Storia dei garofani

Storia dei garofani

I garofani sono tra quelle piante, come il malvone, che dopo un periodo di grande successo, sono lentamente ma inesorabilmente passate di moda, al punto di uscire completamente dai nostri giardini. Se questo può essere solo parzialmente vero per i garofanini nani, lo è senz’altro per il garofano da fiorista, il Dianthus caryophyllus, che i vivai non vendono quasi neanche più, anche se resiste tenacemente su qualche balcone o in qualche vecchio giardino.
In Inghilterra nel tardo Ottocento si fece la fama di “worker flower”, cioè quella pianta che gli operai coltivavano di domenica, quando erano liberi dal lavoro.
Fatto sta che ormai è diventato rarissimo trovarlo, e quando lo si trova bisogna accontentarsi del colore che c’è, spesso non strepitosamente bello. Per averlo come lo vogliamo noi è necessario seminarlo: i cataloghi esteri ne offrono qualche miscuglio, ma niente da far venire le lacrime di gioia.
Non credo che si possa essere altrimenti che molto dispiaciuti di questa lenta scomparsa di cui nessuno sembra essersi accorto, perché il garofano è una pianta dagli innumerevoli pregi e qualità. La semplicità della sua coltivazione è proverbiale, ed altrettanto noto è il suo amore per i terreni poveri, sassosi e alcalini.
Poco invece si dice del suo fogliame fine e glauco, che ben si adatta a far da compagnia ai suoi fiori grandi e vistosi, che resiste bene alla siccità e che fa buon spettacolo di sé anche quando il fiore con c’è. Sulla bellezza del suo fiore è stato detto tutto: i garofani comparivano negli arazzi barocchi e nei quadri rinascimentali, e celebri pittori fiamminghi li dipingevano in grandi mazzi dal significato simbolico, con rose, aquilegie, tulipani e peonie. I nostri Pisanello, Ghirlandaio, Carpaccio, Botticelli e Bramante li dipingevano spesso sui tessuti damascati raffigurati nelle loro opere.
La tradizione religiosa li vuole simbolo del dolore della Vergine per la morte di Gesù, mentre altre lo vogliono simbolo dell’amore profano. Il suo nome botanico (Dianthus) gli fu dato da Linneo, e significherebbe “fiore di Giove”; mentre per altre versioni vorrebbe indicare la sua prodigalità nel fiorire: Dianthus può infatti essere letto “che fiorisce due volte”.
Non ci sono prove che i Greci conoscessero i garofani, ma è sicuro che fosse già usato dai Romani per scopi medicamentosi. Pare infatti che sconfiggesse i veleni e che fosse un rimedio contro la peste, inoltre i suoi fiori si mettevano nel vino per aromatizzarlo. Il suo profumo è somigliante a quello della spezia (i “chiodi di garofano”, che invece sono Eugenia caryophyllata), donde la confusione tra le due piante, ed anche la confusione sull’origine del suo nome popolare ; caryophyllus-> garyphyllus-> garofillo-> garofano; oppure da “garuful” che era il termine moresco con cui si indicava appunto l’Eugenia caryophyllata?
Ai poster l’ardua sentenza.
Altrettanta incertezza c’è sul numero delle sue specie, c’è chi dice 300, c’è chi dice solo 35.
In Inghilterra il garofano viene chiamato “gilliflower”, termine proveniente dalla grafia araba “aljeli” che indicava l’ E. caryophyllata.
Dalla stessa parola sembra derivare il termine popolare francese “oeillet”, ma pare più accreditata la versione secondo cui esso derivi da un erbario medievale che classifica una pianta simile ad un garofano come “Occulos Christi”: difatti “oeil” in francese significa “occhio”.
I garofani vengono generalmente divisi in due categorie: i Carnations e i Pinks. I primi sono i garofani da fioraio, ed a loro volta sono ulteriormente suddivisi in tre sottocategorie: i Perpetual-flower , i Border e i Malmaison. I Pinks (o pinkrose) sono invece i garofanini bassi da aiuola, sono quelli che attualmente troviamo al mercato e coltiviamo. Incroci tra le due categorie hanno prodotto garofani gli Chabaud, i Tige de Fer, i Grenadin, i Flammands e molti altri.
In Italia abbiamo gli “Scoppioni” (detti “Nizzardi”) e i “Sim” (dal nome dell’ibridatore), che non sono “scoppioni”, cioè la corolla nell’aprirsi non spaccava il calice.

Un’ultima cosa, pare che Churchill, in viaggio diplomatico a Parigi, si fermasse ad un chiosco di fiori e chiedesse “un carnassion”. All’epoca la cosa fece sbellicare dal ridere i Francesi.