“L’ira funesta” di Paolo Roversi a Siderno il 2 marzo

Sabato 2 marzo 2013 – ore 18.00, lo scrittore noir Paolo Roversi presenterà il suo nuovo libro

“L’ira funesta” (Rizzoli)

Sarà proiettato il cortometraggio ispirato al romanzo

La giornalista Maria Teresa D'Agostino

La giornalista Maria Teresa D’Agostino

A volte basta un niente per sconvolgere la vita di una placida cittadina di provincia. Basta, per esempio, che l’unico farmacista, corso in ospedale dove sta per nascere il suo primo f iglio, debba tenere chiuso il negozio: niente medicine per gli anziani e, soprattutto, niente medicine per il Gaggina, un colosso di centotrenta chili con il carattere dell’attaccabrighe di professione. Quel giorno, senza i suoi tranquillanti, non riesce a tenere a bada la propria ira: in sella a un motorino scassato tenta di assaltare la stazione dei carabinieri, irrompe nel bar della locale polisportiva, picchia un vigile che vuole fargli la multa, per poi barricarsi in casa minacciando con una katana da samurai chiunque si avvicini. Al Piccola Russia – così viene chiamato il borgo, dove le strade hanno tutte nomi di “compagni” e la giunta è monocolore dal 1948 – si scatena il consueto passaparola. «L’ennesima follia del Gaggina, state tranquilli, non farebbe male a una mosca» assicura qualcuno. Ma quando il corpo del vecchio Giuanìn Penna, appena tornato dall’America dopo trent’anni di assenza, viene trovato tra i campi, traf itto proprio da una spada, la situazione prende una brutta piega. A sbrogliare la matassa sarà chiamato il maresciallo Omar Valdes, alias “tenente Siluro”, un militare tormentato e dal passato oscuro, in un’indagine ricca di sorprese e di una travolgente ironia.

Attraverso le astuzie e le ingenuità di una piccola folla di personaggi memorabili, L’ira funesta racconta l’anima della provincia italiana, l’apparente semplicità della vita di paese, dove le chiacchiere intorno al tavolo di un bar possono diventare, tra un bicchiere di Lambrusco e quattro risate, una fenomenale chiave d’indagine.

Dialoga con l’autore Maria Teresa D’Agostino
Interviene lo scrittore Gioacchino Criaco

Altri eventi in programma:
Venerdì 1 Marzo h. 17,30
L’on. Giovanni Nucera, regionale presenterà il suo libro
dedicato a don Lillo Altomonte “Profeta degli ultimi e Padre dei poveri”.
Domenica 3 Marzo h 17,30 il fotografo Giulio Archinà, noto per aver documentato il territorio calabrese e non solo attraverso degli scatti fatti da un deltaplano a motore, ci racconta la sua avventura e ci accompagna in una rilettura inedita della nostra terra.

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“La compagnia si scioglie”: gran finale di febbraio confrontando cartine topografiche

Se le serate in discoteca non vi rallegrano più, se Facebook non vi dà più stimoli, se le corse in macchina non bastano più a tirarvi su l’umore, se i parchi gioco vi annoiano, allora questo post fa per voi, perchè è veramente esplosivo.
Perchè, singnore e signori, stiamo per confrontare le cartine topografiche dell’ultimo capitolo del primo volume del Signore degli Anelli, un’attività ludica in grado di produrre su di voi un’emozione potenzialmente letale, perciò leggetelo piano per non causarvi troppa tachicardia. Consigliata l’assunzione di un miorilassante per evitare spasmi e convulsioni.

Ma, siore e siori, non finisce qui, perchè qui su Giardinaggio Irregolare non badiamo a spese quando si tratta di divertimento, e assieme al pezzo da novanta delle cartine topografiche, avremo anche dei brani -siore e siori- dei brani tratti dall’insigne opera.

In breve: un topic quasi tutto scritto e con dei disegni incomprensibili.

Dunque dunque dunque: qui arriviamo ad uno dei passi più belli del Signore degli Anelli, cioè alla morte di Boromir, il rapimento di Merry e Pipino, l’abbandono della Compagnia da parte di Frodo e Sam, l’inseguimento di Grampasso, Legolas e Gimli sugli orchetti di Isengard. Così finisce il primo volume e inizia il secondo, che a me ha sempre annoiato più o meno mortalmente, con interminabili descrizioni di battaglie e assedi. Infatti mi sa che del secondo e del terzo volume, ben poco posterò sul blog.

