Mi dicono spesso che sono marxista

Mi dicono a volte che concepisco il giardino in termini marxisti. Povero Marx, preso ad esempio di falsa cultura, da chi non l’ha neanche studiato o che se l’ha studiato non lo vuole capire.
Sostenere, come fanno alcuni, che il giardino NON sia metro di valutazione umana di chi lo coltiva, è semplicemente ignoranza.
Ignoranza brada, pura, prona, supina e pluristratificata.
Mi è capitato mille volte di avere a che fare con persone che la pensano così. Meglio lasciarle al loro destino di ottusità e cecità.

Il giardino, come le abitudini di viaggio, l’abbigliamento, l’arredamento della casa, le preferenze cinematografiche e televisive, l’alimentazione, le scarpe e molte altre cose, dichiarano lo status sociale, economico, personale ed umano di un individuo.
Ovviamente bisogna saperle leggere e questa se non è arte, è almeno un’arte a metà.
A me non crederete (a me non crede mai nessuno), ma penso che vi fiderete del più grande sociologo moderno, Pierre Bourdieu.

Prego, leggere anche questo vecchio messaggio: A che serve un giardino?

La dimostrazione di uno status sociale non ha un diretto rapporto con lo stato del giardino come arte, è un’altra delle altre funzioni che nel tempo i giardini hanno assunto. Ma la sovrapposizione tra le decisioni artistiche o estetiche e quelle prese, consciamente o no, per la dimostrazione di uno status sociale, si sovrappongono in maniera molto estesa e determinano inevitabilmente implicazioni l’una per l’altra.

Richard Neutra

Posso dire di avere una stima sconfinata per Richard Neutra?
Alcuni testi non lo trattano come meriterebbe e dicono che produsse case per lo più simili tra di loro, senza sperimentare nuove soluzioni, semplicemente adattando il suo stile di volta in volta.
Beh, vorrei sapere cos’è altro mai la genialità e la professionalità.

Neutra è tutt’altro che neutrale, anzi, aveva uno stile preciso e fluido, forse non aveva la genialità di un Wright o di un Le Corbusier, ma le sue molteplici esperienze -anche come scrittore e urbanista- gli permisero di proporre un modello che noi tutti conosciamo benissimo perchè l’abbiamo visto miliardi di volte nei telefilm americani girati in California, come Colombo.
Dico Colombo non a caso, perchè l’Ispettore più inflazionato del piccolo schermo punisce sempre ricchi e potenti che vivono in splendide ville con piscina.
Neutra aveva studiato con il grande maestro Wagner (Secessione viennese), con un architetto paesaggista di nome Gustav Ammam, e poi con Mendelsohn (Quello della ‘Torre Einstein’), infine conobbe Whright in America, dove andò a lavorare più o meno a metà degli anni Venti.
Con uno stile impareggiabile e una metodica lineare in cui confluiscono brillantemente tutte le interpretazioni dell’architettura di matrice razionalista, Neutra in pratica stabilisce il canone della casa californiana di lusso.
casa kauffman, Richard Neutra
Questa è la sua villa più conosciuta, casa Kaufmann, che mi pare sia stata venduta l’anno scorso ad ignoti.

L’influenza di Gustav Ammam è visibile nella progettazione del giardino: questo è il retro di Casa Kaufmann
Casa Kaufmann, Richard neutra
Qui c’è una sintesi a mio vedere perfetta tra l’Organicismo, (rappresentato dal giardino pianeggiante e dai volumi dell’edificio irregolarmente disposti, caratteristica che neutra aveva certamente assorbito da Wright e che forse trasmise a Rudolph Schindler) e il Razionalismo, nelle forme e nei volumi squadrati ma composti in maniera diversificata, senza assi di simmetria, ma sempre sugli assi ortogonali, con prospettive dagli angoli particolarmente raffinate, e con ampie vetrate che venivano dallo stile di Wright e dai suoi studi della casa unifamiliare giapponese.
Richard neutra
Pulita, raffinatissima e poetica, quasi assorta l’unione tra elementi formali e informali.

