2012 in review

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

About 55,000 tourists visit Liechtenstein every year. This blog was viewed about 240.000 times in 2012. If it were Liechtenstein, it would take about 4 years for that many people to see it. Your blog had more visits than a small country in Europe!

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Spam o forse no

Ho ricevuto dal modulo dei contati una mail tipo “circolare” da una tv che cerca giornalisti-giardinieri. Io copio e incollo ma non garantisco.

Email: redazione.gd@yam112003.com
Comment: Buongiorno,

Yam112003, casa di produzione televisiva del gruppo Endemol, è alla ricerca di progettisti di giardino per la realizzazione di un nuovo programma televisivo relativo al mondo del giardinaggio.

Ci rivolgiamo quindi a voi per avere indicazioni in merito a eventuali vostri collaboratori o conoscenze, che potreste ritenere meritevoli o comunque interessati a mettere in gioco le loro abilità di progettisti all’interno di uno show televisivo.

La figura da noi ricercata ha una solida formazione e un buon background sia nella progettazione di giardini che in tutto ciò che comprende la botanica ed il mondo del giardinaggio nella sua totalità.
Siamo alla ricerca di persone con una buona dialettica, spigliati e con voglia di mettersi in gioco. Inoltre cerchiamo qualcuno che oltre alla fase di progettazione sia pronto a lavorare e sporcarsi le mani in giardino.

Se foste interessati ad approfondire o ad avere ulteriori informazioni vi preghiamo di rispondere alla nostra mail, contattarci allo 02 32000261 o lasciarci un vostro recapito in modo da essere ricontattati.

Vi ringraziamo per l’attenzione.

Ma che ve lo dico a fare?

Foto scattata qualche giorno fa col mio telefonino a Siderno, 4 mt sul mare, zona USDA 10a/10b, AHZ Zone 9/10
Foto scattata qualche giorno fa col mio telefonino a Siderno, 4 mt. sul mare, zona USDA 10a/10b, AHS Zone 9/10

E buon natale, ma solo a chi se lo merita (davvero).

Eventualmente ti telefono o ci vediamo al bar piuttosto che in ufficio

dal sito dell’Accademia della Crusca

Uso di piuttosto che con valore disgiuntivo

Quesito:
Vari utenti, fra i quali Anita Raffaelli, Laura Cadel e Nicola Cucurachi, ci hanno chiesto delucidazioni sull’impiego sempre più frequente di piuttosto che con valore di disgiuntiva “o”. Allo stesso quesito, già posto in precedenza da Miriam Ianieri, ha dato risposta Ornella Castellani Pollidori nell’ultimo numero de La Crusca per Voi (n° 24, aprile 2002). Per facilitare i nostri lettori riproponiamo qui di seguito il testo completo.

Uso di piuttosto che con valore disgiuntivo

«La signora Miriam Ianieri, di Roma, nel sottolineare l’impiego sempre più diffuso (soprattutto nel linguaggio televisivo) di “piuttosto che” nel senso della disgiuntiva “o”, manifesta il dubbio che il fenomeno sia “finora sfuggito […] tanto ai lessicografi quanto ai grammatici agli storici della lingua”…

Il fenomeno segnalato dalla signora Miriam Ianieri, cioè l’impiego ormai dilagante di piuttosto che nel senso di o, non è affatto sfuggito, naturalmente, all’attenzione degli storici della lingua (per parte mia, tanto per fare un esempio, ne avevo già discusso in un seminario del circolo linguistico della Facoltà di Lettere di Padova un paio di anni fa; e l’argomento è stato da me riproposto, in seguito, nell’àmbito dei lavori del Centro linguistico per l’italiano contemporaneo [CLIC]).

