Cosa volete che dica?

Mi sento un vecchio vagone con le ruote arrugginite e i semiassi spaccati. La cabina di legno mezzo distrutta, i sedili bruciati o divelti, il tetto scoperchiato: una tenda sbrindellata sbatte contro un finestrino rotto. Portavo qualche insegna, qualche scritta, ma il tempo l’ha sbiadita.
Sono fermo da decenni, sciacciato contro un new jersey che segna un binario morto.
Se guardo a sinistra c’è una vecchia galleria, quella per la quale ero stato costruito, prima che la ferrovia fosse deviata più a nord.
A destra vedo il deserto sconfinato, con qualche albero moribondo, sparpagliato nella terra rossa, le dune sabbiose, corrugate dall’azione del vento, monti in lontanaza che al tramonto prendeno riflessi violastri.
I miei giorni e le mie notti sono sempre identiche, aride, ventose, polverose, che se non fossi fermo, mi fermerei per sempre.
La notte guardo in su, e vedo miliardi di stelle. Miliardi. Che mi chiamano. Ma tanto, non posso andare.
Poi ricomincia il giorno.

Ora, vi chiedo, cosa volete da me, cosa volete che vi dica, cosa volete che vi riveli che già non sapete per conto vostro?
Perchè venite qui? Cosa ci trovate qui?

Qui c’è solo un vagone bloccato che sogna di essere un’astronave.

Giardini da incubo. Mai titolo fu più azzeccato di questo

Andrea+Lo+Cicero1Credo di essere precipitata nella puntata più brutta di “Giardini da incubo”, la recente trasmissione in onda su Cielo alle sei di ogni sabato pomeriggio.
Non avevo avuto modo di vederla finora e prima di farmi un’opinione ho voluto aspettare di averne visto almeno un episodio.

Non siamo nuovi a questo tipo di trasmissione sui giardini, né ai programmi in stile “tutorial” o “do it yourself” (DIY per i più trendy). Il digitale ha portato con sè centinaia di serie, in genere di valore prossimo alla zero termico (Fratelli compresi), preformattate, bancomattate, disinnescate, cartongessate, in cui ogni episodio è identico al precedente e al successivo.
Se questi show hanno un successo è unicamente per merito dei conduttori, che riescono ad animarle e a dargli carattere.
Quindi diciamolo subito: non c’è niente che si possa salvare da questa trasmissione. Niente.
Lo Cicero, che a guardarlo bene sembra un gran simpaticone e un vero amante del giardinaggio, sembra un palo della porta dello sport in cui eccelle: il rugby.
Gli ospiti di oggi mi hanno fatto venire la pelle d’oca: totalmente incapaci di un minimo di naturalezza, artefatti e finti.

Ma veniamo al giardino. Un appezzamento incolto di circa 150 metri quadri, di fronte ad una vileltta a schiera.
Un giardino che più anonimo non si potrebbe. Il compito più difficile per chiunque. In fondo un po’ tutti siamo buoni a ingentilire un bosco o a recuperare vecchi ruderi, ma un quadrato d’erbacce davanti casa è una missione per chi si è masticato John Brookes a colazione Christopher Lloyd a cena.

Mi spiace col cuore doverlo dire, perchè sono certa che è animato da buone intenzioni, ma la sciatteria e l’incompetenza dimostrate mi hanno lasciata letteralmente senza fiato.
Un neofita, fresco di 101 Cose da sapere avrebbe fatto di certo meglio.
Le piante non sono chiaramente neanche state scelte, ma offerte dagli sponsor della trasmissione (Gardena, Unopiù e Husqvarna, una sorta di Triade Cinese, di 666, di Tana delle Tigri del giardinaggio) e disposte in maniera quasi casuale lungo il perimetro del muro.
Era meglio prima, sul serio.

E allora? Tentiamo di affrontare un discorso critico su un qualcosa che non avrebbe diritto di essere neanche argomento di conversazione spicciola.
1) Con grande tristezza devo constatare che l’opinionismo è diventato la nostra sola cultura. La televisione ci impone di starle dietro.
2) Le dinamiche intrinseche del giardinaggio sono ancora del tutto sconosciute a chi mette sul mercato trasmissioni di questo genere (vale anche per Chris il mago dei giardini e L’erba del vicino). In poche parole: queste persone non ne capiscono una beneamatissima.
3) Il giardino di casa non è considerato da noi un luogo dove praticare il giardinaggio o esprimere una posizione estetica, ma solo uno spazio extra fuori casa, che si utilizza per rilassarsi. San Relax è il patrono dei giardinieri italiani.
4) gli show fai-da-te italiani sono clamorosamente fallimentari.

