La perduta poesia di una foglia rossa

vermont_pinterestD’autunno e d’inverno rammento spesso quel che rappresentava per me, ormai tanti anni fa, una foglia rossa.
Una rarità, un tesoro. Si raccoglieva e si custodiva tra le pagine di un libro: un libro grande, adeguato, come il dizionario o un volume dell’enciclopedia. Se era piccola si poteva racchiudere tra due fogli di carta assorbente e infilare in un romanzo già finito, amato, dimenticarsene e poi ritrovarla dopo anni o lustri. Continua a leggere

Travolti in un turbine di rose e politica

Come anche il lettore casuale avrà capito, io viaggio poco. Non che viaggiare non mi piaccia, ma è che qualsiasi punto d’italia è diventato praticamente impossibile da raggiungere vivendo sul “litorale basso ionico”.
A tal proposito sono maestra di valige ultraleggere, che tornano ottime quando si deve correre come dei pazzi forsennati tra i sottopassi delle stazioni, fare code interminabili alle biglietterie, camminare per ore nelle città aspettando l’orario della partenza, perché i treni per il Sud partono solo di notte, come quelli dei carcerati. Continua a leggere

XXIV Premio Carlo Scarpa per il giardino

Giardino di Skrudur

Giardino di Skrudur

La Giuria del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino, promosso e organizzato da Fondazione Benetton Studi Ricerche, ha deciso all’unanimità di dedicare la XXIV edizione all’orto-giardino Skrudur nella regione nord occidentale dell’Islanda.

La campagna culturale che ha avuto inizio pubblico a Milano con la conferenza stampa del 26 marzo 2013 trova il suo apice a Treviso nelle giornate di venerdì 10 e di sabato 11 maggio, in un incontro con la delegazione Islandese, nella pubbli­cazione del volume dedicato al luogo designato, nell’apertura di un’esposizione di materiali documentari che rimarrà aperta fino a giugno, nel seminario di riflessioni e nella cerimonia pubblica di consegna del Premio 2013.

Skrudur-muro e cancelloSkrúður, Núpur, Dýrafjörður, Islanda

Motivazione della giuria
 

Skrúður (Skrudur) è un orto riposto sulla riva di uno dei fiordi che solcano la regione nord-occidentale dell’Islanda, a pochi chilometri dal circolo polare artico. Adagiato su un decli­vio che guarda a sud-ovest verso la lingua d’acqua del Dýrafjörður, è circondato alle spalle dalla cortina solenne di montagne dai fianchi mossi dall’erosione gla­ciale e a valle da un terreno brullo che digrada verso la riva del fiordo.

Sigtryggur e il fratello Kristinn

Sigtryggur e il fratello Kristinn

Con la scuola, la chiesa e la fattoria di Núpur compone un luogo nel quale una comunità ha inaugurato all’inizio del xx secolo un progetto che in questa terra e in questo luogo si presenta come sfida a condizioni ambientali estreme e a pressanti istanze di miglioramento sociale: coltivare la terra e aver cura di un processo indirizzato alla conoscenza, al benes­sere, all’educazione, all’elevazione sociale.
Aperto nel 1909, l’orto-giardino nasce dalle mani del reverendo Sigtryggur Guðlaugsson, che pochi anni prima, insieme al fratello Kristinn, qui aveva avviato un programma di educazione volto al riscatto da condizioni agricole arretrate, ispirato alle idee del pastore danese Nikolai Frederik Severin Grundtvig (1783-1872) diffuse anche in Islanda. È infatti nel solco dell’intensa attività di questa figura di pedagogo già incontrata a Kongenshus Mindepark, luogo danese al quale è dedicato il Premio Carlo Scarpa 2004, che si radica, soprattutto nel mondo contadino, una coscienza del paesaggio ispirata all’elevazione sociale e al sentimento nazionale.

