La “esse” della bellezza

Di norma i lettori cosiddetti “forti” (come dire un bevitore forte, un fumatore forte, insomma, uno che ha proprio il vizio compulsivo) leggono più libri contemporaneamente. Il che non so se è un bene o no.
In uno dei libri che in questo momento ho per le mani, Nero. Storia di un colore, di Michel Pastoureau (con cui ho avuto occasione di confrontarmi sull’uso sociale del colore in giardino), ti vengo a scoprire una cosetta interessante.
Per spiegare come , a partire dal XIII secolo, il nero perde la sua connotazione di lutto e paganesimo, ma inizia a diventare un colore elegante, cristiano e anche alla moda, Pastoureau porta ad esempio il Santo Maurizio, il Prete Gianni, il Magio Baldassarre, e la Regina di Saba.
Eccola qui, la Regina etiope in una miniatura del manoscritto del Bellifortis di Konrad Kyeser, inizio XV secolo.
Se vi stupisce il volto nero, non è perché l’ho scansionata male, è proprio nera come il carbone.

La regina di saba. Gottinga, Niedersachsische Staats- und Universitatsbibliothek. Cod. Ms. Philos. 63 fol. 122

A colpirmi, oltre al nero pesante del viso, i toni del giallo del verde e dell’azzurro mescolati per dare un cromatismo ad un abito verde, è stato il movimento sinuoso del corpo.
Probabilmente un ricordo stilistico delle miniature, in cui tutte le madonne, le sante, le regine e le eve varie, erano curve come un ramoscello di salice e sembravano incinte o con un grave attacco di flatulenza e borborigmi.

La Filosofia presenta le sette arti liberali a Boezio (dettaglio), miniatura di un manoscritto francese della Consolazione della Filosofia attribuito al Maestro Coëtivy , circa 1460–70

Ma per fare un gran balzo in avanti nei secoli, di questa “esse” della bellezza in effetti non ci siamo mai liberati, e ciò non riguarda solo la moda, analizzata qui in maniera preferenziale, ma tutte le arti, giardino compreso.

Nel 1752 William Hogarth pubblicò un testo intitolato L’analisi della bellezza, in cui proponeva una soluzione semplice quanto apparentemente banale, ad un problema che da millenni faceva discutere artisti e filosofi.
Secondo Hogarth, la bellezza è nella giusta curva. Una curva che non sia nè troppo arzigogolata, nè troppo rigida.
Proponeva ai suoi lettori di scegliere il corsetto più bello:

Hogarth confida che la maggior parte dei lettori sceglierà uno dei tre corsetti al centro della serie.
Secondo Hogarth, la bellezza è qualcosa che sta a “metà tra la noia e la fatica”.

La rappresentazione che Hogarth ne fece è questa:

In effetti la serpentina veniva dal lontano oriente, dalla Cina, per essere precisi, proprio nel periodo in cui Hogarth scrisse il suo trattato, in coincidenza con i viaggi in Cina di Sir William Chambers.
La serpentina, la curva, lo schema a quadri, tipici dei giardini cinesi, si sposano benissimo con l’ordine nuovo dell’Inghilterra, che tagliò la testa di un paio di re molto prima dei francesi, e fece la sua rivoluzione borghese cento anni prima. Dal 1660, re, regine, lord e squire, avevano gli stessi giardini, gli stessi hobby, gli stessi vestiti, e molte volte, lo stesso potete in parlamento.

Che affare! Sembra che non esista un carattere realmente europeo di giardino: viene tutto dall’Oriente, vicino o lontano che sia.

Una delle prime manifestazioni della diffusione che ebbe la serpentina furono i giardini francesi e i labirinti a curva.

Altri giardini furono “convertiti alla curva”. Ne nasce uno stile incerto, non particolarmente apprezzato nè per i risultati estetici, nè per le capacità seduttive; fu chiamato in molti modi, ma spesso “francese pre-rivoluzionario”.

Labirinto curvo di Choisy-Le-Roy

la “esse” è sempre stata un simbolo di bellezza femminile, di grazia, e le crinoline e i sellini usati ne accentuavano le curve.

Joshua Reynolds, Miss Ingram

Mrs Hugh Bonfoy


Thomas Gainsborough, Lady Ligonier

Thomas Gainborough, Mr e Mrs William Hallett

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alcuni di questi quadri rappresentano forse l’apice della bellezza dell’abito nella moda femminile anglosassone, una bellezza che poi venne corrotta dalla moda francese delle enormi crinoline e in seguito dei sellini. Ma dopo questa mega-sfilata di ladies in tiro, beccatevi questo! ( e scusate se la disposizione delle immagini nella pagina è così strana, ma io non so farla ordinata come molti miei colleghi bravi con l’html…

Un quadro che ha molti significati politici nascosti, guardate voi, proprio nei colori. Michel ne sarebbe entusiasta!

Che forza! Siamo a due anni dall’unità d’italia, in Inghilterra era in pieno fermento il Preraffaelitismo, e lui ti spara un quadro che sembra dipinto un secolo prima e che descrive un ambiente medievale! Fantastica la esse di lei, altro che Rossella e Retth Butler!

E ancora la “esse” non perde il suo fascino da sirena nelle incisioni dei Secessionisti viennesi e dell’Art Nouveau (in Germania con lo Jugendstjil si preferivano forme più lineari).
Un esempio per tutti è Mucha, Profeta del Kitsch.

pare che si vergognava di fare pubblicità?

La “esse” non scomparve neanche con il diminuire dell’ampiezza delle crinoline, anzi, possiamo dire che fu proprio il sellino, un attrezzo scomodissimo da portare, ad accentuarla.

Se volete dare un’occhiata ai quadri degli impressionisti, ne troverete migliaia di queste “esse”.

Ma il momento magico, autocosciente della “esse” nell’abbigliamento fu a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento.



ma chi incarnò la bellezza del vitino da vespa, dei seni e dei fianchi prosperosi, e della capigliatura raccolta in alto a boule, come un fiore Liberty, fu Camille Clifford


Nel Novecento i seni andavano di moda meno pieni e i capelli più sottili e aderenti alla testa. ma non si rinunciava alla “esse”. E se questa non doveva essere data dai fianchi, che per motivi socio-culturali le donne non gradivano mettere in mostra, allora c’era sempre la gamba.