I nostri amici sono partiti da Lorien il 16 febbraio, e hanno percorso il Fiume Anduin per circa dieci giorni fino a raggiungere le Rapide di Sarn Gebir. Qui ci fu un errore di Aragorn, il quale -avendo avvistato Gollum che li seguiva a nuoto- decide di accelerare i tempi e affretta l’arrivo alle rapide tanto che non si accorgono di averle vicino fino a quasi esserci dentro.
Aragorn non fa molti errori e questo è rimarchevole.
La Compagnia fa retromarcia, accosta sulla sponda occidentale del fiume, si carica le leggerissime imbarcazioni elfiche in spalla e procede lungo un sentiero commerciale. E’ un passo molto bello del racconto, ovviamente di secondaria importanza, quindi non illustrato e non descritto dal film.

tavola 24: il Grande Fiume , le rapide di Sarn Gebir, gli Argonath

tavola 24: il Grande Fiume , le rapide di Sarn Gebir, gli Argonath

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Barbara Strachey sostiene che l’attraversamento delle rapide di Sarn Gebir è accaduto attorno al 24 febbraio.
Il giorno successivo, il 25, dovrebbe esserci l’avvistamento degli Argonath e l’entrata nel bacino di Nen Hithoel. E’ durante queste notti che Tolkien lascerebbe capire che Legolas non è effettivamente biondo ma bruno, cosa sulla quale nell’ambiente tolkieniano si dibatte in maniera accesa.
La scena del film è visivamente emozionante quasi quanto la narrazione di Tolkien, e quando si vede al cinema o su un megaschermo, la sensazione di essere immersi nell’acqua e di sentirsi rimpicciolire, è molto forte.

Dal libro:

“Frodo intravide, scrutando il Fiume, due grandi scogli distanti che si avvicinavano: parevano immensi pinnacoli o pilastri. Alti, perpendicolari, minacciosi, montavano la guardia ai due lati del letto. Tra di essi vi era una stretta breccia, ove la corrente sospinse le barche.
“Mirate gli Argonath, le Colonne dei Re!”, gridò Aragorn. “Fra poco vi passeremo in mezzo. Tenete in fila le imbarcazioni, e lontane le une dalle altre!Non abbandonate mai il centro del fiume!”
Le grandi colonne parvero ergersi come torri incontro a Frodo trascinato verso di esse dalla corrente. Egli ebbe l’impressione di vedere dei giganti, grandi, grigi e massicci, muti e minacciosi. Ma poi si accorse che le rocce erano effettivamente scolpite e modellate: l’arte e la forza antica le avevano lavorate, ed esse conservavano ancora, attraverso le intemperie di lunghi anni obliati, le possenti sembianze che erano loro state date. Su grandi piedistalli immersi nelle acque due grandi re si ergevano: immobili, con gli occhi sgretolati e le sopracciglia piene di crepe, fissavano corrucciati il Nord. La loro mano sinistra era alzata, con il palmo rivolto verso l’esterno, in segno di ammonimento; nella mano destra reggevano un’ascia; in testa portavano un elmo e una corona corrosi dal tempo. Erano rivestiti ancora di una grande potenza e maestà, silenziosi guardiani di un regno scomparso da epoche immemorabili. Ammirazione e timore s’impadronirono di Frodo, ed egli si prostrò, chiudendo gli occhi, e non osando levar lo sguardo quando le barche furono vicine.”

Quest’ultima descrizione, di Frodo che si prostra, mi emoziona sempre. Peter Jackson ha elaborato qui uno dei momenti più belli del primo film e dell’intera trilogia, a mio avviso.

Tavola 25, il Nen Hithoel e il Parth Galen

Tavola 26, il Nen Hithoel e il Parth Galen

Una volta superati i cancelli di Argonath, le barche entrano nel bacino ovoidale del Nen Hitoel, dove si erge Tol Brandir. Ai due lati si levano altre due cime, Amon Hen (Colle della Vista, a occidente) e Amon Lhaw (Colle dell’Udito, a oriente), dove gli antichi re si recavano per avere visioni e comunicare tra loro anche tramite i Palantìr.
Dal libro:

“Mirate Tol Brandir!”, tuonò Aragorn, mostrando a sud l’alta vetta. “Alla sua sinistra è Amon Lhaw, e alla sua destra è Amon Hen, i Colli dell’Udito e della Vista. Ai tempi dei grandi re, su di essi erano stati posti degli alti seggi, custoditi notte e giorno da sentinelle. Ma si dice che mai piede umano o animale si sia posato su Tol Brandir.

Le barche vengono tirate in secco sempre sulla sponda occidentale, essendo quella orientale popolata da orchetti, su una zona pianeggiante chiamata Parth Galen.

