Intervista a Gioacchino Criaco

da “Riviera” 26 settembre 2015

anime nereNon ha bisogno di presentazioni Gioacchino Criaco, autore del romanzo da cui è stato tratto il capolavoro di Munzi, pluripremiato ai David di Donatello.
Ai molti che l’hanno conosciuto dopo il suo successo con Anime Nere (Rubbettino Editore), ricordiamo volentieri che Criaco è stato collaboratore di questa testata, che ha visto pubblicati numerosi suoi articoli e racconti in un fertile periodo sotto la direzione di Pasquino Crupi.
In vista dell’uscita del suo nuovo romanzo Il saltozoppo edito da Feltrinelli, su cui per ora si impone un certo “mistero” editoriale, abbiamo avuto il piacere di sentire qualche sua opinione riguardo alla Calabria.

È proprio vero, come dicono in molti, che il problema più grave della Calabria è la ‘ndrangheta?

Lo ripeto ormai da otto anni: la ‘ndrangheta è un alibi per celare problemi più vasti e complessi, interessi che si interlacciano tra loro, frutto sì di disegni più ampi, ma anche di noncuranza, di un male molto più esteso. Questo non significa che la ‘ndrangheta non esista o che non sia un problema. Ma significa che è un fenomeno che trova le sue basi in una società disfunzionale, che non offre opportunità di lavoro o di una vita in cui il cittadino si senta davvero custodito e protetto dalle autorità. Una società che potremmo definire “normale”, in cui, evidentemente, l’incidenza di fenomeni malavitosi è necessariamente minore.
Fino a che non ci sarà un progetto coeso per la definizione e la risoluzione dei problemi del Sud, e dunque una classe politica competente, positiva e attiva, non ci sarà alcun cambiamento vero, solo “politichese” in mille versioni.

Tuttavia sono stati espressi dei progetti riguardo ad una rinascita politica del Sud, e mi riferisco al Separatismo.

Io vorrei un mondo senza barriere e senza confini, tra l’altro sono un uomo del popolo, e ritengo che il popolo si sia trovato sempre male sotto qualsiasi regnante. È chiaro che i nostri problemi locali sono così forti che circoscriverli aiuterebbe quantomeno a comprenderne la natura, ma per farlo occorre una fortissima autonomia, e con autonomia non intendo solo una autonomia politica, ma economica e soprattutto di pensiero e di capacità analitica. Un governo locale dovrebbe essere molto forte: una separazione non condurrebbe in automatico alla risoluzione dei problemi. Ma per fare questo c’è bisogno di non una, ma di molte voci autorevoli, e in giro non c’è proprio nulla di autorevole. Ci vuole una classe politica calabrese che prima definisca i nostri problemi e poi le linee per risolverli. In realtà noi non abbiamo neanche capito quali sono i nostri veri problemi, e abbiamo un disperato bisogno di qualcuno che ce li spieghi per poterli affrontare.

Dobbiamo essere grati a quel tipo di saggistica che ora incontra un vivace riscontro di pubblico, che ha spiegato le “ragioni del Sud”?

Che l’Unità d’Italia non sia stata ciò che si racconta è ormai accertato. Ma spesso la verità è nel mezzo. Molti di questi libri contengono errori, falsi storici. Noi dobbiamo recuperare l’autentico fatto storico, documentato, e non cavalcare un’onda editoriale per un vantaggio economico personale. Non tutti hanno le competenze di chi ha speso una vita per studiare i problemi storici ed economici del Sud, anzi, spesso sono scrittori improvvisati, che caricano i loro libri di revanchismo e sfruttano l’ideale dell’ “orgoglio meridionale” come si farebbe con frusta e cavallo. Così siamo fregati due volte, perché queste cose ci ritornano addosso come un boomerang.

Dopo l’ultimo rapporto Svimez, credi che ci sia ancora una speranza?

La cosa che mi spaventa di più sono le previsioni sull’emigrazione: se è vero che nei prossimi vent’anni 400.000 calabresi emigreranno, noi non esisteremo più come etnia.