Si tratta, come ha correttamente individuato la nostra lettrice, di una voga d’origine settentrionale, sbocciata in un linguaggio certo non popolare e probabilmente venato di snobismo (in tal senso è azzeccata l’allusione nel quesito a un uso invalso «tra le classi agiate del Settentrione»). Era fatale che tra i primi a intercettare golosamente l’infelice novità lessicale fossero i conduttori e i giornalisti televisivi, che insieme ai pubblicitari costituiscono le categorie che da qualche decennio – stante l’estrema pervasività e l’infinito potere di suggestione (non solo, si badi, sulle classi culturalmente più deboli) del “medium” per antonomasia – governano l’evolversi dell’italiano di consumo.

Non c’è giorno che dall’audio della televisione non ci arrivino attestazioni del piuttosto che alla moda, spesso ammannito in serie a raffica: «… piuttosto che … piuttosto che … piuttosto che …», oppure «… piuttosto che … o … o … », e via con le altre combinazioni possibili. Dalla ribalta televisiva il nuovo modulo ha fatto presto a scendere sulle pagine dei giornali: ormai non c’è lettura di quotidiano o di rivista in cui non si abbia occasione d’incontrarlo. E purtroppo la discutibile voga ha cominciato a infiltrarsi anche in usi e scritture a priori insospettabili (d’altra parte, se ha prontamente contagiato gli studenti universitari, come pensare che i docenti, in particolare i meno anziani, ne restino indenni?).

Gli esempi raccolti nel parlato e nello scritto sono ormai innumerevoli e le schede dei sempre più scoraggiati raccoglitori (è il caso della sottoscritta) si ammucchiano inesorabilmente. Eppure non c’è bisogno di essere dei linguisti per rendersi conto dell’inammissibilità nell’uso dell’italiano d’un piuttosto che in sostituzione della disgiuntiva o. Intendiamoci: se quest’ennesima novità lessicale è da respingere fermamente non è soltanto perché essa è in contrasto con la tradizione grammaticale della nostra lingua e con la storia stessa del sintagma (a partire dalle premesse etimologiche); la ragione più seria sta nel fatto che un piuttosto che abusivamente equiparato a o può creare ambiguità sostanziali nella comunicazione, può insomma compromettere la funzione fondamentale del linguaggio.

Mi limiterò qui a un paio d’esempi fra i tanti che potrei citare: dal settimanale L’Espresso, del 25.5.2001, incipit dell’articolo a p. 35 intit. Il cretino locale (sulla fuga dei cervelli dal nostro Paese): «È stupefacente riscontrare quanti italiani trentenni e quarantenni popolino le grandi università americane, piuttosto che gli istituti di ricerca e le industrie ad avanzata tecnologia nella Silicon Valley»; naturalmente questo piuttosto che pretende di surrogare la semplice disgiuntiva, ma il lettore non edotto è portato a chiedersi come mai i giovani studiosi italiani sbarcati negli Stati Uniti snobbino per l’appunto i prestigiosi centri di ricerca della Silicon Valley. E ancora: «… di questo passo, saranno gli omosessuali piuttosto che i poveri piuttosto che i neri piuttosto che gli zingari ad essere perseguitati»: frase pronunciata dal noto (e benemerito) dott. Gino Strada nel corso del Tg3 del 22.1.2002; in questo caso, la prospettiva d’una persecuzione concentrata protervamente sulla prima categoria avrà reso perplesso più di un ascoltatore…

Immaginiamoci poi che cosa potrà accadere con l’insediarsi dell’anomalo piuttosto che anche nei vari linguaggi scientifici e settoriali in genere, per i quali congruenza e univocità di lessico sono indispensabili.

