Rosario Assunto , Judith Levine e il giardino per i cani

Se è vero, come sostiene Rosario Assunto, che il giardino è l’ordinamento spaziale in cui l’Uomo deposita il suo rapporto con la natura, creandone infine una struttura, devo desumere che in questi anni il mio rapporto con la Natura è molto cambiato.
Da che consideravo la natura la migliore amica e contemporaneamente la peggior nemica del giardiniere, oggi la considero solo come una sorella con cui viaggiare insieme per un tratto della vita.
Mi disinteresso di lei, lei si disinteressa di me. Mi limito ad osservarla, a volte ad incoraggiarla con un po’ d’acqua, ma in un anno credo di aver comprato sì e no quattro piante. Due margherite, una rosa ed una verbena. E di tutte e quattro mi sono pentita.
Io non compro, direbbe Judith Levine (e ringrazio Francesca Schirò Zambrano per l’avermelo regalato, una delle mie migliori letture). Non mi interessa più l’acquisto. Una forte componente deriva dal fatto che per me un acquisto dedicato al giardino è diventato un lusso, e che tutte le mie risorse sono concentrate sulla stirpe animale che vive con me. Non desidero trovarmi da Priola con diecimila euro da spendere, credo che allora avrei i conati di vomito. Stavo male ieri nel supermarket, davvero male. Davanti alle distese di succhi di frutta e al bancone dei surgelati per poco non svenivo. Mi vedevo come uno zombi che infilava la monetina nel carrello.
Mi sento così davanti ai cataloghi illustrati. Solo quando riesco ad astrarmi perfettamente, posso immaginare le rose in un giardino non mio, e a goderne finalmente.
Non desidero possedere, ma solo osservare.

Se potessi, farei un giardino per i cani. Assunto mi ucciderebbe. Detestava i cani nei giardini, figuriamoci i giardini per i cani. Li avrebbe trovati semplicemente senza senso.
Farei una zona bella ombrosa, con un bell’albero dal fogliame rado e mobile, come un albicocco. Magari un tiglio o una robinia. Oppure un sempreverde, una quercia, un olivo, un carrubo. Non le magnolie, i Ficus, la Melia o i pini. Un angolo con la terra sempre smossa dove fare fosse e sdraiarsi d’estate. Un acciottolato o un piastrellato per prendere il sole in inverno, un bunker di sabbia dove rotolarsi e seppellire ossa, e delle piante che li attraggano, sulle quali sdraiarsi. Nasturzi e Tulbaghia gli piacciono davvero tanto, forse perchè le foglie hanno un sapore pungente e scacciano i parassiti.
Sulle lavande invece si grattano, ed amano anche le spine più grosse dei cacti a candelabro.
Se la fortuna mi assisterà vorrei fargli una piscinetta bassa, coi gradini, facile da pulire e da cambiargli l’acqua. E una fontana dove abbeverarsi con acqua in movimento continuo.
Direi che il mio rapporto con la natura, in questi anni, invece di cristallizzarsi in un ordinamento spaziale formale o formativo (Pareyson), come il giardino, è diventato riflessione sulle altre forme di vita senzienti, assolutizzate (ontologizzate e teleologizzate) nel cane e nel gatto.
Una gran sfiga per un giardiniere.

Star Trek XI, il futuro ha inzio, ma non conformemente alle regole

SPOILER: il testo che segue contiene rivelazioni (uha, parola grossa) sulla trama (altra parola grossa) del film Star Trek, il futuro ha inizio
star trek xi locandina

Una delle mie mansioni al giornale è l’aggiornamento della programmazione cinematografica (questo ve la dice lunga su quanto sia tenuta in conto la mia prestazione lavorativa).
Appena saputo che c’era Star Trek al cinema, mi sono fiondata. Eravamo in tre in sala.

Bel film, grande nostalgia, qualche lacrima al decollo dell’Enterprise, ma in complesso niente da farti strappare i capelli dalla felicità.
Nessun momento veramente emozionante, battaglie così ridicole che neanche nel peggior episodio di TNG, suspence zero, zero strategia, zero frasi memorabili. Zero mito.
Un film bello, ma non da imparare a memoria. La solita operazione commerciale, solo che stavolta, invece di andarsi ad infilare nella Marvel, sono venuti in casa nostra a resuscitare i nostri amici, i nostri fratelli, coloro sulle cui bare abbiamo pianto, le cui ceneri sono conservate nei nostri cuori, coloro sotto i quali abbiamo prestato così a lungo un servizio fedele.