Neutra ha creato il gusto della villa unifamiliare e del giardino californiano
Richard neutra

Richard Neutra 1
Un mondo elegante, tutto l’opposto dei pulciosi mobili country, vissuto da ricchi belloni che vanno a fare il giro della costa di notte con lo yacht al chiaro di luna.

Finestre a nastro e fasce marcapiano

Credo che le finestre a nastro e le fasce marcapiano siano tra le stimmate della moderna edilizia pubblica e condominiale.
Prendiamo il Palazzo delle Pensioni (che oggi si chiama Palazzo del Sindacato) a Praga, una costruzione relativamente vecchia, del ’28, appena un anno primi del crollo di Wall Street.
Palazzo delle Pensioni, Praga

Un edificio come questo è il frutto di quel fermento architettonico che si sviluppò in tutto il mondo a partire dal nuovo secolo, con il coincidere del declino dell’Eclettismo Ottocentesco.
Qui è evidente l’esperienza cubista, c’è una forte influenza del Purismo tedesco e c’è anche quella ampiezza dell’edificio caratteristica della scuola americana.
Il progetto è di due illustri ignoti: Josef Havlicek e Karel Honzik.
Questo è tra gli edifici più brutti che riesco a concepire, a parte l’Ospedale di Locri e il Club dei Tranvieri di Mosca.
“La forma segue la funzione”, era questo il motto che animava tale forma di espressione architettonica, che forse, se fosse rimasta collocata nel suo periodo storico sarebbe stata di certo meno indigesta.
Gli epigoni di questa scuola, incapaci dell’inventiva dei loro “maestri”, hanno prodotto un’architettura miserabile e deprimente, oltre che brutta oltre ogni possibile descrizione. Per fortuna pare che il cemento armato abbia una durata di appena un centinaio d’anni.

Le fasce marcapiano e le finestre a nastro a me sembrano i marker tumorali dell’architettura internazionale contemporanea.

Corso coatto

Pubblico oggi un articolo apparso su “Calabria Ora” il 3 maggio del 2007, che mi sembra appropriatissimo per questo periodo dell’anno.

Corso coatto
Alle soglie dell’estate le Amministrazioni Comunali si dedicano alla potatura delle alberature, cosa alla quale tengono tanto per dimostrare che c’è almeno un motivo per cui paghiamo le tasse. La scelta del periodo non si può spiegare se non con un deliberato intento di uccidere gli alberi, cosa che riesce sovente. Un giro per la costa ionica dimostrerà come i “giardinieri” comunali non manchino di fantasia nella scelta delle forme di topiarie, eccone un breve elenco: a cubo di Rubik, a frigorifero, a campana, a ruota, a cassa da morto, a bottiglia, a padella, a disco volante, a frittata, a ciambella, a ciambella col buco, a bastoncino del ghiacciolo senza ghiacciolo, a tridente, a forchetta, a cucchiaio, a coltello, a cono gelato, ad ananas, a cappello, a pallone da calcio, a pallone da calcio sgonfio, a pallone da rugby, a lampione, a cuscino sprimacciato se l’albero è in buone condizioni, a cuscino stropicciato se l’albero è in cattivo stato, a doppia elica del DNA, a forma di Saturno magari con qualche satellite, a lama rotante, ad alabarda spaziale. Ma le forme che certamente vi capiterà di incontrare più di sovente sono quella a cavolo ed a cavolo fritto.