Ancora oggi, modernizzata, decontestualizzata, privata della sua storia, la vediamo comparire su cataloghi per tutte le taglie (idealmente rappresentate da una platonica 42) e tutte(?) le tasche, sulle passerelle, negli stock di foto delle più importanti agenzie fotografiche italiane. Cambia l’abbigliamento, invece dello chignon chi sono i rasta, e al posto di una gonna di velluto ci sono i jeans…ma poco cambia.
Signor Hogarth, lei che ne pensa?

I bei tempi andati…


Fotolia, finto elegante da copertina


Supergambe, modernissimo e allegro

Questo slideshow richiede JavaScript.

Il mistero delle unghie francesi

C’è una cosa che mi tormenta da un bel po’ di tempo: qual è l’ultimissima tendenza della moda delle unghie?
Come mi piacerebbe saperlo!
So che vanno molto le unghie in stile “french”, che hanno la testa piatta come un badile. So che vanno le unghie iper-decorate, come queste:
E so che da un po’ girano anche le unghie affilate alla Dracula, una roba sicuramente resuscitata dal carretto della saga di Twilight.

Che fine hanno fatto le unghie lunghe smaltate di rosso degli anni ’80, alla Valentina?

Ma insomma, qual è davvero l’ultima, la moda più raffinata e colta delle unghie?
Unghie-torta-nuziale? Unghie-orto? Unghie-bandiere? Unghie-Simpson? Unghie-orchidea?

Caspita, mi sa che sono le unghie-unghie, non laccate e tagliate normalmente corte con le comuni forbicine. E magari -aggiungiamo- con un tocco di onicofagia.

Per fare un tavolo ci vuole il legno…

Dice la canzoncina: “Per fare un tavolo ci vuole il legno, per fare il legno ci vuole l’albero”.
Bene, anche per fare un giardino ci vuole un albero, e che non sia un albero qualunque.
Il giardiniere, quello di un certo livello, quello che si distingue dalla massa, si riconosce subito da che alberi usa.
Perché poi l’albero? Ma è semplice, perché l’albero è molto grande, occupa più spazio,il suo posizionamento corretto implica una pianificazione attenta e consapevole, una scelta adeguata dell’esemplare, (che non sia né troppo grande né troppo minuto), il suo sviluppo elegante chiarisce che siamo di fronte ad un giardiniere-osservatore costante, che conosce i metodi di potatura corretti, che lascia mano libera alla natura senza sfociare nell’anarchia, che sa amministrare la wilderness con sapienza e abilità, che ci pensa sopra due volte prima di potare o meno la farnia ;P .

Un giardiniere così è uno che non solo conosce le piante da fiore, che sono piccole creature “traslocabili” rispetto ad un albero, ma tratta le piante da giardino più difficili, più imprevedibili, più faticose da imbrigliare con i tagli, più complesse da salvaguardare dagli agenti atmosferici, dai parassiti, dalle avversità in genere e -non ultime- da leggi comunali poco opportune e spesse volte scritte da burocrati dell’epoca paleozotica.

Un giardiniere raffinato scarterà per prime le Thuja e i cipressi, aborrirà il cipresso di Lawson, e se non abita in zone veramente rigide, in linea generale non sceglierà mai una conifera, piuttosto un albero da frutto.
Al Sud un bellissimo albero che è facile vedere nei giardini, arrivatoci di certo non per merito dei proprietari, è la Radermachera sinica,

Je suis, je suis, je suis...


un albero di una raffinatezza inenarrabile, con grandi fiori bianchi che compaiono in età adulta. Per la sua lentezza nel crescere e la sua delicatezza, la Radermachera è diventata tipica pianta da interni, regalata con la coccarda rossa in occasione di compleanni e feste familiari. Poi, dopo anni, ci si accorge che sta benissimo anche fuori e la si pianta in un angoletto, “tanto morirà il prossimo inverno”. Invece no, e la grazia soavissima della Radermachera si trova spesso faccia a faccia con anonimi condomini e orribili villette bifamiliari in cemento armato. Tale è la lieve bellezza dell’albero, che persino gli scempi caseggiati contemporanei ne risultano alleggeriti.

Un albero molto di moda dove gli inverni sono rigidi è l’acero, con le sue sfavillanti colorazioni autunnali.

Acer shirasawanum 'Aureum', tratto da un sito che sicuramente s'incazza se sa che gli ho fregato la foto


Ho sempre avuto un grande affetto per gli aceri, per il loro essere alberi che rimandano ad un immaginario ipernutrito da cliché televisivi di una vita “country”, comoda, ricca di tutte le gioie della famiglia e del relax della campagna, una vita traboccante di sciroppo d’acero e di frittelline dolci, torta di mele e crumble di prugne. Ma l’ormai pedissequo favore collectible riservato a quest’albero me lo rende meno familiare, meno attraente e sempre meno desiderabile. Tanto più che non posso permettermelo, perché qui fa troppo caldo. Come disse la volpe: l’uva è acerba.

He loves pancakes!

Altrettanto amato dell’acero, ma molto meno diffuso e collezionato, è il Liquidambar (altro gioiello prezioso negato a chi vive al caldo).

Gloria d'autunno

Un albero che andrebbe invece cancellato dai giardini è il Prunus serrulata ‘Amanogawa’, che quando è fiorito sembra una sorta di opera concettuale postdadaista. E’ molto diffuso da noi, dove i Prunus non da frutto sono quasi sconosciuti, quindi figuriamoci altrove.

Altolà, chivalà, parola d'ordine!

Un albero di cui diremo senz’altro che il suo proprietario ha un gusto non comune è lo Styrax japonicus, sempre più diffuso ed apprezzato tra chi vuole distinguersi. Trovargli una buona collocazione non è affatto facile, perché è un albero che ama un’ombra umida e un terreno piuttosto acido. Non è molto grande e non vuole vento freddo sul dorso, ma ha una disposizione naturalmente elegante dei rami e un portamento aperto, oltre che una fioritura bianca spettacolare. E’ una creatura da bordo acquatico, o da boschetto umido, insomma, un albero che chiede un certo tipo di ambientazione che 1) uno si ritrova naturalmente a casa sua, per pura combinazione 2) o che per ricostruirla occorrono mezzi e tempo che possiede solo chi ha un largo patrimonio da alienare in beni superflui come il giardino.

