Antonia lotta contro l’anello



antonia lotta contro l’anello

Inserito originariamente da Lidia Zitara

Mia madre è caduta senza grossi danni, e per ripararsi il corpo ha messo la mano sinistra sotto il corpo. Ad un certo punto il dito anulare ha iniziato a gonfiarsi: niente è valso a toglierle l’anello, vaselina, crema, olio, saponi. Alla fine ci siamo decisia segarlo, perchè con la tenaglia si piegava sul nervo infiammato. Ci sono voluti tre quarti d’ora di sofferenza, ma Antonia ce l’ha fatta.

Mixed border excusatio non petita

A parte qualche raro numero, “Rosanova” mi dà sempre intensi spunti di intensa riflessione.
Questo in particolare (n°24, aprile 2011) sembra una excusatio non petita del mixed border, o bordura mista, nota su questi schermi con l’epiteto di brodura mista.
Perchè mai le alte sfere si preoccupano di tirare fuori la brodura mista dagli impicci in cui inevitabilmente, per la sua conformazione strutturale, si sarebbe prima o poi cacciata?
Il giardinaggio è lento a muoversi, le mode si succedono in modo dilatato per via della materia con cui son fatti i giardini: le piante, che s’accrescono con lentezza e possono essere sostituite da altre più alla moda a prezzo di grandi esborsi di danaro. Senza contare che dietro al giardino vien quasi sempre una casa o un edificio, come dietro ad una palla viene sempre un bambino. Mettersi a spostare i muri è un’attività costosa.
Insomma, un giardino è “per sempre”, come un diamante, un condono edilizio e la cellulite? Può darsi. I vecchi giardini dimostrano marcatamente questo carattere, come accettano più disinvoltura le sovrapposizioni stilistiche (Villa d’Este è l’esempio classico che si porta in questi casi: vai a fare i baffi ad un quadro meno vecchio della Gioconda…).
E’ anche per questo che i nuovi paesaggisti si muovono su linee completamente diverse: progetti preferibilmente “pronto-effetto” (o se non pronto, almeno rapido), stilismi individualizzati che evidenziano una “firma” personale (le graminacee per Oudolf, le curve concentriche per Jencks, il fogliame spadiforme e i colori squillanti per Lloyd …), che rendano quella realizzazione perfettamente riconoscibile anche al mezzo-profano, che vi appiccica il suffisso iano (oudolfiano, jencksiano, clémentiano, lloydiano, blanchiano, e alla via così).
Il suffisso iano rende contenti tutti:1) l’architetto che si fa riconoscere e che si mette al riparo da eventuali copie o tramite il quale imprintizza eventuali epigoni o sinopisti 2) l’amministrazione o il comune o l’ente che ha pagato i soldi per quella realizzazione, poichè quel iano ai suoi occhi è sinonimo di “qualità” e c’è una folta schiera di pubblico votante attento alla “qualità” 3)il pubblico stesso, a cui è garantito, a mezzo firma, di star passeggiando attraverso se non un’opera d’arte, almeno a qualcosa che vi si avvicini 4)i giornalisti, che a quel iano s’attaccano come ad una mammella per spremerla fin quanto è possibile, costruendoci sopra articoli di costume, infographics, newslines, indirizzando l’opinione pubblica e cercare di mettersi alla testa del lungo corteo degli ecologisti 4)la critica, che del iano fa oggetto di riflessione estetica e lo storicizza all’interno del percorso artistico in cui si è evoluto.

L’articolo “Un’inarrestabile creatività” pubblicato a pag.25 a firma dell’abituale Giubbini, con un corredo fotografico dubbio (sulle cui mancanze già l’autore del pezzo si scusa, a parer mio non adeguatamente), e che non fa certo onore alle grazie del giardino, parte proprio con un lead storico per inquadrare l’arrivo della bordura mista in Italia. Gli articoli di Pizzetti, i pochi vivaisti specializzati, le traduzioni dei grandi testi inglesi, le fiere di giardinaggio.
Sia ben chiaro che la domanda di piante in Italia non nasce dagli articoli di Ippolito Pizzetti, ma dall’entrata del mercato italiano nella rete di quello europeo e globale, di cui questi ed altri articoli non sono che una manifestazione sensibile.
Il resto lo conosciamo un po’ tutti, dalle raccolte a fascicoli, ai primi vivai anche in piccoli centri periferici, ai castighi meridiani e post-prandiali degli infliggimenti di consigli ecologici da parte di personaggi di dubbia sanità mentale, come Luca Sardella e Luigi Carcone.