Non mi arrabbio -come fanno i Trekkies più accaniti- per il fatto che le navi di classe Constitution non potrebbero in nessun caso essere al suolo, che Chechov è ricciolino, che Spock decide di essere umano invece di vulcan, che J.J. Abrams abbia voluto cambiarci le carte in tavola sotto gli occhi, che abbia voluto sconvolgere il passato, dare inizio ad un nuovo futuro.

Mi spiace solo che non sia stato fatto bene abbastanza.

Occhei, non vuoi conformarti alle rigide regole del Trekkismo? Benone, fai pure, ma devi darmi qualcosa in cambio: un’altra fede, altri amici, altri fratelli con cui soffrire ed amare. Non pupazzi che giocano a fare i supereroi.

Insieme ci siamo divertiti per una serata, J.J., tu ti sei messo in tasca un sacco di soldi ed io un calcio nel didietro. Con questo nuovo giocattolo potrai farne tante altre di versioni, più colorate, più tristi, più romantiche, così ti potrai permettere un’altra villa a Miami e quel loft a Manhattan che piaceva così tanto a tua moglie. Forse comprerai più azioni della Paramount. Vuoi qualcos’altro? i miei denti d’oro?

Ci siamo divertiti, ma una serata soltanto, J.J.
Non hai fatto i conti con lo zoccolo duro, o forse hai pensato che lo zoccolo non è più duro come una volta, che la linea non c’è più, che potevi giocartela con un bluff senza venir scoperto?

Avevi solo doppia coppia, e l’abbiamo visto tutti.

Il ballo “Sadie Hawkings”

Ieri ho visto Twilight. Peccato che avevo già dormito durante la cosa sugli egizi di Voyager, altrimenti mi sarei fatta un bel pisolino. Ricordatemi di dire a Natalina, che me lo ha consigliato, di restituirmi i due euro del noleggio.

Anche in questo film, con il miliardi di altri film americani, c’è il ballo di fine d’anno. Ci sono interi film incentrati sul ballo di fine d’anno, come ad esempio Giù le mani da mia figlia. C’è Mai stata baciata, con Drew Barrymore, e beh, c’è Carrie, lo sguardo di Satana, in cui il ballo di fine anno diventa una carneficina.
Il ballo di fine d’anno è un retaggio della presentazione in società della cultura anglofona sette-ottocentesca. Oggi è diventato un passaggio dall’adolescenza alla gioventù per ogni ragazzo americano.
Dio, grazie per non avermi fatto nascere in America!

Nella puntata “Il gioco” di Star Trek TNG, l’androide Data dice al giovane cadetto Wesley Crusher che la peggiore esperienza della sua vita è stata il ballo “Sadie Hawkings”, in cui sono le ragazze a scegliere i ragazzi.
Sicuramente, se fossi stata americana, per me il ballo di fine d’anno avrebbe rappresentato un vasto trauma che avrebbe percorso tutta la mia esistenza con esiti ferali.

ballo sadie hawkings

immagine ingrandita

Esegesi del gelso nero

Mio malgrado nutro una certa simpatia per l’ingenuità che fa decidere ad un giovane giardiniere di piantare un gelso in un giardinetto di città o in un angolo dell’aiuola, vicino alle rose e alle alle altre piante da fiore.
Nel tempo questa graziosa bestiola dal portamento elegante e flessuoso, dalle foglie grandi che gettano un’ombra accogliente durante i mesi estivi, e che in primavera si ricopre di deliziosi frutticini neri, diverrà una sorta di mostro alato, di drago da giardino, di basilisco orticolo.
Si mangerà tutto quello che ha intorno, rose, lupini, digitale, ortensie, e potrebbe tenere a distanza anche un glicine (il che è tutto dire).
Il nostro amico ha un apparato radicale che si estende ben oltre la sua chioma, delle radici fitte e fibrose, che si infilano nel pane di terra degli altri arbusti e in ogni interstizio possibile.
Non riesco a capire perchè non sia usato lui per consolidare le scarpate meridionali invece dell’orribile eucalipto. Specialmente considerando il fatto che queste scarpate sono spesso a ridosso di brevi corsi d’acqua stagionali e che il gelso si comporta come una pompa idrovora.