Per quanto mi riguarda, non sono in grado di localizzare con sicurezza nello spazio e nel tempo l’insorgere della voga in questione. Mi risulta soltanto, sulla base di una testimonianza sicura, che tra i giovani del ceto medio-alto torinese il piuttosto che nel senso di o si registrava già nei primi anni Ottanta. È un fatto che questa formula è generalmente ritenuta di provenienza settentrionale (il che già contribuisce, presso molti, a darle un’aura di prestigio): «Un vezzo di origine lombarda, ma ormai molto diffuso, è quello di usare la parola “piuttosto” […] nel senso di “oppure”», osservava criticamente un paio d’anni fa, sulla rivista L’esperanto, anno 31, n° 3, 5 aprile 2000, il direttore Umberto Broccatelli (scrivendo però “piuttosto” in luogo di “piuttosto che”). Il lancio vero e proprio del nuovo malvezzo lessicale, avvenuto senza dubbio attraverso radiofonia e televisione (e inizialmente – è da presumere – ad opera di conduttori settentrionali), sembra potersi datare dalla metà degli anni Novanta. Resta da capire la meccanica del processo che ha portato un modulo dal senso perfettamente chiaro, e rimasto saldo per tanti secoli, come piuttosto che a virare – all’interno di un certo uso dapprima circoscritto e verosimilmente snobistico – fino al significato della comune disgiuntiva.

Per azzardare una ricostruzione di quel processo proviamo a partire da una frase del genere: «Andremo a Vienna in treno o in aereo». In questo caso le due alternative semplicemente si bilanciano. Se variamo la frase rafforzando il semplice o con l’aggiunta dell’avverbio piuttosto: «Andremo a Vienna in treno o piuttosto in aereo», chi ci ascolta può cogliere una tendenziale inclinazione per la seconda delle due soluzioni, quella dell’aereo.
Sostituiamo a questo punto o piuttosto con piuttosto che: «Andremo a Vienna in treno piuttosto che in aereo»; qui risalta abbastanza nettamente – sempre attraverso la comparazione tra due opzioni – una preferenza per la prima rispetto alla seconda. Dall’analisi delle varianti contestualizzate nelle tre frasi, mi sembra si delinei una possibile spiegazione del piuttosto che semanticamente ‘deviato’ di cui ci stiamo occupando (e preoccupando): in sostanza, può essere il prodotto di una locale, progressiva banalizzazione portata fino alle estreme conseguenze, cioè fino al totale azzeramento della marca di preferenza che storicamente gli compete (e che nell’italiano corretto continuerà a competergli).
Basterà avere un po’ di pazienza: anche la voga di quest’imbarazzante piuttosto che finirà prima o poi col tramontare, come accade fatalmente con la suppellettile di riuso.

Segnalo intanto la significativa “variatio” che mi è capitato di cogliere al volo qualche giorno fa (precisamente, il 17 aprile 2002), nel corso di una trasmissione televisiva che si occupa di alimenti e di buona cucina: un’esperta di gastronomia, chiamata a giudicare tra piatti a base di pesce allestiti in gara da due cuochi, nel sottolineare quanto sia importante anche l’effetto estetico nella presentazione d’una vivanda ha fatto osservare come nei molluschi dalle valve variopinte utilizzati in una delle portate ci fosse «più colore rispetto a una triglia anziché a una sarda» (triglia e sarde essendo i pesci usati nella preparazione di altre due portate). In effetti, una volta appiattito semanticamente piuttosto che fino all’accezione del latino vel, non c’è ragione che non accada la stessa cosa ad anziché (e anche, di questo passo, a invece che, invece di) […]».

Ornella Castellani Pollidori

ottobre 2002

Dal Circolo Cabret: Poetry Slam – modulo di adesione.

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Scrittori di tutto il mondo unitevi!
Dopo il successo del Poetry Slam organizzato dal Circolo nell’ultima settimana di Novembre, si è deciso che la cosa potrebbe ripetersi nel 2013 con una veste migliorata.
Per l’occasione abbiamo pensato di fare un bando allargato, neanche troppo formale, col quale reclutiamo scrittori di poesie o di racconti o di aforismi o di Haiku, per mettere su un torneo con un certo livello di agonismo.