02_LL-FBSR_Skrudur_il muroLe modalità con le quali si costruisce e vive quest’orto sono quelle consuete all’operare in condizioni di particolare asperità climatica: tracciare un perimetro, dissodare il suolo ed ele­vare un recinto di protezione, educare e convogliare in questo piccolo mondo elementi utili (terra, acqua, piante) che al di là di questo fragile confine verrebbero travolti dalle forze della natura. Gli strumenti sono quelli di un esperimento coraggioso, che rinnova ostinata­mente i suoi gesti e si spinge in un mondo avverso con la forza di un progetto educativo che parte dalla coltivazione, di piante e di giovani contadini.

La figura semplice di questo recinto esprime in forma limpida un gesto di civiltà che, con la misura astratta della sua figura, ci segnala la presenza di un mondo, l’Islanda, nel quale la natura assume una forza assoluta: nello spazio dove si manifesta con forme di straordinaria potenza, nel tempo attraverso il quale le stesse forme cambiano incessantemente.

In una terra dell’estremo nord, forgiata da rivolgimenti tumultuosi e da vaste manifesta­zioni della natura, imbattersi in un recinto esile, introvabile, sopravvissuto a più di un secolo di storia, può sembrare il gesto di affezione di chi, partito per un paese lontano, cerca ancora di riconoscersi, nonostante tutto, nell’immagine familiare di un giardino che richiama la propria storia, le proprie coordinate di partenza.

03_MM-FBSR_Skrudur-il perimetro

Il recinto di Skrudur, infatti, presenta in forme rudimentali e incerte, molti richiami a un ordine che appartiene al giardino tradizionale. Ma il principio in virtù del quale esso s’in­sedia è assai più forte dei modesti mezzi espressivi con i quali si manifesta al suo interno.

Skrudur è in sé un presidio e un crogiuolo: il suo recinto descrive una condizione che cerca un punto di contatto tra due mondi, quello della confidenza e della fiducia nel colti­vare la terra, e quello dello sguardo cosciente sulla vastità di luoghi che accompagnano la stessa esperienza umana.

01_LL-FBSR_Skrudur_orto-giardino-acquaLa figura netta dell’orto di Skrudur appare e si perde in un ambiente e in una cultura che sviluppa forme dell’abitare oscillanti tra il radicamento nella terra, con le tradizionali co­struzioni di torba e pietra, e un’architettura che evolve all’insegna di una condizione incerta dovuta alla scarsità di materiali. Come il legno, ricavato dai tronchi che approdano sulle rive, portati da correnti marine che da oriente vanno verso occidente lungo il circolo polare articolo. Le forme adottate sono soggette a una costante provvisorietà, a pratiche di inse­diamento che si misurano con la natura di una terra in costante cambiamento. La terra, il fuoco, l’acqua nel corso delle continue eruzioni sconvolgono il volto del territorio, ne ridi­segnano i confini e perfino gli orizzonti, quando il cielo ne trasporta lontano la massa delle scorie.

09_MM-FBSR_Skrudur

La geologia è la chiave di lettura di questa terra e del suo paesaggio. Essa racconta il rap­porto tra natura e cultura, sta alla base di una presenza umana che oscilla tra la fascia co­stiera, dove i radi insediamenti umani si sviluppano tra il mare e i pascoli, e l’ambiente più avverso dei vulcani, dei ghiacciai, dei deserti e del mondo sotterraneo.

08_LL-FBSR_Skrudur_dal cancello secondarioIn questa terra in sé mutevole e mobile, collocata com’è sulla linea di congiunzione di due placche terrestri, la civiltà islandese nel corso della sua storia ha saputo dare un nome a ogni segno che compone la forma e la vita dei luoghi, siano essi ghiacciai o vulcani, manifesta­zioni della geotermia o cascate di ogni dimensione, rilievi orografici o faglie geologiche, e in questo modo è riuscita a conoscere il proprio paesaggio senza pretendere che fossero gli artifici dell’uomo a scandirne i punti significativi.
Þingvellir, il luogo dell’assemblea parla­mentare più antica del mondo (930-1798), con la sua natura geologica e la sua storia è l’espressione più eloquente di questa condizione di conoscenza e cultura politica, di ade­sione tra un luogo e la coscienza collettiva.
03_LL-FBSR_Skrudur_orto e alberi