A tuo parere l’impoverimento del Sud, e il suo probabile futuro annientamento, fa parte di un disegno più esteso o si tratta di concause accidentali?

Si sono intersecate delle cause: c’è insipienza, negligenza, molta più ingenuità di quanto crediamo, ma anche interessi specifici. Ci hanno più volte detto che per il Nord siamo una zavorra, che il Nord sarebbe un grande paese, che primeggerebbe economicamente in tutto il globo, se non fosse per il Sud. Ma la verità è che il Nord non sarebbe neanche esistito se non fosse stato per il Sud, per la forza lavoro che ha letteralmente costruito il loro “miracolo economico”. Senza di noi non sarebbero nulla. Ovviamente c’è chi ha sostenuto questa ideologia politica, in perfetta malafede, affidando ai poteri locali meridionali il compito di trasformare il Sud in ciò che si voleva far vedere dall’esterno.

Più volte abbiamo sentito dire, e constatato noi stessi, come a livello televisivo la Calabria non conti nulla (quando in TV passa un documentario sulla Calabria si grida al miracolo e i social fanno battage). Mentre a livello letterario c’è molto più fermento. Tuttavia le storie più apprezzate rimangono quelle attinenti al tema della malavita, della mafia, della ‘ndrangheta. La cosa ti sorprende, ti infastidisce? Che opinione ti sei fatto in proposito?

Non ho nessuna opinione, ne prendo atto e basta. Spiegare un territorio dipende anche dalle capacità economiche e politiche di quel territorio, soprattutto evidenziarne il meglio. Noi non abbiamo forza giornalistica tale da poter scrivere un libro su un argomento qualunque. Dobbiamo basarci sulle eccellenze personali, individuali, che ci sono e hanno evidente difficoltà ad emergere. In venti anni l’unica cosa che ha interessato l’Italia è stata la ‘ndrangheta, perché di questo la Calabria doveva essere specchio. Tutto il resto è fuori, quindi sei fuori dal mercato. Allora è necessario usare i pochi strumenti in nostro possesso, uniti alla fantasia, e a calare pensieri, idee universali in un contesto che interessa agli altri. In questo modo diciamo quello che piace, ma diciamo anche quello che vogliamo.

Un’ultima domanda più pratica: sei uno scrittore che crede più al duro lavoro (alla scrivania dalle nove alle sette, come dice Stephen King) o alla fantasia di De Gregori (“non aver paura di sbagliare un calcio di rigore”).

Tutte e due le cose. Il genio e la fatica si devono unire. Scrivere e riscrivere e aspettare o cogliere l’attimo della genialità.

criaco

Fahrenheit Radio3 l’ha cannata sul giardinaggio (come al solito)

Seguo Fahrenheit solo occasionalmente e sempre un po’ a smozzichi, tra una commissione in farmacia e una corsa in redazione. Non ne sono entuasiasta, ma quando lo trovo, lo ascolto volentieri. A volte è molto interessante, altre si adagia su una cultura superficiale e un tantinello commerciale.
Oggi veniva presentato un libro: La ladra di piante di Daniela Amenta, un’occasione per parlare di giardini e giardinaggio, che tirano sempre da aprile a settembre, per cadere nel profondo oblio mediatico in autunno e in inverno (quando il vero giardiniere lavora davvero).
Mi cade l’orecchio su una frase: “Le piante sono inanimate”.
Credo di essere sobbalzata sul sedile dell’auto e di aver per errore azionato i tergicristalli.

Se per “inanimato” vogliamo intendere “privo di autocoscienza, di intelletto, di ragione, di autodeterminazione e di organizzazione sociale”, in breve “esseri non senzienti”, posso anche essere d’accordo. Ma le piante sono ben lontane dall’esssere inanimate se con il termine “anima” si intende l’antico concetto greco, cioè “anemos”, spirito vitale, vento, movimento.
L’anemometro è lo strumento che usiamo per misurare la velocità del vento, e i “cartoni animati” sono tali perché si muovono. Gli animali vengono detti tali poiché ritenuti istintivi, in grado solo di muovere il corpo, spostarsi, quasi senza volontà.
Ovviamente anche un ragazzino appassionato di biologia sa che le piante si muovono, attraverso viticci, rami, semi e propaggini, proprio come se camminassero con i loro stessi piedi, non diversamente da quanto sono in grado di fare gli Ent di Tolkien.
kudzu+15
Pueraria lobata o Kudzu, tanto per fare un esempio.