Eccesso di forma

Nel suo bel volume The garden as an art, Mara Miller tenta la definizione di giardino.
A chi sostiene che il giardino non sia una forma d’arte pienamente riconoscibile, direi di dare un’occhiata al vocabolario. Termini complessi hanno definizioni più brevi. la parola “Giardino”, almeno in quelli italiani, è lunga venti righe in un dizionario d’uso. In quello che ho aperto davanti a me, adesso (un Devoto-Oli con la rilegatura strappata), nel punto in cui è aperto, solo la parola “giallo” ha più righe.
Quando una cosa richiede venti righe di dizionario per essere definita, non dev’essere la più elementare del mondo.
Porzione di terreno coltivata a piante ornamentali e da fiore e adibita a luogo di ricreazione e passeggio nelle immediate adiacenze della casa (g. privato), oppure all’interno o alla periferia di un centro abitato (g. pubblico), ecc. Importante nella descrizione il fatto che il giardino sia definito nel suo perimetro. Il Devoto-Oli dice che il termine deriva dal francone gardo : “luogo chiuso”.

Una delle prime obiezioni di Mara Miller è “piece of ground”, appezzamento di terreno. Alcuni giardini non hanno nulla a che vedere col il terreno. Ad esempio una comune terrazza di città.
Neanche la definizione del perimetro è una costante, sebbene si sappia ormai -e venga citato in tutte le salse- che il termine “paradiso” viene dal persiano pairidaeza, che significa “luogo chiuso”.
Neanche la coltivazione di piante ornamentali o da fiore è un elemento imprescindibile dei giardini. Molti giardini moderni non hanno neanche un filo d’erba (come quello di Ken Smith presentato nel mio messaggio Avant gardners? . Ed inoltre quelle che noi oggi chiamiamo “piante ornamentali” erano sconosciute quando nacquero i giardini, ed erano in coltivazione per lo più quelli che chiamiamo “ortaggi” o “verdure” o “frutti” ( i giardini erano irregimentati alla produttività).

Allora? Cosa fa di un giardino un giardino?
Secondo Mara Miller queste sono le tre caratteristiche distintive di tutti i giardini:
1)l’inclusione di almeno un elemento naturale: pietra, roccia, acqua, erba, terra, fiori, ecc. Qualcosa che sia in apparenza un giardino ma fatto di materiali artificiali è un giardino solo in senso metaforico.
2)Cosa dibattuta: l’esposizione al cielo aperto, eccezion fatta per le orangerie e per le serre. Giardini che esistono al chiuso totale sono molto rari. Secondo Mara Miller si tratta di estremi che sono solo imitazioni.
3) E qui vi voglio: i giardini hanno un “eccesso di forma”, più di quanto sia necessario per necessità logistiche. Un eccesso di forma che è un significante, e un significato, sia estetico che sensuale, che spirituale o emozionale. Eccesso non significa “più” (più decorato, più complesso), ma solo che più decisioni, più pianificazione, considerazioni, misure e forse studio, sono stati necessari. ma è proprio quest’eccesso di forma ad essere il termine invariabile se non l’elemento caratteristico dell’opera d’arte. Qualunque cosa mostri quest’eccesso di forma è un’opera d’arte (anche se ciò non significa che sia un’opera d’arte bella e di successo).

Legame covalente polare

“Ponti ad idrogeno, al nemico che fugge”!

A dispetto delle differenze tra giardino e giardino, tra dimensioni, stili, necessità, praxis, technè, scopi, finalità, oggetti e soggetti, tutti i giardini sembrano avere almeno un punto in comune: la mediazione della tensione tra gli opposti, come scrive peraltro Luigi. M. Lombardi Satriani.
Non necessariamente opposti ontologici, assoluti, ma opposti dati da una determinata cultura, ad esempio per la nostra: vita e morte, animato, inanimato, privato, pubblico, domesticato, selvatico, naturale, artificiale, dentro e fuori, personale e impersonale, comune e individuale, ordinato e caotico, statico e dinamico.
Questa mediazione assume diverse forme per una risoluzione, o anche solo una chiarificazione, o più spesso una preferenza, anche attraverso l’estremizzazione o la tensione artistica.
Il giardinaggio, come altre forme d’arte, può incorniciare un dibattito altrimenti conducibile in termini teorici o verbali.
Ecco perchè è una forma d’arte, a mio giudizio. Di arte “maggiore”, per intenderci.
Tutti i giardini, consapevolmente o no, sono un tentativo di dare una soluzione a questo contrasto di opposti, a fornire una mediazione tra le tensioni che dilaniano le nostre esistenze.
A me sembra, anche se penso che questo non possa essere accettato da tutti, che il giardino, per quanto limitato possa essere, non è solo una dichiarazione di potere su ciò che ci circonda, ma una forma di ‘rifiuto’ dei termini in cui la vita ci costringe ad accettarla e la fissità dei termini secondo cui si dovrebbe svolgere la nostra esistenza.
E questo è un atto di speranza.
Una forma di vita di chi realmente non vive, come ho detto molte volte.