Ecco un’illustrazione più dettagliata che raffigura le linee di percorso di tutti i personaggi:

Dettaglio dei movimenti dei personaggi della Compagnia

Dettaglio dei movimenti dei personaggi della Compagnia


Come si vede, dopo essere approdati a Parth Galen per il riposo e decidere il da farsi, Frodo si avvia verso Amon Hen, seguito da Boromir, il quale, una volta Frodo infilato l’anello ed essere sparito, tornerà sui suoi passi al Parth Galen, in tempo per vedere l’attacco degli orchetti, Merry e Pipino rapiti, combattere e morire. Sulla mappa è segnato l’antico sentiero che sia Frodo che Boromir hanno seguito.
Si vede anche il percorso irregolare compiuto da Legolas e Gimli in cerca di Frodo, e quello di Aragorn che raggiunge Amon Hen, mentre Sam, che lo seguiva, torna indietro alle barche, avendo capito le intenzioni di Frodo.
Frodo e Sam prendono una barca e si avviano verso Mordor, attraversano il Nen Hitoel, mentre il corpo di Boromir ha una sepoltura arturiana, poichè viene posto in una barca con una panoplia di armi, e lasciato cadere nelle cascate di Rauros.
Successivamente il suo corno fu trovato e portato a suo padre Denethor, che impazzì dal dolore.

Nella mappa, in nero, è segnato anche un altro percorso commerciale che consentiva di portare le barche in spalla per evitare le cascate di Rauros.
Nella piantina più estesa (la tavola 26) è possibile vedere il percorso a ritroso che seguirono Legolas, Gimli e Aragorn nell’inseguimento di Merry e Pipino, e dove fu trovata la spilla di Pipino.

Tutto questo accadde ieri, il 26 febbraio.

Di seguito i commenti dell’autrice:
nen hithoel_estemnet_strachey 2

tol brandir_parth galen_strachey 2

E per finire in bellezza, un’illustrazione di Alan Lee vecchia maniera, che raffigura la vetta di Tol Brandir vista da Amon Hen. Dovete scaricarla e guardarla bene ingrandita. Osservate l’angolo in basso a sinistra, e in cima alle scale, e ditemi cosa (o chi) ci vedete.

Alan Lee, Tol Brandir

Alan Lee, Tol Brandir

Per gli amanti della patatina

Patio potatoes

Patio potatoes

Sembra che piantare patate in terrazza stia diventando la moda della stagione.

Al di là di ogni tendenza modaiola, che spesso si spegne dopo un insuccesso o un magro raccolto, è bene tenere a mente la regola d’oro che le patate non sono propriamente fatte per i vasi, e che desiderano la piena terra.
Questo non significa rinunciare a sperimentare, ottenendo magari un raccolto esiguo, ma anche un po’ d’esperienza in più per l’anno successivo.

Le regole da seguire sono poche ma importanti. La prima è quella di posizionare il contenitore in pieno sole, la seconda è che questo sia sufficientemente grande da contenere i grappoli di tuberi che si formeranno attorno alla “patata seme” o “piccola-madre patata”.

Se siete fortunatoni avrete anche un bel contenitore rustico, tipo una mezza botte, una tinozza, un calderone in rame. L’importante è che abbia i buchi sul fondo, se non ce li ha, fateli col trapano.
Dopo uno strato bello alto di drenaggio (per carità, non usate cocci taglienti, perché quando andrete a raccogliere le patate, inevitabilmente vi dovrete aiutare con le mani, e potreste tagliarvi di brutto), mettete un po’ di terriccio di quello buono, preferibilmente lavorato l’inverno precedente, con letame maturo (pellettato o sfarinato), ghiaietto o sabbia grossolana, un po’ di farine di roccia, se le avete, e del concime granulare a lenta cessione, tipo Osmocote o Nitrophoska Gold.

Le patate necessitano di molto potassio (lo sanno tutti che le patate hanno il potassio, no? Allora dovete mettercelo), però dovrete somministrarlo durante la stagione di crescita e non all’atto di impianto.

il bidone di patate

il bidone di patate

Quanto alle dimensioni del contenitore fatevi il conto che le patate vogliono un sacco di spazio, diciamo un paio di patate-madri per un vaso di 30 cm, ma io consiglio di usare un vaso molto grande e correre il rischio di sovraffollare piuttosto che mettere solo due patate-madri in un vaso piccolo.

