Cane, lavanda, lavanda cane cane

Ieri notte, come al solito, faticavo a prender sonno. Ad un certo punto, nell’afa estiva appena mossa dal ventilatore, sento un distinto odore di lavanda.
Il cane si strofinava sul cespuglio.
Questo è per me un giardino che funziona.

…’nculo le rose inglesi.

Un simpatico messaggio

Mi è arrivato ieri un simpatico messaggio in risposta al post Lettera aperta al Commissario Prefettizio di Siderno in cui mi viene fatto notare che la Melia Azedarach è una pianta velenosissima (è vero, le bacche sono velenose) e che sarebbe (cito) una grave minaccia.
Molto meglio piantare, secondo chi mi ha scritto, un altro albero, la Azadirachta indica, meglio conosciuta come albero del neem, una sostanza che ha molte proprietà farmacologiche ed è anche usato come insetticida.
Lo scrivente prospetta l’infelice ipotesi che qualcuno possa ingerire bacche di Melia credendola neem, ma intanto poi assicura che solo in pochi sanno distinguerle.
Infine conclude dicendo che il suo vivaio ha piena disponibilita di Azadirachta indica in di ogni dimensione, oltre ad avere altre piante tropicali.

Posso rispondere che la Melia è qui ben distribuita, al limite dell’isopportabilità visiva. Nessuno si è mai avvelenato mangiandola, tantopiù che i giovani d’oggi non sono adusi a raccogliere in natura frutti commestibili, tantomeno da terra. Tantissime altre piante, piselli odorosi, digitale, aconito, elleboro, sono felicemente ed ampiamente coltivate nei giardini senza che i proprietari si siano mai avvelenati. Nè si riportano casi di avvelenamenti da parte di animali domestici, solo occasionalmente da parte di animali da pascolo dove queste specie sono spontanee.
Non conosco l’Azadirachta indica, mea culpa, mi informerò meglio, ma a me sembra diversa dalla Melia come una sedia da un termosifone e a dire il vero non so come si possano confondere e occorra addirittura masticarne le foglie per distinguerle.

Siamo anche al limite del comico se penso che l’oleandro, pianta eletta dal comune di Siderno per la pista, è velenoso anch’esso.

Insomma, per concludere, grazie del suggerimento, mi informerò se l’albero del neem può sopravvivere in terreni sabbiosi, salini, asciutti e sopporti gli aerosol marini, ma vorrei che fosse chiaro che accà nisciuno è fesso.

Gli elementi propri del giardino

Con grave ritardo, dovuto ad impegni successivamente presi, leggo sul n° 20 di Rosanova (Aprile 2010) l’articolo di Guido Giubbini Giardino degli architetti e giardino dei giardinieri: un punto di vista.
L’articolo, come sempre ben scritto e molto informativo, illustra, attraverso la storia più recente del giardino, la discrasia tra giardino concepito come area in cui accogliere le piante e coltivarle personalmente, e il giardino che accoglie altri elementi oltre le piante, nella fattispecie diverse forme di architettura.
Per la seconda volta su Rosanova leggo, sempre da parte di Giubbini, la frase: “utilizzando gli elementi propri del giardino, cioè le piante”.

Sebbene esista una differente visione del giardino da parte di architetti e giardinieri, dovuta non tanto a motivi ideali ma pratici, assumere che gli elementi propri del giardino sono le piante proprio non mi va giù.
La tradizione storica dice il contrario, specialmente quella orientale; ma anche il giardino rinascimentale toscano, il cosiddetto giardino all’italiana, pieno di statue, mura, scalinate, acqua e fontane a tutta forza.

L’opinione che gli elementi propri del giardino siano le piante è anzi abbastanza tarda, maturata dal naturalismo di Robinson e compagnia cantante.
Pensare che gli elementi propri del giardino siano le piante equivale a ridurre la storia del giardino alla storia del giardinaggio, che sono due cose assai diverse.
Insomma, mi sembra una trappoletta messa lì per farci cadere la gente (per carità, c’è caduto anche Mukarovsky).
E’ un po’ come dire che gli elementi propri della pittura sono le tele e i pigmenti ad olio (e Keith Haring, tanto per dirne uno?).

Ma il problema è ben più sostanziale: potrei sbagliarmi ma mi pare che l’articolo sia pervaso di un senso di ricerca dell’assoluto, come se tentasse di ricomporre un bipolarismo che è solo apparente.
Ecco, questo credo sia un errore perchè induce in tentazione. Quale tentazione? ma di credere che esista un giardino ideale, un giardino platonicamente inteso, un assoluta manifestazione esteriore di giardino.

Il giardino ha come elementi propri esattamente quelli che chi lo costruisce, mette in opera e mantiene, ritiene opportuni.
Questo non fa di tutti i giardini dei bei giardini, come non tutti i quadri ad olio sono belli.
Nè a mio parere il giardino -inteso come forma d’arte- è un processo che deve essere tenuto sotto controllo da un unico individuo. Questa è un’altra trappoletta messa lì a bella posta.
Il giardino è un processo, è vero, più che un prodotto; ma a questo processo possono prendere parte diverse persone, famiglie, torme di giardinieri ognuno con una sua idea personale, generazioni di storici dell’arte del giardino. Ognuno di loro contribuisce in maniera significativa alla prosecuzione di questo processo, e dopo di loro verranno altri che faranno la stessa cosa.

Se il filo del mio ragionamento è corretto, questo dimostra sostanzialmente due cose: che l’estetica moderna risente in maniera ancora evidente del pensiero di Kant e che l’arte del giardino è un terreno impervio e paludoso che mette a dura prova l’accademismo tradizionale.