Le piante possiedono una quantità incredibile di modi per reagire e interpretare i segnali esterni, sono in grado di esercitare una sorta di comunicazione tra loro, attraverso segnali biochimici. Non sono senzienti, ma sono esseri viventi. La parola “inanimato” non calza affatto e non voglio neanche provare a capire come possa venire in testa quando si parla di piante, di Natura.
Il fatto è che le piante si muovono più lentamente degli Esseri Umani, e qui “il deficit di attenzione del mondo moderno” colpisce ancora, facendo pronunciare a Lipperini questa frase rivelatrice di una superficialità esplosiva.

Andiamo avanti. A ridosso delle piante inanimate mi tocca sentire la SOLITASOLFA della botanica.
Il giardinaggio e la botanica sono due cose completamente differenti: basta il dizionario, vi assicuro.
Il giardinaggio è la pratica della coltivazione delle piante e di disporle secondo uno schema gradevole.
La botanica è una scienza finalizzata alla classificazione delle piante in famiglie, generi, specie, ecc.
Personalmente non mi è mai arrivata notizia che Linneo fosse un abile giardiniere, per contro John Bartram, che aveva scarse o nulle conoscenze di botanica, era un coltivatore formidabile.
Solo chi non conosce le immense sfide del giardinaggio, e quelle ancora più complesse della creazione di un giardino, può immaginare di nobilitarlo chiamandolo “botanica”, poiché il giardinaggio contiene la botanica, ma non viceversa.
Non posso addentrarmi nella distinzione tra giardinaggio e kepopoiesi per non stancare il lettore.

Proseguiamo oltre: se la botanica si insegna alle università, il giardinaggio non c’è scuola che lo insegni.
Gli istituti di agronomia e le Facoltà universitarie sfornano tecnici che considerano i vegetali come una merce: pomodori in scatola e fiori recisi. I pochi corsi di tecniche a scopo ornamentale sono del tutto insufficienti, al di sotto di qualsiasi manuale corrente. Ne consegue che i dottori in Agronomia sono in genere ignoranti su ogni cosa che riguarda il giardino ornamentale, ma avendo appeso al muro un titolo universitario, si comportano con arroganza e disprezzo. I pochi agronomi dotati di capacità creativa ed estetica, l’avevano anche prima di mettere piede nelle aule universitarie.

I corsi di paesaggismo e architettura del paesaggio sono praticamente ridicoli e comunque vincolati alle Facoltà di Architettura e Ingegneria.

In Italia un bravo giardiniere s’è fatto sempre e comunque da sé, attraverso lo studio continuo e la pratica indefessa e MAI attraverso un solo ed esclusivo percorso scolastico. MAI.

Concludendo: questa gran confusione tra giardinaggio, creazione di un giardino, botanica e agronomia è tipica dell’Italia ignorante in ogni cosa che riguardi la natura e la biologia.

Se uno confondesse il greco col latino, cosa pensereste?

Io penserei che s’è giocato ogni credibilità.

256 sfumature di confusione

color-thesaurus-correct-names-green-shadesÈ da qualche tempo che ho maturato una certa difficoltà nel farmi capire quando parlo dei colori. Mi chiedo se sia un problema tutto mio o se sia generalizzato. Forse è qualcosa che ha a che fare con la nomenclatura del Novecento, perché io nel Novecento ci sono nata.
Anche voi, fidi lettori, vecchi babbioni del secolo precedente, avete le mie stesse difficoltà? Avete continue incomprensioni con l’estetista, il parrucchiere, le commesse dei negozi di abbigliamento?
Io sì.