Buttatevi per terra e chiedete pietà

La soglia, dal simbolo alla società

Questa relazione nasce da un incontro con il circolo di giardinaggio “Il Mignolo Verde” di Cesena, la cui presidente, Gabriella Assirelli, mi ha chiesto di poter tenere una lezione su un tema libero.
Non so esattamente cosa mi abbia indotta a scegliere quest’argomento, semplicemente mi è entrato in testa.
Visto che i giardini, per definizione, sono luoghi chiusi e che quindi una soglia è sempre necessaria, pensavo di trovare una vasta documentazione in proposito. Andando ad approfondire mi sono invece resa conto che lo studio su una qualità così importante di tutti i giardini è completamente assente dalla letteratura specializzata, in Italia e all’estero.
Quanto illustrato in questa relazione è pertanto frutto delle mie deduzioni e del mio personale modo di vedere l’argomento e il giardinaggio in generale.

Pur non essendo incline al misticismo e all’esoterismo in giardino, il tema della soglia reca con sé un valore profondamente simbolico (che –attenzione- non vuol dire “esoterico”, “misticheggiante”). Il giardino stesso è una struttura simbolica, in cui l’Uomo, in quanto razza intelligente e pensante, deposita la propria concezione del suo rapporto con la natura, o meglio, utilizzando un vocabolario filosofico, la sua concezione del rapporto tra la natura naturans, cioè la natura libera, incontaminata dalle mani umane, e la natura naturata, cioè la natura più o meno manipolata dall’uomo. In buona sostanza stiamo parlando del rapporto millenario e che spesso ricorre nelle discussioni attorno al giardinaggio, tra natura ed artificio.
Il simbolismo contenuto in questo tema, verrà tuttavia analizzato e discusso non già da un punto di vista psicologico, il che sarebbe del tutto improduttivo e piuttosto noioso, ma strettamente scientifico, quindi storico, estetico, architettonico.

Il giardino è –abbiamo detto- uno spazio chiuso. Il suo stesso nome, come sappiamo, deriva dal franco “gard” che vuol dire “orto, spazio chiuso, delimitato” (in gotico garda, “chiusura”). I Greci tradussero in “paradeisos” la parola persiana “pairidaeza” che voleva non già indicare il Paradiso, ma il giardino privato del principe.
Uno spazio chiuso necessita dunque di un’entrata, ed è su questo concetto, analizzato dal punto di vista storico e sociologico, che ci soffermeremo.
La soglia ha dunque un valore simbolico, di passaggio, da un mondo ad un altro, nel caso dei “paradisi” persiani o delle oasi egizie, o ancora degli orti monastici, dal mondo della natura, selvaggio e inospitale, al mondo del giardino, accogliente, riparato, ordinato, ricco se non addirittura lussureggiante.

Una barriera, un recinto, una perimetrazione, servono non solo a separare ciò che sta dentro da ciò che sta fuori, ma anche viceversa, allontanare ciò che sta fuori da ciò che è dentro.
Ciò che valeva anticamente per gli ambienti fisici (ad esempio per il giardino egizio, dividere il l’oasi umida dal caldo arido del deserto), vale ancor di più e con implicazioni diverse al giorno d’oggi. Attraverso un recinto si segnala agli altri qual è il limite del proprio territorio, nel quale non si può entrare se non previa autorizzazione. E’ una marcatura, molto simile a quella che compiono gli animali della savana e i felini di casa. Far entrare qualcuno nel proprio giardino, ed ancora di più, accoglierlo in casa propria, significa includerlo nel gruppo delle persone ammesse alla frequentazione domestica, familiare, cioè di quel gruppo di persone che condivide con noi i nostri principi, le nostre abitudini di vita, i nostri gusti. Il mancato riconoscimento di questi simboli o di queste abitudini rituali (ad esempio non calpestare il prato, non gettare le cicche nei vasi, non permettere ai cani di calpestare le aiuole), definisce una persona come un “outsider” cioè un violatore, una persona non ammessa alla condivisione dello spazio.
La soglia, in quanto luogo dall’appartenenza non perfettamente definita, diventa un “meeting point”, un punto di incontro, un luogo dove far sostare gli estranei, scoraggiare gli outsider, di passaggio per gli iniziati.
Non per nulla, ci avrete fatto caso, la parte più interessante delle conversazioni, le confidenze più audaci, delle romantiche dichiarazioni sentimentali, avvengono sulle soglie delle case, sui pianerottoli, davanti alla porta dell’ascensore, in quanto le regole che determinano inclusione ed esclusione da un gruppo sono meno rigide.

Piccolo giardinetto di città

La transizione può essere più o meno rapida, come un inciampo in un giardino nel centro cittadino (o come in una moon gate cinese), o graduale, come un avvicinarsi lento e costante attraverso un lungo viale d’entrata e una larga cancellata, come nelle ville barocche francesi.
Prima di ogni cosa bisogna distinguere il concetto di soglia da quello di confine. Il confine può essere solo attraversato, la soglia invece è un punto che non serve solo a dividere due spazi, ma anche a collegarli, e quindi in cui è dato non solo passare, ma sostare.
Da un punto di vista tecnico-architettonico, la soglia può essere un punto di continuità con l’ambiente successivo, di metamorfosi, o di rottura. La soglia porta dunque con sé la simbologia del rinnovamento, della morte e della rinascita. E’ becchino e levatrice insieme. E’ immagine di un eterno presente, in cui passato e futuro si annullano. Sulla soglia è dato sostare un istante, ma in questo istante si riassumono tutti gli istanti possibili. La soglia quindi è un luogo-non-luogo (attenzione a non confonderla con i “non luoghi” di Marc Augè), una “no Man’s land”, “terra di nessuno” o meglio “a-topos”, per usare una terminologia specialistica. Spazio e tempo si costituiscono così monadologicamente in una unità precisa, in un punto nel tempo (Zeit-Punkt). Nel momento in cui attraversiamo una soglia, siamo abitatori dello spazio-tempo, luogo privilegiato della filosofia. Possiamo volgerci indiscriminatamente al passato o al futuro, tornando indietro o andando avanti, muovendoci alla ricerca di un oggetto filosofico da sempre velato, cioè la verità.

