Il razzismo, quello silente e subdolo

Stamane dal fruttivendolo, attendo in coda di pagare la mia spesa, prima di me una bella ragazza indiana che parlava un buon italiano senza accento, con un sacchetto di monetine. Coda affollata, lei deve pagare poco più di un euro un paio di buste di frutta e di lenticchie. La proprietaria e le dice di contare le monete con calma e di poggiarle vicino alla cassa, aggiungendo: “Io di te mi fido”.
Ho dato uno sguardo alla ragazza che ha fatto una smorfia e poi ha detto:”Grazie”.
Quando la ragazza ha finito non le ha neanche avvicinato le buste. Avrei voluto avere le mani libere per allungare io la mano e afferrare la busta di lenticchie, troppo lontana per lei, che cercava di avvicinarla dimendando le dita.
Ho poi velocemente elaborato un pensiero sommario e generalizzato, generato da un moto di rabbia, ma forse non del tutto sbagliato: “L’umanità si divide in due categorie: quelli che si fidano di tutti e quelli che non si fidano di nessuno”.
Per i secondi, che dio (o chi ne fa le veci) abbia pietà.

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Come faremmo senza Wikipedia? C’è poco da dire: Wikipedia è una delle cose davvero utili che ci ha portato il web 2.0 .
Pur con i suoi enormi meriti, è molto lontana da un livello qualitatativo neanche prossimo all’accettabile. Ottima per sapere in che anno è stato girato un film, il doppiatore di questo o quello, chi viene prima se re Giorgio o la regina Vittoria, in che periodo esatto c’è stato il minimo di maunder, chi era Maunder e chi era Stardivari, a che famiglia botanica appartiene l’acero e dove si trova la Val di Fiemme.
Ma…però…Che pena certe voci, magari abbondanti, ridondanti perfino, zeppe di dati, di informazioni, di link, di bibliografia. Ma complemetamente sterili per quanto riguarda la critica. Certo, Wikipedia si vuole mantenere super partes : che pretesa assurda. Nulla e nessuno è super partes, il semplice fatto di dichiararsi neutrale è una presa di posizione.

Veniamo ad uno dei dogmi di Wilipedia, “Non utilizzare materiale protetto da copyright”. Ok, vuoi dire “non copiare pedissequamente”. Ma non utilizzare materiale protetto da copyright tout court significa non utilizzare la cultura che la società ti ha messo a disposizione. E che ne è dell’Uomo senza la cultura sociale? Secondo Wikipedia nasco già con dentro tutte le informazioni che mi servono su fiori e giardini? Non posso usare nessun libro, perchè è un materiale protetto da copyright, anzi no! posso usare tutti i libri il cui autore sia morto da almeno 70 anni! Allora posso citare Omero? Magari che sì, ma non posso citare Giubbini (lunga vita) e neanche Pizzetti (onore alle ceneri).
Allora ricapitolando: non posso usare la cultura sociale, non posso usare idee e pensieri di persone vive, cosa rimane? le mie opinioni? NOOOOO! perchè Wikipedia se hai un’opinione non te l’accetta. Allora perchè accetta la critica di Tullio Kezich? Mica è morto da settant’anni. Epperchè Tullio Kezich era Tullio Kezich, io non sono un cazzo di nessuno e quindi la mia opinione non ha l’imprimatur di validità che è richiesto da Wikipedia.
Aaaah, ecco.

Allora diciamo così: se uno è dotato di capacità critica e di indole riflessiva, ha buone capacità espressive e vuole inserire una critica ragionata su un filosofo, un film, un musicista, DEVE ricorrere alla critica più o meno storicizzata, citando ovviamente la fonte. Altrimenti, puoi essere il più grande esperto di quella materia, ma la fonte non puoi essere tu, a meno che non abbia scritto qualche pubblicazione in proposito (e preferibilmente tu sia già morto da settant’anni).
Se -mettiamo- sei Gianni Togni, e sulla tua pagina c’è scritto che sei nato a Serra san Bruno, tu vai e dici, no, sono romano de Roma. Wikipedia sicuro ti dice che non hai messo la fonte. Ti verrebbe da dire: “Ché, porto la mamma per testimone?”.
Poniamo il caso realmente accaduto di Layhawke, in cui qualcuno dotato di buon occhio ha scritto che il falco non era un falco, ma una poiana codarossa. Wikipedia gli ha scritto: “questa voce è senza fonte”.
Alla faccia di Socrate! La capacità di osservazione non conta più?