Le regolette son semplici semplici.
1) I duelli saranno fatti davanti a un pubblico che deciderà per alzata di mano il vostro destino.
2) L’arma la scegliete voi: qualcosa che avete nel cassetto, qualcosa che scriverete per l’occasione, non importa, basta che sia farina del vostro sacco.
3) Nessuna censura. Siete autori, artisti e quindi liberi. Sfogatevi pure basta che abbiate con voi almeno tre scritti da leggere e che ognuno non superi una pagina di lunghezza (non possiamo mica stare ad ascoltare solo voi).

Come si diceva, stiamo reclutando impavidi.

Confermate la vostra adesione, semplicemente rispondendo a questa mail (eventi@circolocabret.com) con i vostri dati entro il 22 dicembre.
Daremo priorità ai più veloci a rispondere a questa “chiamata”, perciò una volta raggiunto il numero, per gli altri ci sarà da aspettare.

Abbiamo detto che l’iscrizione è gratuita e che per i vincitori ci saranno ricchi premi e cotillon? No? Ok, allora lo diciamo.

“Voglio te per l’esercito degli Stati Uniti”
Zio Sam

Circolo Cabret – Associazione d’idee

Segreteria:
Via Isonzo 63 – 87100 Cosenza
tel. 0984 1933300
dal lun al ven 10-13 | lun-mer-giov 16-18

http://www.circolocabret.com

Territori rurali a rischio: una riflessione

Il testo che segue mi è stato gentilmente inviato dopo una mia richiesta riguardo al convegno sui Territori Rurali a Rischio. E’ ovviamente a disposizione di tutti, ma non essendo un testo mio, prego l’utenza di non prelevarne porzioni senza citare la fonte.
Grazie.
La presentazione del convegno è consultabile a questa pagina

AntoniminaPaesaggio della campagna di Antonimina (RC)

Territori rurali a rischio: proposte per un governo integrato degli ambiti fragili

di Alessandra Furlani

Il contesto

Secondo l’annuale indagine della Protezione Civile con Legambiente (dati dicembre 2011), in Italia l’82% dei comuni ha zone a rischio idrogeologico (soggette, quindi, a frane, smottamenti, alluvioni e allagamenenti).

In ambito nazionale, in ben 14 regioni oltre il 90% delle realtà comunali si trova in tale condizioni; in Emilia-Romagna la percentuale raggiunge il 95%.

Inoltre, quasi il 10% del territorio nazionale si trova in aree classificate ad alto rischio e 5 milioni di cittadini convivono quotidianamente con questa spada di Damocle appesa sulle loro esistenze.

Le amministrazioni locali, in tempi di crisi economica e di patto di stabilità possono intervenire molto poco: si tenta di tamponare le emergenze e soltanto il 6% dei comuni a rischio intraprende programmi continuativi di prevenzione, dedicati alla stabilità dei versanti, alla cura del reticolo idraulico minore, alla manutenzione puntuale dei territori e dei paesaggi fragili.

E del resto la difesa del suolo è oggetto di legislazione concorrente tra lo Stato e le Regioni ed è a tale livello che occorre ideare e finanziare la necessaria programmazione.

Antonimina 2

Funzioni territoriali del mondo agricolo

Questo forma di manutenzione e cura territoriale è stata svolta per molti secoli dal mondo agricolo: in collina e montagna, ai terreni coltivati faceva da contorno il suolo più fragile o improduttivo (bosco, incolto, pascolo e calanco) che le aziende agricole curavano, come in una sorta di affido territoriale, senza trarne prodotti vendibili, ma solo modeste economie di autoconsumo.

Rendevano così anche alle comunità locali un grande servizio ambientale, in termini di contenimento del rischio idrogeologico naturale e di fruibilità concreta di questi ambiti. E ora? Basta ricordare qualche dato e confrontare i numeri dei censimenti agricoli nazionali:

Evoluzione della superficie nazionale gestita dalle aziende agricole (Sat)

  • Anno 1980     23.631.495 ettari, di cui coltivata 15.842.541 ettari (Sau) pari al 67%
  • Anno 2000     18.766.895 ettari, di cui coltivata 13.181.859 ettari (Sau) pari al 67,3%
  • Anno 2010     17.081.099 ettari, di cui coltivata 12.856.048 ettari (Sau) pari al 75%

= -28% di Sat in nell’ultimo trentennio

= -9% di Sat solo nell’ultimo decennio

In meno di trent’anni, il 28% del territorio rurale (oltre 6,5 milioni di ettari) è uscito della gestione diretta delle aziende agricole; in collina e montagna si arriva anche al 50%.