E poi c’è il dramma della cascola dei frutti. Un solo esemplare di gelso adulto dà una tale quantità di raccolto da far venire la diarrea al più frenetico bulimico della terra. Ci vorrebbe una famiglia numerosa come i Walton, con annessi vicini di casa, per mangiarsi l’intera produzione di un gelso solo.

Avete avuto la brillante idea di piantarne uno vicino al vialetto, o forse neanche tanto vicino? In due anni il vostro vialetto sarà diventato viola, speriamo che per allora sia tornato di moda.

Non capite perchè le rose rampicanti che gli avete piantato vicino per adornarlo da adulte, non crescono bene, nonostante concimazioni e annaffiature regolari ed abbondanti? E’ chiaro: si sta pappando tutto lui. Non so che abitudini abbia ‘Kiftsgate’, ma forse neanche lei ce la farebbe contro un gelso, neanche un glicine ce la fa del tutto.

Allora che cosa si fa? Come degli asini, si inizia a potare selvaggiamente. Ma il nostro amico dove ne tagli uno, ne butta tre, lunghi da far spavento, con il risultato che ogni anno bisogna quasi scalvarlo (scusa classica: siamo una famiglia pulita, non possiamo permettere che il marciapiedi pubblico si sporchi).

Volete un gelso? fatti vostri, non dite che non vi ho avvertiti. Ma almeno che sia trattato con rispetto, se avete una campagna, meglio in campagna, non è albero da città. E se avete un giardino grande, evitate potature selvagge, ma lasciate che cresca ad ombrello, ed a fruttificazione completa, portateci sotto una sedia di plastica per leggere (sempre che ne abbiate il tempo e che non abbiate paura che una signora lucertola vi cada sul libro).

Gli Shakers e la molletta dei panni

La Società Unita dei Credenti del Secondo Avvento di Cristo è più nota come “Shakers”, “agitatori”. Fu fondata alla metà del 1700 da una certa Ann Lee, una signora inglese.
Gli Shakers erano molto puliti, detestavano gli ornamenti anche se non erano necessariamente parchi nell’uso del colore. Le loro stanze dovevano ispirare serenità, quiete, pensieri religiosi.
Uno dei motti di Ann Lee era: “Pulisci bene le tue stanze perchè gli spiriti buoni non albergano nella sporcizia. Non c’è sporcizia in Paradiso”.
Allora questi “Agitatori” che si sono inventati? La rastrelliera a pioli per appendere tutto, sedie, oggetti, vestiti. Così potevano pulire tutto quanto il pavimento, senza lasciare angoli sudici e polverosi.
Stanza stile Shakers
Ogni cosa aveva un manico per poter essere appesa.

Vivevano ritirati, ma questo non gli impediva di vendere succo di mele, scope di saggina, filati, scatole e semenze.
scatole shakers

Con questa mania di appendere gli Shakers inventarono anche la molletta per i panni.
Questa è la molletta da bucato più grande del mondo, l’ha realizzata Claes Oldenburg, è alta quasi 14 metri, e sta in Florida.
Clothespin

Fiori e paesaggi in “Alice nel Paese delle Meraviglie” di Walt Disney

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La mia formazione televisiva è di impronta marcatamente giapponese, i vari Hanna & Barbera o i cartoni della Warner Bros mi hanno sempre lasciato tiepida e indifferente.
Tuttavia la Walt Disney, quando il patròn campava, ha scritto pagine della storia del cinema di animazione che non possono essere dimenticate.
Ora la qualità è crollata vertiginosamente e solo la collaborazione con la Pixar -recentemente interrotta- è riuscita a tirare la Disney fuori dall’empasse in cui si era cacciata, senza peraltro neanche avvicinarsi alla bellezza delle vecchie produzioni.

