La “Zoppa”

A Siderno vive una signorina che viene chiamata “la Zoppa”. È una donna piccola, magra, un po’ stortignaccola e con disturbi di afasia, tanto che a volte, oltre a “Zoppa” viene chiamata anche “la Muta”.
Da noi il soprannome viene detto ‘ngiuria, ma non in senso dispregiativo. Molte persone se lo fanno scrivere sotto al manifesto funebre, altrimenti nessuno capirebbe chi è il morto.
Ovviamente “Zoppa” e “Muta” sono un po’ diversi dalle ‘ngiurie comuni, perché evidenziano una diversità, una malformazione, una incapacità.
Al lettore le proprie conclusioni.

La Zoppa viveva in casa col fratello, che ha accudito fino alla di lui dipartita. Si dice che questi la trattasse male, che la insultasse; ma la Zoppa, non avendo né lavoro né indipendenza, era costretta a stare in casa e a sopportare le sue sfuriate. Non so quante ne abbia passate la Zoppa, e se ne passi ancora. La vedo sempre con i sacchetti della spesa, pioggia o solleone. Una donnina composta, con un viso floscio alla Braccobaldo, una bocca mai sorridente e mai triste, i capelli corti, come un maschio. La mia curiosità umana per la Zoppa -confesso- è enorme.
Non so se ci sia nata, zoppa, o ci sia diventata. Una cosa deve esserle stata subito chiara: nella sua famiglia era lei l’orso bianco della fiera.
Non avendo da portare in seno alla famiglia altro che (presumo) una pensione di invalidità, la sua vita si deve essere ben presto tradotta nello svolgimento di compiti di accudimento familiare. Le spese sicuramente limitate a quelle alimentari, non essendo la Zoppa in grado di compilare una distinta in banca o di dettare un telegramma.
Non essendo bella non è stato possibile maritarla. È venuto meno quindi il ruolo primario della femmina, quello di bestia da riproduzione. Un matrimonio è anche garanzia di una collocazione sociale positiva.

Quindi alla Zoppa non è rimasto che fare avanti-indietro con i sacchetti della spesa, e su e giù per le scale quando qualcuno aveva bisogno di qualcosa.
Spesso i destini di donne né zoppe né mute sono questi, arruolamento coatto nell’esercito di famiglia, in cui non si è altro che un soldatino agli ordini di chi comanda.
Non penso che La Zoppa se ne sia resa conto, o se lo ha fatto ha creduto che il suo destino fosse giusto, inevitabile. C’è chi se ne rende conto, e riesce a scappare in tempo. C’è chi se ne rende conto dopo decenni, convinta che no, non potrà mai accaderle ciò che ha visto succedere a quella poverella. E nel frattempo che la convinzione di non essere l’orso bianco della fiera aumenta, di pari passo amenta la sottomissione. Quando si realizza di essere sempre stati l’orso bianco della fiera, ormai le ginocchia sono consumate, sono arrivate la flebite, la menopausa e la calvizie. Ma il più delle volte -il più delle volte- si continua a farlo, continui a essere l’orso bianco della fiera perché non hai altra scelta, esattamente come la Zoppa.

Il caso Paradine

Eva peccatrice


Qualche giorno fa hanno rimandato il classico “Il caso Paradine”, non esattamente uno dei miei preferiti di Hitchcock.
Da ragazzina Alida Valli mi sembrava di una bellezza olimpica, una regina di ghiacci eterni. Capivo già allora che un nome italiano in un film americano e prestigioso era un evento raro, perciò la squadravo, ne osservavo i movimenti del viso, assorbivo il tono drammatico del doppiaggio.
“Il caso Paradine” era uno dei film preferiti di un signore che conoscevo, un uomo buono ma dotato di certi spigoli di autentica malvagità. Come molte persone che hanno frequentato casa mia, era un misogino. La signora Paradine aveva sedotto Latour e fatto avvelenare il buon colonnello, che aveva soposato solo per danaro. Per quell’uomo “Il caso Paradine” era una metafora del rapporto con la moglie: una donna che tutto il paese ha sempre ritenuto più casta della Vergine Madre. Non so perché quell’uomo sospettasse la moglie di tradimento: immagino perché lui l’aveva tradita più volte, e la giudicava con il suo metro.
La signora Paradine e la moglie di questo buon uomo sono così fuse nella mia memoria e posso testimoniare, su quello che volete, che a Siderno ci fu una signora Paradine innocente, ma agli occhi del marito, colpevole fino all’ultimo.
Lo giuro.

