Segnalo “Sunset Boulevard”

Segnalo Sunset Boulevard, un blog wordpress di un mio amico e collega, Antonio Falcone, collaboratore de la Riviera su cui tiene una rubrica di cinema dal titolo omonimo.
Per ora è agli inizi, ma dategli tempo, il ragazzo ha una bella penna e promette bene.
Consiglio agli appassionati di cinema di seguirlo.
Ho inserito il sito nel mio blogroll

Il Kitsch: dal principio all’effetto

Il Kitsch è l’arte che segue delle regole stabilite, proprio in un’epoca in cui tutte le regole artistiche sono messe in dubbio da ogni artista
Harold Rosenberg
La tradizione del nuovo

Parlando di Kitsch è sempre necessaria una certa dose di circospezione.
E’ un fenomeno che riguarda le arti e le arti applicate che si è imposto con vivacità sempre crescente dagli anni ’50 in poi, fino ad avere proprie connotazioni formali di stile o genere, esattamente come le hanno guadagnate due stili affini e per certi versi sovrapponibili come il Trash e il Camp (cfr. a tal proposito l’articolo di Marco Salvati sul sito “L’attimo fuggente” Perchè non possiamo dirci Trash?.

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Zio Paperone e Nonna Papera

Alla domanda: “Che rapporto di parentela c’è tra Zio Paperone e Nonna Papera?”, la risposta più frequente è: “Ovvio: sono fratello e sorella!”
Non è vero un beneamatissimo nasturzio…
La verità è che Nonna Papera e Zio Paperone non sono affatto parenti.
Infatti il figlio di Nonna Papera, Quackmore, sposò la sorella di Paperone, Ortensia, dalla cui “felice” unione sono nati Paperino e sua sorella Della.
Si tratta quindi di un rapporto non diretto, ma acquisito.
Perciò, Nonna Papera è effettivamente nonna di Paperino (e di Della), mentre Qui, Quo e Qua sono suoi pro-nipoti per parte di madre (Della).
Zio Paperone è nonno di Paperino, non zio ed è il padre del cognato di Nonna Papera.
Non c’è quindi nessun rapporto diretto di parentela tra Nonna Papera e Zio Paperone.

Fonti: vodandonio vodandonio.

Ailanthus altissima

Mi chiedo perchè certi nomi così eleganti vengano dati a piante che nel tempo si procurano così cattiva fama. L’Albero del Paradiso non è neanche brutto, ma certo che è diventato un pericolo mortale per ecosistemi delicati. A quel che ne so è il flagello più terribile dell’Isola di Montecristo, che cela al suo interno tesori ben più grandi di quelli letterari, e che solo recentemente e parzialmente è stata aperta alle visite.
L’Ailanthus viene piantato spesso come albero da viale, per la sua resistenza all’inquinamento, alla mancanza d’acqua, agli sbalzi termici, agli insetti, e a ogni altro flagello concepibile dalla natura e dalla mente dell’uomo, in questo caso le potature selvagge che le amministrazioni comunali amano tanto.
Un Ailanthus scalvato e poi “ricresciuto” è non solo brutto, ma ridicolo. Un vero e proprio scopazzo con quelle foglie lunghe e pennate che ha. Un vero e proprio piumino per la polvere… sembra proprio uno Swiffer un po’ usato, stropicciato, lasso, con le samare che fanno la parte dei biocchi di polvere.
Non so se mi sentirei di piantare un Ailanthus, in tutta coscienza non so se me la sentirei, come non me la sentirei di piantare una Pueraria lobata.
Però lasciato un po’ a se stesso, con chioma libera di allargarsi (e il nostro amico ne ha, ne ha, oh, se ne ha)non è male. E’ molto mediterraneo, specie se piantato vicino a un pino marittimo. Una pianta di vocazione ben caratterizzata, ma potenzialmente mortale.

Banzai! Lunga vita agli alberi nani!

