Il giardiniere immaginativo

Esiste una fetta di giardinieri che io chiamo “immaginativi”. Sono giardinieri alle prime armi, completamente asciutti di qualsiasi nozione orticola, ma non sempre passivi, testardi e di cattiva volontà, come tanti che ne circolano intorno.

Ce n’è una sottospecie che è desiderosa di comprendere, molto curiosa delle questioni della natura, ma che non vuole impararle dai libri, quanto piuttosto scoprirle da sola. Vogliono avere il piacere della sorpresa, della scoperta, a volte dell’invenzione. Che poi questa sia equivalente all’acqua calda, non gl’importa, si gettano nell’esperimento, le tentano tutte, trovano mezzi cervellotici per arrivare a soluzioni che per altri sono banali e le raccontano come grandi prodezze. Quando poi si confrontano con qualcuno che un po’ ci capisce, non lo stanno neanche a sentire o accettano quelle indicazioni come una verità parziale.
Nel loro comportamento olistico, abbracciano le infinite possibilità del caso, e se qualcuno gli dice che i semi del Calonyction aculeatus vanno ammollati per una notte, loro lo incidono, invece, oppure lo mettono in un vaso senza buco di drenaggio, o altre cose che non so neanche immaginare.

Non sono “stupidi”. Non è una questione di capacità e di formazione, ma un fatto squisitamente umano, un modo di prendere la vita. Sono persone che applicano fortemente la funzione magico-religiosa, come in genere fanno gli artisti.
Per loro la botanica, la biologia, sono suscettibili delle nostre azioni. Mettere una talea a testa in giù non è un errore, è una prova, una speranza che le radici possano crescere dalla testa.
Insomma, applicano al mondo della natura naturans l’attività emotiva ed empatica dell’uomo. Questa è in poche parole la funzione magico-religiosa, affine alla funzione estetica, nella quale si desidera cambiare la realtà non operando sulla realtà (funzione pratica)ma attraverso dei pensieri e dei simulacri di essa.

Uno di questi giardinieri immaginativi mi raccontò un episodio interessante e curioso. Aveva visto una rosa bellissima (per il giardiniere immaginativo una singola rosa è sempre bellissima) e voleva riprodurla, se ne fa dare un fiore e lo mette in un bicchiere di vetro. Nota che ovunque spostasse il bicchiere, il fiore rilasciava una sorta di semini scuri, diciamo simili a a quelli del papavero. Per il giardiniere magico-religioso, quelli sono semi di rosa, anche se il fiore non è appassito e non ha avuto ancora tempo di formarli ( e ovviamente, un fiore reciso difficilmente può portare a completamento la produzione di semi…).

E’ un po’ il whishfull thinking del barone di Munchhausen: liberarsi dalla palude tirandosi per il codino. Ed è anche uno degli aspetti che legano il giardiniere immaginativo al possessore di nanetti da giardino.

La funzione magico-religiosa è importante per l’artista, applicandoci l’arte, ne esce fuori qualcosa come La botanica parallela di Leo Lionni

Dialogo zen in mezzo attimo e mezzo di un mezzo, cioè un quarto, di Lidia Zitara

Mattino, giornata tersa e luminosa d’inizio primavera. Due uomini stanno seduti sotto un gelso che domina una campagna lussureggiante e incontaminata.
L’uno è il maestro Poco Confusio che abbiamo già imparato a conoscere tempo fa, e l’altro è Molto Confusio, suo discepolo.

Poco Confusio è appoggiato con la schiena all’albero schiacciando un pisolino, con uno stelo d’erba in bocca. Molto Confusio è ritto e seduto a gambe incrociate, sudato.

Molto Confusio: che magnifica giornata, Maestro, stasera potremo cenare fuori!
E dopo un po’: Molto Confusio: Maestro, Maestro, un gabbian-falco, lì! Guardate!
Poco Confusio, senza aprire gli occhi: Ma tu lo sai che significa un gabbian-falco in questa stagione?
Molto Confusio: no, Maestro.
Poco Confusio: e allora goditi il panorama, ma stasera a cena porta l’ombrello.