Alice nel Paese delle Meraviglie è uno dei miei cartoni Disney preferiti, sia per la qualità del disegno che per l’esuberanza della narrazione.
Chi ha letto i romanzi di Carroll, Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo Specchio e quel che Alice vi trovò, sa quale magica fusione narrativa tra i due il cartone animato sia riuscito ad ottenere, e quanto differente esso sia dai romanzi, che non imita pappagallescamente, ma INTERPRETA.
Alice nel Paese delle Meraviglie è tra le poche trasposizioni cinematografiche che possano dirsi pari al romanzo da cui sono state tratte.

In Alice il paesaggio è molto composito e di ispirazione variabile.
Ad esempio la scena iniziale, sulla quale si potrebbe anche scrivere un trattatello, mostra un esempio di giardino paesaggistico all’inglese:
Paesaggio alice nel paese delle meraviglie disney
Ad un esame meno superficiale il paesaggio appare quasi finto, artefatto, con nulla della selvatichezza dei paesaggi di Blenheim o Stowe, ma con in compenso un carico di romanticismo decorativo e manierato tipico di un certo gusto di una borghesia ricca ma poco raffinata.
Un paesaggio che nasce dal gusto eclettico della fine dell’Ottocento, che rispecchia il decorativismo esagerato dell’epoca in cui furono scritti i romanzi (contro il quale essi si schierano), e in cui nascono anche i grandi parchi dei divertimenti nella capitali europee, come Chelsea a Londra.
Parchi dei divertimenti di che hanno la diretta paternità di Disneyland, che a questi fotogrammi si ispira.

casa del cappellaio matto
Qui siamo alla casa del Bianconiglio, un cottage rurale inglese, un’icona dell’Inghilterra rurale, che qui viene resa senza mezzi termini, con uno stile assolutamente da cartolina.

nel bel meriggio d'oro, alice
Questo è il punto che ogni appassionato di fiori segue con più attenzione. A parte alcuni svarioni (un lillà chiamato girasole, i narcisi asfodeli), è un momento importante per capire quale fosse il gusto che guidava i disegnatori Disney.
Nessun fiore, in Alice, è disegnato con le modalità stilistiche vittoriane, nessuno. La linea stilistica è propria degli anni ’50 (il film è del ’51) e dei cataloghi illustrati di vendita per corrispondenza quel periodo.
zinnie

piselli odorosi
Non mancano, come nel libro, rimandi e citazioni, in questo caso ai copricapi dei primi colonizzatori, dei Padri Pellegrini (o meglio, Madri Pellegrine). Il pisello odoroso si presta per la sua forma a questa “trasformazione”, ma l’interpretazione della vocazione storica di questa pianta è perfetta, anche se non lontana da alcuni cliché (la timidezza, l’essere una pianta “della nonna”).

La signora Iris
iris
è poi una perfetta rappresentazione di una dama vittoriana, al contrario della sorella maggiore di Alice, vestita sì da dama vittoriana, ma con delle fattezze da pin-up della pubblicità della coca cola.
sorella di alice

Andiamo poi dal Brucaliffo
brucaliffo paesaggio
Qui la decorazione del fogliame è una rivisitazione in chiave post-modernista dello stile Arts and Crafts, lo stesso paesaggio molto lussureggiante è un rimando al Naif e a suggestioni rousseauiane.
Come anche lo strano crocevia dove Alice incontra lo Stregatto Astratto.
crocevia alice

Proseguendo incontriamo un paesaggio romantico alla Wagner
Bosco di Tulgey
e citazione escheriane
labirinto

I paesaggi e i fiori in Alice si ispirano dunque a diversi stili, che diventano unitari e coesi attraverso il filtro del gusto degli anni ’50, che rende omogenee le diverse suggestioni stilistiche.
E’ un film che, forse inconsapevolmente, fa in parte rivivere -per chi vuol coglierli- quei pericolosi attacchi alla morale borghese che lanciò Carroll alla fine dell’Ottocento. Un film in cui il paesaggio più surreale e da fumetto
ostrichette curiose
è felicemente unito alla visione più celebrativa del paesaggio agreste e bucolico della campagna inglese senza incoerenza e impurità formale.
Un film che rimanda e cita, confonde e stuzzica, esattamente come il libro, ma che a differenza di questo non vuole essere una polemica al gusto e ai costumi del proprio periodo, ma che anzi, li esalta e ne trae “maniera”.