Esistono due o tre luoghi comuni al mondo: uno è che i Vulcaniani siano solo logici e cerebrali, incapaci di poesia e trasporto. Due è che i Klingon siano un popolo esclusivamente feroce e bellicoso e che non sappiano nulla d’arte e romanticismo. Tre è che i bonsai siano una tortura per le piante.
Per i primi due lascio al lettore il piacere della scoperta, ma per il terzo indicherei come più recente apoteosi di tale punto di vista nella nostra italietta giardinicola l’articolo di Pia Pera in chiusura di Gardenia di questo mese ( agosto 2009, n°304, pag. 156).
Pia Pera è anche troppo per Gardenia, ma mi duole vedere come così preziose occasioni di dare un proprio contributo alla cultura del giardinaggio italiano vadano regolarmente sprecate. Una “bustina” alla fine di un mensile è qualcosa di troppo importante per scriverci banalità a fiotti. Passi per le divagazioni sentimental-descrittive con cui ci ingozza da tempo…e la libellula sul fiorellino, e le goccioline d’acqua, e il profumo dei prati fioriti… ma attenzione quando si va a toccare temi di tale portata estetica, artistica, filosofica, antropologica, senza dimostrare neanche una vaga conoscenza dell’argomento nè il benché minimo tentativo di comprendere ciò che si analizza.
Passi anche l’ignoranza a palate, o una presa di posizione partigiana e impermeabile (la critica doc -è noto- passa anche per questo) ma almeno sorprendici, facci divertire, facce ride’…
Niente. In questa “bustina” di chiusura c’era solo una sciatta e trasandata invettiva contro i bonsaisti, paragonati, con scarsa inventiva, ai sostenitori dei “piedini di giglio”.

Pizzetti liquidava il problema senza pensarci due volte: con un’alzata di spalle scriveva che le persone che trovano claustrofobici e orrorifici i bonsai proiettano sulla pianta problemi loro (Pollice verde, BUR, pag. 95).

Il bonsai non è per tutti, come non per tutti sono i palmizi vari, le orchidee colorate, i cactini fallici e pelosi.
Sono dei “sotto-mondi” all’interno di quello più vasto del giardinaggio. Ci sono gli adepti dell’erbacea perenne da fiore, la setta dei tropicalisti, i cactus-maniaci, i patiti delle orchidee, chi colleziona piante velenose, chi raccoglie piante “utili”, ecc.
Molte volte chi si chiude in questi mondi non si occupa per nulla degli altri, ignorandoli scientemente.
E’ quasi naturale, perchè i giardinieri vanno soggetti al collezionismo come i bambini alle malattie esantematiche (cfr. il vecchio postIl collezionista di fiori).

Trascuro di entrare nel merito sociale e antropologico della storia del bonsai, che sarebbe un atto di arroganza per un occidentale, ma mi voglio soffermare su quello estetico-filosofico e naturalistico, per così dire “ecologico”.
Viene rimproverato al bonsai di essere innaturale, un eccesso di artificio, crudele e turpe. Non si metta neanche in discussione il fatto che gli alberi così trattati possano “soffrire”: la sofferenza, la crudeltà e la turpitudine che aleggiano attorno al bonsai non sono rivolte agli alberi, ma all’uomo.
Con chi crede il contrario non ho nulla da dirmi.
Quindi, se l’offesa c’è, è arrecata alla sensibilità dell’essere umano, del proprio prossimo. L’alto valore simbolico delle piante ci permette di identificarci in esse, pertanto si vede nel bonsai un’ amputazione sadica, una castrazione immotivata.
Il che è evidentemente falso, poichè la potatura viene eseguita su qualsiasi pianta anche nel giardino occidentale, senza suscitare crisi di pianto da parte di nessuno, anzi, diventando “mestiere”.
Se poi si ritiene che la potatura in generale sia un’operazione crudele, raccomanderei chiunque ne sia convinto di tenersi lontano da qualsiasi cosa riguardi il giardino.

Per un orientale il bonsai ha a che fare con la religione e la meditazione, con l’educazione e la crescita umana, cose in cui non ho nè competenze nè l’ardire per addentrarmi.
Per un occidentale il bonsai è o potrebbe essere la perfetta risoluzione figurativa e plastica di uno dei problemi che caratterizza ogni estetica dell’arte e che ha assillato filosofi e critici per un paio di migliaia di anni: la mimesi della natura.
Mentre in Europa ci si dibatteva tra il massimo artificio delle stanze barocche e del giardino ancien régime e il minimo artificio (con minima spesa) del giardino Whigh e liberista del Settecento inglese, in Giappone, molto prima di allora, questo conflitto sembra essere stato risolto nel bonsai, in cui l’arte umana e quella della natura si fondono e si completano a vicenda per creare qualcosa che abbia una profonda bellezza e una potenza espressiva tanto forte (e racchiusa in una pianta così piccola) da riuscire addirittura ad annichilire chi la guarda.
E’ -in poche parole- la sintesi perfetta tra natura e artificio, c’è un intero universo racchiuso nel vaso di un bonsai, le nostre stesse vite.

