Risparmiare in giardino si può (su Houzz)

Lo diciamo subito per non illudere nessuno: il maggiore risparmio che si può fare in giardino è quello di evitare la manodopera e fare il più possibile da soli. È ovvio che a volte l’aiuto professionale è imprescindibile, ma una risorsa importante per la manutenzione ordinaria potrebbe essere quella di unirsi a gruppi di lavoro, ormai diffusi anche nei piccoli paesi. Facendo a turno per pulire o “fare il grosso” nei rispettivi giardini, si diminuisce il carico di fatica e in più si costruiscono relazioni durature e basate su una passione comune.
Ecco altre idee per recuperare energia, tempo e denaro!

Perché sto prendendo sempre più distanza con il giardino

Credo sia una fase necessaria dell’educazione del giardiniere prendere a un certo punto le distanze col giardino. Non con il concetto di giardino o l’idea di giardino, ma con le epifanie di giardino, cioè con le rappresentazioni materiali dell’idea e le procedure comuni ad esse legate.
Non so se questo rigetto, tutt’altro che improvviso, ma crescente negli anni, sia dovuto ad un legame con la Natura più forte e invincibile di qualsiasi altro. Il sentirsi parte di un insieme vitale, sviluppatosi in uno spazio localizzato (un pianeta), e ancor oltre, frutto di una lunga, eonica elaborazione di un insieme superiore e più grande (l’Universo così come lo immaginiamo), pone i giardini su un piano di valore totalmente disallineato a quello comune, cioè il punto di vista del giardiniere, dello storico dell’Arte, del progettista, dell’agricoltore, avvicinandolo a quello del naturalista e del biologo quando non a quello del narratore di fantascienza.
Da questo punto di vista i giardini perdono completamente interesse soprattutto nella loro diffusa forma di “falso borghese”.

Mara Miller scrisse che non esiste falso in giardino per via dell’unicità dell’elemento biologico. Credo che non ci sia concetto più sbagliato di questo. Il falso in giardino è presente quanto in pittura e in scultura, ed esistono giardini che sono come le statuette di gesso della Madonna, della bella contadina o della ninfa dei boschi, su cui è ben visibile la traccia laterale dello stampo. Giardini che sono come un “falso d’autore”, una stampa digitale di Monet incorniciata nella sala d’attesa di uno studio medico, giardini come le cartoline olografiche di Padre Pio sulla bancarella della fiera di paese e via via giù verso il basso, fino ai fiori finti e la palla di neve natalizia.
Mi ha preso un’avversione per questi giardini che mi viene la voglia di cancellarli con una potente riga rossa dalla dichiarazione di status di giardino.

Mi chiedo come gli altri non vedano il falso, la “forgery” soggiacente (Mara Miller, Garden as an Art, SUNY Press 1993). In Italia questi giardini nascono da un’imitazione, da pellegrinaggi verso le terre di Albione, Sissinghurst, Le Vastérival, Chaumont-sur-Loire o il Chelsea Fringe. Quando va bene. Quando va male sono frutto di visite costanti alla fiere specializzate, tour di vivai, abbonamenti a riviste anglofone. Sono il risultato di una buona condizione economica unita a tempo e risorse (acqua, accesso alle piante, alle informazioni, agli strumenti di mantenimento), che aspira a una dimensione più elevata, cioè quella proposta dai paesaggisti internazionali (che già sono copie di se stessi), di cui si raccolgono le suggestioni stilistiche più superficiali, più immediatamente visive, come le siepi di Wirtz, le onde di Hummelo, i cerchi di Jenks, le graminacee di Oudolf, ma che non si spinge ad una “sincera elevazione del gusto” (Guido Giubbini, Rosanova n° 24, aprile 2011).
Non hanno nessuna originalità, nessun estro, nessuna aspirazione. La massima ricerca è capire che fungo ha preso il prato o se tra questa e quella rosa è meglio il giallo freddo o il giallo caldo.
Insomma, raggiunta la maturità della tecnica orticola, intesa come cura delle piante e capacità di giustapporle, il giardino-falso lì si ferma. Persino la detestata brodura inglese fa qualche passo in più, arrivando a una capacità compositiva elevatissima che di per sé diventa stile e linguaggio. Come a Hidcote Manor, che supera il limite imposto dalla materia usata (non sobbalzino coloro che non accettano il termine “materia” per le piante: si intende qui la “cosa” di cui è fatta l’opera d’arte. Anche Michelangelo superò il limite della materia usata).