La misteriosa cuffia di Arwen

E va bene, non ho le prove.
Le ho distrutte.
Un bel po’ di tempo fa.

Non chiedetemi come mi è ritornata in mente questa cosa: dipenderà dalle fasi lunari o dalla mia memoria puntigliosa e carognosissima.

Sarò breve: quando in Italia arrivò MERP, ancora in inglese, reperibile solo in negozi specializzati in giochi di ruolo, noi nerds giocodiruolari ci affannammo a fotocopiarcelo e mandare le regole a memoria come le declinazioni latine.
Purtroppo ho perso le mie copie, come anche quelle di D&D, i dadi, le schede dei giocatori, e ho dimenticato tutte le regole.

Ma non ho dimenticato l’orribile qualità dei disegni di MERP. In particolare la scheda di Arwen era illuminante.
Nella sua prima apparizione, a Rivendell, al tavolo dei convitati, Tolkien dice di Arwen che indossava una cuffia.
I disegnatori di MERP le misero addosso una cuffia vera, tipo quella della nonna di Cappuccetto Rosso, per capirci.
Questo è il massimo che sono riuscita a trovare in rete:

Arwen’s bonnet

Purtroppo non rende l’idea della devastante cretinaggine del disegnatore. Ha letto “cuffia” e ha disegnato una cuffia, cioè questa:
questa è una cuffia da notte! intelligenza aliena! neanche esisteva nel mondo descritto da Tolkien!

Poteva anche metterle una cuffia di questo tipo:
o questa:

Io all’epoca ero fresca fresca di Diploma di Illustrazione, e con pazienza giobbesca ho cancellato con la gomma-matita e la lametta da barba, quel copricapo inopportuno, disegnando al suo posto una cuffietta medievale intrecciata.
Ecco, questa è un’idea più precisa di che cuffietta aveva in testa Arwen.

Mia Sara, Legend di Ridley Scott, un altro che si è venduto al sistema

Quella è la cuffia giusta, accidenti. Sono arrabbiatissima con quella cuffia da notte. Quell’idiota di disegnatore ha sbagliato, e metà dei lettori di Tolkien pensa che Arwen avesse una cuffia da notte quando cenava!
E’ una cosa che il mondo deve risapere, esattamente come il fatto che l’Enterprise non va a dilitio ma a materia/antimateria (nella fattispecie deuterio/antideuterio).

Non potete sapere il nervoso che mi fanno, queste cose!

La legge è uguale per tutti, ma per alcuni è ancora più uguale

DISEGNO DI LEGGE APPROVATO DALLA CAMERA DEI DEPUTATI
l’11 giugno 2009 (v. stampato Senato n. 1611)

il testo approvato dal Senato reca modifiche al comma 29 dell’articolo 1, in base alle quali si precisa che i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica sono compresi nell’ambito dei siti informatici ai quali è esteso l’obbligo di rettifica delle informazioni ritenute non veritiere o lesive della reputazione dei soggetti coinvolti, mediante la pubblicazione, entro quarantotto ore dalla richiesta, delle dichiarazioni o rettifiche con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono;

la formulazione del testo, come modificato dal Senato, non esclude il rischio, già evidenziato nel parere espresso dalla Commissione sul disegno di legge in prima lettura presso la Camera dei deputati, che l’obbligo di rettifica ricada, per la generalità dei siti informatici, piuttosto che sugli autori dei contenuti diffamatori, sui gestori di piattaforme che ospitano contenuti realizzati da terzi, i quali, in considerazione del volume dei contenuti ospitati dalla piattaforma, non sarebbero in grado di far fronte a tale obbligo;

occorre invece ribadire l’esigenza che l’obbligo di rettifica, di cui all’articolo 8 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, come modificato dal comma 29 dell’articolo 1 del disegno di legge in esame, sia riferito esclusivamente ai giornali e periodici diffusi per via telematica e soggetti all’obbligo di registrazione di cui all’articolo 5 della citata legge n, 47 del 1948;