“A questo punto mi aspetto le consuete obiezioni-dice Giubbini-Che senso ha copiare un modello, quello inglese, con cento e più anni di ritardo?Che senso ha trasferire un modello straniero in un ambiente e in un clima e con una storia così diversi? E non si tratta di un fenomeno elitario, di nicchia, che infatti sinora non è riuscito a smuovere la situazione del giardino italiano nel suo insieme, che rimane ancora oggi, a dir poco, miseranda?
Non credo che queste obiezioni abbiano un senso.”

Tuttavia per prevenirne altre, spiega:

“Il modello del giardino inglese, quale è stato elaborato da Robinson, dalla Jekyll e dalle Arts and Craft, non è soltanto il prodotto di un determinato momento storico-la fine dell’Ottocento e il primo Novecento, cioè il liberty e il déco per intenderci-, ma un’acquisizione permanente della storia del giardino, allo stesso modo del giardino formale o del landscape garden. Si è trattato non solo di uno stile o gusto o moda del momento, ma di un nuovo corso del giardino moderno, con cui in ogni caso bisogna fare i conti. Inoltre, proprio perchè si è trattato di una nuova struttura linguistica (io avrei usato la parola “sintattica”) e non solo di uno stile o di una moda, il giardino inglese può applicarsi a qualsiasi situazione, anche la più diversa (climaticamente e storicamente) rispetto a quella originaria. Infine, il carattere ancora elitario della pratica del giardino, almeno da noi, è solo una tappa obbligata sulla via di una (ragionevolmente possibile e probabile) estensione ed elevazione del gusto.

Bravo, ci hai quasi convinti.

Personalmente dubito fortemente che il giardino inglese possa adattarsi a qualsiasi luogo (climaticamente magari sì, storicamente no). Questa è una balla grande quanto Nettuno. Ci sono luoghi che griderebbero disperati se sui loro suoli venisse realizzata anche la più sofisticata bordura inglese.

La bordura inglese ieri è stata un linguaggio dell’arte del giardino, e lo è ancor oggi in mano di pochi fortunati (pochi, molto pochi fortunati).
Se questo è vero-come è vero- non significa che essa sia la summa del giardinaggio e che oltre vi sia scritto Hic Sunt Leones. Che un giardino non sia tale per i suoi accostamenti di piante e giochi di colori. Come è finito il dinosauro, come è finito il comunismo, finirà la bordura inglese: come un episodio della storia, da studiare, archiviare e da cui imparare per procedere oltre, altrimenti non sarebbe forse “velato populismo” il voler tornare indietro o peggio restare dove siamo? Non bisogna chiedersi cosa è stata la bordura inglese per la storia del giardino, quello è il passato: bisogna guardare alla bordura oggi e a quello che di negativo comporta nell’intendere la pratica orticola e la filosofia del giardino. Il semplice fatto di non farlo è una quiescenza sospetta.

Oggi la bordura inglese, nel migliore dei casi, non è altro che una tela prestampata con numerini per i colori, buona per ragazzine che non vogliono sbagliare.
Non è una tappa obbligata, tecnicamente, intendo. Se lo è per lo storico, non lo è affatto per il giardiniere. Non è affatto necessario imparare a dipingere copiando Poussin anzichè Michelangelo: si può imparare a disegnare anche imparando a copiare due bicchieri e una brocca, un albero, una casa, o il proprio gatto, o un vaso di fiori. L’importante è -di solito- avere un buon insegnante.
La bordura inglese non è una tappa da bruciare, non è neanche una tappa, come non lo sono il giardino formale o il landscape gardening.