In genere -quando non mi ritrovo con le loro palette- sto zitta e cerco di riadattare la mia paletta alla loro. Mi sforzo di capire dove collocano i colori secondari, i freddi e i caldi. Ma vi garantisco che è difficile. Quando sento dire: “Il cedro è un colore caldo” o “Ma non è grigio, è tortora!”, mi viene da svenire e mi torna in testa una frase del mio lessico familiare: “Non è pesce: è tonno!”.
Mi ritrovo a dove usare i colori primari, e descrivere i secondari come mescolanze: “Intendi dire quel giallo verdino?”.

Penso di essermi scombussolata il cervello, di aver perso l’occhio, di avere un astigmatismo galoppante o un daltonismo incipiente. Poi parlo con gli amici giardinieri, con i colleghi pittori, e tutto magicamente si incasella. Nessuna incomprensione, tutto va al suo posto: temi di non essere compresa, ma ti accorgi che dall’altra parte il messaggio telepatico contenente quella certa frequenza e lunghezza d’onda, è arrivato senza fraintendimenti.

Allora perché le etichette sono così confusionarie?
La spiegazione è semplice, ma quello che c’è dietro è molto complesso. Sono le merci che provengono da altri paesi a non essere etichettate in maniera coerente con le nostre vecchie diciture, e -anche peggio- non coerente tra loro. Noi acquistiamo le merci (in realtà solo le merci che acquistano noi, ma questo è un altro capitolo della storia), leggiamo le etichette, apprendiamo che quel cappello o quello smalto sono di quel colore, e lo trasferiamo ad altri oggetti, i quali non hanno la stessa provenienza e hanno etichette differenti, con un colore differente. Iniziamo pertanto a utilizzare i due termini in maniera interscambiabile, facendo confusione.
Le parole migrano molto velocemente.

Esempio lampante: il viola. Noi per viola intendiamo una mescolanza più o meno equilibrata tra il pigmento azzurro e quello magenta.
Viola caldo se è più magenta, viola freddo se è più blu. Viola scuro se è più saturo, viola chiaro, lilla o ciclamino se c’è più bianco.
Con l’importazione di merci e colori americani, è diventato comune l’uso di indicare come “porpora” i colori viola. Perché per gli anglofoni il porpora è un viola acceso, mentre “violet” è un color viola freddo, a seconda dei casi c’è pure un po’ di grigiolino.
Non sono proprio termini invertiti ma quasi. Basta che diate un’occhiata alle pagine di Wikipedia inglesi o americane, cercando “purple” e “violet”.
Il fatto è che da noi il porpora è un rosso acceso, scuro, saturo. Eppure spesso sono costretta a usarlo per intendere un viola scuro e freddo, che noi indichiamo genericamente con il termine “indaco”. Ma se dico “indaco”, di solito le persone pensano ad un azzurro chiaro, ceruleo.

color-thesaurus-correct-names-grey-shadesI grigi. Anche qui un bel casino. Il grigio è il colore degli anni ’10. Fino a poco tempo fa usato come sinonimo di “cementizio, abbandonato, mortifero, deprimente, anonimo, impersonale”, ora il grigio è status di eleganza.
Il colore che mi sorprende è il tortora. Vi prego, arrotate le erre quando lo leggete. Torrrrr-tou-rah.
Qualche anno fa, in una sfilata importante, alcuni stilisti coniarono nuovi termini per i colori, come il famoso “greige”, un misto tra il marrone e il beige.
Bene, ricordo con estrema precisione una puntata di “Che tempo che fa” in cui Fazio ironizzò sulla necessità di coniare nuovi termini, dicendo: “Ma i nomi per questi colori non c’erano già? Ad esempio il greige non si chiamava tortora?”.
Non so se gli stilisti furono colpiti, evidentemente come lo sono stata io, dal ricordare l’esistenza del color torrr-tou-rah, ma sta di fatto che il tortora impazza (e anche le tortore, uccelli che evidenziano l’impoverimento della biodiversità della fauna periurbana), per quanto le tortore siano più grige che tortora.