Et bien, mon Moleskine

Non me ne intendo molto di Moleskine, li ho sempre snobbati come uno dei tanti accidenti della moda. Facevo le mie interviste su carta di recupero, mentre gli altri avevano dietro il loro bel Moleskine molto vissuto, gonfio di foglietti che spuntano fuori, l’elastico rotto.
Una volta mi è stato detto (con simpatia) che potevo essere una di quelle ragazze che si innamorano del tipo intellettualoide, un po’ rampantone, “di quelli col Moleskine”.
Da allora ho iniziato a far caso a chi lo usa.
Qui, giornalisti a parte, non ne conosco. Non è un gadget molto apprezzato dagli indigeni locali. Il che vuol dire che non hanno niente da scrivere. Se non hanno niente da scrivere ancor meno leggono.
E questo ne dice abbastanza.

Tuttavia penso che -giornalisti a parte- chi lo compra si illude di poterlo riempire con versi e racconti alla Hemingway, ma che il più delle volte sono solo insulse banalità. Absit iniuria, ognuno ha diritto alla propria banalità, ma proprio perchè di Hemingway non ne nasce uno l’anno, non credo che i Moleskine che circolano in giro a Siderno abbiano vita felice.
Altrove sono sicura saranno ormai merce inflazionata dal gusto, espressione di una piccola borghesiola falso-intellettuale, o forse peggio, non so. Sarei grata se qualcuno mi raccontasse dei Moleskine che circolano dalle sue parti.

Sono comodi, per via della copertina rigida che aiuta a scrivere anche in piedi, e sono carini. Sono come la cioccolata. Ne vorresti sempre uno diverso.
Questo tale si è fatto la “ricarica”. Un temperamento ecologista…

Il potere taumaturgico dell’arte (e dei tuberi)

Steven King, nel suo libro On writing, autobiografia di un mestiere, dice che la scrivania di uno scrittore deve stare nell’angolo, a ricordare come non sia la vita sostegno per l’arte, ma il contrario.
Zio Steve ne sa qualcosa, perchè quando un camioncino l’ha investito, frantumandogli gamba e bacino, è riuscito a tirarsi fuori dalla angoscia anche grazie al suo mestiere.
Non invento oggi nulla e vi porgo un pensiero banale: piantare dalie mi fa bene alla salute, anche se piove un po’.

Sto meditando su questo benedetto lavoro, sul mio futuro, e mi chiedo (come quella faccia da moccioso di Muccino) “che ne sarà di me?”
E tutte le risposte mi spaventano.
Ed ora? Ora lavarsi i capelli bagnati dalla pioggia, cambiare la maglia, caffè, e poi a scrivere un bel redazionale sulla grigliata mista per il ponte del 25 aprile.
Tutta vita, signori.

I Guerriglieri Verdi

Avevo promesso di inserire alcune considerazioni sulla questione dei Guerriglieri Verdi, Green Guerrillas, o Guerrilla Gardening.
Data la lunghezza e l’assenza di foto so già che non lo leggerà nessuno.
…pazienza.

