L’anno del giardiniere, di Karel Capek, Sellerio

capek l'anno del giardiniere
Per almeno un paio d’anni ho girato attorno a questo volumetto, desiderandolo leggere ma non trovando mai l’ispirazione per aprirlo, nonostante le ottime critiche.
Presa da uno dei miei abituali momenti di rigetto per la narrativa, ho pensato di passare a qualcosa che :
a) parlasse di giardini
b) non fosse narrativa
c) fosse rilassante e scorrevole
Mi sono detta: è il momento buono per L’anno del giardiniere , di cui tutti dicono che faccia molto ridere e sia arguto e un po’ bislacco.

Succede spesso di rimanere delusi da un libro dopo aver letto critiche entusiastiche (in effetti molto spesso sarebbe opportuno contenersi), ma la sensazione più viva che ho provato nella lettura di questo volumetto non è tanto la delusione, quanto piuttosto il desiderio di finirlo in fretta e accantonarlo.
La prefazione del traduttore ci avverte: la bellezza del libro è quasi tutta nello stile, perchè Capek usa il cecoslovacco come pochi. Ma il cecoslovacco non proprio la lingua più conosciuta del mondo. Giocoforza la traduzione è perdente in partenza.
Grazie, ma forse non avremmo voluto saperlo.

Io non l’ho trovato divertente per nulla. L’umorismo non è sciatto, ma è un po’ antiquato, il testo sente pericolosamente gli anni che si porta. Le descrizioni un po’ demenziali delle abitudini del giardiniere fanno appena accennare un sorriso, o aggrottare la fronte, perché molti di questi comportamenti si sono evoluti (non sempre in meglio).
Il testo non si propone come fonte “storica”, nè riesce a librarsi sopra un umorismo semplice, un po’ televisivo.
In conclusione non direi che è stata una lettura “persa”, ma neanche la miglior lettura dell’anno.

Molti contemporanei di Capek gli riconoscevano una qualità stilistica sopraffina, e gli rimproveravano di “spenderla” in racconti un po’ sciocchi, un po’ banali. Purtroppo mi devo aggiungere a questa schiera di critici, e lo faccio a malincuore, perchè si capisce che tra una scenetta e l’altra, Capek era molto intuitivo e percettivo, riflessivo. E’ un vero peccato che non abbia messo queste sue riflessioni su carta in maniera un po’ meno barzellettistica.

Leggete ad esempio questo passo che ho segnato col lapis rosso in cui si parla di una “tassonomia botanica”. In buona sostanza di una classificazione dei gusti (e dei disgusti) a seconda delle classi sociali, degli esercizi commerciali, del tipo di idea che di sè si vuole comunicare agli altri.
Un’opera monumentale, in cui autori come Valerio Merlo o Pierre Bourdieu buonanima, si sarebbero persi.
capek 1

Il volumetto invece mi sembra utilissimo per avvicinare i ragazzi al giardino, o comunque per fargli leggere qualcosa di piacevole. Laddove ci saranno concetti un po’ troppo difficili per un ragazzino di dodici o tredici anni, loro suppliranno con l’intuizione (lo facevamo sempre, ricordate?), oppure potrebbero esserne così interessati da decidere di rileggerlo più avanti.
Credo sia un libro veramente ottimo per gli adolescenti amanti della lettura, perchè la comicità semplice è alla portata dei ragazzi, e il giardiniere viene descritto in maniera buffa e un po’ ridicola, con le sue manie, le sue bizzarrie. E il fatto che sia stato scritto da un uomo lo rende un po’ vicino anche ai maschi, che di giardino spesso si interessano quando sono un po’ più maturi.

Personalmente credo che se mi fosse capitato tra le mani quando facevo le medie, l’avrei trovato scompiscevole.

Dirty tree

Ho una particolare predilezione per gli alberi sporchevoli. Certo, c’è sporco e sporco. C’è lo sporco un po’ fastidioso dei platani quando lasciano cadere i frutticini, che puzzano un po’ come di scoreggia di cane, c’è lo sporco polveroso di certe mimose, che ti sembra un po’ alieno, tipo una polverina gialla che ti trasforma in un ultracorpo. C’è lo sporco veramente zozzone degli oleandri, che lasciano cadere tutto, ma sì, fiore, foglie, baccelli.
Non so dire quanto mi gratifichi questa vendetta che gli alberi si prendono sulle persone, sulle amministrazioni comunali, sulle signore iper-perfette, sulla Grande Madre Massaia Mediterranea.
Tu vuoi pulito? e io ti sporco, tiè! Mi spappolo tutto sui marciapiedi, sui sentieri, sul pratino, ti rovino, ti insozzo, ti costringo a spazzare, a rastrellare, a chiamare l’indiano per pulire e potare, ti costringo a litigare coi vicini e a pagare le multe.
Ah ah!

