Foxglove: guanti per volpe

Foxy Lady!J.R.R. Tolkien ebbe una fitta corrispondenza con il suo secondo figlio, Christopher, che attualmente è curatore dell’ intero corpus del padre.
Fu attraverso la corrispondenza con il figlio durante il suo servizio come aviatore che Tolkien trovò l’ispirazione per andare avanti con Il Signore degli Anelli, dopo l’interruzione al punto in cui Gandalf e Pipino corrono verso Minas Tirith.
In una di queste lettere, Tolkien, professore di lingua inglese e di filologia, autore del Dizionario Oxford e di vari saggi di linguistica e mitologia, trovò anche l’agio per dire due parole ai giardinieri.
In una lettera a Christopher Tolkien (24 dicembre 1994 -FS70) Tolkien nota che il figlio ha scritto Harebell e poi corretto in Hairbell. Secondo Tolkien (è chiaro, dice) il nome antico è harebell (un nome di animale, come spesso sono i nomi di fiori in Inghilterra), e con questo nome -continua Tolkien- ci si riferiva al giacinto e non alla campanula (Endymion non-scripta). Bluebell non è così antico come harebell e venne coniato per la campanula (difatti le bluebell scozzesi sono le campanelle e non i giacinti). In Inghilterra (ma non in Scozia e nelle zone in cui i dialetti sono rimasti per lo più integri) il nome harebell cambiò in bluebell ad opera di “[…]botanici ignoranti (di etimologia) e pasticcioni di epoche recenti, sul tipo di quelli che trasformarono folk’s glove in foxglove!, e che ci hanno allontanato dalla retta strada. Quanto a quest’ultima parola l’unica parte dubbia è glove, non fox. Foxes glofa esiste anche in anglosassone, ma anche nella forma clofa: nei vecchi erbari sembra applicata abbastanza sconsideratamente a piante con foglie grandi e larghe , per esempio a burdock (bardana), chiamata anche foxes clife, clifwirt*=foxglove.
*Dato che clifan=fenditura, stecco, è chiaro che foxes clife e clifewyrt originariamente=burdock,bardana. Clofa è probabilmente un errore per glofa “.

Un po’ complesso, forse, ma in buona sostanza significa che la digitale ha delle foglie brutte, larghe e ispide. E non si potrebbe dire altrimenti.

California dreaming

Eschscholzia, o papavero della California

Se c’è una pianta per cui ho una sconfinata ammirazione per la sua potenza estetica, questa è l’Eschscholzia. Nei libri di fotografie di paesaggi la si vede, in macchie variabili di colore, dipingere di arancio e oro i pendii assolati della California, che altrimenti sarebbero color marrone bruciato. Lì è fiore sacro a San Pasquale, e si dice che il manto giallo del santo copra le colline di quella terra che gli spagnoli chiamarono “il dorato west”, per via delle masse di escolzie che la ricoprono.
Uno dei miei sogni è avere un giardino abbastanza grande da farci una collinetta colonizzata di Eschscholzia, con un sentierino ai piedi, ricavato in mezzo ai fiori, dove poter passeggiare con le mani dietro la schiena, godendomi la montagnola di fiori gialli, non pensando a nulla, e per una volta, senza neanche i cani.

Nella “Garzantina”, Ippolito Pizzetti sostiene che l’Eschscholzia potrebbe tranquillamente conquistarsi il premio del fiore con il nome più brutto. Di certo impronunciabile. L’Eschscholzia prende il suo nome da Johann Friedrich Elsholz che aveva partecipato alla spedizione del capitano estone Otto von Kotzebue insiema ai naturalisti Adelbert von Chamisso e Ludwig Choris. La spedizione “Rurik” era sotto gli auspici russi, finanziata dal duca Romanzov. Furono proprio i russi a a storpiare il nome di Elsholz in Eschscholtz. Shirley Hibberd disse a tal proposito: “Pace alle sue ceneri, e possa d’ora in poi il suo nome essere pronunciato correttamente”.
La spedizione della “Rurik” aveva avuto anche il merito di riscoprire, per la seconda volta l’Eschoscholzia, che era già arrivata in Europa nel 1792 con Archibald Menzies e che si sa essere stata coltivata da seme ai Kew Gardens, ma che dopo si perse inspiegabilmente. Chamisso per fortuna la scoprì di nuovo e da quel momento in poi l’Eschscholzia non ha più lasciato l’Europa.

La pronuncia ad ogni modo dovrebbe essere “esciolzia”, con la “i” fatta poco o nulla sentire.