Per la stampa non periodica l’autore dello scritto, ovvero i soggetti di cui all’articolo 57-bis del codice penale, provvedono, su richiesta della persona offesa, alla pubblicazione, a proprie cura e spese su non più di due quotidiani a tiratura nazionale indicati dalla stessa, delle dichiarazioni o delle rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini o ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro reputazione o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto di rilievo penale. La pubblicazione in rettifica deve essere effettuata, entro sette giorni dalla richiesta, con idonea collocazione e caratteristica grafica e deve inoltre fare chiaro riferimento allo scritto che l’ha determinata»

Camera.it

L’orto privo di grazia

Ho letto, tempo addietro, da qualche parte su Facebook, che l’orto non ha “grazia”.
Non so dire se questo sia vero o no ma mi ha dato da pensare.
Per stabilirlo bisognerebbe prima definire cos’è la “grazia”. Se ci rifacciamo a Kant e al suo concetto di “grazioso” (una piccola rotondità senza importanza), per molti motivi l’orto non può avere grazia, principalmente perchè è produttivo.
Se invece con “grazia” intendiamo una generica bellezza, un senso di quiete, riposo, pace, serenità, estasi, contemplazione, libertà di pensiero…ecco, forse dovremmo ammettere che l’orto davvero non possiede quella specifica qualità estetica detta “grazia”.
Perchè?
Sarò fatta con lo stampino di latta ma credo che il nostro amico Kant avesse ragione: perchè l’orto -volenti o nolenti-si mangia. E se non si mangia è uno spreco, e lo spreco (al giorno d’oggi)rende brutta qualsiasi cosa.

Ma devo proprio dirlo: i giardini mi hanno annoiata. Soprattutto quelli strabuffanti di rose.
Basta, pietà!

I giardini che ripetono all’infinito questo fiore, trasformandosi in un’orgia di colori e profumi, non possiedono neanche loro grazia, ma solo una gran quantità di vistoso cattivo gusto. E rimaniamo coi piedi per terra e senza usare il termine “pornografia” tanto caro a Umberto Pasti. Non si tratta di un grande muro di vagine, ma semplicemente di scorretta progettazione del giardino.
Le rose, come ogni arbusto prodigo e vistoso, vanno usate con misura.

Nell’orto invece non abbiamo questi problemi. Sceglieremo gli ortaggi in base alla qualità del nostro terreno, e useremo tutte le tecniche e le astuzie che conosciamo per renderle produttive. Un orto ben tenuto, ben curato e molto produttivo sarà sicuramente bello, ma forse non grazioso. Non dovremo impazzire a rincorrere trame di luce, giochi di colori, effetti d’insieme, artifici scenici. Quello che ci occorre è l’acqua, il letame e un buon sarchiello. In effetti è più rilassante non doversi sdilinquire il cervello su risultati formali. Meno interessante, magari. Però gratificante.

Allora lasciatemi dire che a quelle feste di rose su rose preferisco un orto senza grazia. Tanto, ad essere sinceri, non ce l’hanno neanche quei giardini traboccanti di trine e merletti, gonfi di festoni colorati e imbalsamati, ripetitivi, in cui il profumo diventa una puzza di silicone, i colori una violenza schiaffata negli occhi. Giardini tanto vantati dai proprietari e tanto celebrati dalle riviste (un po’ di meno, a dire il vero, fanno meno tendenza, per fortuna, a scapito degli horti deliciarum di vip, vippesse e nobiloni assortiti).

L’orto vuole un uomo morto, si dice da noi. Perchè il lavoro è duro ogni giorno, e non si può mai abbandonare, pena triplicare il tempo di lavoro per recuperare.
Eppure più che un giardino segreto vorrei un orticello, e magari non tanto “ello”. Un bell’orto grande, con la vite sui muri, le vasche per l’acqua piovana, tanti ortaggi diversi, alberi da frutta in varietà e i filari di fiori da taglio: rose, dalie, gladioli, gigli. E qualche stranezza agli angoli, come il rabarbaro per le torte. Mai mangiata una torta al rabarbaro. E dimenticavo: i piccoli frutti, lamponi, mirtilli, non possono mancare non tanto per la loro bontà, ma per i loro colori insoliti, che in un pie o in un crumble danno un tocco da conoscitore.

