Ancora sulla Freesia refracta

Questo è il giardinetto che mi ha ispirato un pensiero, poi scritto in “Giardiniere per diletto”.

Da noi le violette sono le piante dei poveri giardinetti di paese, coltivate dai pensionati, in periferia. In una striscia di terra stretta un metro, davanti ad un portone tetro e senza ornamento, incorniciate da un cordolo di calcestruzzo, a far da tappeto alle rose, in compagnia delle fresie gialle. Non si sa se vi siano state portate o se ci siano arrivate per loro conto, ma raramente vengono scacciate, anzi, vengono accudite e santificate come manifestazione di un privilegio personale accordato dall’Alto, simbolo di virtù cristiana, di fede, pazienza ed umiltà. Vengono raccolte dal sagrato delle aiuole con dolore e rispetto, per essere messe in minuti portafiori di cristallo sfaccettato davanti alla foto in bianco e non più nero, ma ormai grigio, della mamma in merletti il giorno della prima comunione, della zia morta giovane, del nonno disperso in guerra.

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Freesia refracta in giardino povero

Ho un certo ricordo legato alla Freesia refracta. C’era un tale, uno che mi diede un bacio (ma forse per sbaglio), che mi spiegò la differenza tra la Freesia hybrida, quella comune, che coltiviamo in giardino e compriamo al mercato rionale, e la refracta, creatura ruderale di luoghi rocciosi e asciutti, di giardinetti di paese nei quali si mescola alle violette in un accostamento di dolente empatia olfattiva.
Ed è proprio attraverso la differenza dei profumi che questo tizio mi spiegò le due specie.
Solo che io ho un olfatto senza niente di speciale, e forse non stavo neanche troppo a sentire, e quindi non mi ricordo. Scusatemi.

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