Giano Bifronte raffigurato su una moneta

La soglia in latino era denominata “ianua”, dal nome della divinità Giano, il più antico dei maggiori dei italici e romani, una divinità tra le più venerate a quel tempo, anche se forse meno noto ai moderni. Giano era considerato il “dio degli dei”, era invocato prima degli altri in ogni rito o sacrificio, e il suo sacerdote il più importante. Era il dio di ogni inizio, delle partenze e dei ritorni, a lui erano consacrati tutti i passaggi, i crocicchi e gli archi con due o più porte. Le porte del suo tempio erano aperte in tempo di guerra (per aspettare il ritorno dei combattenti) e chiuse in tempo di pace. In onore a Giano venne dato il suo nome al mese che apriva l’anno civile, gennaio.

Non solo i Romani, ma anche altri popoli avevano delle divinità delle soglie, o meglio dei “guardiani delle entrate” , questo a testimoniare l’alto valore simbolico della soglia. Ad esempio le sfingi in Egitto, o dragoni e varie altre creature nell’Est.
Pensiamo alla coppia di sfingi che “sorvegliano” l’incrocio tra l’asse centrale di Villa d’Este e il viale delle Cento Fontane.

Le due sfingi all’incrocio del viale centrale con quello delle Cento Fontane o Cento Cannelle. Lungo il viale, opera di Pirro Logorio, si vedono bene i bassorilievi con scene tratte dalle 'Metamorfosi' di Ovidio


Una coppia di sfingi si trova anche all’ingresso di Villa Torrigiani a Firenze e a quello di Villa il Pavone presso Siena. Se ne trovano due anche all’accesso del vialone di passeggio del parco delle Cascine a Firenze.
I portali delle grandi cattedrali cattoliche gotiche ne sono l’espressione più rappresentativa nel mondo occidentale.
Molte di queste creature hanno una doppia natura, come sfingi, centauri, grifoni (metà leoni, metà aquile) o satiri, unicorni, per sottolineare il passaggio dal mondo naturale (animale) a quello umano. In epoca moderna le statue sono state spesso sostituite con elementi vegetali, come bossi topiati in sagome animali, oppure alberi grandi o particolari (come gli agrumi a Versailles, che erano coltivati in vaso e richiedevano di svernare al chiuso e che pertanto si prestavano particolarmente alla coltivazione in vasi decorativi).

Topiaria: uccelli al giardino di Hidcote Manor, di Lawrence Johnston. Parterre nel giardino delle Fucsie, in primavera è stipato di Scilla sibirica

La variante più comune del punto di soglia è un semplice arco di congiunzione tra due spazi distinti. L’arco può anche essere isolato e non accompagnato da un muro divisorio, come accade per gli archi di trionfo, e proprio in questi casi la sua funzione simbolica è molto accentuata. Molto spesso agli archi si accompagnano i guardiani della soglia in forma di statue o di alberi, in vaso o meno, o di sempreverdi topiati.

La variante più elaborata della soglia è il labirinto. Il labirinto non è una creazione esclusivamente occidentale, ma si ritrova in tutte le culture del mondo, dalle tavolette di Babilonia, ai muri di Pompei, ai circoli spiraliformi dei Celti (i cui disegni ornamentali ispirarono una sorta di variazione giardinesca del labirinto: il knot garden di epoca Tudor).
In alcune culture il labirinto è considerato un sistema per allontanare e sviare gli spiriti maligni, in altre come un viaggio iniziatici.

Sarah nel labirinto, nel film 'Labyrinth' di Jim Henson

Esistono due tipi di labirinto: quello che gli inglesi chiamano “maze” e i tedeschi “irrgarten”, che è pieno di false aperture e vicoli ciechi, e il labirinto vero e proprio, che ha una sola strada tortuosa.
Il labirinto più famoso della storia è quello di Cnosso a Creta, in cui Teseo uccise il Minotauro e si salvò con il filo di Arianna. Attualmente tra i più famosi c’è il labirinto di Hampton Court, datato 1690, in cui peraltro si perdono i protagonisti di “Tre uomini in barca” di Jerome K. Jerome.
Il labirinto medievale spesso si modifica e diventa circolare, secondo il modello dell’Isola di Citera dell’Hypnerotomachia Poliphyli, il volume presumibilmente scritto da un tal Francesco Colonna (non si sa se un frate domenicano o il Principe romano, signore di Palestrina), che influenzò enormemente il gusto dell’epoca.

Villa Lante

Il labirinto diventa l’isola al centro di un lago, anche piccolo, e le curve del labirinto si stilizzano e si geometrizzano sempre di più, fino a diventare dei semplici viali d’accesso, come ad esempio nel giardino di Boboli o a Bagnaia.

Fontana di Oceano a Boboli, Firenze

I labirinti furono poi soppiantati nel Settecento dai Parnasi, che erano dei rilievi, naturali o artificiali, da cui cogliere una vista d’insieme, come per raccogliere in un solo sguardo tutto il mondo, tutti gli oggetti di conoscenza.

Ponte giapponese (Portland, Oregon)

In un tipo particolare di soglia, il ponte, la caratteristica del passaggio e della transizione sono più evidenziate. Il ponte, per la sua natura spaziale di strumento di attraversamento e transizione, è ancor di più “no Man’s land”, “terra di nessuno”, è un luogo in cui solitamente si transita velocemente (anche per paura dell’altezza) come per timore di rimanere intrappolati in un mondo senza tempo. Sul ponte infatti il tempo sembra sospendersi e annullarsi, probabilmente per il fatto che è una struttura sospesa anche nello spazio. Non è un caso che nei racconti popolari di fate è più frequente che avvengano eventi insoliti e misteriosi su ponti.

Khashan (Iran), Amerian House, epoca recente, 19esimo secolo

Ciò accade anche per il Talar persiano, un arco con un estradosso particolarmente profondo, una sorta di architettura intermedia tra un semplice arco e un portico, in buona sostanza un’entrata coperta, una soglia dilatata. Nella tradizione islamica, infatti, il “talar” è il punto in cui l’anima si muove tra l’edificio il giardino, e in cui il giardino rappresenta lo spirito, e l’edificio il corpo. Non per nulla il “talar” è usato anche come monumento funerario.

Moon Gate

Simile al talar è un tipo particolare di apertura, il moon gate cinese. Si tratta di una finestra circolare in un muro, attraverso cui è possibile osservare un altro giardino, e a volte anche entravi.