Chiaramente stiamo parlando di bonsai veri, non di quegli scopazzi che vendono nei mercatini, a 10 euro l’uno, 8 se ne prendi tre. La domanda ci è lecita: è forse a questi scopazzi che si riferisce Pia Pera? Ma, buon dio, quelli non sono bonsai, non più di quanto il posacenere a forma di Colosseo non sia il Colosseo stesso!
Queste “cose” sì sono turpi e crudeli, poichè al solo beneficio dell’incasso si violenta e si offende un’arte millenaria, per di più straniera, con il risultato di un vago razzismo serpeggiante in questa sorta di “prodotto”. Ed uso le virgolette solo perchè si tratta di creature viventi, altrimenti non esiterei a definire questi scopazzi dei semplici oggetti d’uso.
Si tratta -lo dico per chi non lo sapesse- di giovani arbusti potati alla base, da cui si lasciano rinascere rametti disordinati: in tutti è infatti ben visibile il taglio del ramo centrale più grande.
Siamo davanti a dei falsi, di qualcosa che non ha più nulla a che fare nè con le piante nè con l’arte nè col Kitsch, ma con la truffa e il raggiro, con azioni non solo non-artistiche, ma immorali, che dovrebbero essere penalmente sanzionate.

Naturalmente ad ognuno è lasciato il proprio giudizio: se non vi piacciono i bonsai, fatti vostri, al massimo potrò compiangervi. Ma denigrare ciò che si dimostra così ampiamente di non conoscere e di non aver compreso, paragonandolo alla messa in piega, per di più non certo in un luogo banale come un forum o un blog, ma nella rivista “di massa” più importante d’Italia, definisce un certo modo se non altro miope, poco accorto e poco acculturato di vedere le cose del giardinaggio.

E per giunta senza neanche un briciolo di humour.

Vendesi ciliegie locale fresche

In Calabrese -si sa- le parole femminili declinate al plurale finiscono in “i”. “Lumera” fa “lumeri”, “seggia” fa “seggi”, “cirasa” fa “cirasi”. (In ordine candela, sedia, ciliegia).
I contadini che hanno fatto le elementari ricordano o orecchiano la regola che le parole femminili, al plurale, solitamente finiscono in “e”. Pertanto anche le parole che dovrebbero finire in “i”, finisce che finiscono in “e”.
Ecco il “vendesi ciliegie locale fresche”, a volte con l’aggiunta “Ferrovia”.

Questo mi ricorda i “mantarini” di cui mi raccontarono dei miei parenti. Nella provincia di Cosenza la “t” viene trasformata in “d” (ad esempio “niente” diventa “nìììende”). Evidentemente i contadini col carretto per strada, pensavano che “mandarini” fosse dialetto.

Il pozzo e il pendolo

Da quando ho smesso di parlare di tecniche orticole all’interno della mia rubrica settimanale sulla Riviera, sono diventata meno popolare. Mi toccherà fare un passo indietro.
La gente apprezza solo i miei pezzi orticolturali e non quelli culturali.
Mi fermano solo per discutere di pratiche più o meno personali e fantasiose sulla coltura delle piante più anonime e comuni.
Dopo un mio articolo sul gelso nero, un tale mi ha sequestrata per più di un quarto d’ora per raccontarmi la sua strategia per farlo crescere (ancora di più di quanto fa normalmente? oibò) e narrarmi le sue peripezie terrazzautiche: tutti i suoi meravigliosi, regali geranei di color rosso semaforo sono stati sostituiti da non ricordo quale albero. Pino, forse.
Per dare l’illusione del bosco in terrazza, mi spiego?
Mi ha anche raccontato di come lui sia stato in grado di misurare la profondità precisa alla quale doveva essere scavato il suo pozzo per l’irrigazione. Probabilmente un calcolo differenziale complicatissimo, roba da Swaami Brachamutanda, il grande matematico indiano. Il suo vicino -racconta- voleva batterlo e andare ancora più giù, per rubargli la vena, ma invece, cos’ha trovato? L’acqua salata del mare, e le piante irrigate sono tutte morte.
La considerazione che ne deriva è che tristemente il giardinaggio, come anche la cultura e mille altre cose, è per molti una forma di prevaricazione sociale nei confronti del prossimo.
Il giardino, il giardinaggio e le attività ad essi connesse sono mezzo per dimostrare il proprio status.
Così mentre il mio interlocutore si sentiva molto furbo, io mi sentivo svenire.

