratica ubiquamente diffusa dalle Alpi alle Piramidi.
Come non ricordare quelle rose, tutte HT (Hybrid Tea), grosse come teste di cavolo, dai colori sgargianti, carichi e ritoccatissimi? Rosso semaforo, giallo segnale, verde foresta, rosa magenta, blu cielo e viola profondo.

Tutte attorno alla testa di Togliatti.

funerali di togliatti_rose stassen

Le rose Stassen o similari hanno invaso le cittadine di provincia italiane, e finché le rose furono anche piante da taglio e i fiorai non erano così diffusi, tutto andava benone.
“Fammi povera e ti farò ricco”, si diceva, e le rose venivano annualmente potate fin quasi al livello del terreno, con il risultato di avere rami lunghi e fiori grandi. Per tutti erano quelle “le rose” (e per moltissimi lo sono ancora), erano le uniche rose viste, conosciute e coltivate.
Finché non è arrivata la moda delle antiche spampanate e delle inglesi a coppa profonda e le HT sono state declassate a rose di serie B, stigmatizzate come “rose steccose”, buone solo per Grandi Madri Massaie Mediterranee o per sine nobilitate.
I giardinieri rispettabili si sono trovati a dovere eliminare le vecchie HT “brutte e rigide” e sostituirle con i delicati cromatismi delle morbide antiche, soavemente disordinate, e delle inglesi, modernissime ma dall’aria “vintage”, profumate di spezie e con un corpo da modella.

Le rose di Togliatti insomma hanno finito per indicare il gusto peggiore e inemendabile in giardino, quello che di solito si abbina al tappeto erboso e alle sculture di gesso di ninfe improbabili.
Considerate oggi un niente, quasi un orrore di natura (o di Photoshop), Guttuso gli restituisce, senza volerlo, pensarlo o prevederlo, dignità artistica.

Inintenzionalità dell’opera d’arte.

rose bakker

Buon compleanno, Professore!

Centoventidue anni fa nasceva Tolkien, e come ogni 3 gennaio scrivo qualcosa per ricordare la data.

Molte volte mi è capitato di discutere il mio interesse per Tolkien, trovando riscontri per lo più negativi.
Ante-Jackson Natum, il professore oxoniano era un illustre sconosciuto nell’Italia provinciale degli anni ’70-’80. Qualcuno tra i più anziani ricordava i campi Hobbit per i giovani fascisti, le traduzioni di Rusconi, il legame con la catto-massoneria (peraltro mai chiarito, e perciò più probabile), e in genere tutto il mondo politico di destra che si è appropriato dell’opera di Tolkien.

Post-Jackson-Natum i riscontri sono duplici: o giovani (ma anche meno giovani) che non hanno letto nel libro del futuro le disgrazie che questi film hanno prodotto per Tolkien, e che sono tutti enfatizzati, leggono il romanzo come fosse un gadget del film, o rimangono ad una lettura consumista e superficiale.
Oppure mi viene risposto: sì, sì, ho capito chi dici, quello col mostro che dice “tesssoro”. Gli ho comprato l’uovo di Pasqua a mia figlia.

Altre volte le persone socchiudono ghi occhi, storcono bocca e naso in una smorfia che deforma il viso una sorta di morphing digitale, come se stessi parlando di coloproctologia. Dopodiché tirano fuori una sfilza di titoli di libri che parlano di lager nazisti, figli morti, bambine violentate e cose così. Lapidariamente aggiungono “Io non leggo queste cose”. Al che tu taci e pensi di essere una vera stupida.

Ad uso esclusivo del lettore di passaggio mi soffermo brevemente sul fatto leggere solo libri di lager nazisti non fa miracolosamente diventare più buoni o più intelligenti. Non c’è una piramide alimentare per quel che riguarda i libri, purchè si mangi in maniera variata, altrimenti lo stomaco va in cancrena. Ci si può cibare di una dieta fatta prevalentemente di classici e ogni tanto prendere una porzione di fantasy o fantascienza senza rovinarsi nessuna fedina penale di lettore.
E chi legge solo libri sui lager nazisti, o su tragici divorzi, storie familiari disperate, non ha la mia simpatia più di quanto l’abbia chi si nutre esclusivamente di Twilight e Trono di spade.

