Fenomenologia della nomenclatura dei fiori, con una dissertazione particolare sulle rose

Ho ricevuto ieri il catalogo Barni, che mi è arrivato incellofanato insieme a quello della Bakker. Segno di qualcosa?
Dato che non ho più nè soldi nè acqua per mantenere a bella vita le ottomila rose che vorrei, mi limito a fare come un’analfabeta e guardo le figure, ma dato che per coincidenza so anche leggere, mi capita di dare un’occhiata ai nomi delle cultivar.
Devo confessare una tremenda delusione, che si rinnova anno dopo anno, nello sfogliare il catalogo Barni e leggere i nomi delle rose. Sembrano -inesorabilmente, impietosamente- i nomi dei modelli delle camicie dei cataloghi di vendita per corrispondenza.
“Modello numero cinque, Giuditta”

Quest’anno in copertina abbiamo ‘Valentino’. E chi è?
Valentino Rossi? Rodolfo Valentino? Valentino Valentino, quello dell’haute couture(aridalle coi nobiloni e ricchi assortiti…ma un po’ meno pronisti no?)? Probabilmente quest’ultimo dato che la rosa è rossa.
Ma…sior Barni, “Valentino” è troppo generico, anche per essere Valentino Valentino, quello dell’haute couture. E’ un nome che dona poco ad una rosa. Se eri più furbo la chiamavi “Valentino Clemente Ludovico Garavani”, o meglio “Rosso Valentino”.
Avremmo capito tutti al volo.
I nomi italiani, poi, sembrano essere del tutto disprezzati dagli italiani stessi. Non si capisce perchè una rosa che si chiami ‘Primo Passo’ debba avere minor fortuna di una che si chiama ‘Sea Foam’. E se mi permettete, “Pietra di Luna” suona decisamente meglio di ‘Moonstone’, che sembra il nome di un fortino della Guerra di Secessione Americana.
Però che scarsa fantasia… ‘Occhi di Fata’ sembra il meglio che riusciamo a trovare, tant’è che ci buttiamo su nomi che suonano bene in qualsiasi lingua, tipo ‘Berenice’, ‘Dionisia’, ‘Romeo’, ‘Demetra’.
Sono nomi amorfi. Come dire: abito in via delle Magnolie 53 o in via degli Oleandri 21.
Nomi che non hanno carattere.
E se c’è una cosa che le rose non sopportano, sono i nomi senza carattere.