Gardenia di ottobre: palla al centro

Nel mese scorso “Gardenia” ( sulla quale sono sempre molto scettica), mi ha stupita con un bel reportage di Costanza Lunardi su un giardino catanese e con la pagina finale dell’allegato “Rose e Tulipani”, scritta da Stefania Bertola.
Il giardino è chiamato “le stanze in fiore di Canalicchio”; le foto di Dario Fusaro, come al solito molto suggestive e pulite, forse consapevoli di qualche omissione, ritraggono una sorta di oasi paradisiaca con vegetazione mediterranea e tropicale disposta alla maniera inglese, cioè quella tipica sistemazione che viene chiamata “giardino mediterraneo”, che di mediterraneo ha più o meno solo il nome, essendo in realtà un’invenzione di quelli che Guido Giubbini chiama “inglesi refiosi” che nella seconda metà dell’Ottocento venivano a trascorrere le vacanze o il resto della vita in Italia, e che così si immaginavano che dovessero essere i giardini mediterranei: una versione subtropicale del loro giardino settecentesco.
Albion caput horti
Il giardino è bello, ben concepito, di quelli che hanno la venustà della vecchiezza, che è una delle doti più pregevoli in un giardino. Piante locali, come il fico d’india, frammiste a piante più inusuali e difficili, come le felci arboree, l’erba nuova in mezzo a vecchi scalini, abbeveratoi in pietra come fontane, dovunque il senso dell’ “eredità”. Niente bordure per i fiori, anche perchè avrebbero stonato, al loro posto invece delle vasche rettangolari per i fiori da taglio, un po’ come quelle che desiderava Russel Page per un suo giardino privato.
Le rose non vengono neanche nominate.
Non manca neanche qui, però, una forte concessione al contemporaneo gusto del consumo dei luoghi. Luci a scomparsa attorno al laghetto per una suggestiva visita notturna, la piscina per nuotare (non si capisce bene se privata o no, ad ogni modo la piscina -secondo me- dovrebbe essere un elemento a parte di ogni giardino), e gli stuzzichini siciliani con un nome inglese. Tutto molto molto “very cool”, da sciure che l’aperitivo non gli basta, che per sentirsi soddisfatte devono aver consumato un po’ di antichità, perchè la modernità è alla portata di tutti, sciure che non hanno problemi se menu e prezzi sono da concordare.
Insomma, c’è anche lì la longa manus del consumismo moderno e del consiglio per gli acquisti ma il giardino, perlomeno visto in fotografia, vale una visita anche se poi bisognerà tenere il portamonete lontano dagli stuzzichini.
Direi: palla al centro.

“Gardenia”, che è sempre un po’ eguale a se stessa, sembra comunque essersi sollevata dalla sciatteria di qualche anno fa, per volgersi ad un pubblico dal portafogli ben gonfio e dai gusti raffinati (o falsi raffinati?). Invece l’allegato “Rose e tulipani” non era male, e la pagina finale scritta da Stefania Bertola, direi insuperabile. Una delle migliori cose che ho mai letto su “Gardenia” e una delle migliori cose che ho mai letto in assoluto su una rivista.

Lo riporto integralmente:

LE ROSE SONO COME I GATTI, se ne fregano. Non conoscono amore e fedeltà, sono bastardelle rese presuntuose da secoli di venerazione, e sono sempre pronte a mollarti per una ciotola più profumata o un cuscino più morbido. Prendete le mie. Hanno adocchiato il ristorante, già da tempo. Io le ho amorevolmente piantate in una aiuola che corre lungo una cancellata, oltre la cancellata c’è un ruscelletto, e oltre il ruscelletto un ristorante. E l’unico scopo nella vita di quelle disgraziate è allungare rami, spine e fiori fino a superare il gap e approdare trionfalmente nel cortile del vicino. Cosa sperate, cretine? Che i simpatici camerieri giapponesi vengano a imboccarvi di tortino al cioccolato fondente e sformatini di carpa? Non si pasce di cibo mortale chi si pasce di cibo celeste, dovreste saperlo: non sono per voi, i golosi avanzi dei provinciali. E allora perché vi stremate in questi assurdi tentativi di fuga, che vi portano a sbocciolare nel nulla? Osservate, vi prego, il mio giardino in maggio. Lato casa: foglie foglie foglie spine spine. Lato ruscello: rose, roselline, boccioli, gruppetti, un profluvio incantevole di sfumature rosa, bianche, confetto, alba, tramonto. Fiori che allietano la vista di chi va ad aspettare l’autobus, o delle auto di passaggio, mentre noi ne intravediamo a malapena qualcuna, forse più timida delle altre, o più pigra chissà. Io le acchiappo con un bastone dell’Ikea, quelli con il gancio in fondo per appendere i vestiti negli armadi alti, e le rivolto insultandole, e lo vedo benissimo, nell’espressione dei fiori, che appena girerò le spalle ricominceranno a crescere verso il ristorante. Sono galline in fuga, anche loro.
Quelle che non possono scappare di casa, manifestano la loro indipendenza creando insetti. Creando, non ospitando. Li fabbricano in proprio, confermando le teorie di Aristotele. Un bel cespuglio di rose bianche, adagiato attorno allo steccato dell’orto (chiamiamolo così), produce abbondanti boccioli graziosi e compatti che però, quando si aprono, contengono già al loro interno un insettaccio nero che mi ride in faccia e divora tutti i petali. Gli spruzzo cose, e loro ingrassano. Che insetti siete? Appartenete al nostro mondo, o siete fatti della stoffa degli incubi, come i Manga giapponesi? E la rosa rossa sul muretto? Perché non fa NIENTE? E dico niente. Non fiorisce, non muore, non fa foglie, non si secca, non dà segni di vita e neanche di morte. Sta. Un rametto verde nel terreno, vivo ma inerte. Esisterà la depressione fra i vegetali? Devo darle il lithio, invece che quel buon letame di cavallo? Questo spirito di menefreghismo nei confronti del committente sta contagiando anche le ortensie, quel fiore buono e ottocentesco, un po’ la nonna dei fiori, diciamo, la simpatica zia rotondetta che suona vecchi valzer su un pianoforte scordato. Nessuno si immagina di vedere le ortensie in prima fila a una manifestazione contro il G8. Eppure, anche loro quest’anno hanno cominciato a fare le furbe: fioriscono solo ed esclusivamente raso terra. Grandi piante piene di salute, che mettono i fiori sui rami bassi, come una specie di bordura che si impolvera e langue. Io le vedo, le ortensie in giro, che sembrano disegnate da una bambina pignola, con quei fiori ben distanziati e regolari, fitti fitti, tanto belli che ti chiedi perché la gente in Piemonte si ostini a piantare oleandri. Le mie mi ridono dietro, e di notte bisbigliano con le rose: «Rendiamole la vita difficile. Hai parlato con i bulbi? Gli hai detto di passare direttamente dal boccio al marcio? Si? Ottimo».
E come i gatti, le perfide rose sanno farsi perdonare. Basta un fiore perfetto una mattina di giugno, e le doneresti anche il sangue.

Sweet Acacia: la comune gaggìa

La gaggìa è una pianta ormai ben poco diffusa. Ce ne sono ancora nelle campagne, nei vecchi giardini, spesso al confine tra una proprietà e l’altra, tra un alloro e un vecchio pittosforo.

Acacia farnesiana (1)
Piumini di gaggìa

Non è un bell’albero, ha un colore giallo sporco, che rapidamente volge ad un marroncino marcio e poco invitante. Ma ha il profumo più celestiale del mondo dei fiori, tanto che in America è chiamata “Sweet Acacia”.
La natura, come anche dio, è dotata di senso dell’umorismo, ed ha messo questo profumo celeste in una pianta umile e dimenticata.

Acacia farnesiana (2)
Giallo lavastoviglie

Di gaggìe contro i vecchi muri se ne vedono ancora nelle campagne, si usava -credo- come difesa per via dei suoi rami spinosi.

Acacia farnesiana (7)
La gaggìa dei vicini

Venne portata in Italia attorno al 1611. Si sa con certezza che questa pianta cresceva negli Orti Farnesiani per ordine del cardinale Edoardo Farnese, e che lì fiorì per la prima volta. Fu proprio dal cognome della nobile famiglia Farnese che l’Acacia farnesiana, la comune gaggìa, prese la sua denominazione botanica.
I semi erano arrivati da Santo Domingo e si sa anche che nel 1624 alcune piante di gaggìa furono portate al Granduca di Toscana.
Ora altro che Orti Farnesiani, orti e basta, al più giardini poveri di ricche famiglie decadute.

Acacia farnesiana (3)
La vecchia casa

In effetti l’Acacia farnesiana forse potrebbe stare ancora bene in qualche giardino di principi, ma la gaggìa richiede vecchi muri screpolati e aiuole dimesse.

Acacia farnesiana (8)
La tettoia

Poche compagnie: lantane, zinnie, stelle di natale, gelsomini. L’alisso, con cui condivide il profumo di miele.

Acacia farnesiana (6)
Il vecchio gelsomino

E non vuole neanche troppo ordine.

Acacia farnesiana (5)
Uscita