Ma la piaga peggiore di Wikipedia non sono le sue regole rigide, che se l’hanno privata di spessore e capacità critica e di osservazione, la mantengono al riparo da sciacallaggi, rampantismi e ego ipertrofici: la piaga peggiore è il wikipediano.
Il wikipediano non esprime mai un suo pensiero, è ovvio, ma ha una infinita gamma di citazioni d’autore buone per tutte le occasioni.
Conosce la grammatica latina ma è più carente sulla letteratura latina, che per lui è solo una buona scusa per usare parole un po’ strane. Il wikipediano non risponde se lo chiami, diciamo che è come il centralino di un istituto di credito: un muro di gomma.
Si esprime non a parole sue ma attraverso l’uso di link che rimandano a fonti attendibili. Alla domanda “Come va?” potrebbe avere un attacco di panico per l’incapacità di formulare una risposta.
Cosa peggiore di tutte, il wikipediano ha un’età media molto bassa, ciò determina un’inflazione di voci sulle saghe televisive, sui cartoni animati, sui videogiochi, e un abbandono totale di quelle precipue di una enciclopedia, cioè attinenti alla geografia, alla storia, alle arti, alle scienze.
Naturalmente anche in voci come Assassin’s Creed o IG2 troverete gli stessi difetti: nessuna capacità d’osservazione o speculativa viene messa in gioco.

Drammaticamente l’attegiamento wikipediano si è trasferito (come d’obbligo) nella vita sociale. Perciò nelle discussioni comuni vengono pretese citazioni e “dati di fatto”, non già nella migliore tradizione del giornalismo britannico, ma nella sconfitta totale del gioco di induzione-deduzione che è lo splendore della mente umana e che non è stato replicato da nessuna intelligenza artificiale.

La mia triste conclusione è che Wikipedia è esattamente ciò che dice Nonciclopedia, cioè una parodia di una enciclopedia.
Fosse solo questo, lo accetteremmo, ma Wikipedia ha diffuso una sorta di dogmatismo culturale, una muraglia di ottusità derivata dalla disabitudine all’elaborazione propria e al ragionamento logico, un disinteresse per i libri scientifici e tecnici, e ovviamente per le enciclopedie vere.
Prendiamo la magnifica Enciclopedia del Novecento. Intanto l’opera non porta che poche voci, ma molto approfondite: anche la scelta di tali voci è una presa di posizione, una capacità di discernimento. Inoltre le voci sono dei temi, come “universo” o “illustrazione”, “kitsch”. Non ci sono persoggi storici, ma le tematiche che hanno permeato la cultura novecentesca.
E se uno volesse sapere perchè mai a Poussin gli è saltato in mente di dipingere a quella maniera, certo non troverà la spiegazione su Wikipedia, ma dovrà cercare in un libro di storia dell’arte o magari sfogliare Le Muse.

Per approfondire. Ma cosa ti devi approfondire? La cultura da Wikipedia è un sapere che non arriva neanche ad essere dottorale o nozionistico, ma unicamente compilativo, cioè la negazione del sapere.
Sapere, non a caso è corrispondente di sapere (nel senso di “avere sapore di”). Perchè per sapere una cosa bisogna conoscerne il sapore, averla assaggiata.

Il wikipediano mangia col sale di farmacia.

Beati i poveri di spirito, perchè loro è il regno dei Cieli

Già, ma chi sono questi benedetti (in tutti i sensi) “poveri di spirito”?
Stando al wiki-catechismo:

I poveri di spirito, secondo il Vangelo, sono quelli che hanno il cuore distaccato dalle ricchezze; ne fanno buon uso, se le posseggono; non le cercano con sollecitudine, se ne sono privi; ne soffrono con rassegnazione la perdita, se loro vengono tolte.

Cioè, secondo il wiki-catechismo tutta la faccenda dei poveri di spirito sarebbe incentrata sui soldi?
Il povero di spirito è:
a) uno che se i soldi ce li ha li usa bene
b) se i soldi non ce li ha, non se li va a cercare
c) se li perde si rassegna

Io ho fatto -credo- in tutta la mia vita due lezioni di catechismo. Non ricordo di essere arrivata mai ad una terza. Temevo e avevo orrore del catechismo più delle iniezioni. E ai miei tempi mica c’era pic indolor, c’erano quelle siringhe di vetro, che le dovevi bollire per sterilizzarle e che ci avevano un ago grosso come un palo della luce, perciò quando dico che avevo terrore/orrore del catechismo, non dico semplicemente che mi ci dovevano portare a forza, come a scuola, ma che dovevano legarmi mani e piedi alla sedia e ficcarmi un fazzoletto in bocca per non farmi strillare.
Quindi chiedo lumi a chi è più catechizzato di me. E’ vero? E’ tutta ‘na faccenda de soldi, ‘sta cosa dei poveri di spirito?
Allora diciamo i poveri di soldi, e basta, ché facciamo prima.