La confusione tra verde, turchese, azzurro e blu, è tale che non riesco a scriverne.

Grandissimi pasticci anche per quanto riguarda la temperatura dei colori. A quanto pare “freddo” è diventato sinonimo di scuro, mentre “caldo” di luminoso, quindi poco saturo o con molto bianco.
Il giallo freddo è un mistero della fede per molti.
Verde caldo o verde freddo sono esclusi dalla sfera della merceologia, ci sono solo tinte esotiche, come “verde bengalese”, “avocado”, “lime”, “jungla” “pakistan”, e vi giuro, in un colpo di politicamente corretto, anche un “islamic green”.

Conierò un nuovo nome anche io, il “blu roccella”. Se volete sapere che colore è, prego avvicinarsi alla spiaggia di Roccella, in zona Dogana, verso le quattro dei pomeriggi invernali.

La citazione come elemento distintivo del Postmodern

Un paio di giorni fa, su Radio3, andava in onda un’intervista a Franco Micalizzi sulle numerose citazioni di Quentin Tarantino della sua colonna sonora di “Trinità”.
Micalizzi ha detto qualcosa del genere: “Vengo da una scuola in cui eravamo abituati a comporre musiche originali, l’unicità era ciò che ci distingueva. Ma se altri si trovano bene nell’esprimersi attraverso ciò che ho scritto io, a me fa solo piacere, tantopiù che Tarantino lo fa in modo splendido”.

Poi sono dovuta andare a fare la spesa.

Non è la prima volta che mi capita di sentire qualcosa di analogo, quando mi interrogo sulla natura della citazione: “esprimere se stessi, ma con i termini già fatti da altri in precedenza”.
Se questo è senz’altro vero per la citazione scritta, non lo è sempre per quella visiva o musicale.
Come tutti, sono affascinata dalle citazioni, dagli aforismi e dai brevi proverbi. Sono quel tipo di persona che non ricorda le date e i nomi, ma che sa a memoria interi film, battuta per battuta. Sì, sono una di quelle odiosissime persone che mentre la famiglia è riunita a vedere un film, dice la battuta un secondo prima che esca dalle labbra degli attori.
A volte rispondo frasi apparentemente sconnesse e senza senso:

“E come ci piace la pastella a lei? Normale, al dente o ben cotta?”.
“Era buona la totta?”.
“Sì, però è un caldo asciutto!”.
“Follia completa!”.
“Scusi il francese”.
“Alla grande grande”.
“È stata una giornata brutta brutta brutta”.
“A chi, al tonno?”.
“Sì, la torta la prendo, ma non riscaldata”.
“Tu sei quello che i francesi chiamano “les incompétents” “.
“Piccoli bambini negri di Shimoga più ritardati che io”.
“Stronzo inutile!”.
“Inconcepibile! Del tutto, in qualsiasi altra maniera, inconcepibile!”.
“Travalica la mia capacità di razionalizzare”.

Credo che mai come in questa epoca storica la citazione veda il suo momento d’oro. Non solo la citazione pura, quella dei tesauri o degli almanacchi, delle agende e dei calendari. Intendo proprio la citazione artistica, cha a volte diventa appropriazione di un’altra opera d’arte.
Da studentessa ho imparato a guardare la citazione come un escamotage, tollerata se ispirata alla cultura istituzionale o elevata. Solo i più ardimentosi pescavano nel magma della cultura pop.
Era pericolosa, malvista.
Solo le rock star, i registi, i grandi fotografi, erano ammirati quando riuscivano ad inserire una citazione all’interno delle loro opere. Tutto il resto del mondo era biasimato.

Oggi la citazione artistica è un elemento quasi necessario per farsi comprendere, per parlare agli altri. Le opere originali sono considerate o “visionarie” o “cerebrali”.
La mole di film che citano film che citano altri film, è una testimonianza tangibile, poiché -su tutto- il cinema si presta ad accogliere suoni, parole e immagini, e quindi citazioni provenienti dalle più disparati fonti, anche diverse, mescolandole.