04_LL-FBSR_Skrudur_parte alta

Nel panorama dei molti interrogativi che qui si rinnovano sul rapporto tra uomo e natura, tutti centrati sulla misura e la forza di fenomeni (mari sterminati, forze geotermiche, potenza delle acque) che oscillano tra una cultura del paesaggio sedimentata e l’attitudine alla ra­pina, Skrudur è un presidio che ci ricorda una delle possibili forme di convivenza tra queste due condizioni opposte, ricorrenti nel mondo contemporaneo. Non certo per il fragile e mo­desto componimento di forme che lo disegnano, ma per la lezione aperta di civiltà che qui, raccolta in un semplice recinto, si condensa.

Nella terra delle “pietre che parlano”, Skrudur è un diverso modo di dare un nome a un luogo, e comunque proiettare nel futuro il valore dell’educare, passo imprescindibile di ogni processo che sviluppa una confidenza tra l’uomo e il suo luogo di vita.

07_HB-FBSR_Skrudur-asse centraleSkrudur è dunque il nucleo denso intorno al quale gravita un insieme di modi pratici e di significati simbolici universali del dialogo con la natura, un luogo di apprendimento e spe­rimentazione che nei suoi primi quarant’anni di vita (1909-1949) trascorsi accanto alla scuola, grazie allo sguardo costante di Sigtryggur Guðlaugsson e di sua moglie Hjaltlina di­venta un giardino. E continua, oggi, a rinnovarsi, grazie alle cure di un gruppo di uomini e donne che in anni più recenti se n’è fatto carico, lo ha sottratto all’abbandono per restituirlo nel 1996 alle visite e alla coltivazione.

A queste donne e a questi uomini la Giuria del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino si rivolge con un sentimento di profonda riconoscenza per l’alto valore maieutico della loro esperienza, e consegna il sigillo dell’impegno e del riconoscimento al loro coordi­natore, Brynjólfur Jónsson, presidente della Framkvæmdasjóður Skrúðs.

05_Skrudur_Sigtryggur e la moglie nei pressi della serra

06_LL-FBSR_Skrudur_asse con fontana

Riferimenti:
Pagina del Premio Carlo Scarpa per il Giardino
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02_PB-FBSR_Skrudur-orto

Download:
Referenze immagini, per gentile concessione del Premio Carlo Scarpa

4_testo di AÔÇôalsteinn Eir-¦ksson

2_calendario edizione 2013

7_luoghi designati 1990-2013

Sigtryggur e la moglie Hjaltlina

Sigtryggur e la moglie Hjaltlina

02_Skrudur_disegno dal diario di Sigtryggur

01_Skrudur_mappa del giardino

06_Skrudur_copertina Sigtryggur

I trascendentali traditi

Claudio Sottocornola in Calabria: mercoledì 8 agosto, alle ore 18:30, presso il Salottino Rosso della Libreria Calliope-Mondadori di Siderno (RC), si terrà la presentazione del suo ultimo libro, I trascendentali traditi (Edizioni Velar),incentrata sula tematica “Il sacro e il popular fra tradizione ed eversione nel tempo del pensiero debole”.

Relatori : Rossella Scherl,scrittrice e Antonio Falcone,giornalista e critico cinematografico.

L’autore converserà inoltre con Antonio Falcone nel corso della trasmissione Sunset Boulevard, lunedì 6 agosto, dalle 15:00 alle 16:00, su Radio Gamma Gioiosa (94,500 – 97,000 MHz FM Stereo, Streaming audio su Internet www.gammagioiosa.net).

Claudio Sottocornola, ormai noto ai media come “filosofo del pop”, nella sua ultima fatica I trascendentali traditi ed. Velar, analizza la crisi del sacro e del suo linguaggio iconico e simbolico per ricercare il significato profondo del fenomeno, formulando al contempo ipotesi di recupero e valorizzazione, a partire dal contesto del pensiero debole e dell’ermeneutica contemporanea, nel tentativo di elaborarne una comprensione flessibile,  liberante e gioiosa. In questo orizzonte, Sottocornola propone un accostamento fra “sacro” e “popular” nel nome di un’affinità dalle origini addirittura evangeliche (gli outsiders amati da Gesù), fra la sensibilità iconica della tradizione e le innumerevoli istanze simboliche del pop(ular), da lui indagato attraverso canzone, pubblicità, cinema e televisione.