Sopra al drenaggio fate un bello strato di terriccio miscelato e concimato, e poi disponete le patate molto ben distanziate e con le gemme verso l’alto. Versate altro terriccio fino a che le patate-madri non siano sotto 20 cm di terra. Annaffiate e aspettate che compaiano i bei ciuffi verdi di fogliame, poi coprite con altro terriccio fino a lasciare le foglie appena scoperte.
Quando si allungano di dieci cm, ricopritele ancora, e fate così fino a che non avrete raggiunto la massima capienza del contenitore. Durante la crescita della patata annaffiate normalmente, dal momento in cui avete raggiunto il bordo del contenitore, iniziate a concimare con potassio (se non trovate un concime di solo potassio, usate il concime per pomodori o per piante da fiore, se invece siete per il tutto biologico, usate un concime a base di alghe). Concimate ogni quindici giorni fino alla fioritura: a quel punto è segno che le patate-figlie sono pronte. Molti fanno delle indagini preliminari sulle figlie delle patate per vedere se sono mature o no: come regola generale basatevi sul fatto che le varietà precoci vogliono dieci settimane, mentre quelle “normali” almeno tredici settimane.

Ovviamente, che ve lo dico a fare, se vi procurate più tinozze o più vasconi, e scalate le semine, avrete patatine più a lungo. Niente di paragonabile al raccolto che può dare un orto, ma è capace che oltre a una serata di patatine fritte e birra, vi esce pure una caponatina.
Ora state attenti perché Giardinaggio Irregolare mette in linea la sua prima ricetta, e che ricetta, signori, quella della mamma(io la caponata non la so fare…)!

la patatina

la patatina

Invece per i veri amanti della patatina, la chip, vi dico come le faccio io: dopo averle pulite e sbucciate le affetto in una vaschetta d’acqua salata, e poi subito nell’olio per non fargli perdere l’amido altrimenti appiccicano. Usate tonnellate di carta assorbente perché le patatine devono essere realmente asciutte quando vengono salate. E poi affettatele sottili con la mandolina, perché più sottili sono meno olio pigliano e vengono più croccanti.

il bel fogliame delle patate

il bel fogliame delle patate


C’è anche qualche folle che coltiva le patate a scopo ornamentale, come “verde” riempitivo, facile ed economico, e vi assicuro che l’effetto, vicino a fiorellini tipo “nuvola” , come l’Erigeron, l’Iberis, la Lobelia, le petunie e la Callibrachoa, ma anche gerani e altri fiori annuali o perenni a cuscino o a portamento prostrato, è tutto da gustare.
Patate raffinate

Patate raffinate nel patio outdoor living

Vai di ricetta!

Ingredienti per 4 persone:
7-8 melanzane piccole (a buccia scura)
1/2 chilo di peperoni verdi tondi
4 patate non troppo grandi
un chilo di pomodori tondi
basilico in abbondanza
una manciata di olive nere
due peperoncini piccanti a piacere
aglio in camicia
sale e aceto bianco
olio per friggere, oltre un litro
chi vuole può aggiungere un cucchiaino di capperi dissalati, ma è la variante siciliana

Riempire a metà una pentola dai bordi alti di olio extravergine di oliva e friggere le melanzane tagliate a fettine divise in tre o se preferite, a tocchetti. Scolare bene su molta carta assorbente o carta da pane.
Mettere da parte le melanzane.
Nello stesso olio friggere le patate tagliate a tocchetti finchè prendono colore. Scolarle molto bene e aggiungerle alle melanzane senza mescolarle.
Ancora nello stesso olio friggere i peperoni verdi tondi tagliati a pezzetti. Scolare bene e far asciugare su carta assorbente. Aggiungerli alle melanzane e alle patate. Tenere da parte il vassoio e lasciare che l’olio fritto si freddi perchè possa essere riutilizzato nella preparazione del sapone casalingo.

In una grande padella mettere i pomodori tagliati a pezzetti con l’aglio in camicia e abbondante basilico, una presa di sale, il peperoncino e un giro d’olio. Coprire e lasciare cuocere a fuoco moderato fino a che i pomodori non siano praticamente sfatti e siano diventati cremosi. Ci si può aiutare a schiacciarli con una forchetta. A cottura ultimata togliere l’aglio in camicia.
Nella medesima padella, aggiungere le verdure fritte, un altro aglio in camicia, abbondante basilico, le olive, il peperoncino, ed eventualmente i capperi. Aggiustare di sale e aggiungere mezzo cucchiaio di aceto bianco (non aceto balsamico o rosso). Coprire e far cuocere per dieci minuti a fuoco moderato. Controllare che tutte le verdure si siano amalgamate, e nel caso, lasciate cuocere qualche minuto ancora. Togliete l’aglio in camicia.
Levare dal fuoco e versare in un piatto da servizio dai bordi alti o in una grande terrina.
Fare raffreddare e consumare “riposata”, una volta fredda.
Il piatto può essere preparato con largo anticipo e conservato in frigorifero, per essere poi portato a temperatura ambiente e consumato.