stalking

Lo stalker e la vittima

Che giardino mi piace

Mi hanno chiesto. Rispondo:
mi piacciono i giardini di Capability Brown, e forse il sogno della mia vita è Chatsworth (non foss’altro per far correre liberi i miei cani su un prato senza fine), mi piacciono gli orti ferroviari di Milano, i piccoli cottage inglesi con fioriture arruffate e le galline alla ricerca di lombrichi, mi piacciono i giardini di sabbia giapponesi, severi, mistici, distanti, e quelli minimal, bianchi, concettuali e con poche piante, quelli sperimentali, le installazioni.
Mi piacciono tutti i giardini, giardini veri, col cuore e con l’anima, giardini pensati, giardini voluti. Ci sono tanti giardini farlocconi, lussuosi e taroccati, ben tenuti, rasati, siepati e pratati, ormonizzati, siliconati, in cui non c’è un briciolo di idea, di creatività, di desiderio. Ce ne sono tanti altri, che sono “imitazioni”, in genere con tante rose e bordure miste. Ci sono quelli “perbene”, che a voler essere cattivelli potremmo definire da parvenu o da “villan rifatto” e moltre sovrapposizioni di tutto questo. La bruttezza è a volte molto sottile.

Ma come disse Goethe, l’Arte è lunga, la vita è breve, il giudizio difficile, l’occasione buona passeggera.

Il livello Telecom

Il “livello Telecom” è uno stadio dell’esistenza umana nell’epoca post-capitalista. Non per tutti si chiama “livello Telecom”, potrebbe essere “livello Eni Gas e Luce”, oppure “livello Infostrada”.
In termini psichiatrici e antropologici, il “livello Telecom” identifica quella fase dell’esistenza in cui non si è più capaci di mantenere le apparenze e si diventa completamente inabili nel contenere il fastidio arrecatoci da persone, cose e situazioni. In letteratura medica si riscontrano diversi comportamenti: non rispondere più al telefono manco se è dio (ciò include la messaggistica istantanea: i messaggi vengono visualizzati, ma se non richiedono risposta, vengono ignorati), non rispondere al citofono, buttare vecchi oggetti come cimeli familiari o mobili, ignorare i rompipalle e sfancularli implicitamente, “amici”, datori di lavoro e eminenti personalità incluse.

Il “livello Telecom” prende questa denominazione (che, come avete visto, è variabile) dall’espressione della voce durante i colloqui con il 187. Se non avete raggiunto il “livello Telecom” probabilmente tentate ancora di essere cortesi con l’operatore che vi risponde, vi sforzate di esporre il vostro problema con gentilezza, di infilare una sorta di sorriso immaginario nel dialogo, anche se tutto risulta innaturale e “sudato”.
Quando avrete raggiunto il “livello Telecom” il tono della vostra voce suonerà inequivocabilmente minatorio sin dal salve, il mio numero cliente è ….
L’operatore Telecom, che è come un cane da tartufi per capire l’umore delle persone, ché Freud poteva portarsi le barche all’asciutto a confronto, risponderà a tono, perché lui o lei, il “livello Telecom” l’ha raggiunto molto prima di voi. Perciò ve lo dico, non pensate di poter battere un centralinista Telecom: semplicemente in voi la “telecommaggine” non è così forte. Immaginate di essere cintura marrone e loro dan di novantesimo livello.
Alla vostra richiesta il suo “attenda” suonerà come lo vedi questo bottone? Se lo schiaccio la tua linea andrà per sempre a 2 mega, perciò non ti conviene.

Anche con i call center che propongono offerte il soggetto che ha raggiunto il “livello Telecom” non tenterà neanche la strada del mi scusi sono sotto la doccia, no grazie non mi interessa, non le faccio perder tempo, etc + saluto di cortesia. No. Chi ha raggiunto il “livello Telecom” riattacca, e basta.

Il soggetto che ha raggiunto il “livello Telecom” è perfettamente capace di chiudere rapporti personali o lavorativi anche di lunga data se si sente in qualche modo insultato o -anche involontariamente- privato della sua dignità. Il soggetto “livello Telecom” non sopporta telefonate di durata superiore agli otto minuti.

Il soggetto “livello Telecom” non è assoggettabile con la forza di volontà o con la blandizie e difficilmente nutre ammirazione per le “persone normali”. Diventa assai pericoloso se si compie un’evidente ingiustizia di fronte ai suoi occhi: nel qual caso potrebbe reagire con violenza.