La bordura inglese inoltre contiene al suo interno due marcate forme di antisocialità che io non ammetto in nessun grado:
la prima è l’esclusività, il mondo elitario nel quale dopo un po’ -quando si inizia a conoscere un buon numero di piante- volenti o nolenti, si inizia a veleggiare. Esclusività ed elitarietà veicolate dalle riviste che non fanno proprio nulla, ma ripeto nulla, per una sincera “elevazione del gusto”, anzi, mantengono questi giardini enclave riservati a pochi intimi, in genere facoltosi.

La seconda cosa che non ammetto della bordura inglese è il suo dimenare il didietro a seconda delle mode e alle piante più in auge del momento. Si può affermare con una certa sicurezza che questo polimorfismo sintattico, per parafrasare Giubbini, sia spinto dalle esigenze del mercato, che ci fanno apprezzare l’Oudolfiano quando vogliono venderci le graminacee, l’Austiniano, se vogliono che compriamo rose inglesi, il blanchiano se invece ci vogliono ad ogni costo irretire con quegli assurdi muri verdi.

Per non parlare delle reali brodure che combinano fatui giovani ritenendosi già saggi, che pur di non rinunciare alla piantina al vivaio fanno a meno dell’abbonamento per i giga (no, ho sbagliato esempio: diciamo che comprano una sottomarca di croccantini per i loro gatteeney).

La bordura inglese è insomma una caricatura di quello che è stata in passato, e come se ciò non bastasse non possiamo fare a meno di citare l’articolo, sempre di Giubbini, sul numero di Luglio 2009: Le jardin Plume (ancora sul concetto di copia) in cui il Nostro ci fa una testa così sulla copia e ci dice che quando dell’originale non si comprendono neanche più le strutture formali, entriamo nel campo del Kitsch (il che è vero, ma solo in parte).

La domanda tuttavia rimane irrisolta: perchè le alte sfere si muovono per difendere una struttura formale che nel tempo ha cacciato fuori tanti di quei difetti da essere ormai pronta per la demolizione e il passaggio ad un nuovo concetto di giardinaggio, meno improntato sull’esclusivismo, sull’individualismo, sull’effetto superficiale?

L’amara risposta, amici, è che si deve pur vivere.

In uno scenario urbano, l’artificio è il giardino

Sto leggendo Elogio delle vagabonde del solito Gilles Clément.
Clément mi disturba un po’ con la sua spocchia da grande esploratore, con la sua aura di viaggiatore “estremo” e la sua autoproclamazione di sovrano dei “giardinieri planetari”.
Tra l’altro sembra che la parola “elogio” vada un sacco di moda, oggi: oltre le tradizionali follia e imperfezione, si va dalla pigrizia alla pizza, dai gatti, ai cani, dal calcio al frammento fino al nulla più totale. In IBS troverete 16 pagine con la ricerca “elogio”. Leggasi sedici.

Però ho detto mi disturba solo un po’ , e lo penso. Il caro Gilles è “uno che si sente”, eh, per carità, non è uno che va a vangare la terra dell’Amazzonia e poi non ne scrive sopra un libro, ne fa un e-book, un reportage fotografico, un servizio su un magazine importante. Insomma, è uno di quelli a cui piace stare sotto i riflettori.
Ma nonostante quel sottile senso di orticaria che pervade la lettura, non si può non riconoscere che scrive veramente bene. Una scrittura familiare, ma non domestica, lontanissima dai miserevoli impiastri di san Carletto Pagani, buoni appena per il volantino domenicale della diocesi, e dall’aneddotica romanzata di Paolo Pejrone, veleggiante su un mare di superficialità come una barchetta di carta in una pozzanghera.
E’ uno stile limpido, scorrevole, arguto, informativo, che non lascia margini all’incertezza, che dice quel che vuol dire e lo fa con chiarezza e precisione. Stile da cui noi italiani siamo lontanissimi, e per la verità anche Gilles è un eccezione tra i francesi, che di solito si abbandonano a vagheggiamenti poetici sull’onda di Rousseau. In tal senso credo che Gilles abbia letto molto in inglese e forse anche in tedesco, lingue fortemente concise. Comunque si evince la sua natura letteraria poliglotta.

Bene, nel capitolo Cardo asinino ci sono due frasi che hanno attirato la mia attenzione, la prima è questa:

L’onopordo figura tra le piante “ornamentali”[…]. Sospettoso riguardo a tutto ciò che si nasconde dietro all”ornamento” –visto che respingo in una botta sola le specie che si fregiano di tale posizione– non faccio uso di questo vocabolario.

