Arte=dolore. Sottotitolo: “Il linguaggio della notte”

Ursula K. Le Guin

Qualcuno su questi schermi ebbe a dire che la mia domanda sul perchè l’arte scaturisca spesso dal dolore era una menata o qualcosa del genere.
Voglio calorosamente ringraziare la signora Ursula K. Le Guin per avere risposto a questa (ed altre) di quelle che tanti chiamano “menate”, sperando che sveglino le loro menti dal torpore soporoso della quiescenza dell’accettazione acritica.

Più lontano si va dentro di sè, più vicino si arriva all’altro. […]Il dolore, la più solitaria delle esperienze, fa nascere la partecipazione, l’amore: il ponte tra l’io e l’altro, il mezzo della comunione [qualcuno direbbe della comunicazione, n.d.c.]. Lo stesso accade con l’arte. L’artista si spinge più profondamente dentro di sè, ed un viaggio doloroso, è l’artista che più ci tocca nell’intimo, che più ci parla in modo chiaro. […]Non troverò un archetipo vivente nella mia libreria o nell’apparecchio televisivo . Lo troverò soltanto in me stessa: in quel nucleo di individualità che si trova nella comune oscurità.

Folli giardinieri, di Maury Dattilo

Folli giardinieri. Storie d’amore e di verde , di Maury Dattilo, ed Pendragon, 2011

Il giardino di Guido Giubbini, uno dei personaggi raccontati da Maury Dattilo

Più o meno a partire dal Romanticismo ottocentesco e dagli studi sulla psiche di Freud, esiste il mito dell’artista pazzo, del poeta maledetto, del genio incompreso. Questo mito si è spinto molto in là in tempi moderni e contemporanei, incarnato in personaggi di cui si è detto che scrivevano, cantavano o dipingevano sotto l’effetto di droghe. Miti spesso ridimensionati, come quello di Kerouac, che confessò che la sua “efedrina” era del semplice caffè, ma mutuati nella memoria collettiva dell’epoca postmoderna come esempi da imitare, anche a costo di mandare all’aria la propria vita, fisicamente e psicologicamente.
Tutti piangiamo sulla morte di Patrick de Gayardon come se con le sue prestazioni al limite dell’umano avesse compiuto gesti eroici o salvato vite. A tutt’oggi trasmissioni di dubbio gusto e cariche di esempi di atti incoscienti, rivolte perlopiù ad un pubblico di giovanissimi, rinverdiscono, se mai ce n’è bisogno, il mito del superamento dei limiti umani.

Perché mai si sente questa stessa necessità anche nel mondo della lettura, tipicamente statico fisicamente, ma di intensissimo lavorio mentale?
Il libro di Maury Dattilo, noto speaker radiofonico, in effetti non contiene neanche un’oncia di follia, semmai di sano vigore intellettuale e passione per le piante e per la natura.
I personaggi raccontati, più o meno famosi al vasto pubblico, sono degli esempi di come una passione, un amore, conduca verso una scelta di vita e ne costituisca –se così possiamo dire- il nocciolo stesso.
I personaggi, coperti da una presenza un po’ troppo occultante da parte dell’autore, sono più che mai savi giardinieri che lottano contro le mille difficoltà imposte da una cultura del giardino poco sviluppata in italia, un lavoro faticoso e a bassa redditività, le bizzarrie del clima, senza dimenticare le mode volatili che coartano il giardino e lo veicolano verso certi tipi di acquisti.

Dei giardinieri “resistenti”, quindi, se è lecito usare un termine guerresco. Pienamente consapevoli delle difficoltà a cui vanno incontro, senza alcuna ombra dell’incoscienza che tanto piace ai format televisivi. Questi giardinieri sono dotati di grande coerenza e di metodo, applicato e migliorato nel corso di lunghi anni di pratica. Forse è proprio questa la follia del mondo moderno: la sanità di mente?
Il libro non manca di pecche, a partire dall’assenza di un apparato iconografico che sostenga le descrizioni dei giardini, di lungaggini e ripetizioni che infine annebbiano la mente del lettore e lo fanno precipitare in uno stato soporoso, e soprattutto la presenza gravica di un autore che tiene i propri personaggi nelle retrovie, dietro le quinte, pronti ad uscire ma senza dargli mai scena. La commistione che ne esce è a volte confusa: a chi apparterrà questo pensiero? In che chiave leggere questa frase? Avrò capito bene?

Ad ogni buon conto il libro di Dattilo è un’opera che va senza dubbio letta e riletta con attenzione: lo stile contorto occulta importanti affermazioni che si scoprono nelle successive riletture. Leggerlo e soprattutto, rileggerlo, è una continua sorpresa. Non è un libro che si lascia scoprire al primo incontro, né di quelli che si bevono come un lungo sorso di tè freddo in estate. E’ un libro che richiede mente sveglia e attenta, che va letto un capitolo per volta, su cui va ragionato e possibilmente discusso.