Detto ciò, penso che la Bibbia non sia totalmente da buttare, neanche il Nuovo Testamento, la parte più taroccata e farlocca della religione cattolica.
E questa cosa dei poveri di spirito mi ha sempre incuriosita. Ovviamente dobbiamo pur pensare che la Bibbia è stata scritta molti secoli fa. Non duemila anni come ci dicono, ma certo mille e passa di sicuro. Perciò è ben possibile che per “povero di spirito” significasse semplicemente “beato quello che si cala qualsiasi dogma dall’alto e non fa domande, va a zappare la terra, viene a pregare e fa tutto quello che diciamo noi” , ove quel “noi” sta per i ministri della Chiesa in tutte le loro sfumature, varianti e assortimenti di monaci, preti, pastori, monache, monsignori e don.

Facendo le proprozioni, eliminando tutta la parte marcia della mela, tenendo per buono il nòcciolo, scartando l’interpretazione del wiki-catechismo incentrata su li sordi, e rapportando ad oggi questa frase, allora chi sarebbero i poveri di spirito?
“Povero di spirito” oggi mica suona tanto bene, e neanche ieri suonava bene. Dà l’idea di un ignorante, di un gretto, di un meschino, di uno che non sa elevare il proprio spirito alle bellezze del mondo, alla grandiosità dello spirito umano, della creatività, della musica, della poesia, di uno altro che non li cerca, li sordi, di uno che te li ruberebbe dalla tasca, se potesse.
Nella migliore delle interpretazioni si dice che uno è “povero di spirito” quando è un buon ignorante, un povero matto, un bonaccione che non capisce quello che fa, un ritardato.
Esiste è vero, il mito del “buon ritardato”, ce lo siamo trovato davanti in ogni minestra, dalla letteratura alla tv, al cinema alle fiction. Ma dobbiamo credere che per accedere al Regno de’ Cieli occorra essere mentalmente menomati? Non è certo questo il significato, nè antico, nè contemporaneo di questa frase. Dostoevskij dovrebbe aver qualcosa da dire in proposito.

Una volta lo chiesi a mio padre e lui mi disse: il povero di spirito è colui o colei che crede nella buona fede delle persone.
E vedete come rimaniamo in ambito religioso anche con la terminologia usata: “buona fede”?
E penso che questa sia la definizione più prossima ad una verità solida, sociale, laica, realmente umana.
Non so francamente se alla povertà di spirito -intesa come enunciato sopra- possa essere disgiunta una certa dose di “pruppaggine” *, cioè di ingenuità. Una ingenuità che a volte ci conduce a ricevere delle delusioni, spesso anche aspre, ma che fa parte integrante del carattere di alcuni tra noi. Un’ingenuità incolpevole, un’ingenuità che non significa stupidità o remissività, ma semplicemente una naturale predisposizione a credere che il tuo prossimo non sia “cattivo”, che le azioni compiute da chi ti è vicino non abbiano lo scopo di danneggiare alcuno, e che se danni vi sono stati, siano da imputarsi alle complesse interazioni sociali della moderna civiltà.
Un povero di spirito non va a “sfruculiare” **, non “sprova” *** le persone.

Mi considero un po’ migliore dopo quella conversazione. Un po’ più povera di spirito e po’ più ricca di spirito. Una ricca e povera, insomma.
Per concludere questo post disarticolato, che mi ballava in pancia da non so quanto, penso che questo genere di povertà sia un po’ carente al giorno d’oggi. Tutti dovremmo esercitare la nobile arte della filantropia e fare più spesso “voto” di quel genere di povertà, nella vita vera soprattutto.

Sappiate che su Facebook non conta.