Riguardo a ciò, esattamente come Gilles è sospettoso della parola “ornamento” , io sono sospettosa dei progettisti di giardini che sostengono di non usare il vocabolario delle piante ornamentali.
Sarei curiosa di sapere che aggettivo attribuisce alle piante, che l’amministrazione pubblica di Parigi gli ha fatto pervenire, regolarmente acquistate presso vivai (di piante ornamentali), che ha usato nei giardini della Défense o nel Parc Citroen.
Visto che lui respinge in “una botta sola tutte le piante che si fregiano di tale posizione” forse avrebbe fatto meglio a creare un deserto di sabbia rossa o a comprarsi un nuovo dizionario.
In un mondo in cui i tropicalisti vanno alla ricerca dell’ultimissima novità tra le specie finora sconosciute, in cui anche le rose che non fanno fiori sono considerate “da collezione”, in cui i maniaci della prateria hanno riportato in auge le “erbacce”, in cui gli ecologisti attribuiscono funzione biodiversitale anche alla pianta più raccapricciante, mi spieghi il signor Clément cosa non è oggi ornamentale.
Mi permetto l’azzardo -non poi tanto azzardato- di spiegare questo passaggio. Credo che Gilles volesse dire più propriamente che rifiuta tutte le piante nel momento in cui il loro status ornamentale è dichiarato.
Ciò non cambia però la riflessione riguardo ai suoi giardini e al perchè -data questa premessa- lui preferisca fare giardini (la cui ornamentalità è storicamente nota) e non parcheggi, sul cui lato estetico effettivamente poche parole sono spese.

Insomma, signore e signore, diciamocelo: il caro Gilles sa benone che i giardinieri vogliono essere presi un po’ in giro e amano le frasi d’effetto. E d’altra parte, noi “blogger verdi”, se non ci fosse lui, di cosa parleremmo? Di Pejrone, di Mauro Corona? Meglio il suicidio mediatico.

Seconda frase:

L’onopordo si sposta e si mantiene in quell’area urbana dove trova uno spazio fatto su misura per lui, una compagnia vegetale in accordo con il mondo che esso rappresenta.

Da questa frase si evince prima d’ogni cosa un elemento che sta diventando sempre più caratterizzante delle metropoli moderne e dei giardini delle archi-garden-star: in una città totalmente disumana, artificiale, omogeneamente aliena e alienante, è paradossalmente il giardino, che dovrebbe essere l’elemento naturale, ad essere quello d’artificio. Il nostro elemento naturale sono i muri, i caseggiati, i cancelli, i portoni, gli ascensori, le impalcature, le vetrate. Un giardino diventa esotismo, trascendenza, innaturalità.
Ed è proprio su questa linea che si muovono le garden-archi-star. Gradiscono, anzi, bramano, che il loro giardino sia ficcato tra palazzoni e costruzioni così fitto come una zeppa nel culo. E’ il caso della High-Line a New York e del Millennium Park, tanto per dirne un paio.
Le garden-archi-star si sentono immediatamente gratificate se possono “riqualificare” una zona.

Torniamo all’Onopordum. Clément dice: “[…]uno spazio fatto su misura per lui, una compagnia vegetale in accordo con il mondo che esso rappresenta”.
Già, ma quale mondo rappresenta? L’Onopordum rappresenta un mondo in assoluto, o di volta in volta diverso? Io non l’ho capito e non so spiegarlo.
Questa frase potrebbe voler dire che l’Onopordum rappresenta il mondo naturale, in senso assoluto. Oppure che rappresenta quello delle specie selvatiche e ruderali, in assoluto. Oppure che rappresenta la natura sottratta agli scopi a cui è destinata dall’uomo, in assoluto. Oppure che rappresenta il mondo naturale all’interno della città, in assoluto.

Oppure potrebbe significare che rappresenta una di queste cose di volta in volta a seconda del caso, o che rappresenta quello che Gilles Clément vuole che rappresenti in quel momento.

Infine, signore e signori: occhi aperti e orecchie appizzate.