E poi penso a questi alberi “sporchevoli”, liberati come pesci dalla nassa, dispersi tra prati e campagne, dove la loro sporcizia non sarebbe considerata insultante.
Che visione, che immensa bellezza un prato ricoperto da petali. Varrebbe la pena coltivare certe piante solo perchè perdono i petali. Si lasciano cadere tutte, si spogliano della loro bellezza, abbandonano la loro veste sericea sul prato in un circolo colorato.

La prima pubblicità che ricordo d’aver visto è quella della cera Liù, in cui una signora chiedeva al genio “un tappeto di luce”.
A me piacerebbe un tappeto di petali.

“Flora ferroviaria” di Ernesto Schick, ed. Florette

Ernesto Schick_Flora Ferroviaria (3) Nel 2010 la Edizione Florette di Chiasso ha ripubblicato un testo scritto da Ernesto Schick sulla vegetazione selvatica della stazione ferroviaria di Chiasso e precedentemente pubblicato nel 1980 con il patrocinio del Credito Svizzero di Chiasso.
Schick aveva visto la nascita della stazione ferroviaria, l’ampliamento dei binari, e per anni osservò la flora che spontaneamente tornava a riprendersi parte del terreno sottratto a boscaglie e campagna. Prendeva appunti e disegnava le piante, pur avendo un tratto rigido e poco aggraziato, riproduceva fedelmente i tratti botanici salienti delle piante “pilota”, e delle altre spontanee.
Il suo testo, preso sic est, non è poi diverso da molti libri sull’argomento, Schick era ben lontano anche dall’immaginare che la flora spontanea, per di più “ferroviaria”, quindi in qualche modo “pilota” e “vagabonda”, sarebbe stata di lì a qualche decennio, al centro delle attenzioni mondiali.
Negli anni ’80 un libro sulle piante colonizzatrici doveva apparire un testo ben strano e gradito solo al botanico o all’appassionato.
Ora invece non si parla d’altro, perciò quanto scritto da Schick potrà risultare già noto a molti.

Detto questo, bisogna dire altro: questo libro non è un “libro”, è una scatola magica.
E’ un progetto di ripubblicazione, curato nei minimi dettagli, su cui è stato speso tempo, investito del danaro e soprattutto conoscenza e passione.
Qui ci sono competenze elevatissime, che fanno del libro non solo un omaggio al suo autore e al suo scritto, ma tracciano anche un sottotesto gradevole in sè, e realizzano un prodotto editoriale di fattura decisamente superiore allo standard usuale.

Penso che questo sia dovuto al fatto che le Edizioni Florette abbiano pubblicato solo questo testo. Perlomeno io non sono riuscita a trovarne altri in rete. Ad ogni modo il volume non ha l’ISBN, il che significa che la casa editrice ha pubblicato per il desiderio di riportare alla luce un vecchio libro.

Il libro è un susseguirsi di piaceri: dalla copertina in cartone grigio, con una grafica molto bella per titolo e nome dell’autore, azzeccata la fascetta (di cui faremo sapere ad Alberto Forni), la scelta molto raffinata dei font e dei colori (in pratica bianco, grigio, rosso e nero), l’inserto illustrato in carta lucida, una mappa, e un indice che è un piacere scorrere.
Mi è piaciuta moltissimo, e mi ha commossa, la prefazione di Graziano Papa sulla figura di Schick, che sembra emergere dalle pagine con forza narrativa. Accurata, più scientifica l’introduzione e la revisione del testo, specie per la nomenclatura botanica, di Nicola Schoenenberger. Accettabile la poesia finale di Fabio Pusterla.
Hanno curato l’edizione Simonetta Candolfi e Nicoletta De Carli, che hanno anche supervisionato la distribuzione. In effetti ho fatto molta fatica ad avere questo volume, ma ho ricevuto insieme al libro anche un simpatico biglietto di ringraziamento.
Ehi, sapete, il rapporto umano si sta perdendo, quando assieme al libro ricevi due parole scritte a penna, sai che c’è un umano come te, dietro, ti riconforta. Sono cose importanti.

Il libro è molto curato nei dettagli, dalla pressione dell’incisione dei caratteri, fino alla riga di piegatura vicino al dorso, la scansione delle pagine attraverso delle “bianche” di colore rosso.
Gradevole nelle dimensioni, comodo da tenere in mano, caratteri agevoli per la lettura.
In quarta di copertina la foto su carta lucida contrasta fortemente con l’opaco del fondo grigio.
Senza ricorrere a materiali pregiati o a stranezze tipografiche, un volume che si lascia prendere come fosse un taccuino, per poi scoprire che le annotazioni e i disegni sono già tutti dentro.

Scatola magica con sorpresa.