* pruppaggine: termine dialettale calabrese per indicare una persona semplice, ingenua, facile da raggirare. Deriva da “pruppo”, cioè “polpo”, il quale si avvinghia alle braccia del pescatore e viene semplicemente tirato su e messo nel secchio. “Pigghjiari nu pruppu” ha un significato ironico, simile al detto “scoprire l’acqua calda”.
** sfruculiare: punzecchiare, sollecitare, tormentare volontariamente e con cattiveria, anche fisicamente. Ricercare nel torbido, in eventi trascorsi, nei segreti di una persona, raggirarala facendole confessare le proprie pene e i propri sentimenti per poi correre a divulgare la notizia.
*** sprovare: mettere alla prova la sincerità o la falsità di una persona, tramite tranelli verbali, con o senza la complicità di altre persone. Il termine deriva dal registro culinario, in cui “sprovare” si usa per definire l’atto di controllare lo stato di cottura delle carni con un lungo spiedo di acciaio.

Drammatico dialogo Shoshoni in tre atti, di Lidia Zitara

Dramatis personae:

Grande Capo Estiquatzi, che già abbiamo conosciuto sciamano e capo della tribù, dotto in ogni cosa che riguarda il Cielo, la Terra e gli Spiriti

Squaw Pelle di Rana, giovane ragazza bruttina e un po’ ottusa

Venditore al mercato:

Giornata mite di primavera, il Grande Capo Estiquatzi e la giovane squaw Pelle di Rana si recano al mercato dei fiori ad acquistare delle piantine per una trasmissione televisiva.

Squaw Pelle di Rana: che magnifica giornata, Grande Capo, ecco, guarda lì, il venditore di piantine olandesi, tra quello di cellulari usati e pignatte per fagioli.
Grande Capo Estiquatzi: mia giovane e ingenua squaw, continui a dimenticare che noi non sappiamo dell’esistenza dell’Olanda, e che i cellulari non sono ancora stati inventati, come i tablet e l’iPad. Ma ti passo le pignatte solo perchè oggi la giornata è così carica di aspettative e promesse della buona stagione.
Squaw Pelle di Rana: oh, Grande Capo, scusami. Avviciniamoci, se vuoi, al venditore di piantine oland…di fiori…

Il Grande Capo Estiquazi e la giovane squaw si avvicinano al venditore di fiori, il quale li blandisce e gli recita i prezzi delle piantine. Si rivolge direttamente al Grande capo senza timidezza.

Venditore: ehi, ragazzo, guarda che cos’ho qui per te! Solo cinque euro. Guarda, questa puoi tenerla sia dentro che fuori e ha anche i bocciolini. Se vuoi la puoi anche appendere! Ehi, ragazzo, lo sai il nome, lo sai? Sì, che lo sai, tu sei ferratissimo.

Grande Capo Estiquatzi: ma certo che conosco il nome di questa pianta: è un Aeschynanthus lobbianus, finalmente una pianta delle nostre parti, anche se questa è evidemente importata dall’Oland…ehm, da un altra tribù. E’ conosciuta dagli incolti come “pianta dei rossetti”. Nel dire queste parole il Grande Capo Estiquatzi getta uno sguardo a squaw Pelle di Rana la quale porta le mani al petto e volge il viso a terra.
Il venditore al mercato rimane irritato dalla precisione del Grande Capo Estiquatzi, così, pensando di tendergli un tranello di difficile risoluzione prende una piantina di
Helleborus niger, dai fiori curiosamente enormi, rosa pallido, ma sciupata dal caldo.

Venditore: questa è una bella piantina, ragazzo! Dieci euro! E’ l’Iberis! Sai perchè i fiori sono così grandi? Assenza di ossigeno.
Grande Capo Estiquatzi: grazie, prenderemo le margherite.

Una volta allontanatisi il grande Capo Estiquatzi procede a passo pesante, con le dita intrecciate davanti al corpo:

Squaw Pelle di Rana: cosa ti accade Grande Capo, come mai avanzi lentamente e sei così pensieroso? Ora possiamo registrare la trasmissione in tv!
Grande Capo Estiquatzi: mia giovane squaw, so che un giorno scopriranno la dislessia, ma è possibile confondere il suono della parola “elleboro” con quella di “iberis”?
Squaw Pelle di Rana: non saprei: non mi sembrano suoni simili.
Grande Capo Estiquatzi: c’è solo da averne dolore comunque.