Le rose, in particolare, in questi giardini-falso, diventano emblema della “forgery”. Tutte identiche, tutte ben tenute, tutte straripanti di fiori, tutte antiche o anticheggianti, tutte straspampanate, tutte strabordanti e straromantiche al punto da farti prendere un attacco epilettico.
Povere rose, perché? Capisco allora certe frasi un po’ trancianti di persone che dichiarano una forte avversione per le rose. Per le rose usate in quel modo, senza alcuna misura nè criterio, sì.
Da creatura sensuale e mistica, la rosa diventa volgare e senza fascino, perfino ridicola e disturbante, presenza asfissiante, claustrofobica, nauseante.

Le pratiche di manutenzione, poi, così apertamente insostenibili dall’organismo “Terra”, non le tollero in alcun modo. Perché il giardino viene inteso come un mezzo per dimostrare una maggiore “bravura”, specie tra gli appassionati, e questa “bravura” aumenta esponenzialmente in misura della perfezione delle corolle.
Ma un vero giardino non ha paura del fango e degli insetti (Maurizio Usai, Rosanova n° 23, gennaio 2011)
Svegliatevi e prendete il vostro caffè: i fiori non fanno un giardino.

“Falso-borghese”: magari qualcuno si chiederà perché ho scelto questa locuzione. Perché si tratta di copie di giardini, copie non creative, non elaborate. Sono, in poche parole, la riproposizione acritica e pedissequa di strutture giardinicole già sperimentate e anche obsolete o obsolescenti. Strutture facenti capo alla bordura mista (legnosa, erbacea, francese o inglese, non cambia poi molto), in cui l’elemento centrale è la cura della pianta, che riconducono alla pratica hobbistica del giardinaggio e non all’idea creativa di un giardino, alla “kepoiesi”.
A questi giardini manca l’intenzione, manca quello che chiamo “il coraggio del passo del leone”, o “il coraggio della fede”, se siete spiritualisti.
Perché “borghese”? Perché oggi siamo tutti borghesia. Tuttavia il termine, usualmente, accomuna chi ha un maggiore potere d’acquisto, magari non elevatissimo, unito a un maggiore capitale culturale.
Non sono giardini “ricchi” ma dimostrano comunque un certo agio, e se consideriamo il fatto che il giardino sta ritornando ad essere molto costoso, anche “un certo agio” è una dimensione più ristretta di quanto non fosse vent’anni fa. Spesso sono piuttosto piccoli e sono sempre amatoriali. Nascono in un ambito culturalmente aperto e fertile, spesso aggiornato, ma non solido e profondo al punto da spingersi oltre l’imitazione.
Io li trovo immensamente tristi. Tristi per me, non per essi stessi. Anzi, di solito chi li abita è felice, e quello che ha fatto gli basta, in questo senso si potrebbe dire che sono “onestamente falsi”.
Sia come sia, io non riesco a trarne nessun profitto, nessun godimento interiore. Mi paiono come un libro scontato, un film scialbo, un piatto insipido. Sì, te lo mangi, ma devi avere davvero fame.
Questi giardini non parlano, sono muti. Io chiedo un giardino che parli anche ai sordi. Chiedo Arte, chiedo Poesia.
Non intristiscono per quello che sono, ma per l’occasione perduta, per ciò che sarebbero potuti essere, con la dote della leva calcistica del ’68: “Non aver paura di tirare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che lo giudichi un giocatore. Il giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia”.

Un caffè al volo (su Houzz)

Il caffè è un rito, un amico, una legalissima sostanza stimolante, ma molto più spesso una scusa per chiacchiere e confidenze. Un tavolo da caffè andrebbe abilmente dislocato in una zona non troppo vicina alla casa, per non essere uditi mentre si parla, e non dovrebbe avere più di due sedute. Solo così l’atmosfera di complicità e di “cospirazione” sarà perfetta.

Giardini belli anche quando l’acqua non c’è (su Houzz)


C’è chi ha fatto del giardino a basso consumo d’acqua una vera e propria tecnica di giardinaggio, detta xeriscaping (xero, in greco antico, significa “asciutto”), ma esistono anche i waterwise garden, cioè i giardini che usano l’acqua in modo estremamente saggio. Ad esempio, riciclando quella degli scarichi bianchi della casa o semplicemente creando dei dislivelli: in alto le piante con meno richiesta, in basso, dove l’acqua tende a raccogliersi, quelle con maggiore necessità. Cisterne in pietra (in alcune zone dette gebbie), ma anche fusti in resina o plastica, punti di raccolta sotto le grondaie, sono tutti sistemi importantissimi per avere un minimo di risorse idriche durante l’estate.