Il soggetto “livello Telecom” diventa aggressivo e in grado di arrecare seri danni in caso di saccenza e in presenza di persone che parlano con tono di voce acuto. È infatti testato che frasi come ma tu sbagli, dovresti fare così, non ti sei comportato bene, hai fatto un errore, guarda me, perché non hai chiamato me e similari possono indurre il soggetto a afferrare la prima cosa che capita e scagliarla addosso all’interlocutore.

In particolare le risposte con due o più parole, di cui la prima è “no”, determinano una reazione violenta e incontrollabile.

Lucertola

Allora racconterò del giardino di mia zia.

Un piccolo cortile di una casa nobiliare in campagna, costruita all’inizio del Novecento per le vacanze estive, dove il caldo sole del sud maturava un vigneto adiacente, a cui si accedeva da un piccolo cancello arcuato, da fiaba.
Ero piccola, e mi sembrava enorme e ricco di luoghi segreti e magici. Mi era concesso andarci solo di rado, e questo lo rendeva immensamente desiderabile, una calamita che mi tirava da dentro le ossa, mentre seduta al tavolo ripetevo le tabelline e guardavo dalle alte finestre il cielo azzurro, ma così azzurro e liquido che pareva poter entrare nella stanza come una brezza per prendermi e sospingermi fuori. I grossi quadretti del foglio di algebra elementare erano ostacoli che si frapponevano tra me e il giardino, solo a compiti finiti era consentito il gioco non sorvegliato.
La zia, che fingeva amore e tenera severità, mi accompagnava fino alla porta d’ingresso, usciva solo per assicurarsi che il cancello fosse chiuso, tirandolo e spingendolo più volte, poi si ritirava dal sole, che odiava. Accostava la porta per non far entrare le lucertole, bloccandola con il chiavistello aperto, per impedire che io mi chiudessi fuori. Nessuna chiave doveva essere data ai bambini, nessuna porta doveva avere le chiavi.

La prima cosa che facevo era correre al cancello per assicurarmi che fosse davvero chiuso. Era sempre chiuso. Poi attraversavo lentamente il cortile: un corridoio di pochi metri che mi sembravano infiniti. Ogni centimetro di terra aveva qualcosa da dire, non perché il giardino fosse particolarmente curato o traboccante di fiori, ma perché era terra, diversa dal tavolo, dai fogli a quadretti, dalla scuola, dalle braccia conserte e le gambe dritte, diversa dai grembiuli neri e bianchi, i codini, le trecce e le cartelle, dal fischietto della maestra.

Setacciavo il giardino centimetro per centimetro a caccia di nuove cose: vermi, animaletti, file di rosse formiche, crepe nel muretto. Non potevo sporcarmi le mani o i vestiti, sarebbe stata una grave infrazione, perciò guardavo e non toccavo, oppure prendevo un bastoncino di canna con cui sollevavo le foglie di pervinca alla ricerca di fiori azzurrini, e di violette, quando era il periodo.
C’era un sedile, che decenni prima doveva essere stato grazioso, con i braccioli in pietra e la seduta di piastrelle decorate. Gli facevano ombra due grandi pittospori, densi e fronzuti. Staccavo i frutti e li lanciavo dall’altra parte, nella vigna, dove non era permesso andare. Quando ero di cattivo umore ne raccoglievo manciate e li tiravo oltre l’alto muro, dove sapevo che sarebbero finiti per strada e dove speravo avrebbero fatto scivolare la figlia del fruttivendolo o del droghiere, che mi guardavano da sotto in su perché ero piccola.

Il sedile era il posto dove preferivo stare, al centro del cortile: ai quattro angoli erano piantati dei folti cespi di Agapanthus e di iris, che non fiorivano mai per la troppa ombra, e le cui larghe foglie spadiformi rimanevano immobili. Dal sedile potevo vedere oltre l’arco sui correva uno strano ibrido di Bignonia, color mostarda e arancio, fino al mio ultimo punto di ancoraggio visivo: un vaso di euforbia spinosa rossa, le cui bratteole appiccicose appuntavo al maglioncino se immaginavo di essere una principessa al ballo.

A sinistra però non guardavo mai. Avevo paura del vaso cilindrico dove si raccoglieva l’acqua piovana, in cui una volta avevo sbirciato allontanandomi subito, orripilata dalla vista di decine di lucertole che tentavano di uscirne, dimenandosi come pazze, azzannandosi, usando il corpo delle altre come trampolino, anche di quelle morte, riverse a pancia in su, l’addome bianco e molle nell’acqua scura e terrosa.
Il giorno dopo il vaso era stato rovesciato e non c’era traccia di lucertole.

C’era un signore che veniva a pulire il giardino, secondo me lo puliva troppo, ma la zia non voleva sporcizia, e la terra –diceva- era molto sporca.