Cittanova Floreale: una giornata emozionante

Non fu Einstein a dire “tutto è relativo”, ma gli fu solo attribuito dalla letteratura apocrifa. Anzi, la sua legge dovrebbe chiamarsi di “non relatività dei moti”. Come ho detto, Eistein è l’ultimo grande determinista.
Questo preambolo per dire che, se non parlerò di Puya, di piante tropicali e di antiche fruttifere, il motivo è che queste piante a Cittanova non c’erano, e non ci saranno ancora per un bel pezzo. Cittanova è una fiera mirata sulla domanda, che per ora è molto semplice e quasi inconscia. Anzi, devo dire che quest’anno c’è stato qualcosa in meglio e qualcosa in peggio.

Arrosoir et persil
Meglio la qualità delle piante. Piante più diversificate e più interessanti, non troppo gerani, e il vivaio che aveva più pelargoni ne aveva di belle specie, come il tomentosum, il graveolens, l’hederifolium (o peltatum), anche variegato, e altri che non ho riconosciuto. C’erano anche delle belle piante di Geranium maderense. Belle piante piccole, relativamente poco costose, ben divise, ottima serietà dei vivaisti, che forse venendo in Calabria si sentono maggiormente autorizzati a una loquacità incontenibile.

Per tutti i dolori articolati
Peggio l’inopinata, fastidiosa, ingombrante presenza di altri tipi di prodotti, che ormai siamo abituati a vedere in ogni dove anche nelle fiere più blasonate. D’accordo per lo stand degli unguenti alle erbe e quello dell’aloe (che cura tutti i dolori articolati…chiamate un camionista!), d’accordo per i libri, anzi, erano pochi. Siamo al limite col le terrecotte smaltate, coi saponi,col miele e l’olio d’oliva. Ma i gioielli e i taglieri di legno NO! A questo punto meglio dividere in due la fiera, ché posto ce ne sarebbe stato, e dare più spazio all’artigianato di qualità (scritto in grassetto) e creare due percorsi: uno artigianale (ma non agroalimentare, per favore!) e uno florovivaistico.

Per dare successo a questa manifestazione, in modo tale che possa configurarsi come un evento di portata nazionale, occorre creare sia una migliore offerta, sostenendo gli organizzatori con iniezioni vitali di dindi, ma più sottilmente occorre creare un’offerta. Perciò io credo che Cittanova debba prendersi la responsabilità di attivare dei percorsi formativi a cadenza annuale, che diventi il polo di una rete di informazione/formazione botanica, biologica e giardinicola. Credo che sia importante promuovere queste attività organizzando dei convegni (ma con le palle quadrate) e richiamando ogni tanto qualche importante personaggio per fare un po’ di battage pubblicitario. Mi riferisco a blasonate archistar, come Clément, Conran, Fujimori.
Servono soldi per questo, è vero, ma non è detto che facendo leva sul senso di etica e di eguaglianza, non si riesca ad ottenere qualcosa. E se così non fosse, si dovrà andare avanti anche senza le archistar, che arriveranno quando potremo permettercele, ma il successo e la crescita di “Cittanova Floreale” è indissolubilmente legato a dei corsi permanenti su territorio, alla creazione di un garden club e all’attività di promozione cultural-giardinicola. In breve “Cittanova Floreale” dovrà essere l’acme di una preparazione durata tutto l’anno. Solo così nessuno salterà in aria sentendosi chiedere 20 euro per “quella pianta lì”. E i 20 euro diverranno magari 30, con guadagno del venditore e maggiore potere attrattivo della fiera.

Tradescanzie dal Vivaio Valverde
Se infatti i venditori sanno in anticipo che avranno sia soddisfazione professionale che economica, spostarsi verso il fondo della penisola non diventerà troppo impegnativo. Potremmo in futuro avere vivai importanti.
Senza contare che questa attività potrebbe condurre alla crescita e al miglioramento dei vivai presenti sul territorio e dell’attività florovivaistica in generale.
Magari in un lontano futuro si potrebbe anche considerare una scuola agraria.

Un sogno? Non credo. Molte regioni l’hanno fatto e le potenzialità non mancano certo a noi. Ma se è vero quanto dicono i quotidiani, che su 200 miliardi di euro stanziati dall’Europa per il Mezzogiorno, Monti ne ha versati solo 2,5, la stessa cifra stanziata per i danni del terremoto in Emilia, si può ben presagire che quello che ci mancherà saranno proprio i soldi.