Da Alessandro-Koki: “Che sia solo egoismo?”

Oggi Alessandro mi ha inviato questa mail, mi pare un punto di vista interessante, sul quale ciascuno può darsi la sua risposta, perciò trovo giusto metterlo a disposizione di tutti:

Ultimamente penso che, in fondo, il giardinaggio sia un’attività egoistica. E il giardino, quando è voluto per se, c’ha una bella fetta di egoismo dentro, quando non è tutta la torta. Così per farlo e curarlo ti ci devi chiudere dentro e gli altri che stanno fuori ti rompono solo le scatole. M’è venuta in mente anche domenica, vedendo mio figlio giocare a pallone sul prato di amici, al che ho pensato che nel mio prato tra un po’ non si potrà giocare a pallone senza rischiare di rovinare il mio lavoro (si vede la faccia di Smeagol?).
Non mi pare edificante.
Con questo sono fortemente attratto dall’aspetto di utilità dello spazio esterno attorno alla casa, che, per chi ha la passione del giardino, è una cosa piuttosto sottovalutata.
“Utile” vs “Bello”, saranno mica due tipi diversi di bellezza? Se così fosse è necessario educarci alla bellezza dell’utile, senza costringerci a buttar dentro delle cose “belle” per renderlo “Bello”…mah!

Levi’s Engineered Jeans

Questa è la mia pubblicità preferita di sempre. Credo di averla vista dozzine di volte, fino allo sfinimento. E’ una delle pubblicità più di successo, e -cosa da annotare- il cui successo si è mantenuto più longevo nel tempo.
Quando è stata prodotta, credo fosse la fine dei ’90, non c’erano tutte le diavolerie moderne che consentono di registrare direttamente in digitale, e solo chi ha armeggiato anche una sola volta con tutta la massa di cavi che occorre per trasportare un filmato VHS in un formato digitale, capisce lo scomodo che si sono prese queste persone che l’hanno fatta approdare su youtube o emule.
Disgraziatamente la qualità è oscena, ma questo è un altro discorso.
E’ una pubblicità “storica”, una delle migliori di sempre, di certo la più famosa e vista della Levi’s. Ne ricordo poche che possano avvicinarla, ma non me ne viene in mente nessuna che la superi. E’ tanto complessa che qualche audace studente di critica televisiva o di sociologia potrebbe tranquillamente farci su una tesi di laurea.

E’ una pubblicità, e come tale mira a vendere qualcosa, cioè -in parte- ad imbrogliare, quindi usa comunque dei luoghi comuni, degli stereotipi, tra l’altro abbastanza elementari, come la lotta tra l’uomo e la donna. Il fatto che sia la ragazza la prima a spiccare il volo non è un caso. In questa pubblicità la donna viene raffigurata come una figura sociale arretrata, che in pochi “metri” (leggi: decenni) si è rimessa al passo (letteralmente, i due giovani, quando sono appaiati, vanno al passo), per poi arrivare insieme all’uomo alla frattura finale (la distruzione del muro perimetrale esterno della casa) e quindi superarlo e “involarsi” per prima.
Questo è evidentemente un’interpretazione del livello più basso.

Ciò che rende questa pubblicità così coinvolgente è principalmente la musica (Sarabande, di Haendel) che accompagna le immagini e le trasfigura in un mondo sospeso tra l’iperrealistico e l’immaginario.

L’edificio: una casa senza mobili, senza nessun mobile, definirla minimalista è sbagliato: è semplicemente vuota. Eppure in qualcuna delle stanze c’è la carta da parati, che nessuno usa più ormai. Ci sono abat-jour e nel corridoio c’è una scala che farebbe pensare più ad un edificio pubblico, come una scuola, o a un albergo, che ad una casa privata.
Il muro perimetrale esterno è fatto di una texture di mattoni grigi, del tutto anonimi, come quelli delle case dei fumetti di Topolino. Ed altrimenti non avrebbe potuto essere, perchè quest’edificio deve essere universale, non particolare, deve essere l’idea di un edificio.
I due giovani stessi hanno volti comuni, nessun segno particolare, nessun abbigliamento distinguibile. Sono rappresentazione di un’idea platoniana di uomo e donna, di amico e nemico.