A quanto ho potuto notare esistono due fazioni contrapposte: alcuni non li apprezzano per via dell’implicazione “violenta” del termine “guerrilla”, altri invece considerano questa forma di giardinaggio una sorta di via salvifica per affermare la volontà del popolo contro l’esaurimento delle risorse terrestri e la progressiva invivibilità dei grandi centri urbani.
Non ho mai considerato le vie di mezzo approssimative, e personalmente ritengo che entrambe le fazioni abbiano torti e regioni in egual misura.
I Guerriglieri Verdi sono nati negli anni Settanta, nelle sterminate, angoscianti, periferie delle grandi metropoli americane, dove la vita è vita solo a metà, la violenza è all’ordine del giorno. In quel periodo “il mercato del mattone” viveva una forte crisi, e molti quartieri venivano letteralmente abbandonati, diventando fatiscenti, rifugio per operazioni malavitose, prostituzione, spaccio di droga, violenze, stupri, omicidi e fatti delinquenziali di ogni sorta.
Sotto la spinta dell’ecologismo allora nascente, e per reagire all’inerzia delle istituzioni pubbliche, gruppi di attivisti si sono riuniti per restituire dignità a questi quartieri, costruendo degli orti da dare in gestione a chi fosse interessato. Nacquero anche piccoli parchi dove far giocare i bambini sotto lo sguardo dei genitori, al riparo dalle automobili a da malintenzionati.
Gli orti urbani in seguito si trasformarono in strumento di politica sociale, ma questa è un’altra storia.
L’istanza dei Green Guerrillas deriva dal fatto che le istituzioni e gli enti pubblici erano del tutto sorde alle richieste della gente. Il fatto che il nome sia in spagnolo fa quantomeno sorgere il sospetto che queste periferie fossero abitate perlopiù da ispano-americani, per i quali il governo centrale aveva poco interesse, dato che si tratta di frazioni non votanti della popolazione (Obama a parte).
I Guerriglieri verdi dell’epoca sono riusciti a tirare fuori interi quartieri da una situazione di miseria sociale, non diversamente da come il vecchio protagonista di L’uomo che piantava gli alberi ha fatto per la sua terra. Una nobile storia, che non implica necessariamente azioni furtive e illegali.

In Italia e in epoca contemporanea un guerrigliero verde “vecchio stile” è se non altro fuori posto. E’ vero che gli enti pubblici sono inefficienti, che i “giardinieri” comunali hanno appena qualche nozione di orticoltura, che le nostre periferie sono trascurate e neglette, ma alla maggior parte di questi problemi si può dare un contributo se non direttamente, in modo individuale, perlomeno con un associazionismo funzionante e regolamentare.
Non lo dico -personalmente- perchè abbia in ispitto chi agisce contro le regole, ma perchè queste forme sono più efficaci e se ben condotte, portano a dei risultati gradevoli e duraturi, e a volte anche di un certo pregio.
Purtroppo il lato più fortemente negativo di queste iniziative, è che la borghesia intellettuale paesana se ne impadronisce e le porta regolarmente all’affondamento. Come ad esempio accade nel paese dove vivo, Siderno, dove un’iniziativa simile proposta dall’ATA Club, è fallita causa il fatto che le signore impellicciate e le mogli dei medici non volessero rompersi le unghie scavando nella terra o portare un sacchetto di sabbia per 100 metri (oltre alla inconsistenza delle loro conoscenze orticole, che farebbero rabbrividire qualsiasi appassionato).
Se non si vuole trasgredire un regolamento a cui nessuno fa caso, meglio a questo punto chiedere di poter gestire singolarmente (o in piccoli gruppi) una piccola aiuola comunale e basta.

Dall’altro lato sembra esserci un piacere modaiolo, piuttosto incolore e frutto di un’epoca contemporanea in cui la trasgressione delle regole è diventata consuetudine, nel crearsi un’attività illegale ma non dannosa, nella quale sia contemplata una idea di ribellione e un pensiero bellicoso o belligerante, ma solo nel termine e non effettivo.
Spesso sono giovani intelligenti, cresciuti con i telefilm americani , dotati di coscienza ecologica, ma che non riescono a capire che le loro attività sono solo la dimostrazione di come ci sia un distacco sempre più crescente tra la società e le istituzioni, un’incomunicabilità invalicabile che prevede, di prassi, il sopruso o la questua per ottenere un proprio diritto.