Che fine hanno fatto questi suoli? Chi sono gli attuali proprietari, non più agricoltori?

Il rischio idrogeologico in queste aree – ormai in abbandono – è maggiore o minore rispetto ad aree gestite da un’impresa agricole confinante?

 

Il bosco, ad esempio, è sempre stato considerato un fattore di stabilità idrologica naturale: e allora perché i fenomeni di dissesto e le alluvioni aumentano, nonostante oggi la copertura boschiva nazionale sia ai maggiori livelli dalla metà dell’800?

Gli inventari generali del Corpo Forestale dicono, infatti, quanto segue:

Superficie forestale italiana 1985                8 675 000 ha

Superficie forestale italiana 2005                10.467.533 ha.

In 20 anni, la quota di bosco nazionale è cresciuta del 20,66% e oggi rappresenta 1/3 della superficie territoriale nazionale.

Bisogna, tuttavia, sapere che metà di queste superfici è in abbandono totale e priva di qualsiasi forma di governo del soprassuolo.

Si tratta, quindi, di un tema complesso, affrontabile solo grazie ad un piano strategico di governo del territorio che metta in sinergia competenze tecniche, capacità operative e attori agricoli locali, per il presidio e la gestione del territorio rurale che non afferisce più direttamente alle loro aziende, ma le circonda.

Partendo dall’analisi del contesto attuale e prendendo spunto dal programma nazionale di prevenzione del rischio idrogeologico dell’ANBI (Associazione Nazionale delle Bonifiche), si propone con questa iniziativa l’avvio di un confronto tra i principali attori del governo territoriale.

L’obiettivo è costruire una proposta quadro specifica per le aree collinari e montane del Paese, nell’ambito del nuovo Piano nazionale di Sviluppo Rurale 2014-2020.

Nel luglio scorso, Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, ha avanzato la sua proposta per rilanciare la crescita economica nazionale: “un piano di manutenzione straordinaria, di cura del territorio, una terapia contro il dissesto idrogeologico. I soldi – ha sottolineato – si trovano. Si diano gli incentivi giusti, soprattutto a chi ha cura della messa in sicurezza dell’ambiente”.

Ma sono almeno tre sono i fattori strutturali con cui sarà necessario confrontarsi:

1) L’abbandono agricolo dei territori collinari e montani e il conseguente venir meno di una manutenzione puntuale dei soprassuoli fragili e del reticolo idraulico minore;

2) La cementificazione esasperata, anche in zone a rischio esondazione;

3) Il cambiamento del clima e dei regimi di pioggia.

Istituzionalmente, i consorzi di bonifica sono tra le realtà cui la legge affida compiti di difesa del suolo; essi tutelano la sicurezza idraulica dei proprietari di terreni ed immobili, agricoltori e non e sono tra i pochi che hanno mantenuto una struttura tecnica specifica sull’argomento, in grado di progettare e realizzare direttamente opere medio – grandi di presidio idrogeologico. Oggi, in molte regioni, i Consorzi intervengono nelle aree collinari e montane su mandato degli enti locali che, in prima linea, vivono il problema delle popolazioni residenti.

Obiettivo ottimale è riuscire ad abbinare a queste loro attività, un piano di manutenzione territoriale d’area vasta che agisca in forma costante e diffusa nelle aree più fragili.

Qual è il possibile ruolo delle aziende agricole?

Le aziende agricole che resistono in queste zone marginali, possono tornare a svolgere un ruolo determinante inserendo i servizi di manutenzione territoriale tra le attività multifunzionali dell’agricoltura, così come chiaramente prevede la legge di orientamento del settore.