Finito il fervorino, la mia giornata a Cittanova è stata a dir poco esaltante. Ho perso tempo perchè a Polistena c’era una gara di tuning, credo, e l’unica strada che conoscevo era bloccata. Ho fatto mezzo paese contromano seguendo le indicazioni di un tale che per poco non mi portavano a Taurianova, alla fine mi ritrovo in mezzo ad un funerale dove mi danno le informazioni giuste. Volevo un navigatore, in quel momento, maledizione.

Raggiunta la Villa, ho parcheggiato lontanissimo perchè era già tutto pieno. Ho incontrato quasi subito Mimma Pallavicini e Carlo Pagani. L’amicizia con Mimma si sta consolidando molto, mentre spero ne sia nata una nuova con Carlo Pagani, che mi ha fatto un’ottima impressione. Decisamente più diretto e incisivo di quanto non appaia nei suoi articoli su “Gardenia”. Il tono a volte lagrimevole dei suoi aneddoti deamicisiani è assolutamente assente dalla persona e dal giardiniere.

Con Mimma e Pagani abbiamo parlato un bel pezzo, dell’assurda politica italiana ed europea che conduce all’inevitabile impoverimento delle famiglie e della cultura. Abbiamo discusso del giardinaggio contemporaneo e dell’editoria italiana. Era da parecchio che non potevo parlare con nessuno di queste cose e per me è stato uno sfogo più che una conversazione. Senza accorgercene abbiamo parlato più di un’ora tanto che quasi subito c’era la merenda didattica con i ragazzi che gli insegnava che un colore non è univoco (ad esempio viola=mirtilli, arancione=arancia, ecc.). Alla fine della merenda i bambini hanno imparato di aver mangiato almeno 12 piante.

Merenda didattica


Avete visto Pagani come ride sotto i baffi?

dodici tipi di piante

Successivamente Carlo Pagani ha tenuto una lezione, o meglio, si è prestato a rispondere alle domande poste dal pubblico. i presenti erano tutti adulti e veleggianti verso la sessantina, si sono fatte domande perlopiù sull’orto, sulla riproduzione, sulla concimazione e sulla preparazione del terreno. L’uditorio era estremamente impreparato: a parte qualche signore dedito all’orto, ma con conoscenze circoscritte, il pubblico femminile poneva delle domande che a volte facevano sorridere per la loro ingenuità. Non posso non menzionare una signora carina, ben truccata e pettinata, che ha fatto la cosiddetta “domanda impossibile”, cioè quella domanda a cui si può rispondere solo “dipende”. Avendolo già anticipato io, la signora non è stata soddisfatta, ripetutolo il maestro, con le mie precise parole, la signora si è acquietata. Non ho potuto fare a meno di farmi una risata alle spalle della signora, che penso non l’abbia presa bene, ma non ho potuto contenermi.
Nonostante le domande fossero in massima parte elementari, Pagani si è sforzato, da abile oratore, a renderle accattivanti e soprattutto complete da un punto di vista scientifico. Ha spiegato molte tecniche di coltivazione specie per le piante in vaso e per l’orto. Con mia grande soddisfazione ha posto un accento particolare sulla corretta preparazione del terreno, che è un argomento a cui troppo poco si presta attenzione.

Pagani ce l’ha messa davvero tutta

Terminata per il momento la parte conferenziera o didattica, con Mimma ci siamo fatte un giretto tra le postazioni. Mercè la sua presenza ho avuto sconti e regali.

