Dirty tree

Ho una particolare predilezione per gli alberi sporchevoli. Certo, c’è sporco e sporco. C’è lo sporco un po’ fastidioso dei platani quando lasciano cadere i frutticini, che puzzano un po’ come di scoreggia di cane, c’è lo sporco polveroso di certe mimose, che ti sembra un po’ alieno, tipo una polverina gialla che ti trasforma in un ultracorpo. C’è lo sporco veramente zozzone degli oleandri, che lasciano cadere tutto, ma sì, fiore, foglie, baccelli.
Non so dire quanto mi gratifichi questa vendetta che gli alberi si prendono sulle persone, sulle amministrazioni comunali, sulle signore iper-perfette, sulla Grande Madre Massaia Mediterranea.
Tu vuoi pulito? e io ti sporco, tiè! Mi spappolo tutto sui marciapiedi, sui sentieri, sul pratino, ti rovino, ti insozzo, ti costringo a spazzare, a rastrellare, a chiamare l’indiano per pulire e potare, ti costringo a litigare coi vicini e a pagare le multe.
Ah ah!

E poi penso a questi alberi “sporchevoli”, liberati come pesci dalla nassa, dispersi tra prati e campagne, dove la loro sporcizia non sarebbe considerata insultante.
Che visione, che immensa bellezza un prato ricoperto da petali. Varrebbe la pena coltivare certe piante solo perchè perdono i petali. Si lasciano cadere tutte, si spogliano della loro bellezza, abbandonano la loro veste sericea sul prato in un circolo colorato.

La prima pubblicità che ricordo d’aver visto è quella della cera Liù, in cui una signora chiedeva al genio “un tappeto di luce”.
A me piacerebbe un tappeto di petali.