Considerate che anche una cisterna in pietra di grandi dimensioni non è sufficiente per provvedere all’irrigazione abbondante per tutti i mesi estivi, neanche se il giardino è piccolo (diciamo 500 m²). Bisogna mettere in atto qualche strategia e ammendare il terreno prima di mettere a dimora le piante. Un errore che si fa spesso è quello di pensare che se il terreno è fangoso in inverno, manterrà l’umidità in estate. È l’esatto opposto: il terreno compatto e argilloso si asciuga e si spacca in estate. Anche l’idea che possano crescere solo cactacee e succulente è errata: basta dare un’occhiata alla sterminata quantità di piante che compongono vegetazione e flora della macchia mediterranea e della gariga.

Il metodo più veloce per impedire che il terreno si secchi facilmente è quello di ombreggiarlo. Piantate quindi alberi decidui, che facciano ombra in estate e lascino passare i raggi del sole in inverno.

Come ottenere il meglio dal Geranium rustico (su Houzz)


I Geranium sono diffusi allo stato spontaneo in tutta Europa e nell’America del Nord. Esistono specie autoctone italiane (i botanici ne hanno contate 28), tipiche di ambienti molto diversi: dai prati asciutti fino alle zone palustri, da zone ruderali secche a quelle montane. Amano molto le zone montane a estate fresca, ma con una adeguata esposizione e una buona irrigazione estiva sopportano stoicamente anche i climi roventi delle coste mediterranee.
I Geranium sono quasi tutti rustici, essendo in genere originari di paesi freddi o montagnosi, ma alcuni sono delicati e non tollerano inverni rigidi.
La poliedricità botanica, le differenze, a volte sottili, tra specie e specie, catturano e affascinano al punto che, dopo il primo, si tende a collezionarli.

Anchusa azurea

Anchusa azurea

Non ricordo se i grandi poeti dellle erbe spontanee, nomadi, pioniere, vagabonde, ciclabili, urbane, guerrigliere, ferroviere, e a propulsione anemofila abbiano detto qualcosa sull’Anchusa azurea.
Probabilmente sì, e io non lo ricordo, forse non sarà stato memorabile. Preparatevi perché non sarà memorabile neanche quello che ho da dirvi io: mi piace immensamente il suo colore azzurro in fiori piccoli, radi, dai petali tondi, come quelli che disegnano i bambini. Sì, proprio un fiore da ora di disegno alle elementari, non fosse per la sua peluria spinosa, per il suo tomento e le foglie setolose, e tutti quegli accidenti botanici dai nomi ispidi che i bambini attribuiscono alle erbacce perché nessuno gli insegna il contrario.
A volte è di un noioso viola tendente al blu, ma quando è blu, è vero “blu klein”, e i fiori radi, il portamento aperto, ne fanno una di quelle piante così difficili da usare bene, in un bordo misto. Sarebbe facile sparpagliarla un po’ ovunque, vicino alle rose, al posto delle Nepeta, per non correre il rischio di apparire ovvi e scegliere sempre i soliti fiori blu “d’accompagnamento” ( Perovskia, lavanda, Salvia farinacea, Penstemon, lupini, Delphiunium, e tutta la compagnia delle spighe azzurre/malva/indaco/viola/violetto/violino e violoncello), ma allora apparirebbe troppo “erbaccia”, perché la sua bellezza non accompagna quella di fiori grassi e tronfi come quelli delle rose.
Una bustina di semi di Anchusa costa circa tre o quattro euro, alla fine siam tutti buoni a seminarla e farla crescere, ma a farne risaltare il deciso, eppur timido blu? Un blu puntuale, non invadente ma ben definito. Un blu che non deve coprire ma scoprire, e che non deve essere coperto, altrimenti sparirebbe.
Forse meglio lasciarla ai campi, dove il verde delle erbe le fa da sfondo, o ai margini delle strade, tra il grigio del cemento e il grigio più scuro dell’asfalto?
Non saprei.
Penso che meriterebbe di più in giardino, e non solo in quel tipo di giardino à la Oudolf, con graminacee, Allium e fiori che transitano dal reame delle erbacce a quello delle ornamentali, e viceversa.
Sarebbe bello sapere cosa ne pensano plantsman e plantswoman d’Italia.

