Buono, bello, grande (È nato un bambino di cinque litri)

Misurereste il latte in metri? Quanti decimetri di latte bevi al giorno?
Misurereste la distanza in chili? Quanti chili hai percorso oggi?
Misurereste la massa o il peso in litri? Nato bimbo di cinque litri.

È il comune errore in cui cadono anche persone di genuino intelletto, di buona cultura e eloquio sperticato, nel momento in cui rivolgono o ascoltano una critica.

La critica quello strumento del pensiero che utilizziamo per incasellare ogni cosa nel suo giusto insieme.
È né più né meno che una signora filippina che vi aiuta a mettere in ordine l’armadio.
Le camicie con le camicie, i maglioni tra la roba invernale, giacche da un lato, scarpe dall’altro.

Allora attenzione a non confondere la Bellezza con la Morale (o l’Etica), o con la Quantità.

Riprendo uno scambio di battute del film “Scoprendo Forrester”:
“Così vedremo se le sue qualità vanno più in là della pallacanestro”
“Oltre”
“Cosa?”
Più in là è una valutazione di misura, oltre è una valutazione di merito”.

Ah! Il mondo delle parole, e il santissimo dizionario!
il-buono-il-brutto-il-cattivo

Tin child

Spesso mi dicono: “Ma che foto hai pubblicato? Non c’entra niente col giardinaggio!”
Oppure “Che ci azzecca la tessera della palestra col giardino, spiegami!”

Ebbene, ricordo che questo blog è “Giardinaggio Irregolare” ed è scritto – e anche letto e commentato- da persone bizzarre e irregolari, per le quali il giardino è una forma di cultura che non esclude le altre. Non è insomma “specialistico” o “dedicato”, e se ogni tanto compare una foto di un distributore di cibi e bevande, non è un caso.
L’irregolarità del pensiero conduce ad accessi inusitati, a volte casuali, a volte no, a riflessioni più interessanti e aperte sulla nostra materia di ricerca: il giardino.

Un’altra cosa che mi dicono è che io non amo i bambini. Non devo smentire, è vero, non li amo. Ho sempre considerato i bambini (anche quando ero io stessa una bambina),fonte di distruzione, chiasso, fatica, fastidio, buchi di ignoranza, razza maligna e perversa, esseri spregevoli, zecche nel culo, gatti tiberiani appestati, pulci circassiane, angeli sterminatori, e cose così.

Preferisco gli adulti. Ma un buon adulto viene da un buon bambino, e un bambino di scarsa qualità genera un adulto di pessima qualità.
La cura dei bambini -oggi- è bipolare e schizoide.
Da un lato un’eccessiva protezione dei genitori che concedono ai figli ogni vizio e capriccio, e non gli insegnano un minimo di senso civico perchè “hanno diritto a tutto in quanto bambini”.
E dall’altra un totale disinteresse alla loro psiche, cultura, formazione.

Un paio di giorni fa sentivo uno dei figli dei miei vicini battere su una lattina con un bastoncino. Un evidente richiamo dell’attenzione dei genitori (rimasto inascoltato), accompagnato da un desiderio di sfogo fisico e da una inclinazione al rumore.

Nella testa dei piccoli, il rumore si trasforma facilmente in ritmo. Il ritmo in musica.
Il figlio dei vicini che batteva sulla lattina stava in relatà dicendo: “Mamma e papà: non sentite che potrei essere un percussionista? Portatemi a scuola di musica, e vi farò vedere quanto sono bravo!”.

E per ritornare al discorso che si è fatto in questi giorni su come educare al bello, fin dalla giovane età, è importante che i genitori sappiano cogliere questi segnali e dirigerli verso la maturazione, l’elevazione del figlio. Il rumore, fatto cessare col castigo, riemerge nel cuore dei bambini, trasformandosi in rabbia, in cattiveria, in senso della distruzione, perchè se non si può possedere si distrugge.

Vedo attorno a me solo bambini isterici: ma come potrebbe essere diversamente quando non hanno dove giocare, luoghi dove incontrarsi, una educazione, e la sola compagnia della tv?

sarebbe stato “Gardone Riviera”

Nella meravigliosa cornice del Vittoriale degli Italiani di Gardone Riviera, in cui la storia e il paesaggio hanno creato un connubio straordinario, si svolgerà la prima edizione della Rassegna Internazionale del Paesaggio e del Giardino, che prosegue il percorso iniziato nel 2009 con “Protagonisti del Paesaggio”.
Due giornate per la promozione di una cultura qualificata dell’architettura del paesaggio, nelle quali alcuni fra i più noti paesaggisti provenienti da tutto il mondo, si confronteranno su lavori, idee, tendenze di una disciplina sempre più di interesse comune, tra Progetto e Cultura, Storia e Innovazione, Arte e Tecnica.