C’erano molte grasse, sempre accorsate

Le solite tillandsie


Phlox che non ho preso, da noi soffrono l’estate, ma a Cittanova, che è nell’interno e beneficia di un clima meno caldo, possono stare benissimo, infatti poco distante c’erano dei residui di fioritura di Digitalis purpurea, una specie che sulla marina non ha speranze.
Phormium tenax con digitale

Andando ancora avanti incontravo cose più o meno belle, più o meno interessanti, ma sempre non mi facevo mancare l’osservazione della Villa.
Piante di cotone. Il cotone ha avuto un forte momento di produzione nel Marchesato, finchè non fu fatto fallire perchè lo producevamo meglio degli altri

Uno sguardo intorno:

Il palco visto dalla parte opposta dell’entrata. Lì c’era l’esposizione di quaderni d’appunti e manuali delle Edizioni del Baldo

Ho avuto anche una simpatica disavventura: durante la merenda didattica una bambina aveva perso il suo apparecchio per i denti tra i fazzoletti di carta. Per fortuna che a Cittanova c’è la differenziata: l’abbiamo trovato subitissimo!
C’era il famoso limone Mano di Budda e molte cultivar di agrumi antichi portati da un’azienda siciliana, Tamo Flor, specializzata in bougainvillee e piante mediterranee

Limone Rosso è proprio il nome della cultivar

Le Hemero non mancano mai…

Come sempre uno sguardo all’insieme. Guardate che grande e folto questo Phormium tenax variegato.

Echinacee, sullo sfondo il monumento ai caduti

Un fiore di Hibiscus enorme. Considerate che il diametro del mio obiettivo è di circa 5 cm

Un po’ più in giù, verso l’entrata, c’erano annuali e rose

Leonardo da Vinci

Rosai rampicanti Poulsen. Mi hanno detto il nome della cultivar, ma l’ho scordato

Rosa blu di cui non ho chiesto il nome

Uno degli stand più accorsato è stato quello di René Stins, un giovane olandese che si è sposato una bergamasca. Il suo assortimento era paragonabile a quello di Floraiana o raziel. Certo, mancavano quelle “preziosità” che molti di noi amano, cercano e conoscono, ma si tratta di fine stagione, anche se i bulbi erano in ottime condizioni di stoccaggio. René ha detto: “Quel che vendo vendo, quel che rimane lo lascio alla Villa perchè sia piantato qui”. Io credo che questo vada sottolineato. Da lui ho preso della Crocosmia di non ricordo che varietà, comunque rosso fuoco, delle Nerine bowdenii, degli Zephiranthes rosea, del Sedum ‘Herbstfreude’ e dell’Alcea in mix. Non è che Renè contasse i bulbi, li prendeva a manate e li metteva nei sacchetti. Alla fine mi ha chiesto una cifra che non ripeterò. In effetti, se avessi potuto approfittare ancora avrei preso degli Amaryllis e un paio di altre cosette. Ma poi avrei fatto l’ingorda.

Infine ho dato un’occhiatina a queste pubblicazioni Del Baldo che sono così carine, ma così carine, che ti verrebbe la voglia di prenderle tutte. E’ ovvio, è roba per noi ragazze e talvolta per i piccoli, ma io mi sciolgo in una pozza di zucchero davanti a queste cose. Ho preso tre quaderni d’appunti. Tutto sta farsi venire in mente qualcosa da appuntare…

Ormai era sera, ho salutato il mio amico Tommaso da Condofuri, venuto col cotone e molte altre cose interessanti, e poi col suo aiuto ho caricato le piante in auto.
A conclusione della serata c’è stata la presentazione di un libro di progettazione del paesaggio a cui ha presenziato il sindaco Cannatà. Del suo lungo discorso mi piace ricordare che la parola “Aspromonte” non viene da “asper” latino, ma da aspér, greco, che significa bianco (come l’Asperula odorata). Troppa distanza, anche a parole, si è messa tra le Alpi e l’Aspromonte, ma l’Aspromonte è un relitto delle Alpi, la sua geologia è alpina, non appenninica. L’Appenino in Calabria finisce verso Catanzaro, dove c’è la “coscia di Stalettì” (cfr. Luigi Lacquaniti, Scritti Geografici). L’Aspromonte è insomma un’Alpe scivolata giù.