Moon gate in un giardino paesaggistico inglese

La moda cinese che furoreggiava nel Settecento, portò delle piccole moon gate anche nei muri dei grandi parchi signorili, dove attualmente rimangono. Se ne trova ancor oggi l’eredità nei giardini di campagna.

Andiamo avanti nel nostro excursus storico e giungiamo al Medioevo. Il giardino medievale signorile, simile a quello descritto da Boccaccio nell’introduzione alla terza giornata del Decamerone, era solitamente diviso in molte sezioni regolari, a loro volta divise in quattro quadranti da due viali ortogonali, di chiara discendenza indostana (il sistema si chiamava chahar bagh). Molto spesso c’erano muri che separavano le diverse zone del giardino, anche per garantire una certa intimità ai suoi frequentatori, che spesso si appartavano tra i cespugli o si riunivano in allegre e disinibite combriccole.

Miniatura contenuta nel manuale di astronomia 'De Sphaera' attribuito a Gregorio e Lorenzo Dati. Il giardino diventa luogo appartato per il piacere terreno

Ecco che già, in ambiente borghese, “la soglia” perde la sua connotazione mistica e diventa invece un sistema di regolazione sociale. Il sistema compartimentale medievale e rinascimentale, influenzò molto fortemente il giardino “a stanze” della fine dell’Ottocento, come ad esempio quello di Sissinghurst Castle.

Litografia di un volume di Repton, 1816

Una struttura che non è esattamente una soglia, in quanto non può essere attraversata se non scavalcandola, è la balaustra, che funge sia da divisione tra due luoghi destinati a scopi diversi, sia da collegamento ottico tra gli stessi.
A partire dal periodo in cui si cominciarono ad usare luoghi di culto specifici per la liturgia cristiana, la struttura delle chiese, fino all’anno Mille, si mantenne sul modello del tempio ebraico: dopo la porta di ingresso c’era un atrio chiamato “atrium”; una parete o una balaustra segnava la fine dell’atrio e apriva l’accesso alla navata centrale chiamata battisterio, oltre la quale, dopo un’altra balaustra od una ringhiera, iniziava l’area dell’altare, chiamata presbiterio.

Atrio della chiesa conventuale di Maria Laach. Il 'paradiso' era l’ingresso coperto che aveva il medesimo scopo del cortile colonnato e che in più offriva diritto d’asilo

Nell’atrio, che era poi un cortile colonnato, si raccoglievano i catecumeni che lì attendevano di essere battezzati. Da notare che quest’atrio veniva chiamato “paradiso” e dava diritto d’asilo.
Ancora oggi nelle grandi chiese o nelle vecchie chiesette l’altare è separato dal corpo centrale della navata da una balaustra.
La balaustra prende il suo nome e la sua forma dal “balaustio”, la capsula dei frutti del melograno, in quanto simbolo di fertilità, rinascita e abbondanza.
La simbologia del melograno è piuttosto complessa e risale al culto di Dioniso, dal cui sangue si dice che nascesse il melograno (in realtà si dice la stessa cosa di altri fiori con altri dei, ad esempio dell’Adonis o dell’anemone con il sangue di Adone, e delle violette con quello di Attis). Dioniso condivide in effetti con queste divinità un’origine antichissima, asiatica, e rappresenta la morte e la rinascita della vegetazione. Dal mito di Dioniso e di Adone sono stati ricavati alcuni dei riti cristiani che celebriamo ancora oggi, come quello dell’eucarestia. Ricordiamo che le divinità della vegetazione, che –come Dioniso o Proserpina- secondo i miti passavano sotto terra una parte dell’anno, erano solitamente considerate non solo divinità della vegetazione, ma anche dei morti, della nascita e della resurrezione.

La Cascata dell'Universo nel Giardino della Speculazione Cosmica in Scozia. La dimensione temporale è qui molto accentuata: ad un gradino corrispondono ere geologiche. Da notare che l'inizio della scala è immerso in uno specchio d'acqua scura, poichè i primi tre minuti del Cosmo (finchè non si formò l'atomo di idrogeno) non sono noti all'uomo

Un altro tipo di soglia simile al ponte è la scala, che però anziché condurre da un luogo all’altro in orizzontale, lo fa in verticale. La scala è un luogo che come il ponte, viene percorso rapidamente, anche se meno rispetto a quest’ultimo, anzi non è raro fermarvisi, soprattutto ai pianerottoli, per osservare il panorama o per riprendere fiato se la si fa in salita, o per chiacchierare.

Panoramica di villa Garzoni, foto su cortesia di Lidia Monti

Un giardino che racchiude in sé molti di questi elementi è quello di Villa Garzoni a Collodi, in provincia di Lucca. In molti l’hanno visitato e trovato poco interessante e maltenuto, mal restaurato e con un biglietto d’ingresso costoso.
L’edificio risale al 1300, mentre il giardino prese corpo in diversi periodi nei secoli successivi. La parte che tutti conosciamo è quella più importante, costituita da terrazze digradanti sul fianco di un colle, costruite da Ottaviano Diodati per Romano Garzoni nel 1700.
Due statue sorvegliano l’ingresso: una è Pan, simbolo vitalistico della forza generatrice della natura, dall’altra Venere, che, oltre ad essere dea dell’amore sensuale era anche protettrice dei giardini, soprattutto nella sua qualità di Venus Julia.
Ai lati del sentiero che sale ci sono invece Apollo e Dafne, che rimandano alla trasformazione, e sul primo terrazzamento della rampa per salire sulla collina ci sono le statue delle quattro stagioni, che significano invece immutabilità e cambiamento, ciclo vitale ripetuto.
C’è un labirinto topiato, anche se non è più evidentemente nelle sue condizioni originarie. C’è un ponte in pietra che sovrasta il labirinto, per cui è possibile osservare chiunque cerchi di attraversarlo. Ci sono anche dei sorprendenti giochi d’acqua che bagnano ospiti e visitatori.
Sulla balaustra c’è una serie di figure di scimmie, che ricordano come l’arte dell’uomo sia uno scimmiottare l’opera divina. Ma il contrasto più evidente si trova nella divisione tra luci e ombre create dalla distinzione tra le terrazze e i boschi sul fianco del colle. Creare una divisione tra luce ed ombra era un intento dichiaratamente espresso dal Diodati. La scala ad esempio, è luminosa e gloriosa, ma immediatamente dopo si stagliano fitte delle macchie di allori e oleandri, creando l’impressione di un groviglio minaccioso. Non è un caso che proprio nel punto in cui il bosco inizia la scala sia fiancheggiata dalle statue di due satiri, a rappresentare l’ “hybris”, figure intermedie, mescolanza tra mondo della natura e quello dell’uomo, che vogliono in buona sostanza simboleggiare il contatto, il confronto, il rapporto sempre variabile, stratificato e complesso, tra la natura selvaggia e indomita e il giardino coltivato.