La citazione non è solo un mezzo espressivo attraverso le opere altrui, ma -dopo attenta e lunga anlisi- sono arrivata a concludere che sia uno degli elementi distintivi del Postmodernismo.
Giubbini scrisse che viviamo in’epoca senza stile, come paradigma artistico, non come “classe” o “raffinatezza”.
Il Postmodern si qualifica per non possedere uno stile a margini fissi, ma proprio per il suo eclettismo, molto più ampio di quanto possa essere stato ogni eclettismo passato, grazie alle suggestioni che provengono da ogni parte del globo. Il Postmodern non è riuscito a individuare una serie di regole estetiche precise, nuove, proprie. Ma le ha mutuate dai periodi precedenti, fondendole in un modo perfettamente riconoscibile.

E allora vedete che piano piano ci stiamo arrivando: non è cosa ma come. È il modo in cui questi elementi vengono isolati, frattalizzati, incollati o fusi, su cui si basa lo standard of taste del Postmodern.
Se ne evince che l’originalità non trova facile collocazione all’interno di un insieme eterogeneo. Non si capisce cos’è e la si ignora come elemento estraneo o non pertinente.
Mentre ciò che già risiede nell’immaginario collettivo, vuoi per la sua grande potenza espressiva che per la sua età, assolve meglio alla funzione “copia e incolla”.

Conclusione: ringrazio tutti coloro, dotti e professori, a cui ho posto questa domanda e che mi hanno risposto in modo superficiale e disattento. Ringrazio la mia autonomia di pensiero e la capacità di attendere l’input giusto, e -ovviamente- il signor Trinità.
lo chiamavano trinità

L’etica dell’informazione giardinicola

Esiste un’etica nell’informazione giardinicola? Secondo alcuni sì. Si tratterebbe di rinunciare ad ogni commento nella stesura delle informazioni orticolturali che riguardano le piante. Un po’ come accadeva prima degli anni ’30 negli Stati Uniti, quando si richiedeva ai giornalisti la precisione e l’asetticità delle informazioni: “Tanti piselli un tanto al sacchetto” era il motto dell’imparzialità giornalistica.
Ai commenti si darebbe spazio nelle riviste, non nelle enciclopedie. Ha una sua logica, bisogna dire, purché nelle riviste l’informazione non si riduca al puro commento, come spesso accade.
Il commento è nè più nè meno che l’esternazione della personalità dell’autore, del suo gusto, della sua esperienza (o mancanza di esperienza), dell’ambiente sociale e culturale dal quale proviene,del suo sesso, età, cultura, preferenze botaniche, principi estetici, etici e morali, persino del suo essere a conoscenza del target a cui punta.

Molti si lagnano che la Garzantina di Pizzetti non sia un’enciclopedia, ma una sorta di ibrido tra un pamphlet, un diario personale e un libro sui fiori.
Il valore delle Garzantine è sempre stato quello propedeutico ad altre letture più specializzate, pur mantenendo un’imparzialità informativa di base che le ha da sempre rese strumento importante di consultazione scientifica per studenti e studiosi.
In questo senso dovremmo ammettere che Pizzetti tradisce ben volentieri questo principio, non limitandosi -giornalisticamente parlando- allo straight reporting, ma allo interpretative reporting che -ad oggi- è il modello di tutti i più importanti giornalisti professionisti.

Quindi la Garzantina dei Fiori si pone in maniera anomala rispetto alle altre garzantine, e io credo che non potesse essere differentemente visto il personaggio che l’ha realizzata e il tipo di materia analizzata, così subdolamente al confine tra la scienza esatta e l’arte più volatile.
Che Pizzetti non riuscisse a dire “tanti piselli, un tanto al sacchetto” senza infilarci più o meno di straforo un suo commento, era un dato inevitabile. Pizzetti era un artista, oltre che un giardiniere, anzi, forse era più un artista-giornalista che un giardiniere. Un po’ come Vita Sackville-West, di cui si dice che fosse il suo giardiniere a tenerle in piedi il giardino e che i suoi gusti non fossero poi così raffinati. Ma gli articoli! Oh, gli articoli! Quelli sì che sono dei capolavori, forse ancor più del suo giardino stesso. E pensare che lei li disprezzava chiamandoli: “Quella robetta che mi pubblicano sull’Observer“.