Sono tornata a casa col buio fondo, meno male che la strada la conosco benissimo perchè la faccio per andare dal veterinario. Tornare a casa è stata una passeggiata gradevole. Certo, una fiera che ti tiene fuori di casa per otto ore non capita ogni giorno.
Ero troppo stanca per sistemare le piante e le ho depositate su un tavolo, la mattina dopo le ho raggruppate in modo che con una botta di tubo le annaffio tutte, comunque non vogliono molta acqua. penso di aver fatto degli acquisti mirati. Alcune cose vanno messe in terra ora (le lavande), per altre aspetterò ottobre.
Il mio bottinino è qui, bello concentrato. Il vasetto in alto è una piantina di cotone, chissà che non mi estenda e ne faccia commercio, potrei diventare più ricca di Rossella O’Hara.
Ma la cosa più bella è stata avere delle piantine, delle piantuzze, le belle piantuzze. Trepidare per loro, gioire, amarle.
Ero così felice quando sono tornata a casa che ho dormito come un barbapapà. E il giorno dopo ero così allegra, in pace, serena, piena di speranze.

sembra poco, ma per me è già tanto!

i bulbi

Terzo filmfestival del paesaggio

Su Facebook ho potuto recuperare le informazioni sul bando di concorso indetto dalla fondazione Borgese.Il tema è il paesaggio, e si articolerà in differenti categorie e modi.
Per maggiori informazioni c’è il sito della fondazione: Fondazione Borgese
Di sotto riporto il comunicato raccolto su Facebook. Spero vi interessi e che qualcuno si senta stimolato a partecipare.

Sul sito http://www.fondazioneborgese.it sono reperibili la scheda di partecipazione ed il Bando di Concorso della III edizione del Filmfestival sul Paesaggio con informazioni sulle sezioni, sul regolamento e sui premi.
Il termine per le iscrizioni è fissato al 15 giugno 2012.

Il concorso si articola sempre in due sezioni di partecipazione:
I) “Il paesaggio bene comune da preservare”, aperta a filmati dedicati a luoghi e comunità che esprimano l’universale concetto di diritto alla bellezza che dovrebbe essere insito in ogni essere umano e che ogni paesaggio dovrebbe portare con sé, e a filmati sulle diverse interpretazioni del paesaggio in relazione alla vita.
Possono partecipare filmati di finzione, documentari, docu-film che abbiano una durata massima di 30 minuti e filmati di animazione con una durata massima di 15 minuti
II) “Il volto umano come paesaggio racconta gli incontri” è riservata a filmati che raccontino incontri tra persone, volti umani del nostro paesaggio quotidiano portatori di storie, pensieri e sentimenti ai quali spesso non prestiamo attenzione, magari perché di un’altra etnia o religione, ma che possono essere il punto di partenza per la tracciatura di una nuova geografia umana aperta alla comprensione e alla condivisione.

La Fondazione “Giuseppe Antonio Borgese” organizza per il terzo anno consecutivo il Filmfestival sul Paesaggio, unica manifestazione nel suo genere nel panorama nazionale, per valorizzare il paesaggio come bene comune da preservare in quanto bene primario tutelato dalla stessa Costituzione (Articolo 9: “La Repubblica… tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”) e, nello stesso tempo, per valorizzare le persone, i loro volti e le loro storie come parte integrante ed importante del nostro paesaggio quotidiano.

La manifestazione si pone l’obiettivo di rafforzare la tutela del paesaggio come bene culturale collettivo valorizzandone il patrimonio, proporre modalità d’uso compatibili e più adeguate possibilità di fruizione, diffondere il valore della bellezza grazie a momenti di contemplazione personale e comunitari e offrire opportunità di arricchimento interiore e sociale grazie ad un programma composto in un mix equilibrato di cinema, letteratura, musica e natura.

Dal 21 al 29 luglio 2012 il programma dell’attività culturale proposta si articola in diverse fasi e momenti che prevedono la celebrazioni del decennale di costituzione della Fondazione G.A. Borgese e delle altre due ricorrenze associate (la nascita e la morte di Giuseppe Antonio Borgese), le proiezioni delle opere audiovisive ammesse alla fase finale del concorso, dibattiti a tema, presentazione di libri e escursioni paesaggistiche in alta quota “Parole e Musica in Natura” che daranno l’occasione di scoprire l’anima delle Madonie, ciò che la natura, in alleanza con la mano dell’uomo, ha plasmato, tessuto e costruito, giorno dopo giorno, lungo il corso dei millenni, fino ai nostri giorni.