Certamente all’interno di un panorama letterario giardinesco che produce quasi esclusivamente chiacchiere sulla gioventù bucolica delle nobildonne che oggi ci indottrinano dall’alto di prestigiose riviste, è una novità che va colta come una mela di saggezza (non di follia), sbucciata e fatta a spicchi, ripartita tra i commensali, e di cui va conservato il seme per la generazione a venire.

Ogni cosa al suo posto, un posto per ogni cosa

Mi capita sempre più spesso, sia girellando per il mio paese che guardando immagini in internet, ma anche sentendo o leggendo i discorsi degli altri, di intravedere una precisa tendenza dell’ architettura contemporanea che include edifici e giardini, e in particola modo quell’architettura volta a creare parchi pubblici o zone verdi attorno ad edifici, uffici, quartieri popolari o eleganti.
Questa tendenza mi sembra nascere con l’inizio della globalizzazione, della “tonnellata umana”, della costruzione di architetture in paesi in via di sviluppo, come alcuni del Sudamerica, che più facilmente di altri hanno accolto e raccolto le possibilità dei nuovi materiali, del pensiero architettonico contemporaneo, dell’audacia delle forme.

Le foto che vi propongo, tratte da Vulgare.net , vengono da Copenaghen, una città che da anni si pone come modello di efficienza, libertà, ampiezza di vedute, unite ad una magistrale capacità di conservare il passato.

The City Dune, SEB Bank

Vulgare.net non è mai prolisso nelle descrizioni (quando ci sono), per cui qui è da dedurre che la zona attrezzata esterna agli edifici (non oso chiamarlo “spazio verde”) è una sorta di punto di accoglienza per chi transita o per chi deve rimanere nei pressi degli edifici che ospitano la banca.

Calcestruzzo in pendenza, conchette per gli alberi


Per sedersi c'è il muretto. Panchine no.

Buono per fare un po' di skate

A prima vista il progetto mi è sembrato buono e ben fatto, ben integrato nella città, con spazi polimorfi e invitanti…ma un sottile senso di freddezza mi ha pervasa.
Sono state le conchette degli alberi a darmi da pensare. Voi alberi -vogliono dire quelle conchette- dovete stare qui. E’ stabilito che stiate qui e non potete essere spostati neanche se ce ne fosse la necessità. Se uno di voi dovesse ammalarsi, verrebbe sostituito con un altro identico. Siete come dei pezzi di plastica dei Lego, o come gli alberelli dei modellisti, morto un pioppo se ne fa un altro.
E lo stesso vale per chi vi sosta, chi fa lo skateboard. Se non sei tu con lo skate, sarà un bambino uguale a te.
Come fossimo oggetti da prendere e collocare nel presepio di lusso della banca che vuole fare l’ecologista.
Ho due sospetti: il primo è che questi mini-parchi attorno ad uffici pubblici o privati siano solo uno specchietto per le allodole, ma che in realtà siano progettati esattamente con scopi dissuasori nei confronti di alcuni tipi di persone o classi sociali (nel nostro caso la City Dune è impraticabile per anziani e portatori di handicap).
Il secondo è che i moderni paesaggisti urbani non sappiano in realtà cosa fanno. In questo caso mille volte benvenuta la spocchia e l’autocelebrazione di Gilles Clément, che almeno utilizza delle piante che sembrano vere, non degli alberi che hanno la parvenza di plastica. Una progettazione come quella della City Dune è ben fatta, leccata, fantasiosa eppur e semplice, ma non è un punto di aggregazione, nè un luogo in cui si possa dire che si sente l’odore inconfondibile della bellezza.
I moderndi disegnatori urbani progettano a tutta forza impianti, parchi, piste pedonali e ciclabili che in fin dei conti allontanano la gente dalla città. Tutti sono alla ricerca della purezza bauhausiana e lecorbusieriana, sulla carta il loro progetto è molto bello, accattivante, moderno. Ma in fin dei conti spesso sono stilismi vuoti e fini a se stessi, virtuosismi professionali che tanto piacciono alle pubbliche amministrazioni, ma incapaci di arricchire veramente una città.
La società ha bisogno di rimescolarsi, di abbattere le differenze, i parchi urbani devono essere il cuore di questo processo.

Infine il proverbiale “un posto per ogni cosa, ogni cosa al suo posto” diventa “un posto per ogni persona, ogni persona al suo posto” (che è esattamente quello che vuole l’amministrazione) e ritorna ad essere “un posto per ogni cosa, ogni cosa al suo posto”, perchè entrando in parchi del genere noi cessiamo di essere individui autocoscienti e diveniamo “massa”, cose, cose che accidentalmente si muovono, hanno due braccia e due gambe e magari si portano uno skate da casa. Non abbiamo più individualità.
Ecco, questa è la definizione di non-luogo data da un altro spocchioso come Marc Augè.
Per me questo parco funzionerebbe meglio come cimitero delle anime.

Segnalo “Un nano di giardino”

Segnalo questo blog wordpress fatto veramente bene, da uno che fa l’orto per mangiarsi i pomodori, non per avere una scusa per cucire borse, mettere foto di vestiti che richiamano i fiori di zucca, cucinare frittate coi fiori o tutte quelle scemenze che vanno tanto di moda adesso.
Guardatelo.
Un nano di giardino