E allora? Cosa dire agli amici che cercano informazioni “assolute” su piante e fiori? Io personalmente direi che esistono altre enciclopedie molto buone e del tutto imparziali a cui attingere, e poi c’è l’esperienza diretta. L’errore in cui si cade è “divinizzare” un opposto o l’altro. Il filosofare senza fare (di cui a qualche coglione sembra che io sia paladina solo perché mi mancano i soldi per comprarmi le piante) e il fare ottuso, privo di qualsiasi connotazione estetica o emotiva, di qualsiasi interpretazione, domanda o riflessione.

Pizzetti non è infallibile e a volte dà dei consigli su cui francamente si può sollevare più di un’obiezione. Molte sono le piante su cui si appunta il suo sdegno per come vengono usate, molte altre sono quelle sulla cui bellezza ironizza. Alcune sono quelle per cui prescrive situazioni estetiche particolari, ma in nessun caso mi è capitato di leggere un giudizio così severo come sui gladioli.
Il gladioli, secondo Pizzetti, sono appena accettabili in vaso, mai in giardino. È una affermazione non troppo ben spiegabile soprattutto perchè posta come un diktat.
Speriamo non molti ne tengano conto, immaginando che Pizzetti dovesse avere un suo motivo particolare per sconsigliare i gladioli in giardino.

I gladioli sono molto belli in giardino, invece, sia nella ormai indistruttibile brodura mista (apice della ottusità giardinicola italiana), sia in versione cottage che in variante “Lloydiana”-tropicaleggiante, dove il fogliame slanciato è apprezzato, sia in versione prairie, tra le graminacee, che ne smorzano l’effetto spadiforme che a molte signore chic non piace, tra fiori semplici che punteggino l’erba (anzi, a questo scopo Pizzetti consiglia di usare il G. byzantinus). Tra l’altro in mezzo all’erba alta, il gladiolo sarà sorretto e perderà quella brutta abitudine di piegarsi all’attaccatura del colletto, evitando il fastidio di sorreggerli con cannucce.
Ma molto meglio rendono in quei giardini dalla terra grossolana, al limitare tra campagna e città, lungo un muro esposto a sud, vicino ad altre bulbose come narcisi, anemoni, crochi, ecc. Un cutting garden all’italiana, insomma. Una macchia di gladioli in un vecchio giardino, tra un hibiscus e una vetusta magnolia, un po’ dietro il fogliame compatto degli asparagi, da raccoglierne qualcuno quando si passa col cappello di paglia in testa per proteggersi dal caldo. Un cespo fitto e non diviso di gladioli nella villetta di una vecchia stazioncina di provincia, dove fioriranno indisturbati da Trenitalia. Gladioli “mediterranei”, d’accordo, ma ogni pianta ha la sua vocazione in luoghi che hanno una vocazione. Se il luogo non ha vocazione, nessun fiore lo renderà bello.

Per finire come non citare il famoso Gladiolus psittacinus, accorsatissimo dai designer più estrosi, o il Gladiolus tristis, dalle sfumature crema-verdastre, amatissime per gli accostamenti più raffinati. O dei gladioli a fiori meno serrati e gola macchiata, come ‘Elvira’, ‘Ninph’, Prins Claus’ o il bellissimo G. papilio, dai curiosi fiori reclinati, anche questi macchiati di verde e porpora.

E per i gladioli in vaso? Io ritengo che il miglior modo di coltivarli sia piantarli in massa, cromaticamente omogenea o no, purchè il vaso ne sia completamente pieno e in estate trabocchi letteralmente.

A quel punto si potrà avvicinare a qualche altro vaso o lasciare isolato a seconda delle preferenze.