Claudio Sottocornola, ordinario di Filosofia e Storia a Bergamo, giornalista e scrittore, ha sempre condotto le sue opere sul sentiero di un personale discorso intellettuale, estremamente coerente e lucido, incentrato sulla filosofia per analizzare ed indagare la realtà, i suoi mutamenti nel costume sociale, riuscendo al contempo ad avvalersi efficacemente di strumenti quali musica (L’appuntamento, tre cd e un dvd, in cui interpreta canzoni italiane e straniere) poesia (Giovinezza…addio. Diario di fine ‘900 in versiNugae, nugellae,lampi, entrambi Edizioni Velar) e immagine (80’s/Eighties/Laudes creaturarumIl giardino di mia madre e altri luoghi) nella loro valenza genuinamente pop, diminutivo di popular come ha sempre tenuto a precisare, aggettivo concretizzato nella sua portata estensiva e non certo riduttiva.

Con la precedente opera in tre volumi, Il pane e i pesci (Edizioni Velar) e il recente I trascendentali traditi, Sottocornola è riuscito a focalizzare il punto estremo di una ricerca sempre in divenire, volta a recuperare memoria e senso della spiritualità, al di là dell’ormai stanca dicotomia dell’ essere o non essere credenti, spingendoci piuttosto ad interrogarci sulla natura della nostra fede, se questa abbia caratteristiche tali da permetterci di superare il più gretto individualismo.

 

 

 

 

 

 

Da ricordare che dal 31 marzo al 31 luglio di quest’anno è stato reso disponibile in rete, ed è tuttora visualizzabile, (www.claudiosottocornola-claude.com) Working Class, coinvolgente web-concert tematico,  ideato e interpretato dal professore lombardo, cinque percorsi scelti fra le famose lezioni-concerto tenute sul territorio fra  Scuole, Terza Università, Centri Culturali e svariati luoghi della vita quotidiana.

Rappresenta una sua nuova sfida, un “laboratorio” che sfrutta le potenzialità della rete, ribadisce l’eclettismo creativo dell’artefice e certifica  un itinerario di animazione culturale del territorio girato in presa diretta, “on the road”, da amici e spettatori che hanno assistito alle sue performance  artistico-musicali, ma anche storico-filosofiche. E’ la canzone d’autore l’ambito  privilegiato da Sottocornola, che affida alla sua visione ermeneutica del canto e della vocalità la rilettura di celebri brani, decisivi nel fotografare l’evoluzione di usi, costumi, sentimento e linguaggio della società italiana.

I trascendentali traditi
(Claudio Sottocornola, pp.164, Editrice Velar)

Una dedica a Pier Paolo Pasolini e nove brevi conversazioni sui trascendentali, ovvero quei “caratteri che appartengono all’essere in tutta la sua estensione”, secondo la rigorosa definizione di Vanni Rovighi, che delinea con chiarezza la portata di quei concetti, come bene, verità, bellezza, unità che i filosofi medievali predicavano di tutto il reale, nel solco di un ottimismo metafisico culminante nel pensiero di Tommaso d’Aquino, che apre sotto forma di citazione, accanto ad altro autore classico o moderno, ogni capitoletto. Questa è la struttura essenziale de I trascendentali traditi di Claudio Sottocornola, filosofo che utilizza musica, poesia e immagine come strumenti di lavoro privilegiati, e qui si attarda fra le derive del contemporaneo, evocato da città in degrado, corpi alterati e famiglie liquide, ad assaporare tutto l’amaro di una civiltà in declino e di un pensiero sempre più debole, sforzandosi di segnalare nel buio minaccioso che sovrasta e avvolge ogni cosa quel valore o universale che potrebbe insospettire il lettore, specie se scettico e disilluso, ma ben presto lo coinvolge invece in una complicità, quella del viaggio, della ricerca appassionata e della speranza di una non inutile meta. Ciò dipende in gran parte dal rispetto e dalla valorizzazione delle soggettività che questo scritto in forma di pamphlet esprime come sua vocazione più intima e accorata per cui, accanto ad una dimensione quasi apocalittica e veemente, di denuncia e amarezza, ove la biografia quale ermeneutica del vero si fa strumento di comprensione profonda del senso e della vita, emerge uno sguardo post moderno che redime le asperità in nome di una situazionalità (storica, personale, naturale) in grado di giustificare le differenze, relativizzare le colpe, promuovere il dialogo ma, soprattutto, innamorarsi dell’ “altro”, a qualsiasi regione – ideologica, culturale, religiosa – appartenga.