Moongate, Shishi Odoshi e altre suggestioni dal Giardino Orientale (su Houzz)


L’arte del giardino orientale ha avuto un impatto incalcolabile sui giardini occidentali. Tante cose che diamo per scontate, come il giardino misto all’inglese, o i sentieri serpeggianti, devono la loro esistenza ai molti viaggi che giardinieri, esploratori, nobili e ambasciatori europei fecero in Cina e in Giappone.
Esattamente come per l’ukiyo-e diede l’avvio ad un’arte pittorica realmente moderna, anche il giardino occidentale ha subito il fascino di quello giapponese, le cui caratteristiche salienti sono la varietà e la ricchezza degli elementi e la capacità di ispirare lo stato meditativo.
Oltre ai noti sassi e il giardino di sabbia (Karesansui), moltissimi sono gli elementi a cui possiamo ricorrere per suggerire un’atmosfera nipponica in giardino. La cosa più importante è, ovviamente, rispettare il genius loci del vostro giardino, e non fare mai le “cose a caso”.
Lo stile giapponese non perdona errori.

Ho visto cose che voi umani… “Umanesimo e rivolta in Blade Runner. Ridley Scott vs Philip K. Dick” Rubbettino 2016

Blade runner4Alcuni libri capitano come spediti dall’alto, da necessità fatali e apparentemente indistricabili. Mi è accaduto con un saggio Rubbettino, della bella e preziosa collana “Cinema” diretta da Cristian Uva: Umanesimo e rivolta in Blade Runner. Ridley Scott vs Philip K. Dick.
Un libro che non mi aspettavo neanche per sogno, tanto i maledetti professori e patriarchi della cultura italiana hanno indottrinato il povero lettore su quanto miserevole sia la letteratura di fantascienza, e anzi, che tale letteratura sia di serie b, c, o d, e che il genere di fantascienza sia per ragazzini, secchioni, nerd e smanettoni.

Grazie e anatema su di voi, vecchie cariatidi scolorite e intelligenze nozionistiche!

Il blocco del lettore mi aveva colpita duramente, tanto che mi ero trascinata Tito di Gormenghast per tre mesi. Non che Mervyn Peake sia facile da leggere in una roboante traduzione Adelphi che restituisce dignità all’avverbio.
Per mesi ho aperto libri, fissato parole senza leggerle, mi sono addormentata con la luce accesa e la matita in mano, e richiuso il libro esattamente nel punto in cui l’avevo aperto la sera prima.

Revenant mi aveva quasi riportata in vita, nonostante non sia questa magnificenza che ne dicono, ma la “frontiera” per me è irresistibile, e ancora l’orrenda faccia di Leonardo Di Caprio non si era insinuata tra le pagine.

Ma per tirarmi fuori dal “blocco” ci voleva qualcosa che mi facesse sognare, e per me il viaggio tra le stelle è la dimensione narrativa più amata. Dopo la lettura di questo libro ho ripreso i romanzi, che considero meno avvincenti dei saggi, grazie all’aiuto dei validi amici del forum di Ten Forward , in particolare di capitan Siccardi, che mi ha spiegato  perché fa strano quando gli elfi sparano con la Beretta e perché devi sempre sempre sempre dire che fantascienza e fantasy sono due cose diverse, diversissime, pena l’essere banditi dalla galassia.
Così ne ho letti un po’ : Haldeman, Anderson, McMaster Bujold, Heinlein, e altri ancora ne voglio leggere. Mi è rinato l’entusiasmo.

Tutto è partito da questo libro: un confronto sapiente, dotto, speculativo, con punte di raffinata accademia filosofica, su uno dei film più amati nella storia del cinema e il suo padre letterario (Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, Fanucci), che mi ha convinta dell’inconsistenza degli indottrinamenti dei professori: balbuzie culturale e vertiginosa ignoranza su fatti che si fregiano di commentare.
Dentro questo saggio c’è un mondo intero, un modo che passa dall’architettura al design, dall’economia alla dimensione visiva, pittorica, scenica, a quella musicale e sonora, sofisticatissima e unica, di Vangelis, fino all’analisi introspettiva e spirituale (Dick era infatti un teista confuso ma fiducioso).
Non manca l’impatto più verosimilmente artistico, quello del Postmodern, concetto per molti ancora oscuro ma vivo e immersivo come l’aria che respiriamo.
Perciò grazie cari amici. Grazie amici androidi, amiche stelle, amica palta. Grazie ai Bastioni di Orione e ai raggi B.
Grazie amici libri, ora finalmente vi vedo.

Ridley-Scott-Blade-Runner-1982-still-da-film