Con molta affabilità e gentilezza, mi erano stati chiesti la partecipazione e un contributo scritto per il convegno che si è tenuto a Gardone il 18 e il 19 scorsi.
Chi mi segue da un po’ sa bene come io eviti di incasellarmi all’interno di eventi così strutturati che tendono ad essere poco attrattivi per chi ha un occhio antiaccademico nei confronti del giardino.
L’elemento “Vittoriale”, però, mi ha fatto riemergere un ricordo che credevo sopito.
Allora mi è venuta voglia di scrivere, e di raccontare a voi, lettori di questo blog, come la penso a riguardo.

“Arte, paesaggio e bellezza”… non poteva essere diversamente al Vittoriale, che ho visitato in gita scolastica, in quinta liceo, credo.
Rammento perfettamente l’ostilità della guida che non ci permise di entrare nell’edificio con la scusa che vi erano custoditi oggetti fragili. Col senno di poi riesco a sentire i suoi pensieri: “Una massa di ragazzacci calabresi inacculturati, destinati a un futuro poco meno che criminale, sfornati in serie da una società grezza e villana”.
Ci concessero solo sbirciare dall’esterno, attraverso la finestra, in una stanza magnifica, di cui ricordo un azzurro lapislazzuli alle pareti, costellato da decori fin de siècle. Forse da qualche parte c’era appesa una veste da camera color tabacco, o forse ce l’ha incollata la mia memoria, non so. Mi rimbombava in testa un solo nome: “Eleonora Duse”, e quel “Duse” diveniva “muse”, nel mio udito anecoico. E “musa” mi portava a “diva” e al biondo Achille, ad Aretusa che rapiva le frutta, alle rose “fresche e roride” ché veniva voglia di ingoiarle.

Già, le rose. E il giardino, la limonaia, di cui leggo sulla brochure virtuale. A noi toccò un tragitto che ci portò dritti al MAS. E poi terra nuda, coperta da una rada coltre di aghi di pino, una staccionata tirolese che pareva di stare in un campeggio degli scout sul lago Costantino. Ancor oggi mi chiedo se ci hanno portato nel posto giusto.
Non ho voglia di tornarci per saperlo: la meschinità della guida –quel giorno- mi ha tolto ogni simpatia per il Vittoriale. Grazie.

Mi chiedo cosa sarebbe accaduto dentro di me se quel giorno avessi potuto vedere la stanza azzurra, o le rose ottocentesche, la limonaia. Sono passati dieci anni prima che imparassi che non esistono solo le HT del fioraio. Forse avrei potuto impararlo prima, forse oggi avrei dieci anni di “pensiero compiuto” in più, e saprei contribuire meglio.

La Bellezza riservata ai “felici pochi” mi fa orrore. L’ingiustizia subita quel giorno, solo per essere calabrese, ancora di più. È esattamente quell’atteggiamento, quello della guida puzzosottoilnasista, che rende la società incapace di comprendere la Bellezza, ovunque essa sia, tra i fiori, nel paesaggio, in una veste da camera che forse c’era e forse no.
È quell’atteggiamento che insegna a pensare che la Bellezza sia superflua. È proprio quell’atteggiamento che ha prodotto la disfunzione sociale analizzata dal convegno a Gardone Riviera.

La risposta è una: bisogna rafforzare la cultura dell’Arte a partire dalla più giovane età e diffonderla tra i ceti più poveri, non riservarla a un circolo di adepti per poi “rivelarla” al volgo come fosse un’epifania religiosa (anche quando non lo è).
La Bellezza non è una stretta di mano massonica, un modo per riconoscersi tra simili. Dovrebbe essere intesa come un motore per il miglioramento dell’Umanità nella sua interezza.
Se la nascondiamo nessuno la vedrà, non sarà d’ispirazione per nessuno, morirà.

Se ci soffermiamo a riflettere, il citazionismo acatetico del Postmodernismo, sintomo di assenza di originalità di pensiero, è un prodotto della ripetizione di un “ lotto estetico” (dagli anni Sessanta ad oggi) che è l’unico disponibile poiché ormai digitalizzato, e quindi globalizzato.
Ciò che viene prima rimane nascosto, per molti sconosciuto.