Gianni Vattimo

In realtà ciò che colloca questo scritto così coraggioso e atipico fra Tommaso e Vattimo, è proprio l’esigenza, che l’autore ribadisce e decanta, di un orizzonte di verità o autenticità che orienti il cammino dell’uomo contemporaneo, e nel contempo il rifiuto a identificare ciò con un approccio apodittico e dicotomico che separi troppo facilmente vero e falso, bene e male, bello e brutto, in nome di una concezione ermeneutica della verità (che potrebbe ricordare, per esempio, Kierkegaard, Nietzsche o Heidegger), intesa come interpretazione, ove i concetti, come le note di una musica, evocano nella loro sinfonicità la bellezza dell’intero (di per sé ineffabile, come voleva Eckhart). Così fra Kant e la Scolastica, l’autore sceglie l’Ermeneutica contemporanea come l’ambito che meglio può restituire il desiderio di unità e universalità evocato appunto in altre epoche storiche dalla stessa Scolastica o dal Criticismo, e oggi idoneo ad essere espresso appunto da un visione della conoscenza e del rapporto uomo-mondo come interpretazione, e quindi attraverso la tolleranza, il dialogo, l’incontro, anche per ciò che concerne la spiritualità e le tematiche teologiche, che vanno ormai, come ogni ambito dell’esperienza umana contemporanea, planetarizzandosi, ed esigono quindi una visione olistica ed empatica, mentre necessitano di sprovincializzarsi in nome di una fraternità o amicizia, anche spirituale, più allargata.

Come accadeva per i collage di “Eighties”, ove Sottocornola miscelava cultura alta e bassa, popular e arte sacra, destrutturando per ricostruire secondo armonie e senso del tutto nuovi, anche qui si assiste ad una singolar tenzone fra pensiero debole e pensiero forte, ove alla fine orizzontale e verticale, universale e particolare, verità e dubbio, anarchia e dogma convivono danzando mirabilmente sotto lo stesso cielo. Perché “tutto è grazia”, secondo la celebre affermazione del curato di Bernanos, ma non tutto è uguale e bisogna saper scegliere quale intensità di vita e di valore vogliamo realizzare.

C’è nell’intero percorso un forte richiamo alla responsabilità e all’impegno, e si capisce, perché l’autore, come docente, si è lasciato ispirare dai suoi giovani studenti o, meglio, dai loro bisogni e dalle loro domande, a scrivere di filosofia come un testamento minimo, come una testimonianza e un impegno a orientare nel cammino, quando sembra venire a mancare ogni indizio di stella polare, una generazione che si smarrisce.

I valori e il declino dell’Occidente

di Augusta Dentella

Un’ode al valore, comunque lo si voglia definire e intendere, un invito ad andare “oltre” le istanze del “bisogno” come richiamo immediato e acritico, una appassionata difesa dell’ideale contro ogni atteggiamento utilitaristico e pragmatico: sono solo alcuni dei motivi che compaiono nel pamphlet I trascendentali traditi di Claudio Sottocornola (pp. 164, Editrice Velar), quasi postilla alla sua precedente opera Il pane e i pesci, di natura più enciclopedica e sistematica, già presentato alla Libreria Buona Stampa di Bergamo il 16 dicembre.