A questo punto mi sono sentita estremamente fortunata. Ho conosciuto Tolkien casualmente e l’ho letto e studiato con passione. Per comprenderlo meglio ho cercato di leggere ciò che aveva letto lui: un immenso corpus di miti e leggende europee e scandinave, oltre che la critica storica e filologica. Inutile dire che dopo qualche anno mi sono dovuta arrendere. Ma nel frattempo ho fatto molte altre belle e fruttuose amicizie.

L’humus da cui è nato Tolkien è molto ricco e stratitificato, così come la sua opera. Pensare che ci siano solo gnomi e mostriciattoli be’, sì, è da veri ignoranti.
fuga dalla realtà_Tolkien_on fairy tales

La verità sull’hipster, ieri e oggi

Sono francamente sorpresa da quanto e da come il termine hipster venga usato con facilità e a sproposito anche da persone di una certa cultura. La sorpresa (e il diasappunto) è duplice. Per prima cosa citare termini che definiscono le mode, e pertanto, di moda, non fa altro che alimentare quella moda, accentuando i gusti, e soprattutto i disgusti.
Gli hipster fanno tendenza? Anche parlarne male fa tendenza, e dunque che se ne parli, bene o male, purché se ne parli.
Così chi sostiente che gli hipster hanno rotto le scatole dovrebbe essere il primo a togliere hipster dal suo vocabolario.
E questo vale per qualsiasi cosa.
In seconda battuta parlare di hipster in Italia sarebbe come dire che la Pianura Padana è una prateria, e che i bovari della Maremma fanno i duelli alla pistola, col poncho, ogni mezzogiorno.

Veramente, noi, l’hispster, non sappiamo neanche cosa sia. Non è mai esistito qui in Italia, così perfettamente delineato come negli States.
Leggere sui social che questo o quel gruppo musicale/programma tv/regime alimentare ecc. è seguito solo dagli hipster è una vera e propria sciocchezza. Se mai si potrebbe parlare di neo-hipster, proprio se volessimo catalogare ogni minimo fenomeno modaiolo che ci passa davanti.

L’hipster fu descritto da Norman Mailer, più di ogni altro. Questi hipster italiani, con l’hipster americano, cui teoricamente si ispirano, non hanno niente a che vedere.
Senza allungarvi troppo il brodo, l’hipster di Mailer, l’hipster americano, insomma, è un tale che rifiuta la società, non ci vuole vivere, è un nomade, vuole passare inosservato, vorrebbe essere trasparente, non ha con sè che poche cose di cui peraltro potrebbe fare a meno, una persona per cui la sicurezza equivale alla noia, che rifiuta la necessità del danaro e che preferisce barattare ma mai lavorare, se non è costretto, non particolarmente acculturato, l’hipster odia, può essere violento, un delinquentello, ma è anche un sognatore, una persona che vive una spiritualità panteista e trae forza vitale dalla sessualità. L’hipster è gregario, ama la compagnia, veste con una punta di sofisticazione, non come i beat che sono sciatti. L’hipster uccide, il beatnick si suicida. L’hipster non si droga, cerca l’Essere metafisico, vive nel presente, è qualunquista o destrorso, potrebbe essere omosessuale, è un nichilista.

“L’esistenzialista americano” scrisse Mailer (N. Mailer Pubblicità per me stesso, Baldini e Castoldi Dalai Editore 2009, pag. 359). Non è un artista, ma occasionalmente può saper suonare qualche brano jazz. Non si pone alle avanguardie, riscopre il suo lato psicopatico (in Mailer esistente soprattutto nella parte afroamericana della popolazione) e lo IT (il concetto di Dio come forza universale nascosta nel sesso). Il codice degli hipster è “negro”, ecco perchè Mailer lo definisce “il negro bianco”.
Lo hipster fa ciò che pensa di poter fare in quel momento per sé. Gli altri non contano granché.
Nessuna battaglia, nessuna ideologia che impegni la vita.

Da noi coloro che hanno “divorziato dalla società”, sono i barboni, ma quali ragazzi che vanno ai concerti e comprano occhiali di lusso! In Italia non esistono questi hipster, sono stati inventati a tavolino dal sistema delle mode suntuarie e sociali.

