“The climber” di Shin’ichi Sakamoto, J-Pop Edizioni – 2011

Videorecensione senza spoiler

The climber di Shin’ichi Sakamoto è un esempio di manga in cui un disegno eccezionalmente curato non è sufficiente a portare la narrazione a un livello altrettanto elevato quanto quello grafico. Anzi, in qualche modo la quantità di dettagli e particolari (specie sulle attrezzature da alpinismo), sottrae qualcosa al ritmo narrativo, costringendo l’occhio a soste non necessarie.

Il manga è del 2009, e sente il decennio trascorso. I paesaggi sono infatti eseguiti con la tecnica -che allora andava molto di moda- di trasformare le foto in disegno. Oggi è un sistema che non piace più, anzi, viene stigmatizzato e affiancato alla contraffazione (in modo improprio e ingiusto – a mio avviso), tanto che le applicazioni per la trasformazione di foto in disegni sono ormai cadute nel dimenticatioio e lo stesso Instagram ha dimezzato i filtri disponibili.

The climber ha il difetto di privilegiare un comparto grafico appesantito da dettagli invadenti e confusionari, e di non riuscire in quello che ci saremmo attesi: portare il lettore nel mondo dell’inaccessibile, dei paesaggi estremi e sconosciuti, di un mondo che si percepisce più con la mente che con i sensi annebbiati.

Una serie di vignette che raffigurano paesaggi urbani o alpini, attraverso fotografie modificate con filtri.

Se vi interessa sapere come (più o meno) si realizza questo tipo di disegno date un’occhiata a questo link di Francesca Urbinati.

Forse nata come richiesta editoriale o come esplorazione delle possibilità della tecnologia, non ha aiutatao molto il manga, e sebbene sia ancora molto usata, questa tecnica applicata in modo così netto, è stata abbandonata.

Il racconto non esplora molto bene le figure femminili, a cui lascia poco spazio, solo per scene di sesso. Nessuno dei personaggi femminili ha una caratterizzazione forte (tranne la collega di lavoro di Buntaro, descritta con fattezze zombesche), un ruolo narrativo che non sia aderente alla sfera sessuale o romantica. In questo i cliché sono inemendabili.

Disastroso il lettering, che copre parti significative del disegno, e di cui parlo con maggiore accuratezza nella videorecensione.

I volti sono resi con verosimiglianza, specie dove siano uomini anziani, dal volto brutto, segnato. Gli uomini giovani corrono il rischio di avere volti un po’ troppo simili tra loro e espressioni o accigliate o assenti, senza via di mezzo. Le donne sono disegnate in modo stereotipato e tutte eguali. Da questo punto di vista Sakamoto è stato carente. A volte alcune espressioni sono meramente didascaliche e tirate giù di peso da fotografie da National Geographic.

Consiglio la lettura di questa recensione molto approfondita anche su temi narrativi che io non ho affrontato. Sul blog Mymillenniumpuzzle