Un altro tipo di soglia dilatata, simile al ponte, è il tunnel, che a differenza del primo, invece di essere sospeso, passa sotto terra.

Désert de Retz apparteneva a François de Monville. Fu fatto costruire a partire dal 1774 in una boscaglia selvaggia vicino a Marly, il luogo si chiamava Rètz, ma non si sa bene perché, è passato alla storia con il nome di Désert de Retz. De Monville era un componente di spicco della Massoneria, ed è del tutto plausibile che abbia voluto inserire nelle architetture riuniste del suo giardino, degli elementi simbolici, come l’entrata a forma di grotta al giardino, che doveva essere vissuto come un percorso iniziatici riservato agli affiliati o alle persone con cui si avevano interessi intellettuali e politici affini. L’apertura era sorvegliata da figure di satiri che reggevano delle torce, come anche nel giardino di Villa Garzoni, la piramide rimandava alla simbologia egizia, dei cui rituali la massoneria aveva fatto letteralmente man bassa

Il tunnel e le grotte sotterranee sono state usate sin dall’antichità come luoghi magici, in cui compiere riti propiziatori o iniziatici. I misteri Eleusini o Mitrei, connessi con la rappresentazione simbolica del ciclo stagionale e quindi della morte e della resurrezione, si svolgevano infatti in antri naturali.
Il Parco di Pratolino è ricchissimo di grotte e antri dove si svolgevano riti filosofici e misterici. Le grotte e i tunnel furono poi ripresi in epoca illuminista per rappresentare un viaggio iniziatico dalle tenebre dell’ignoranza alla luce della conoscenza.
Un tunnel “moderno” molto famoso è quello di Twickenham, il giardino di Alexander Pope, che tanta parte ebbe nella definizione dei canoni di gusto del giardino paesaggistico inglese . Oltre al tunnel sotterraneo, Pope dispose un tempio decorato con conchiglie (sul tipo delle “rocailles”) e un obelisco dedicato alla memoria della madre, posto vicino ad un cipresso (simbolo di morte nell’antichità).
Il giardino paesaggistico inglese, per la sua matrice intellettuale e illuminista, si prestava particolarmente all’inserimento di elementi simbolici come rovine, obelischi, statue, edifici e costruzioni varie.
La moda del “ruinismo egizio” prese velocemente piede dopo la missione napoleonica in Egitto, i ritrovamenti di tombe faraoniche e la traduzione della Stele di Rosetta da parte di Champollion.

Il potere simbolico di certe architetture viene così meno, diventando merce di scambio sociale, di inclusione o esclusione dalla cerchia di persone dotate di “gusto” (nel 1700 quando si voleva veramente insultare una persona, si diceva che era “priva di gusto”) quindi di inclusione o esclusione dalle élite sociali.

Un altro tunnel, o meglio, corridoio sotterraneo è quello a Wörlitz, il più importante conseguimento estetico del giardino inglese paesaggistico in terra tedesca. Come altri in periodo settecentesco, il giardino, voluto dal principe Franz von Anhalt-Dessau, è di chiara ispirazione massonica (un altro giardino massonico è quello del Marchese di Montesquiou a Mauperthuis). Il corridoio conduce ad una grotta, come anche a Twickenham, in cui ci sono varie iscrizioni e urne funerarie. Ricordiamoci che i cimiteri sono nati nel periodo in cui il ruinismo e la moda del giardino paesaggistico erano al loro acme.
Il giardino di Wörlitz è ricco di passaggi e corridoi, molti dei quali sotterranei. Alcuni conducono all’aria aperta, in luoghi che devono ispirare pia reverenza e solenne isolamento, secondo il modello di Enea, allora in voga, altri più cupi e mistici. Ad esempio esiste una sorta di cella, le cui pareti sono fatte di nuda roccia (la viva roccia non lisciata per i massoni significava la natura naturans, l’elemento grezzo), ombreggiata da alberi, in cui si aprono due porte. Una si apre sulla destra e può essere paragonata al sentiero che prendono coloro che mancano di cultura, mentre sulla sinistra si apre un sentiero inziatico riservato agli adepti e agli acculturati (cioè, possiamo dire per gli “outsider” e per gli “insider”, coloro che si vogliono tenere a distanza e coloro che si vogliono tenere vicini). L’atmosfera del percorso riservato agli adepti è quasi magica e sospesa, un sinuoso snodarsi tra luci intense e ombre fitte (la luce della cultura, dell’Illuminismo, l’oscurità dell’ignoranza). Vi sono tempietti e sacrari. Il tempio di Eolo, ad esempio, è una grotta dalle cui finestre si possono vedere in distanza campi, prati e boschetti, oltre agli argini del fiume Elba, su cui sorge anche un Pantheon. Quando l’Elba esce dagli argini, si riempiono alcune vallecole e raggiunge i piedi della statua di Nettuno, che sembra così uscire dalle acque del mare. Il progetto iniziale prevedeva anche delle arpe eoliche, cioè degli strumenti a corda, che mossi dal vento, producevano una melodia. Tuttavia, probabilmente per ragioni economiche, non furono mai installate.
Worlitz appare quindi un viaggio misterico alla scoperta della conoscenza, vissuto attraverso la complessa stratificazione del simbolismo massone, influenzato dalla ritualità e dal misticismo egizio (a Worlitz sono presenti statue di Osiride, Iside, Oro e Anubi) .
A proposito di cimiteri, nel giardino di Worliz il principe Franz volle costruire per la figlia morta, una “copia” dell’isola dei pioppi di Ermenonville in cui era sepolto Rousseau (che sono sempre stati pioppi, anche ad Ermenonville, mai cipressi).