Per definizione l’hipster non genera moda, anzi, la sfugge, e lo stile hipster che sta dilagando è solo una falsa promessa di alterità, di “arisurta’ in ‘na certa maniera”.

Maleducazione

Non so se esista qualcosa di realmente più pernicioso per l’educazione al gusto e alla bellezza dei giocattoli Chicco.

“Stella Polare”, 10 e 11 dicembre a Bergamo

Ricevo e pubblico un comunicato su Claudio Sottocornola, un amico e una persona di grande spessore culturale e umano. Un acuto indagatore, dotato di sguardo critico e capacità di discernimento, senza mai essere appesantito da pedanteria o faziosità.

Martedì 10 dicembre all’Auditorium della Provincia e mercoledì 11 alla Libreria Mondadori, il ‘filosofo del pop’ illustra la sua ultima fatica: un affascinante ‘saggio mémoire’ sulla crisi della civiltà contemporanea
Stella Polare: doppia presentazione bergamasca per il nuovo libro di Claudio Sottocornola, pubblicato da CLD – Claude Productions con Marna Editrice

Martedì 10 dicembre 2013
ore 20.00
Auditorium Provincia di Bergamo
Via Borgo S. Caterina 13
Bergamo

Mercoledì 11 dicembre 2013
ore 18.00
Libreria Mondadori Borgo D’Oro di Bergamo
Via S. Caterina 19/C
Bergamo

stella polareDoppio appuntamento di presentazione per Claudio Sottocornola, il popolare filosofo lombardo che ha da poco pubblicato il suo nuovo libro Stella Polare (Ed. Marna, pp.240, euro15.00).
L’ultima fatica del docente bergamasco – meglio noto come ‘filosofo del pop’ per l’ampiezza degli interessi e la poliedricità delle attività – sarà presentato martedì 10 dicembre al pubblico di Noesis (Libera Associazione per la diffusione e lo studio delle discipline filosofiche) presso l’Auditorium della Provincia di Bergamo e mercoledì 11 dicembre alla Libreria Mondadori Borgo d’oro di Bergamo.
pop philosophy

Dopo il ponderoso lavoro multimediale di Working Class, che lo ha visto operativo dal territorio al web tra musica e filosofia, Sottocornola torna alla scrittura con Stella Polare: una raccolta di saggi sullo status quaestionis dell’attuale crisi di civiltà, una sequenza di interventi che passano in rassegna i temi più cari al filosofo orobico, dal declino del sacro alla cultura pop, dal problema educativo al pensiero debole, dalla ridefinizione dei ruoli alla questione gay, dalla recessione economica al mutamento dei paradigmi culturali in atto, nella ricerca di verità esistenziali e non ideologiche.

Johnny+Hallyday+-+Madison+TwistDopo aver dedicato il precedente libro I trascendentali traditi a Pier Paolo Pasolini, stavolta Sottocornola rivolge il suo pensiero a Giacomo Leopardi, poeta del desiderio da lui molto amato, a cui associa il divo del rock Johnny Hallyday, ribadendo così il valore dirompente che egli attribuisce alle icone della popular music. Svariati i temi affrontati: cultura di massa e nuovi media, buona e cattiva televisione, raduni giovanili, maternità ed evoluzione del ruolo femminile, senso della festa e crisi del sacro, tutto collocato nel quadro di una civiltà percepita come sempre più degradata, claustrofobica, autoreferenziale.

claudio sottocornola foto

Claudio Sottocornola, docente di Filosofia e Storia al Liceo Mascheroni e di Storia della canzone e dello spettacolo alla Terza Università di Bergamo, conferma la sua visione non convenzionale e polimorfica, addentrandosi in un’indagine che utilizza poesia, musica, immagini per esprimere un pensiero olistico e circolare, ambizioso nel voler includere e valorizzare ogni posizione teoretica, ogni approccio esistenziale, ogni ambito di realtà. Sottocornola torna abilmente sulla pista autobiografica sia nel saggio mémoire che nella poesia, soffermandosi sulla crisi del sacro e della spiritualità occidentale, avvicinato come ambito di una più autentica fenomenologia della vita nella sua concretezza e quotidianità.

INFO:
Claudio Sottocornola:
http://www.cld-claudeproductions.com

Marna Editrice:

http://www.marna.it

Ufficio stampa Synpress44:
http://www.synpress44.com

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