Da qualcuno sento nominare il programma di Carlo Pagani. Siamo non su un pianeta diverso, ma su un altro sistema solare. Eppure neanche quello mi appare granché. Pagani è illeggibile su “Gardenia” mentre è molto gradevole di persona. Ma è poco coinvolgente e l’accento è davvero troppo marcato. Personalmente non riesco a starlo a sentire oltre i tre minuti.
Le informazioni sono un po’ leggere e ripetitive e forse la scelta delle piante non è molto originale. Il tutto risulta statico e noioso. Il suo è tuttavia il miglior programma sul giardinaggio attualmente in corso sugli schermi italiani. Però a questo punto preferisco leggermi un manuale.

E con questo non ho altro da dire su quest’argomento. Purtroppo.

I Bronzi di Riace nell’allestimento di Gerald Bruneau (quello scandaloso)

C’è chi litiga per quale film vedere la sera. Alcuni lo fanno: io lo farei.
C’è chi litiga per una gonna o una cravatta: io non lo farei.
C’è chi litiga per l’estetica: io lo faccio sempre.

bronzo A_gerald bruneauHo difeso l’installazione di Gerald Bruneau sui Bronzi di Riace e questo mi è valso un litigio senza fine.
Mi rendo conto di quanto l’osservazione dell’arte e quindi l’espressione di un giudizio siano viziati da una profonda mancanza di consuetudine con l’Arte, perciò il lettore più esperto mi scuserà se esprimerò concetti basilari in modo semplificato.

Difenderò sempre l’estetica Pop e Postmoderna dagli attacchi di chi la disprezza solo perchè non la comprende.
Non si disprezza la Teoria della Relatività perchè non la si capisce, semmai ci si sente afflitti e mediocri, desiderosi di avere i mezzi conoscitivi per comprenderla. Ciò non accade con l’Arte: chiunque ritiene di poter esprimere il proprio gusto (e fin qui va tutto bene), senza alcuna cognizione di causa (e va ancora tutto bene), aspettandosi di trovare consensi (iniziano i guai), rigettando qualsiasi opinione opposta (male), finendo col prendere una posizione e litigare (tragedia).

Ciò che di peggio può accadere in questi casi è proprio arroccarsi su posizioni estreme senza neanche un tentativo di comprendere l’altrui posizione. Così muore la critica d’arte.

La critica d’arte muore nell’opinionismo, come sul sito Dagospia, che si limita ad una discettazione sarcastica, puerile e superficialissima.
Muore anche se espressa nel contesto di un ideologismo votato alla conquista di “consensi” o semplicemente inquinato da preclusioni culturali e sociali, come il razzismo, l’omofobia, la negazione di un certo tipo d’arte.

Questo vale per tutta la produzione artistica mondiale, di qualsiasi epoca storica e provenienza geografica.

Ho più volte esortato all’esternazione di un giudizio dicendo come la mancanza di espressione di un giudizio uccide l’Arte.
Ma non aspettatevi di liquidare questo o quello in due parole, senza che chi vi ascolta vi rimbecchi.
Mi sembra troppo pretendere.

Riguardo l’installazione di Bruneau, questi sono gli aggettivi che ho più volte letto: “volgare, osceno, terribile, dissacratorio, schifoso”

Seriamente – non ho intenzione di mettermi a discutere con chi ha ancora la parola “osceno” nel vocabolario relativo all’Arte.
“Osceno, sadico, brutto, schifoso, cattivo, illegale, IMMORALE” sono parole che nella definizione dell’opera d’arte non sono pertinenti.

L’Arte non ha bisogno di nessun permesso, di nessun consenso, di nessun atto burocratico, nè della giustificazione della morale, della bontà, della verità, della religione, della giustizia o della legge.

Che l’Arte si appropri delle opere altrui è un dato storico: il fatto che i Bronzi siano nati con altri scopi non è un vincolo. L’inintenzionalità dell’opera d’arte è un fenomeno accuratamente analizzato da filosofi come Jan Mukarovsky nel suo bellissimo libro Il significato dell’estetica. La funzione estetica in rapporto alla realtà sociale, alle scienze, all’arte, edito da Eiunaudi nel lontanissimo e più preveggente 1973.

il significato dell'estetica-mukarovsky

O nell’altro più accesibile La funzione, la norma e il valore estetico come fatti sociali. Semiologia e sociologia dell’arte, ancora Einaiudi, 1971.