In epoca più recente, nel periodo Romantico, si riscoprivano in Inghilterra il primitivismo, il giardino Tudor e medievalismo, quest’ultimo attraverso l’attività di William Morris e dell’Arts & Crafts e del movimento Preraffaelita.
Il giardino claustrale, tipicamente conformato ad hortus conclusus, era solitamente separato dagli altri spazi (pomarium, viridarium) tramite muri e porte. Il giardino a “stanze” è costruito su quel modello, ma le divisioni e le soglie sono più che altro costruite con due scopi: il primo è prettamente orticolo. Avere molti muri rivolti a sud permetteva di coltivare piante un po’ più delicate, inoltre il muro o la siepe scura sono lo sfondo ideale per il bordo erbaceo misto che è l’elemento centrale attorno cui ruotano le altre componenti del giardino. Il secondo è che archi, porte, cancelli, in questo tipo di giardini sono punti di vista privilegiati creati su misura dello spettatore-visitatore nei confronti di una proscenio-giardino. Lo spettatore-visitatore attende in questi punti di poter salire anch’egli sulla scena, e di diventare parte della rappresentazione teatrale. E’ da questi punti che si gode del miglior artifizio prospettico, ed allontanandosi da tali punti, la vista spesso peggiora sensibilmente, come già accadeva, su scala ancor più grande, nelle fastose ville barocche francesi, conformate come veri e propri scenari teatrali all’aperto.

Passiamo ai tempi moderni, in cui nessuno di noi ha le possibilità dei grandi principi illuminati e possiede un piccolo giardino di poche centinaia di metri quadri.

Cancelletto con clematis di un cottage garden inglese

Analizziamo un tipo di giardino particolare, il giardino di facciata, il front garden americano ed inglese, cioè la parte più immediatamente visibile al visitatore dello spazio che circonda l’edificio.
Qui da noi il giardino di facciata non è sentito il maniera particolare, mentre per quanto riguarda gli Stati Uniti e la Gran Bretagna è praticamente un must, interi libri sono scritti su questo argomento, ed altri si continuano a scrivere.
In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, a differenza dei paesi mediterranei e continentali, il giardino vero e proprio si trova sul retro (il famoso “back yard”), mentre sul davanti c’è più spesso una sottile striscia di terra delimitata da una cancellata oppure lasciata libera. E’ proprio a questa striscia di terra che viene attribuito il compito di accogliere il visitatore, stupire il passante, anticipare il giardino sul retro, definire lo stile di vita e le aspirazioni di una famiglia.
Del “front garden” degli Stati Uniti abbiamo un’idea abbastanza precisa attraverso film e telefilm: è in buona sostanza un semplice prato con o senza staccionata e privacy minima. E’ soprattutto sulle villette a schiera dei paesi di provincia, dove tutte le case e tutti i front garden sono uguali, che dobbiamo riflettere. Uniformarsi al gusto e alla prassi comune è l’espressione della volontà di non voler essere esclusi o additati come degli “outsider”, di voler essere considerati come persone che seguono la morale comune, che non hanno idee strampalate nella testa, che non praticano –insomma- nessun tipo di pensiero fantasioso, e men che mai eterodosso o eversivo. Si desidera essere anonimi, invisibili, assolutamente calati nelle regole sociali comuni, medie. Quello che da noi diremmo “piccolo-borghesi”.
Dall’altra parte, il front garden ricco e variegato (quello di cui parla la vasta letteratura a cui abbiamo accennato), esplicita la volontà di escludersi dal vasto gruppo della massa generica e indistinta della piccola e media borghesia, e di inserirsi nel gruppo delle persone che accudiscono alla natura, che desiderano dare di se stesse l’idea di persone che amano la fantasia, l’arte, l’eclettismo, l’estroversione (come per ogni giardino, a volte riuscendoci, altre volte no).
Quando il front garden diventa specchio fedele e maniacale dello psicologismo personale, luogo ove si consuma il quotidiano feticismo del sé, allora dietro è facile indovinarvi la presenza di un uomo-custodia (definizione di Walter Benjamin) prototipo del borghese che vive nel suo intérieur , un ambiente felpato ricco delle sue tracce, in cui la casa e il giardino diventano monumento all’individuo, inteso come singolo essere della specie, non come unicità dell’umanità.

A questo punto ci avviciniamo alla nostra conclusione, che riguarda il tema della soglia osservato da un punto di vista sociologico.
Le scelte estetiche sono compiute più che altro per esclusione e presa di distanza da ciò che non si riconosce come bello/valido/accettabile/opportuno rispetto alla propria individualità e al proprio gruppo sociale. Una presa di distanza che sia percepibile da tutti, sia da coloro che sono compresi entro il proprio gruppo sociale (da cui si vuol “distinguersi”), ma soprattutto dagli esponenti del gruppo sociale al quale si vorrebbe appartenere, di modo che essi possano classificarci come “consanguinei, affini”.

Le preferenze, insomma, diventano espressione pratica di una differenza necessaria.
La differenza tra gli stili di vita è certamente una delle barriere più solide nella vita sociale. L’omogamia lo conferma.
Il gusto si configura dunque come un’attitudine ad appropriarsi, simbolicamente o materialmente, di beni o pratiche socialmente classificanti. Alcune pratiche, dice Pierre Bourdieu nel suo La distinzione. Critica sociale del gusto, permettono di esplicitare compiutamente le differenze sociali in modo tanto perfetto, complesso e raffinato, dei più sofisticati mezzi espressivi delle arti legittime.
Il gusto dunque cos’è in ultima analisi? Un sistema di classificazione sociale, attraverso il quale noi classifichiamo gli altri e noi stessi, anticipando la classificazione altrui.
Kant sosteneva che il giudizio era uno strumento conoscitivo, ma secondo Bourdieu non c’è più nulla di così distante dalla conoscenza di questo gioco sociale che diventa un’euristica di movimenti, azioni e pensieri, una seconda pelle oscura cucitaci addosso.

