Tulbaghia violacea m’hai annoiata a morte


Lo so, dire male della Tulbaghia è come sparare sulla Croce Rossa. Poverella, anche in estati torride con un po’ d’acqua qualche fiorellino te lo fa. Non muore, e questo è già tanto. Se proprio non vede una goccia che sia una da maggio a settembre, bene o male con le piogge autunnali si riprende. I fiori sono stellati, il colore è pure bello, che potremmo chiedere di più?
Intanto mannaggia quanto puzzi, signora mia. Non ti si può toccare che sembra di aver messo la testa dentro una bagnacauda.
E poi sei sempre uguale, te possino.
È pur vero che stai lì da vent’anni, ma ho paura di metterti in terra ché qua diventa un campo di aglio.
Una volta per riprenderti a momenti dovevo chiamare un trattore: le piante che ci stanno a Siderno sono tutte figlie tue: e che sei, una coniglia?
Datti pace, trovati un hobby che ti distragga! Fai vela, prendi la patente, vestiti, esci un po’. C’hai ‘ste cose morte addosso, ‘ste infiorescenze, ma così screnche che manco Oudolf le vorrebbe.
Ragazza, qui bisogna che te do ‘na mossa, eh.

La “Zoppa”

A Siderno vive una signorina che viene chiamata “la Zoppa”. È una donna piccola, magra, un po’ stortignaccola e con disturbi di afasia, tanto che a volte, oltre a “Zoppa” viene chiamata anche “la Muta”.
Da noi il soprannome viene detto ‘ngiuria, ma non in senso dispregiativo. Molte persone se lo fanno scrivere sotto al manifesto funebre, altrimenti nessuno capirebbe chi è il morto.
Ovviamente “Zoppa” e “Muta” sono un po’ diversi dalle ‘ngiurie comuni, perché evidenziano una diversità, una malformazione, una incapacità.
Al lettore le proprie conclusioni.

La Zoppa viveva in casa col fratello, che ha accudito fino alla di lui dipartita. Si dice che questi la trattasse male, che la insultasse; ma la Zoppa, non avendo né lavoro né indipendenza, era costretta a stare in casa e a sopportare le sue sfuriate. Non so quante ne abbia passate la Zoppa, e se ne passi ancora. La vedo sempre con i sacchetti della spesa, pioggia o solleone. Una donnina composta, con un viso floscio alla Braccobaldo, una bocca mai sorridente e mai triste, i capelli corti, come un maschio. La mia curiosità umana per la Zoppa -confesso- è enorme.
Non so se ci sia nata, zoppa, o ci sia diventata. Una cosa deve esserle stata subito chiara: nella sua famiglia era lei l’orso bianco della fiera.
Non avendo da portare in seno alla famiglia altro che (presumo) una pensione di invalidità, la sua vita si deve essere ben presto tradotta nello svolgimento di compiti di accudimento familiare. Le spese sicuramente limitate a quelle alimentari, non essendo la Zoppa in grado di compilare una distinta in banca o di dettare un telegramma.
Non essendo bella non è stato possibile maritarla. È venuto meno quindi il ruolo primario della femmina, quello di bestia da riproduzione. Un matrimonio è anche garanzia di una collocazione sociale positiva.

Quindi alla Zoppa non è rimasto che fare avanti-indietro con i sacchetti della spesa, e su e giù per le scale quando qualcuno aveva bisogno di qualcosa.
Spesso i destini di donne né zoppe né mute sono questi, arruolamento coatto nell’esercito di famiglia, in cui non si è altro che un soldatino agli ordini di chi comanda.
Non penso che La Zoppa se ne sia resa conto, o se lo ha fatto ha creduto che il suo destino fosse giusto, inevitabile. C’è chi se ne rende conto, e riesce a scappare in tempo. C’è chi se ne rende conto dopo decenni, convinta che no, non potrà mai accaderle ciò che ha visto succedere a quella poverella. E nel frattempo che la convinzione di non essere l’orso bianco della fiera aumenta, di pari passo amenta la sottomissione. Quando si realizza di essere sempre stati l’orso bianco della fiera, ormai le ginocchia sono consumate, sono arrivate la flebite, la menopausa e la calvizie. Ma il più delle volte -il più delle volte- si continua a farlo, continui a essere l’orso bianco della fiera perché non hai altra scelta, esattamente come la Zoppa.

Il caso Paradine

Eva peccatrice


Qualche giorno fa hanno rimandato il classico “Il caso Paradine”, non esattamente uno dei miei preferiti di Hitchcock.
Da ragazzina Alida Valli mi sembrava di una bellezza olimpica, una regina di ghiacci eterni. Capivo già allora che un nome italiano in un film americano e prestigioso era un evento raro, perciò la squadravo, ne osservavo i movimenti del viso, assorbivo il tono drammatico del doppiaggio.
“Il caso Paradine” era uno dei film preferiti di un signore che conoscevo, un uomo buono ma dotato di certi spigoli di autentica malvagità. Come molte persone che hanno frequentato casa mia, era un misogino. La signora Paradine aveva sedotto Latour e fatto avvelenare il buon colonnello, che aveva soposato solo per danaro. Per quell’uomo “Il caso Paradine” era una metafora del rapporto con la moglie: una donna che tutto il paese ha sempre ritenuto più casta della Vergine Madre. Non so perché quell’uomo sospettasse la moglie di tradimento: immagino perché lui l’aveva tradita più volte, e la giudicava con il suo metro.
La signora Paradine e la moglie di questo buon uomo sono così fuse nella mia memoria e posso testimoniare, su quello che volete, che a Siderno ci fu una signora Paradine innocente, ma agli occhi del marito, colpevole fino all’ultimo.
Lo giuro.

stalking

Lo stalker e la vittima

Che giardino mi piace

Mi hanno chiesto. Rispondo:
mi piacciono i giardini di Capability Brown, e forse il sogno della mia vita è Chatsworth (non foss’altro per far correre liberi i miei cani su un prato senza fine), mi piacciono gli orti ferroviari di Milano, i piccoli cottage inglesi con fioriture arruffate e le galline alla ricerca di lombrichi, mi piacciono i giardini di sabbia giapponesi, severi, mistici, distanti, e quelli minimal, bianchi, concettuali e con poche piante, quelli sperimentali, le installazioni.
Mi piacciono tutti i giardini, giardini veri, col cuore e con l’anima, giardini pensati, giardini voluti. Ci sono tanti giardini farlocconi, lussuosi e taroccati, ben tenuti, rasati, siepati e pratati, ormonizzati, siliconati, in cui non c’è un briciolo di idea, di creatività, di desiderio. Ce ne sono tanti altri, che sono “imitazioni”, in genere con tante rose e bordure miste. Ci sono quelli “perbene”, che a voler essere cattivelli potremmo definire da parvenu o da “villan rifatto” e moltre sovrapposizioni di tutto questo. La bruttezza è a volte molto sottile.

Ma come disse Goethe, l’Arte è lunga, la vita è breve, il giudizio difficile, l’occasione buona passeggera.