Con quali vantaggi collettivi?

La cura puntuale dei rii minori, della viabilità locale, dei terrazzamenti e delle vie di fuga dell’acqua è opera complementare ed integrabile con gli interventi idraulici di maggior portata, garantendone la continuità e l’efficacia.

Le aziende agricole – preferibilmente locali – potrebbero operare in forma convenzionale con consorzi di bonifica ed enti locali (come accade già per il servizio neve in molte città), garantendo la minor spesa pubblica, grazie al risparmio dell’IVA e dei costi assicurativi, già in capo al soggetto agricolo. Ciò assicurerebbe anche qualche chance in più al mantenimento di un tessuto insediativo diffuso in aree fragili.

Un aspetto va, tuttavia, chiarito sin dall’inizio: le attività per la messa in sicurezza di ambiti rurali non più agricoli costituiscono un’esigenza collettiva di governo territoriale e materia di competenza pubblica trasversale.

Non si può pensare che le risorse per finanziare il governo ed il presidio dei suoli non afferenti alle aziende agricole siano a carico dei fondi che l’UE destina alla politica di settore che deve restare destinata alla vitalità economica delle poche aziende residue e alla remunerazione dei servizi ambientali collettivi che esse già attuano nella gestione dei propri terreni. Volendo si tratterebbe della più grande opera pubblica, dal dopoguerra ad oggi, altro che Ponte sullo Stretto…

Antonimina borgo

E quant’altro

Mi sembra, osservandomi intorno, che il mondo del giardino italiano abbia detto tutto il dicibile e anche più del superfluo, seppur senza trovare neanche la domanda che bisogna porsi per avere una risposta (una domanda, una risposta).
Io perlomeno sento di non aver più niente da comunicare.

Oggi arrivo ad una decisione che era maturata in me da molti mesi. Non so come continuerà l’attività di questo blog e se continuerà.
Certo porterò a termine l’impegno preso con il prestigioso quanto inutile premio “Amore al risciacquo”, ma per il resto non so. Non mi interessa.

Di “quant’altro” ne abbiamo fin troppo, e non credo che nessuno morirà per la mia assenza.

A tardi vederci.

Fools Journal

metronapoli1

La stazione metro più bella d’Europa? Si trova a Napoli. A decretarlo, la versione online del Daily Telegraph, storico quotidiano londinese, che ha realizzato un reportage sulle metropolitane più belle del vecchio continente e ha assegnato lo scettro di “migliore” alla fermata Toledo del capoluogo campano. Progettata dall’architetto spagnolo Óscar Tusquets Blanca, è fresca di apertura: è entrata in funzione solo lo scorso 17 settembre e fa parte della Linea 1 della Metropolitana di Napoli, conosciuta anche come “Metropolitana dell’Arte” perché nata con l’intento di unire l’architettura all’arte, e dunque la città con la cultura. I motivi della sua vittoria? In primo luogo, per la sua complessa architettura sviluppata al di sotto di una falda acquifera e articolata in cinque piani per ben 50 metri di profondità. In secondo luogo, perché ogni piano ha un tema cromatico differente che segnala il passaggio dalla terra al mare, dunque…

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Ehi, ma che hai?

Senza titolo by Lidia Zitara
Senza titolo, a photo by Lidia Zitara on Flickr.

Io sinceramente non riesco a capire a cosa pensasse questa signora. Sembra provare un immenso dolore. Un dolore incolmabile, che vorrebbe dilagare.
ma allora perchè andare col pupo alla festa patronale? Non è una cosa che si fa quando si è di spirito allegro?
Non ho voluto nemmeno ritoccare le ombre, anche se la foto è sottoesposta, perchè maggiore il senso di cupezza in mezzo a questa folla vociante.
Che avrai? Vorrei consolarti, signora.

Però non mi dire che è solo mal di denti.