Solo chi vuole, vive e muore da solo (Terrore dallo spazio profondo)

Ho sentito spesso quest’affermazione: “Perchè, che ci piaccia o no, viviamo e moriamo soli”.
Ma da dove è partita ‘sta stronzata, mi chiedo?
Io non difendo la religione cattolica, negazione totale del culto cristiano per il quale nutro un certo rispetto; ma questa cosa del nascere e morire da soli è l’opposto della filosofia cristiana e socialista (come dire la stessa cosa) che sono alla base dell’organizzazione sociale delle comunità più stabili e “felici”, indipendentemente dal culto religioso.
Probabilmente c’è di mezzo la solitudine dell’uomo moderno, la paura della libertà, Freud, Fromm, Marx, e compagnia cantante.

Ma voglio dire una cosa: solo chi vuole (e vuole per nuocere inconsapevolmente a se stesso e scientemente agli altri) vive e muore da solo, c’è anche chi vuole vivere e morire con gli altri.
Siamo tutti interlacciati, dire che siamo soli o che da soli dobbiamo “farcela”, è una cazzata. Dire che dobbiamo “pensare a noi stessi” è una cazzata. Dovremmo pensare un po’ agli altri, altro che storie!
Dire che dobbiamo sgomitare, anche in famiglia, per ottenere anche delle piccole conquiste, è non solo una cazzata, ma una pietosa cazzata, ed è orribile.

No, non me, non mi prenderete, maledetti, io resisterò!

Io e gli ebrei

Ribloggato da masticone:

So che le ricorrenze sono importanti e servono. Tuttavia mi ha sempre infastidito quel modo molto borghese di ricordare  le cose un giorno l'anno e dimenticarsene per gli altri 364. Se fossi donna o gay o ebreo o qualunque altra cosa che viene, di fatto, ostracizzato dalla società omologata non vorrei un giorno per ricordare chi sono o chi sono stato o cosa è stato fatto alla mia gente, quanto che tutto questo fosse invece accettato anche fuori dal recinto delle commemorazioni ufficiali.

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Questo post merita un reblog. Meritebbe un Pulitzer dei blog, ma più del reblog non possiamo fare. Grazie Masticò!

Dialogo Shoshoni in sette righe, di Lidia Zitara

Dramatis personae:
Grande Capo Estiquatzi, sciamano e capo della tribù, dotto in ogni cosa che riguarda il Cielo, la Terra e gli Spiriti
Squaw Pelle di Rana, giovane ragazza bruttina e un po’ ottusa

Grande Capo Estiquatzi: osserva giovane squaw, come l’albero è in fiore: ogni fiore è un frutto e ci darà molte provviste per l’inverno.
Squaw Pelle di Rana: sì, Grande Capo, io amo molto la frutta: mi piacciono le banane.
Grande Capo Estiquatzi: Squaw Pelle di Rana, sei forse impazzita? Questo non è un albero di banane, le banane non sono state ancora scoperte, questo è un albero di prugne! Non vorrai mica confrontare prungne con banane, o noci con kiwi? Squaw Pelle di Rana, devi imparare che ogni cosa ha un suo valore e che non puoi usare le noci per andare di corpo o le prugne per gli Omega3!
Squaw Pelle di Rana: non ho capito Grande Capo, vuoi dire che alcuni paragoni non hanno valore ?
Grande Capo Estiquatzi: certo che non lo hanno, mia giovane e improvvida squaw, se non per far ridere la tribù! Sia lode agli Spiriti!
Squaw Pelle di Rana: sia lode agli spiriti, Grande Capo, le banane sono buone!

Seconda edizione per “Elogio delle vagabonde” di Gilles Clément

Seconda edizione DeriveApprodi, collana habitus

Seconda edizione DeriveApprodi, collana habitus

Ripubblicato, per i tipi DeriveApprodi, la seconda edizione di Elogio delle vagabonde. Erbe, arbusti e fiori alla conquista del mondo, del notissimo giardiniere e archi-star Gilles Clément, nonchè mio personale amico.

Immutato il testo, con una prefazione di Andrea di Salvo, di cui compaiono le recensioni su Vìride-Alias, leggermente compattato il formato, forse per essere reso più tascabile.

Mi duole eccepire sulle copertine. La prima, avvantaggiata dal formato slanciato, era molto più semplice ed elegante, anche se non originale; la seconda appare come una bustina di semi di nigella con qualità da cellullare (nel senso di ammanettamento e trasporto in galera per il grafico, di cui non faccio il nome, Andrea Whor).
E’ mai possibile, mi chiedo, con gli strumenti fotografici e di composizione grafica oggi in dotazione anche ai pc domestici, produrre delle copertine così anonime e mal fatte?
Evidentemente sì, e non è un merito.