Vedendo questo spot si è talmente coinvolti che si desidera poter fare le stesse cose dei due protagonisti (quando un libro, un film, o uno spot riescono a far questo è la vittoria assoluta). Si viene colti da un irrefrenabile desiderio di fuggire dal luogo comune, di spezzare ogni legame, di volgere il proprio sguardo là dove nessuno è mai giunto prima.
Ma non è solo induzione, è rappresentazione. Quello spot era diretto alle persone che in quel momento avevano la mia età, classe ’70-’75, diciamo. Persone che sono cresciute da genitori che hanno fatto il ’68, con valori spesso anarcoidi mal diretti (gli stessi che per distruggere il brutto vanno magari a fare i guerriglieri verdi). Persone che vedevano e capivano dov’erano i mali della società, ma che non avevano le possibilità, le capacità o il coraggio di combatterle.
In questo spot si vedono due persone che hanno avuto il coraggio di ribellarsi allo status quo, di compiere quei passi, anche violenti, di rottura (ma non criminali: la casa è vuoti, solo i muri vengono distrutti, è una lotta di valori, non fisica), e di guidare l’umanità verso ciò che la rende una razza che merita di non estinguersi. Non a caso, a mio avviso, fuori dalla casa c’è un mondo naturale e selvaggio, un bosco di alberi altissimi, attraverso cui si può arrivare a concretizzare un’utopia.
E badate bene, una volta che i due giovani corrono nel cielo, ciò che si vede è la Terra, mica Marte.
Il vero motivo per andare tanto lontano, e che da tanto lontano hai una più precisa percezione della tua posizione nell’universo, e della condizione umana in generale.
Sono insomma due giovani che hanno risposto positivamente alla fiducia che la generazione del ’68 ha posto nei propri figli. I due ragazzi dello spot non si sono conformati alle regole (entrare ed uscire dalle porte) imposte da una società che non rispetta più la libertà morale di un uomo, ma hanno avuto la forza di abbattere i muri eretti dal conformismo vacuo e sempre uguale a se stesso (l’edificio), che sembra non finire mai (le stanze tutte uguali si susseguono quasi senza fine), fino a recuperare lo spirito vero dell’uomo, che risiede nella natura. E’ un clichè, per carità, ma non dimentichiamo che è una pubblicità.

Casualties of war

Ho un rapporto molto pragmatico con le piante. Non riesco ad affezionarmici, se non in casi davvero particolari. Non mi dispiace se muoiono, mi secca solo di dover rifare il lavoro, spender soldi, aspettare anni perchè ricrescano.
Non riesco quindi ad avere simpatia per tutte le segretarie e le dattilografe che tengono la loro piantina grassa vicino al monitor, forse convinte che assorba le radiazioni dannose. Non riesco a farmi trascinare dal dolore di coloro che dicono: “Sono disperata perchè la mia rosellina è morta” magari aggiungendo: “E’ strano: l’annaffiavo due volte al giorno”.

Le piante però sono dei valori simbolici, sociali. Penso che sia noto a molti che le strategie di marketing fanno mettere i fiori e gli ortaggi all’ingresso degli ipermercati per migliorare l’umore delle persone e per indurle all’acquisto.
Tutti gli uffici e gli enti pubblici o privati hanno piante, tutti gli ospedali hanno colonne di Pothos vecchissimi ed asfittici, quasi ogni negozio ha un Ficus, e le stesse attività commerciali, all’inaugurazione dei locali, comprano o ricevono molte piante che invariabilmente muoiono dopo pochi mesi. L’elenco è infinito.

Non so se accade anche nei vostri uffici postali, ma a Siderno ogni sportello si è dotato di una Kalanchoe. Non avrebbe potuto essere altrimenti che una Kalanchoe. Quale altra pianta si piega così facilmente ad un ambiente chiuso, a temperatura variabile, poco illuminato, con scarsissima risorsa idrica?
kalanchoe

E quale altra pianta meglio della primula si presta a questo delirio di decorativismo, al quale neanche il più folle ed eclettico dei vittoriani sarebbe arrivato?
primule e brillantini

Vittime di guerra.