Da “Cruella” a “Maleficient”, la genìa Disney delle donne cattive ma buone (ma cattive)

Insalvabile. Così mi viene da descrivere Cruella, il buon successo Disney, lodato dalla critica e dai tabloid pinkwashed per essere uno dei nuovi film trend del “femminismo mainstream”.

Niente, neanche la precisa e misuratissima interpretazione di Emma Stone, che tiene le righe senza andarci neanche un millimetro sopra, salva questo film pasticciato. Neppure il superbo, svavillante, incredibile, roboante e originalissimo ventaglio di costumi che la geniale e pluripremiata Jenny Beavan ha messo in scena. Niente, nulla, nix, nada, zippo: il film rimane seduto. Emma Thompson, scaltra e navigata, l’ha capito. In ogni singola scena si percepiva nei suoi occhi una sorta di commiserazione per lo stato dell’arte cinematografica e probabilmente per sé stessa e la sua carriera. Un: “Dio mio, come sono cadute in basso queste due” è scappato anche a me, più volte durante la visione.

Il problema è che non c’è più un “alto” dove tentare di andarsi a collocare. Questo è quanto offre il cinema statunitense. Vuoi lavorare? C’è Cruella da fare, se ti piace bene, se no cercati un pulcioso produttore coreano indipendente e vai a fare la fame.

Dopo Maleficient, Cruella è il secondo live action ripreso dai classici film animati, dove si assiste a un ribaltamento dei ruoli che trasfoma la villain in protagonista. L’operazione si presenta con le sembianze di un approccio innovativo, progressista e incline all’introspezione emotiva dei personaggi, lontano dai cliché abusati dalla Disney, di cui ormai anche le persone meno informate hanno notizia. Tuttavia siamo distanti da mutamenti realmente emancipatori, sia cinematograficamente che socialmente.

Considerando solo il linguaggio cinematografico, si sono semplicemente formati nuovi cliché narrativi, adatti alla società attuale, su cui poggiano questi film. Socialmente non c’è nulla di innovativo, ma tutto di accomodante. Viene data la rappresentazione di una donna che appare malvagia, e a tratti lo è, ma questa sua malvagità è spiegata con dei traumi vissuti in giovane età. La “risultante” è una figura fuori dall’ordinario, dotata di genialità o di sensibilità tradita, emarginata a causa delle sue qualità che la società non riconosce. Il film insomma fornisce una backstory alle spettarici totalmente ordinarie, che hanno traumi ordinari per quanto drammatici (padri violenti, mariti abusanti, famiglie prevaricatrici, per esempio), lasciando spazio alla costruzione di un’idea socialmente distruttiva, cioè che l’emarginazione sociale e la mancata comprensione nei nostri confronti sia dovuta alla individuale genialità e all’invidia del mondo.

Quanto di più sbagliato! Non veniamo rigettate dalla società poiché “siamo troppo splendide”, ma perché la società non è strutturata in modo inclusivo (per tutti e tutte). Sposta il demerito della mancata inclusione ai singoli individui.

Questo -lo dico chiaro- è un pensiero malato, e se non lo è, è un pensiero che produce malati.

Un pensiero che sostiene il regime patriarcale in cui vige il “divide et impera”. Le donne non si vedono tra loro come amiche, sorelle, non collaborano, non fanno squadra per ottenere ognuna qualcosa: sono nemiche tra loro. Ne deriva una legittimazione di odio verso le altre donne con una pretestuosa pretesa di essere migliori, più geniali, più sensibili e più meritevoli rispetto alle altre. Se siamo indietro è colpa delle altre donne, è perché noi valiamo troppo per questo mondo e le altre ci boicottano, è perché siamo invidiate per il nostro intrinseco valore. Non è mai perché la società è deliberatamente strutturata in modo da limitare le capacità espressive e l’accesso alle possibilità delle donne. No, la colpa è di altre donne, a cascata.

Cruella molto più di Maleficient, trascina spettatori e spettatrici in questo loop di errata percezione del sé e del mondo in cui viviamo, rafforzando un nuovo stereotipo, che la donna possa anche essere geniale, ma se lo è diventa perfida e la società ha il diritto di isolarla, o -in qualche modo- solo le donne traumatizzate possono essere geniali. Cruella assolve il patriarcato e tutti i suoi errori perché sottilmente invita a pensare che una donna non traumatizzata non possa essere davvero geniale. No, vi assicuro, le donne possiamo essere geniali con e senza traumi, come i maschi, e francamente preferiremmo essere geniali (ma anche mediocri) SENZA alcun trauma. Questo Cruella è davvero la rappresentazione fatta e finita di una auto-assoluzione sociale, più impalpabile dell’evidente e smaccato dualismo standard dei film animati Disney, che si avvia ad essere il nuovo e sottile “cliché principessa”, con la differenza che quello lo avevamo già sgamato, questo ancora no.