Bibliografia essenziale:
ASSOCIAZIONE CENTRO GUIDE TURISMO Il parco di Pratolino, Cadmo
PIERRE BOURDIEU La distinzione. Critica sociale del gusto, Il Mulino
MARIA TERESA COSTA Il carattere distruttivo. Walter Benjamin e il pensiero della soglia, Quodlibet
GUIDO GIUBBINI, Worlitz, in “Rosanova” n°10, ottobre 2007
MARIE LUISE GOTHEIN Storia dell’Arte dei giardini, Olschki
GORDON HAYWARD The Welcoming garden, Gibbs Smith Publishers
PENELOPE HOBHOUSE In search of paradise, Frances Lincoln – Plants in garden history, Pavillion
NICOLA ED EMANUELA KETZULESCO Giardini misterici, Silva editore
PAOLA MARESCA Giardini, mode e architetture insoliteGiardini simbolici e piante magicheGiardini incantati,boschi sacri e architetture magiche , Pontecorboli
CHRISTOPHER MCINTOSH Gardens of the Gods. Myth, magic and meaning
ALESSANDRA PAGLIANO La scena svelata.Architettura, prospettiva e spazio scenico, Libreria Internazionale Cortina di Padova
RHS Piccoli Giardini, Idealibri
MARY RILEY SMITH The Front garden, Houghton Mifflin
DON VANDERVORT Curb Appeal, Sunset Books
MATTEO E VIRGILIO VERCELLONI L’invenzione del giardino occidentale, Jaca Book
VIRGILIO VERCELLONI Atlante storico dell’idea di giardino europeo, Jaca Book
HAZEL WHITE Paths and Walkways, Garden Design Books
FRED WHITSEY The garden at Hidcote, Frances Lincoln
MARIELLA ZOPPI Storia del giardino europeo, Laterza

E mo’ s’attaccamo tutti arca’

Niente di più vero. Una conferma -come se ce ne fosse bisogno- di quanto le tendenze estetiche, anche quelle che sembrano dettate da spiriti puri, siano sempre più legate al mondo del popolare e del massivo. Ne sono un esempio la moda Punk, del Vintage, dei tatuaggi e del piercing.
Un tempo erano gli arbiter elegantiarum a dettare le mode, oggi gli stessi arbiter si devono confrontare con le nicchie che diventano masse, e che sono sempre meno genuine e meno originali, meno istintive e creative.
E’ un circolo vizioso, un cane che si morde la coda.
E ora? Ora s’attaccamo a chi viene viene, basta che ci dica qualcosa di nuovo.

Il mestiere di aspettare

Fare la fila e aspettare il proprio turno sono due veri e propri mestieri.
Bisogna essere pratici, non fare come fanno tutti, lì in piedi a guardare se la porta si apre o se chi è di turno ha finito.
Se si va a fare la fila con un libro, tutto magicamente si aggiusta, e il tempo perso non sembra più tanto perso: ed in effetti non lo è.

Aspettare è un mestiere

Aspettare è un mestiere

Per ora sto leggendo questo:

Il significato dell'estetica

Il significato dell'estetica

Una delle cose che può accadere quando si legge mentre si fa la fila, è che la mente sia più distratta e corra più facilmente verso altri pensieri. Improvvisamente, mentre leggevo, sollecitata da una parola, sono stata trafitta da un’idea: che fa la borghesia?

Che fa la borghesia?

Che fa la borghesia?

La borghesia, che sempre è stata fonte di rinnovamento politico, sociale, economico, morale, artistico, sembra essersi assopita, adagiata sul luogo comune, vendibile, o sul linguaggio accademico. Sembra aver perso il suo ruolo di innovatrice.
Se questo è vero per la politica e l’economia, è anche più vero per quanto riguarda il giardinaggio. L’élite intellettuale è quasi interamente di tipo accademico, a servizio presso il “principe” di turno (in questo caso il giardino “ricco”, da rivista, in tutte le sue declinazioni più o meno apprezzabili ).
Gli intellettuali innovatori sono soffocati da questo vecchio regime o annaspano alla ricerca di un posto a sedere in mezzo a coloro che sono al servizio del “principe”.
E tutti gli altri guardano…e intanto che guardano comprano.

Un giardino color “maglione ceruleo”

Vi chiederete: cosa c’entra il giardinaggio con il maglione color ceruleo del Diavolo veste Prada?
Questa scena, in una manciata di secondi e con un’arguzia non raggiunta dal resto del film, spiega piuttosto bene il ciclo di vita dei prodotti del mercato, e quindi anche delle piante.

Siete quel genere di persona che si rifiuta di accettare che le piante siano -come ogni cosa venduta, acquistata o scambiata- soggette alle regole del mercato? Allora probabilmente vivete in una dimensione illusoria in cui l’uomo è padrone del suo destino, in cui ogni scelta è autonoma, assolutamente privata e personale, non influenzata dalla società e dalle pressioni del mercato.
Come ho scritto qui nessun giardino è neutrale. Il giardino è una posizione estetica che esterniamo nei confronti del mondo. La vera apragmosyne (in origine disinteresse alla vita politica, sanzionato con la morte) nel giardinaggio è non fare un giardino.

Le piante, nè più nè meno che gli oggetti di moda, hanno un loro ciclo di vita. Dapprima vengono acquisite dai consumatori “pionieristici” o élite intellettuali (come ad esempio lo sono stati i cibi poveri e la cucina tradizionale qualche anno fa), poi si estendono ad una fascia molto più larga di consumatori che li acquista dopo aver constatato che sono stati adottati dalle élite culturali. Successivamente si estendono ad una fascia ancora più estesa di persone che le acquisiscono semplicemente perchè se le trovano un po’ dappertutto, sulle riviste, nei vivai, sui cataloghi. Infine vengono più o meno abbandonate: un maglione basta gettarlo, ma con una pianta è più difficile, data la sua longevità e lentezza nel crescere, ecco perchè la mia antipatia per la bordura inglese, che meglio si presta allo shopping sfrenato, al cambio e ricambio stagionale, alla conformazione con il nuovo colore dell’intonaco.
A volte può accadere che vengano riscoperte dalle avanguardie artistiche, dagli arbiter elegantiarum e dalle fasce più alte di consumatori colti (e ricchi). E’ successo ad un milione di cose: ai film di Lino Banfi e Fantozzi, ai nani da giardino, al design degli anni ’50.

Siamo dunque al “limite del comico” quando compriamo questa o quella pianta pensando di aver compiuto una scelta “al di fuori delle proposte della moda”.
Quindi in effetti ognuno di noi indossa un giardino che è stato per lui selezionato da un gruppo esclusivo di persone… in mezzo ad una pila di piante.