La funzione, la norma, il valore estetico come fatti sociali

La funzione, la norma, il valore estetico come fatti sociali

In poche parole l’Arte può usare tutto, comprese le altre opere artistiche, per produrre arte.
Forse a qualcuno potrebbe interessare quanto scriissi a suo tempo sull’ antico vaso cinese o sull’ impacchettamento di Marina Abramovic.

In Arte non vale però il detto consolatorio “l’importante è partecipare”: non si prendono medaglie di bronzo, nell’arte. C’è solo la medaglia d’oro e chi arriva secondo, non arriva.
Mi pare che sia successo proprio questo a Gerald Bruneau: non c’è arrivato.

Il Kitsch è un’arte di cui pochissimi sono stati padroni. Abbondantissima e felicissima nelle fiere di paese, ma scialba se messa in mano a certi tipi.

L’allestimento sui Bronzi meritava un intero capitolo della storia dell’arte: quando e dove si sarebbe potuto compiere un atto di tale memorabile portata? Quale statua ha quelle dimensioni, quell’aura di antichità, quel valore estetico e classico e contemporaneo insieme? Nessuna. Davvero nessuna al mondo.
Su quale altra statua sarebbe stato possibile mettere un tanga e un boa? Quale altra statua raffigura la perfezione fisica del corpo maschile? Quale statua è così integra, luminosa, metallica, plastica e verosimile? Quale statua è così intoccabile, così delicata eppure dall’aspetto così saldo e forte? Quale statua appare serena in qualsiasi dimensione spaziale e artistica?

E Gerald Bourneau ha sbagliato: il boa sottile, veramente troppo sottile e l’elastico nero del tanga sono stati un disastro. Il tanga doveva essere zebrato e non leopardato (però giallo), e avere un laccetto, non un elastico così spesso. E il boa doveva essere molto più pieno e soffice.
Magnifico il velo che ha lasciato scoperte le natiche esaltando, per chi ha occhi abbastanza aperte, la sinuosità e la carica erotica della statua, dirigendola in maniera palese anche al pubblico maschile, destabilizzando la collocazione semantica dell’opera.
E osservate il metodo: nessun elemento metallico che potesse compromettere la pelle delle statue o rubare la scena ad un glitter di 2500 anni. C’era sicuramente un accordo (queste cose non si fanno tipo flashmob) e al fotografo non sarà stato consentito di usare nessun tipo di abbigliamento con ganci o fermi metallici. Il materiale usato chiarisce come ci sia stato un vero e propria definizione contrattuale dietro le foto “dissacratorie”.
Il velo da sposa era quasi funebre, a mio avviso, ed era anche troppo congestionato attorno al capo. Visto frontalmente il Bronzo A non rendeva affatto.
Brutto, bruttissimo il boa grigiastro attorno alla testa, a mo’ di cornona di alloro. Bene l’intenzione, sbagliato il mezzo.
Interessante invece il mazzolino di fiori, ma l’insieme è risultato “scompagnato” in maniera troppo vistosa. L’effetto generale che se ne trae è deprimente, solo a tratti ludico. Ciò che si deduce è che l’artista non ha avuto nè tempo nè voglia di osservare le statue con accuratezza, e non ha studiato un allestimento dedicato, raffinato e pretenzioso, ma dozzinale e raffazzonato, con un esito che definirei senza dubbio approssimativo e scadente, “sbagliato”.

Gerald Bruneau ha buttato via un’occasione che non si ripeterà più nella storia di queste statue, e questo mi fa incazzare da morire. Anche perchè l’avessero data a me la possibilità…

Venendo poi alla questione politica. Le foto sono state fatte a inizio febbraio, ma vengono rese note solo all’indomani delle polemiche sullo spostamento dei Bronzi.
Le dichiarazioni delle direttrice del museo, Bonomi, hanno solo del ridicolo e in genere il chiasso che si sta facendo attorno a quest’installazione è solo ignorantissimo pettegolezzo destinato a una rapida obsolescenza, ed è finalizzato unicamente a mettere in cattiva luce la Calabria e spostare definitivamente i Bronzi in qualche museo sabaudita.
Ovviamente la dichiarazione di far riemergere le due opere dall’oblio, è palesemente pretestuosa e non sarà qui neanche considerata.