Vi compaiono due autori, scelti da Sottocornola a designare un percorso di critica alla civiltà occidentale contemporanea e alle sue derive: Pier Paolo Pasolini, a cui è dedicato il volumetto, visto come l’antesignano di una critica ai valori consumistici e conformistici della civiltà post-industriale contemporanea, e Tommaso d’Aquino, che apre ogni capitolo con una citazione relativa ai trascendentali, che costituiscono il tema del libro.

L’opera, come sottolinea l’autore nell’Introduzione, intende presentare una fenomenologia, una specie di paesaggio dell’attuale declino dell’Occidente, evocato da città in degrado, corpi alterati e famiglie liquide, con il riferimento a una stella polare, i trascendentali della filosofia medievale, termine che designava nell’ ambito della Scolastica i valori più alti ed estesi a ogni ambito della realtà, come verità, bene, bellezza, giustizia, unità… E intende farlo non in modo rigorosamente argomentativo e conseguente, ma per divagazioni, paradossi, provocazioni e malesseri che, quasi come per un lapsus, lascino filtrare lampi di verità, come accade talvolta nella conversazione fra amici al bar, magari davanti a un buon caffè.

L’aspetto più suggestivo dell’opera è proprio questo accostare il contemporaneo attraverso la prospettiva straniante del pensiero medievale, non riesumato in forme istituzionali e banalmente erudite, ma riattualizzato e vivificato proprio dal suo confronto con l’attualità e persino la cronaca… All’immagine di città abbruttite da cumuli di sporcizia e scritte sui muri si accostano così esemplificazioni di una corruzione sempre più dilagante, alle caustiche descrizioni di costumi sociali involgariti e barbari si alternano amare considerazioni sulla pessima qualità della cultura mediatica e giornalistica prevalente. Il tutto appare però guardato quasi da un’altra terra, da un’altra dimensione, da un orizzonte di verità, bene e bellezza che continuamente spinge alla critica dell’esistente, alla sua falsificazione, a una lucida rabbia, ma in nome di una possibile salvezza, di un riscatto o almeno di un recupero che, in tale prospettiva, è lecito continuare a cercare e perseguire, realizzando intorno a sé la massima armonia possibile.

“Sottocornola – scrive Agata Salamone – avvalora sia il pensiero debole che il pensiero forte, in una linea che va da Abelardo a Mancuso… Il libro nella sua leggerezza fa il punto su una questione  che è esattamente il tentativo di definire la Bellezza, la Verità, la Giustizia, il Bene, presupponendo la possibilità che si possa superare l’obiezione fondamentale che affiora spontanea sulle labbra di chi si è convinto della impossibilità di ogni universalizzazione concettuale…”. E così si assiste in tutta la trattazione a un singolare e suggestivo accostamento di riferimenti a culture e spiritualità diverse, dall’Islam al Confucianesimo, dai “maestri del sospetto” (Marx, Nietzsche e Freud) al Taoismo, dalla tradizione empiristica inglese al Buddismo, mentre continuo è il riferimento alla vita quotidiana e alle esperienze dell’autore, in un suggestivo mix di teoria e concretezza.

I trascendentali traditi si chiude con un capitoletto sulla “quiddità”, cioè sulla ragione profonda per cui una cosa è se stessa, ove  Sottocornola si rivolge al lettore con un invito che ci sentiamo di riprendere: “Tuo padre. Tua madre. Il tuo quartiere. La tua città.. Questo treno. Questa scuola. Quella telefonata. Quel biglietto d’auguri. Quel messaggio. Il freddo che mi attraversa ora. Il sogno che verrà. L’attesa che mi annoia. Il citofono che squilla. Il PC che si spegne. Questo sonno, questo lutto, questa sveglia. E la giornata, questa giornata che non vorrei, e che devo amare, abbracciare, trasfigurare in un sacramento della gloria di Dio. La quiddità come luogo della gloria. Ne siamo ancora capaci, o stiamo solo aspettando il prossimo volo low-cost?”.

Un invito a rientrare in se stessi, nel respiro profondo di un’esperienza spirituale vitale e autentica.