Rebecca nella nebbia

MW 1.070Non ho una gran familiarità con la nebbia. Per noi calabresi è una creatura insolita, più della neve in cui molti amano andare a tuffarsi in montagna.

Non amo la neve, non mi piace Rigoni Stern con il suo sergente. La neve fresca e soffice ha un rumore odioso quando è calpestata: stride come unghie sulla lavagna. Un rumore da allegare i denti.

La nebbia invece è proprio un’altra cosa. Non è uno sport invernale o una vacanza abbronzante. È fastidiosa, ammorbante, a volte letale. È sempre descritta in maniera inquietante: se non nasconde assassini e fantasmi quantomeno favorisce la depressione e l’astenia.

Proprio non si può dir bene della nebbia. Andava di moda nell’Ottocento, ma poi è stata usata troppo spesso e troppo male in gialli e filmetti di dozzina, e ha finito per perdere la sua aura di mistero.

Usare la nebbia in un romanzo o un film credo sia considerato disdicevole, un espediente da quattro soldi, insomma. E poi non c’è molta speranza per narratori e registi dopo le descrizioni della nebbia sulfurea che avvolge e ottunde la Londra di Holmes, che con la fronte appoggiata al vetro della finestra si lamenta che il crimine è morto, Watson. Conan Doyle ha descritto la nebbia sporca in modo chirurgico, da meteorologo. Ha fatto i giochi: dopo lui nessuno.

Le mie esperienze con la nebbia sono poche, perciò memorabili.

Ricordo una cortina sottile, pulita e  trasparente che a volte nelle mattine d’inverno avvolgeva palazzi e strade di Roma senza toglierle nulla della sua metropolitanità. Tram, binari, strade, semafori, auto: tutto rimaneva quotidiano e pericoloso, nulla diventava romantico, neanche nei bei quartieri come il Coppedè. Era già svanita ai primi tepori del sole invernale.

Ma la frequentazione più stretta con la nebbia l’ho sempre avuta in treno, viaggiando verso Nord.
La notte in cuccetta finisce presto, non so perché ma a nessuno piace dormire in cuccetta, e succede sempre che mentre io cerco di strappare qualche dieci minuti, le compagne di viaggio si alzino e facciano tanto di quel casino che sembra si stiano preparando a smontare il  vagone. Così mi tocca scendere precocemente dal trespolo della cuccetta alta e attaccarmi al finestrino a guardare il paesaggio che corre via.
Una volta che stavo arrivando a Firenze mi hanno buttata giù così presto che era talmente buio e sembrava non ci fosse speranza che il sole sorgesse.
Fuori  le luci dei lampioni e delle insegne, le auto ammassate sulle strade all’ora di punta mattutina per l’entrata negli uffici, i fendinebbia accesi, tutto mischiato in un profondo nebbione che paralizzava il tempo. Poi una lunga galleria: all’uscita il giorno fatto e una campagna punteggiata da casette e orti, alberi di fico, cannicci per i fagiolini, imposte colorate. Non sono andata a guardare sulla cartina o su Google Maps, non voglio sapere dov’è quella benedetta galleria, da dove a dove va, non voglio togliermi di dosso il senso di magia di essere passata da un mondo buio e nebbioso ad uno luminoso, caldo e vivo.

pianura padana (5)La nebbia congela i finestrini del treno, li opacizza ancor di più e rende più sporco il paesaggio. Se in febbraio fate i pendolari nella zona della Pianura Padana lo sapete già. Distese di verde, un verde smorto, smeraldino, azzurrato, quasi malato rispetto al verde brillante delle praterie calabresi, svaniscono in lontananza in una foschia grigia, pesante, umida, segnata da un profilo di case e alberi color grigio di Payne. Le casette, ognuna col suo pioppo fastigiato, il suo orticello e il recinto, sembrano gettate a spaglio su una coperta senza fine. L’immenso mare verde senza contorni, piatto, affogato nella foschia lattiginosa, mette angoscia, come un labirinto. Una strada tortuosa è forse più facile da percorrere che un terreno che sentieri non ha, e lascia troppo liberi piedi e occhi. Manca un punto d’ancoraggio: tutto vaga e si ripete un una simile uniformità da paranoia.

MW 1.070Ma il ricordo che più caro custodisco è quello di una “muffonata” estiva al mio paese, sulla spiaggia.
Una nebbia di mare, umida e salsa, calda, quasi bollente, soffocante. Non conosco le dinamiche climatiche che conducono alle “muffonate”, che sono comunque rare, ma quel giorno mi sentivo in Scozia. L’amata Scozia, la bramata Inghilterra. Le barche ormeggiate sulla spiaggia, che perdevano i loro contorni e i colori accesi in una cortina grigia, le vaghe sagome degli attrezzi da marineria, ancore, nasse e cime avvolte in grandi turbanti, mi hanno fatto pensare alla fatale spiaggia di Manderley, descritta da Daphne du Maurier, alla quale si arriva attraversando il bosco di rododendri profumati. È stato bello sentirsi in un romanzo. Non mi sarei stupita se avessi visto correre sulla spiaggia una figura slanciata dai lunghi capelli neri. Mi sembra…sì, credo di sì, che ci fosse Rebecca in spiaggia, quel giorno. Peccato (o forse privilegio) che l’abbia vista solo io.
MW 1.070