Conoscenza, accesso, pratica, critica.
Sono queste le fasi attraverso cui l’Arte si rinnova.

IPER

Siderno_gru (2)Centro commerciale di periferia

La cellula fotoelettrica ti manda a sbattere sulle porte ancora chiuse, l’entrata a pareti di vetro e plexiglass è afosa come una serra tropicale, le scale mobili sono rotte.
Sono rotte da mesi.
Le cicche si sono infilate nelle scanalature del nastro metallico e sembrano bossoli di cartucce pronti a sparare. Gli spazi per i cartelloni vuoti o con i manifesti strappati e scivolati giù.
È caduta una puntina, nessuno l’ha sostituita. Un lembo del cartellone pende come un brandello di pelle.
Il pavimento di piastrelloni color avorio è sporco del nero coca cola, evaporata e calpestata da mille suole di scarpe: ognuna ha lasciato la sua impronta gommata a zig zag diversi. Nei corridoi vetrati il caldo sembra non finire mai. Le macchinette delle bibite sono mezze vuote, come distributori di benzina nel deserto dell’Arizona.

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Finalmente si passa la porta automatica che mette nella galleria dei negozi, si spera di fare un salto termico di dieci gradi, invece la temperatura è quasi la stessa. Niente più vecchi signori col bastone a presiedere le brutte panchine a doghe di legno, parcheggiati da nipoti e figli per i quali fare la spesa è uno svago, azzuffarsi nella calca alle file dei formaggi e della carne una vittoria sul nemico.
Il bar è assediato da persone assetate, la ragazza che fa il caffè ha fatto il lifting alle labbra, è canottata anche lei come Alba Parietti. Il suo caffè non sembra più tanto desiderabile. I pavimenti sono ancora sporchi, ma nessuno li vede, tutti gli sguardi sono diretti alle vetrine. Montature e occhiali da sole impilate in torri di plastica bianchissima, dietro ognuna ci potrebbe essere un Vashta Nerada che ti fissa in attesa di cannibalizzarti.

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Abiti in colori sgargianti, magliettine scollate per giovani veline di provincia, manichini neri e senza occhi, capezzoli finti e seni perfetti che ti puntano come baionette innestate. Montagne di mutande con pizzi colorati, borse di coccodrillo vero o finto, non si sa, profumi e bestseller del momento. Cartacce, volantini, pubblicità.
IPER, il tuo sito fa orrore? Stay up, never hide, enjoy, don’t panic, love, wear, water, sweater, better.

L’uomo è dio, recita il cartello di benvenuto, se letto attraverso la deformazione del vetro d’ingresso.

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Ragazze con i sandali a zeppa color verde pavone fluo a strisce nere. Viaggiano in gruppi di tre, la meno bella sempre qualche passo indietro, i loro corpi vibrano di quell’illusione di libertà concessa dalla società alle ragazze, ma nessuno le guarda, sono malvestite, senza eleganza. La donna troppo piena, stanca e flaccida persino per far la parte della “Signorina Gradisca”, spinge un carrello con dentro un pargolo urlante. I ragazzi si muovono veloci, a scatti, palestrati, non guardano intorno, hanno fretta.

Tutti bisbigliano tra loro, altri camminano urlando, ma non è facile capire: il suono arriva deformato, come filtrato da un Babelfish al contrario. Il grande assente: il cellulare. Dentro il centro commerciale non c’è campo.
Tutto è sempre lo stesso. Qui La squadra riparazioni non ci ha mai messo piede.
È doloroso ma pietoso, raramente bello: solo al di fuori, i carrelli abbandonati vicino ai mucchi di travi in ferro, nella parte più lontana del parcheggio, e il sole che muore languendo di un rosso strappacuore tra le chiome degli alberi. I bordi d’erbe bruciati, una vigna poco distante, con i pampini tutti coperti del verde smeraldo del rame. Due galline protette da una rete.

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Perché qui una volta era tutta campagna.
Ciò che vive nel dolore ha il potere di sommuovere i nostri cuori, ma questo è il regno dell’indifferenza. I manichini osservano con sguardo superiore il brulichio indistinto delle persone, soppesano i loro desideri con la lungimiranza di chi è fatto di plastica non biodegradabile: ne ho viste di cose…

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