“Tenendo innanzi frutta” di Isabella Dalla Ragione

Tenendo innanzi frutta

“Non crescono sull’albero” era un detto che stava già scomparendo quando io ero piccola. “I soldi non crescono sull’albero” aveva un sapore postmodernista che sottolineava il pensiero corrente di allora che le vicende della vita umana e della natura fossero ormai definitivamente separate.
Avere un albero da frutta in giardino era per lo più un caso, raccoglierne i frutti era retaggio di un’indole contadina mai domita in molte zone periferiche dell’Italia, e veniva considerato quasi stigma di povertà. “Perché, non ha i soldi per comprarsi le mele al supermarket?” .
Le famiglie-bene di provincia lasciavano al più un albero di limoni o di qualche altro agrume, tradizionalmente considerati frutti “nobili”, ma gli altri frutti erano scacciati perché “proletari”.

Parallelamente la grossa industria di produzione agricola selezionava la frutta non per la sua qualità ma per altre proprietà, strettamente connesse alla produzione e alla vendita: la resistenza ai parassiti, l’abbondanza della produzione, la conservazione in magazzini di stoccaggio.
Nel corso di cento anni sono uscite di produzione centinaia di varietà frutticole, alcune delle quali sono però rimaste in antichi orti o frutteti, e molte altre sono state perdute per sempre.

Per preservare questo ricco patrimonio di biodiversità, negli anni ’60, Livio dalla Ragione ha fondato il frutteto botanico “Archeologia Arborea” in Umbria, ora portato avanti da sua figlia Isabella. Ed è proprio Isabella, che beneficiando dell’esperienza del padre e dei suoi studi di agronomia, ha pubblicato il volume “Tenendo innanzi frutta”. Si parte da una considerazione apparentemente semplice: durante il Rinascimento era la Natura (natura naturans) ad essere la fonte principale di ispirazione per il pittore, e dalla prescrizione di Giorgio Vasari: “tenendo innanzi frutte naturali per ritrarle dal vivo”, Isabella dalla Ragione ricava il principio per cui gli affreschi dell’epoca ritraessero varietà di frutti realmente in coltivazione. Affidandosi alle pitture murarie delle ville delle famiglie Vitelli e Bufalini, nella zona dell’Alto Tevere, e al cospicuo archivio della famiglia Bufalini, Dalla Ragione è arrivata a identificare e catalogare decine e decine di varietà orticole e a ricostruire gli usi a cui erano destinate.

Susina 'regina Claudia' con fiori di Althaea; susine

Queste varietà di frutta sono state estromesse dal mercato internazionale perché erano poco produttive su scala globale. Ma in tempi in cui gli orti, sia dei Papi che dei ricchi signori erano orti produttivi e non decorativi, la grande varietà di cultivar offriva -oltre ad una continua diversità di sapori- una produzione durante buona parte dell’anno e la conservazione durante l’inverno, garantendo così la sopravvivenza di molte famiglie contadine.

Uva

Come ben scritto nella postfazione di Antonio Cianciullo, non si tratta di una mera celebrazione del mondo contadino, ma dello studio filologico di un mondo in cui si sfruttava la natura ma senza impoverirla, una capacità che da tempo abbiamo perso e che sembra poter permanere solo al margine della cultura di largo consenso.

La povertà è un privilegio?

Il frigo è troppo fresco

Il frigo è troppo fresco, non c’è niente sul mio desco. I ripiani tutti vuoti, peggio che gli Zopiloti. Con il gatto tutto rotto, filo via col fagotto. Non ci torno a casa mia, e mi perdo per la via.

I commenti a questo messaggio mi hanno letteralmente stupita: un vero e proprio regolamento di conti tra classi sociali. Come scrisse Pierre Bourdieu nel suo mai tanto celebrato La distinzione, critica sociale del gusto, non c’è nulla che divida le persone come il loro stile di vita.
A parte la deriva linguistica che in molti -con un fremito di perbenismo- troveranno inaccettabile (dovuta peraltro unicamente all’intrusione di Andrea che voleva solo regolare un suo conto personale) e che per sè è del tutto ininfluente se non per collocare una persona in un determinato ceto socio-culturale, ciò che rimane del discorso è l’inconscio rifiuto da parte della classe media dell’accettazione della povertà altrui come funzionale al proprio benessere, e il rifiuto dei ceti sociali con basso potere d’acquisto ma alto capitale culturale a lasciarsi diseredare da tutte le funzioni sociali e politiche, tra cui la produzione d’arte (o di politica).
Dinamica dei campi pura e semplice, condita da qualche colorita metafora, giustificata o se non altro giustificabile, dato il clima natalizio incombente.

Ciò che volevo mettere sul tappeto, e che solo Trem ha capito, e anche forse solo in parte, è che per molti versi non poter consumare è un privilegio, ma per molti altri no (e li ho anche spiegati: non poter viaggiare, confrontarsi, vedere posti, opere d’arte ecc). Difatti c’è un bel punto interrogativo nel titolo, cosa di cui nessuno sembra essersi accorto.
Ciò di cui mi sarebbe piaciuto discutere sarebbe stato quando, come e perchè ciò che apparentemente è una privazione a volte diventa un privilegio, cioè quando ci si riconosce in qualcuno o qualcosa, che possiamo fare nostro, diventandone contemporaneamente parte. E questo sia da un punto di vista sociale, umano, che estetico, giardinesco. Ed è il riconoscimento nell’altro da sè che genera bellezza. Nient’altro che questo.
La povertà è un privilegio anche quando nella ristrettezza più totale, è maggiorato il piacere del dono. Ma possibile, signori, che nessuno abbia letto “Se questo è un uomo” o “Il diario di Anna Frank”?
La libertà della mente non coincide certo con quella fisica, altrimenti Steven Hawking penserebbe solo a come ingoiare, non al quinto postulato di Euclide.
Purtroppo -come capita sempre a me- è finita a tric e trac e castagnole.
Pazienza, la fortuna non è mai dalla mia.