“Daniza” di Stefania Bisacco (videorecensione)

“Daniza” è un libro che racconta la storia dell’orsa che per proteggere i suoi cuccioli fu inseguita per settimane, poi sedata con una dose troppo massiccia di anestetico, che ne causò la morte. Stefania Bisacco, illustratrice per bambini, narra parte di queste vicende in modo delicato, super partes e libero (o liberato) senso di rabbia che questa vicenda, accaduta nel 2014 in Trentino, può suscitare in ognuno di noi.
In questa videorecensione vi parlo del libro, di come è illustrato, del modo semplice e diretto con cui si rivolge ai bambini, e aggiungo delle mie impressioni sulla vicenda di Daniza, divenuta ormai un simbolo per molt*.

Potete acquistare “Daniza” rivolgendovi a http://www.stefaniabisacco.it/ e cliccando a sinistra “contact” o su Instagram a @stefaniabisacco , o seguire la pagina Facebook @Conocchianimali

Come scritto sull’ultima pagina: “Non siete stati dimenticati”.

“Guida ai luoghi della Terra di Mezzo”, John Howe, Giunti Editore

Oggi, cioè, ieri, il 3 gennaio, facevan centoventisette anni che Tolkien nasceva. Questo è stato il mio regalo di Natale, fatto da me medesima meco, e che ho voluto aspettare oggi per aprire per non sentire di aver “perso” una data importante (in realtà l’ho fatto, essendomi ridotta ben oltre la mezzanotte, e avendo Youtube richiesto il suo tempo di caricamento video. Quindi ho posposto la pubblicazione al 4 mattina).
Ho filmato in verticale, vi prego di scusarmi, ma è tardi e io son babbana assai.
Prezzo, 22 euro, circa 190 pagine.

“Chilometro zero un cavolo”, di Felice Modica, edizioni “Il Giornale” (videorecensione)

Il chilometro zero è veramente ecologico o è un’abile strategia per vendere un surplus di merce? Felice Modica ci dà una risposta netta ma incompleta. Nel video vi racconto perché il suo libro non mi ha convinta.

Ho visto una donna…

Ho visto una donna vivere dentro la patente di un uomo. Un biglietto da visita, non sgualcito, ma non perfettamente conservato. Qualche piegolina, leggeri annerimenti dovuti al contatto con i polpastrelli. Un biglietto vecchio stile, di quelli che andavano di moda anni fa, di carta bianca del tipo “millerighe”, che oggi fa tanto demodé, tanto kitsch. Nome, cognome, cellulare e mail di una importante ditta nazionale, chiusi tra la patente e la carta di credito come tra due mani giunte in preghiera e corpo curvo sull’inginocchiatoio. Lei era lì, viveva lì, lei e il suo filo, tra le due cose più importanti per quell’uomo. Il biglietto un po’ sciupato, lo stile fuori moda, inaccettabile per i dipendenti di quel tipo di azienda, suggerivano una conoscenza datata e pochi contatti successivi. Avrà avuto le sue ragioni per tagliare il suo filo.

Ho visto una donna sul cui volto sembrano aleggiare i dolori del mondo. Una donna non bella, non elegante, non simpatica, non amabile. Una donna triste e dolente come la sua vita, seppure ella stessa forse non lo accetti. Una donna che rifiuta la sua condizione, ma non abbastanza intelligente, colta e forte da poterla cambiare. Una donna senza sorriso, dal viso scuro di amarezza impotente, sempre eguale in una espressione di angoscia ingoiata per anni, occhi duri, labbra rivolte verso il basso, sopracciglia aggrottate, arroganti di frustrazione. Una donna qualunque, una donna per cui vale il detto di Voltaire: “Nulla vale una vita e una vita non vale nulla”. Una donna la cui vita vale solo per i figli che ha messo al mondo, a cui ha contagiato ignoranza e arroganza, trista incapacità.

Ho visto una donna che mi somigliava. Ho visto come potevo apparire agli occhi degli altri, quando ero “quella grassa”. Una donna giovane, da tutti considerata bella. Una donna famosa, una vip, dal volto trasformato, ingrossato, tondo come la luna. Ancora bella, carina, ma fuori da sé stessa, in un corpo che non sentiva più suo. Pochi secondi sono bastati a percepire ciò che molte donne sentono per anni: vivere dentro un involucro “sbagliato”, che proprio non vuoi, che odi e disprezzi. Lei non era nessuno per me prima, né lo è ora: è stato solo un istante di specchio, di agnizione, in cui ho solo visto una me com’ero, con gli occhi degli altri, dei “normali”. Un istante che -per tutti gli altri- è durato vent’anni.

Lazzaro felice, un pensierino

In questo film c’è un giovane che si chiama Lazzaro, che non si sa perché (lo sanno solo Dio, la regista e la sceneggiatrice) vede solo la parte buona della vita.
Non è che Lazzaro si sia messo in testa di cambiare il mondo, vuole solo aiutare quando può. Alla fine muore, ma resuscita, sennò non si chiamava Lazzaro. Poi va in banca, dove lo ammazzano per davvero (le banche mica t’ammazzano per finta, come i burroni). E succede che insomma, ‘sto spirito buono di Lazzaro piglia e va in giro per le strade e in mezzo alle auto, sotto le sembianze di un lupo bianco, che nessuno vede. Perché la bontà nessuno la vede, e se la vede la confonde con stupidità.
E che pensi dopo? Che forse non è tanto la Bellezza che deve salvare il mondo, ma la bontà, pure che nessuno se ne accorge.