Il carretto passava e quell’uomo gridava “lantanas”!

In estate le gelaterie si risvegliano come i bulbi in primavera. Panchine, tavoli e sedie “sbocciano” come le tenere corolle appena il tempo si fa più dolce. Fioriscono le aiuole rialzate e i vasconi di cemento.
La trafila è sempre quella: non si scappa, potete starne certi. Si parte invariabilmente dal ciclamino, quello grande, gigantizzato, che sembra un lombrico di Chernobyl. Proseguono a ruota petunie, petuniette serie Carillon (quelle pendenti) e Calibrachoa. Poi c’è un breve intermezzo riempito con l’immortale Kalanchoe, e infine arrivano le Lantana.
Eccole qui, nei vasconi di cemento, parcheggiate in attesa di essere disposte sul marciapiedi di fronte all’entrata della gelateria. lantana

lantana
Lantanas, lantanas, sempre lantanas. Con una certa predilezione per la sellowiana a discapito della camara, che è più alta, rigogliosa, spinosa e più difficile da tenere in forma,e che se potata male è solo un groviglio di rami steccosi senza fiori.
Non so che accidenti ci sia a nord di Roma, ma qui non se ne può più. Non che io abbia a questionare con le lantanas, piante dei vecchi giardini e dall’odore penetrante e poco dolce: giusto un odore, non si potrebbe definire profumo: un sentore che sta bene ad una pianta che non è adatta ad essere recisa, che ha un fogliame ruvido, che è buona giusto per fare le siepi comunali o quelle dei benzinai, fin troppo eguale a se stessa, ma che se lasciata crescere disordinata, nell’angolo di qualche vecchio giardino scomposto e mal organizzato, può riservare inattese sorprese (come un sacco di altre piante, ma questa è un’altra storia).
Perchè si sceglie la Lantana? E’ semplice, perchè “al 21 del mese i nostri soldi erano già finiti”.
La Lantana è una pianta di scarsissime esigenze. Se ben abituata non richiede molta acqua (mentre se annaffiata ogni giorno, basta un breve ritardo per farla afflosciare del tutto). Va potata solo a fine stagione (non la sua, quella delle gelaterie, intendo), ha una fioritura iper-lunga, che nei paesi mediterranei arriva ben oltre il periodo in cui si vendono i gelati, non desidera troppo concime, resiste in quella schifezza che è il terriccio commerciale…insomma, un vero mulo da lavoro.
C’è poi il problema che tutte le altre piante fiorite in questo periodo, o richiedono una gran quantità d’acqua per funzionare bene, o non possono stare in vaso perchè troppo grandi ed esuberanti. Qualcuna ha le spine, come la bouganvillea, e l’ultima cosa che una gelateria vorrebbe è una citazione per danni.
A questo punto meglio niente o dei bei sempreverdi, possibilmente non bossi o pittosfori.
A patto di essere regolari con le annaffiature anche un idiota sarebbe in grado di piantare delle ipomee e farle arrampicare su un traliccio. Il problema è che il traliccio si compra, le ipomee bisogna seminarle ad aprile, quando di gelati non se ne parla ancora, e ad agosto non si trovano al mercato. Eppure non ci sarebbe niente di meglio: accontentano anche i più esigenti in fatto di estetica, sono colorate, si prestano all’uso pacchiano o raffinato (american bar o yogurteria), non hanno le spine, sono veloci, coprenti e sempre in fiore.
E perchè non, poi, una bella Ipomoea cairica, con il suo fogliame lobato? ipomoea cairica
Le pasticcerie e i bar che vogliono darsi un tocco di raffinatezza scelgono fucsie e ortensie, che si afflosciano miseramente pochi giorni dopo l’apertura. Ma perchè non i rampicanti a fioritura estiva (Campsis esclusa, per via delle dimensioni) ?
Pandorea, Podranea, Mandevilla, Allamanda, ma che accidenti gli colgano, pure dei comunissimi mirti!
Sto parlando di cose che si trovano in un vivaio comunissimo e periferico, anche da noi in Calafrica.
Il punto è questo: i vasconi di cemento delle gelaterie sono allestiti puntualmente da “vivaisti specializzati” di zona, che in geneere eseguono progetti per rotonde o per giardini rocciosi dei centri commerciali. Questi “vivaisti specializzati” conoscono appena le lantanas, le Cycas, i cactus e i falsi bonsai.
E solo le lantanas si prestano alle gelaterie.