Dippold l’ottico

miopia_notte_night_lights

Che cosa vedete adesso?
Globi di rosso, giallo, porpora.
Un momento! E adesso?
Mio padre e mia madre e le mie sorelle.
Bene! E ora?
Cavalieri in armi, donne bellissime, visi delicati.
Provate questa.
Un campo di grano—una città.
Molto bene! E ora?
Una giovane donna e angeli chini su di lei.
Una lente più forte! E ora?
Molte donne dagli occhi luminosi e le labbra socchiuse.
Provate questa.
Un bicchiere su un tavolo, nient’altro.
Ah, capisco! Provate questa lente!
Solo uno spazio aperto—non vedo niente di particolare.
Bene, e ora!
Pini, un lago, un cielo d’estate.
Va meglio. E adesso?
Un libro.
Leggetemi una pagina.
Non posso. I miei occhi sono attratti oltre la pagina.
Provate questa lente.
Abissi d’aria.
Magnifico! E ora?
Luce, soltanto luce, che trasforma tutto il mondo sottostante in giocattolo.
Benissimo, faremo gli occhiali così.

Non è un luogo ma un come, nonostante ciò spero che venga accettato di buon grado, anzi, forse sarebbe meglio usare la parola “diottria”.
Sono miope: 3,5 gradi. Se volete averne un’idea fate conto che con 3,5 gradi di miopia per riconoscere i lineamenti del volto di una persona dovete esserle a meno di un metro di distanza.

Avrei potuto fare il noto intervento di riduzione della miopia, dopo il quale molte donne hanno ripreso a mettere lenti non graduate pur di portare montature alla moda, ma ho voluto conservarmi il dono di una duplice vista: una tecnicamente corretta, precisa, nitida, socialmente imprescindibile anche se molto prevedibile. E un’altra sfocata, “sbagliata”, scambista, a volte paurosa, ma mai confusa, come tutti i non ipovedenti sono convinti che sia. Non si confonde il verde dell’oleandro con quello del corbezzolo, né il rosa delle rose con quello delle godezie.

miopia_mare_sea_lightsLa miopia non è confusione: è bellezza. È quel velo di cipria con cui il modo si imbelletta ogni tanto. Scompaiono le scritte sui muri, le ammaccature sulle auto, le creste sulle teste dei giovani pubescenti usciti a frotte dai manicomi scolastici. Scompaiono gli afidi sui fiori di Hibiscus.
L’anonimo riflesso meridiano sui fari di quell’auto lì, sì, proprio quell’orribile auto grigia parcheggiata di fronte alla biblioteca, diventa un triplo circolo barbagliante di frattali diamantati. Basta socchiudere le palpebre, ruotare la testa o di qua o di là, e la forma cambia, si allunga, diventa più ovale, si schiaccia, si riempie di spigoli appuntiti. Le punte si allungano, come quelle delle aureole dei santi nelle immaginette, diventano lame di luce iridescente.

In lontananza piccole stelle comete si muovono in linea retta, in fila indiana, come i frammenti della Schoemaker –Levy 9 in rotta verso Giove, altre si muovono intorno con un moto browniano, quali più lente (occhiali a specchio?), quali più rapide (il fanalino posteriore di un vespino che fa retromarcia?). Ogni stellina o perlina di luce  si porta dietro una scia sfarfallante come capelli d’angelo.
La notte sembra di stare nel profondo di uno scuro e freddo oceano, popolato da strane creature e pesci luminosi, meduse multicolori, pesci lanterna, krill fosforescente.

Ma il momento più bello è il pomeriggio, sdraiati sul divano, a fingere con se stessi che non si dormirà che cinque minuti. La luce pomeridiana, non ancora dorata, filtra dalle tapparelle, e ogni foro diviene un occhio luminoso e benevolo, non maligno come quello di Sauron. Si dilata, si restringe, prende insoliti colori, dall’azzurro violento del cielo, al verde giunglesco degli avocados, al terra di siena delle imposte. Sfuma, vira, riflette, schiocca la luce come un colpo dato col pollice e l’indice. Tutta la serranda, come insieme, invece di occultare, filtra e amplifica la luce, la esalta, colorandola in girandole caleidoscopiche e mutevoli. Un tappeto verticale di lamelle di luce, biforcute, triforcute, multiforcute, una più alta, una più bassa, rotanti, colorate e veloci a prendere l’una il posto dell’altra, o dar spazio ad altre nuove nate dai mille occhi luminosi.

La luce diventa morbida, commestibile, carezzevole. Uno spettacolo privato, per chi è privato degli regolamentari dieci decimi. Si sta, in quei momenti, abbandonati e inerti, in contemplazione della magia causata da un errore di natura.

Dolce per sé, come disse Leopardi (non Maraini Dacia), mai veramente spiegabile, pertanto suscettibile di poesia, come è sempre la luce, specie quando devia dai suoi canoni narrativi tradizionali.

Dippold l’ottico.

Phragmites australis

Le tazetta

2014-01-23_5904 a_crI narcisi tazetta sono quelli spontanei qui, e quest’anno hanno preso un paio di settimane di vantaggio sul calendario.
Dopo Siderno Superiore c’è un paesino che si chiama Salvi, dove spesso vado a fotografare i narcisi.
Tutto il versante est della collina è pieno di narcisi e romulee, che si trovano però anche in molti altri punti delle zone pedecollinari.

Non so se sia il Narcissus tazetta var. tazetta o il N. canalyculatus var. canalyculatus, o Il N. tazetta canalyculatus, o il N. canalyculatus tazetta o una combinazione di questi termini, o oltro ancora. Conosco un tale che lo saprebbe.

So che stanno a Salvi, però.