Invece è interessante l’inserimento nela collana habitus. Sul termine “habitus” i filosofi hanno discusso in maniera approfondita e una interessante riprova è il volume di Venturi Ferriolo Percepire paesaggi. “Habitus” è dunque non solo il comportamento, ma il luogo che determina tale comportamento. Comportamento, luogo, nicchia ecologica (habitat) e paesaggio che funge da grande scatola contenitore, si fondono insieme in una riflessione non solo giardinesca o botanica, ma anche sociale e biologica.
elogio delle vagabonde_erba delle pampas
Clément ha letteralmente sconvolto l’establishment del giardinaggio mondiale con il suo “Manifesto” e i suoi paesaggi planetari. Mi chiedo cosa ne diranno tra due o tre secoli i giardinieri del futuro e come ne saranno influenzati.
Ormai non si può prescindere dalle sue idee: e come si potrebbe? Clément rappresenta per il giardinaggio ciò che per l’economia sono stati Rifkin e Klein. In un mondo che tende alla globalizzazione non si può ignorarare che questo avviene anche per le piante, gli animali, i parassiti, le avversità, le malattie (e non parlo solo di quelle delle piante, basti pensare alle influenze pandemiche).

Clément è stato il primo giardiniere a porre un forte accento su questo aspetto, e a sfruttarlo, esteticamente ed eticamente nei suoi giardini. Sottolineo “eticamente” perchè il giardinaggio di Clément non vuole essere solo un “bel lavoro, gradevole e ben fatto”, ma un buon lavoro, che gratifichi chi lo compie e chi lo osserva non solo con il senso del gusto estetico impermanente, ma anche con quello più profondo del gusto estetico rafforzato dalla bontà etica.

Se mi è consetito, è proprio in questo la vera rivoluzione di Clément, che al di là della piacevolezza alla vista, propone dei giardini che rappresentino anche un atteggiamento etico e morale nei confronti della Terra e dei suoi abitanti, che siano uomini, cani, insetti o microrganismi.

Insomma una riunione di ciò che il Postmodernismo aveva conclamatamente disgiunto: il buono col bello (il vero essendo uscito dalla scena molto tempo addietro. Cfr. I Trascendentali traditi, di Claudio Sottocornola).

Giardini sì, dunque, ma non con la sprezzante superbia di un Russel Page o la spocchia di una Vita Sackville-West, giardini per tutti e giardini che potenzialmente possono trasformarsi in tutto, grazie alla quantità di biodiversità che li costituisce. Non giardini immoti, come quelli mummificati dell’ Ottocento inglese o del Barocco francese, da ammirare e su cui costruire splendide analisi critiche, ma giardini che rappresentino non tanto una aleatoria ontologica giardinità – se ci è consentito usare temini platoneschi- ma le potenzialità della terra e della Terra.

Confesso che dopo l’infatuazione iniziale con il celbre “Manifesto” ho avuto per Clément sentimenti contrastanti, anche per via degli accesi dibattiti che abbiamo costruito assieme, ma i suoi libri sono imperdibili. E se avete lisciato la vecchia edizione di Elogio delle vagabonde, non perdete questa.
Nonostante la copertina.

Prima edizione, più lunga e stretta, in uno stile cahier

Prima edizione, più lunga e stretta, in uno stile cahier

A priori

Il prossimo libro di filosofia (del giardino, del sushi, del calcio), in cui leggo le parole “a priori”, gli do fuoco.

Basta, basta, avete rotto le scatole con questo “a priori”. Ma a priori cosa, cosa?
A priori semmai non ti rivolgere a me con quel tono, sai, perche, a priori non ti rispondo neanche.
A priori non mi offrite caramelle di liquirizia, perche a posteriori mi viene da vomitare.

“A priori”. Ma vi rendete conto di quanto ormai è superato questo concetto? Ce lo siamo inventato circa trecento anni fa, io adesso a priori me lo sono un po’ scocciato.
E uno come Simmel, dico, Simmel, che non mica il primo venuto, che riesuma dalla tomba la mummia estetica di Kant per continuare a tenere in vita lo zombie della metafisica.

A priori, non se ne può più.

Ma che ve lo dico a fare?

Foto scattata qualche giorno fa col mio telefonino a Siderno, 4 mt sul mare, zona USDA 10a/10b, AHZ Zone 9/10

Foto scattata qualche giorno fa col mio telefonino a Siderno, 4 mt. sul mare, zona USDA 10a/10b, AHS Zone 9/10


E buon natale, ma solo a chi se lo merita (davvero).

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