Rose Ibride Perpetue


Rosa Baroness Rothschild

La prima cosa che viene spontaneo domandarsi quando per la prima volta si sente parlare di questa classe di rose è il motivo del loro insolito nome. Spesso vengono chiamate anche Ibride Perenni, confondendo maggiormente le idee, perché le rose sono tutte piante perenni. In realtà vennero chiamate così a motivo della loro forte rifiorenza e della grande durata in acqua dei fiori recisi. Erano cioè “perpetuamente fiorite”. Certamente poche Ibride Perpetue possono competere in rifiorenza con le varietà e gli ibridi contemporanei, alcuni dei quali fioriscono anche in pieno inverno. All’epoca –parliamo della fine dell’Ottocento- le rose cinesi erano arrivate relativamente da poco sul continente, e ancora non si era ben potuto sfruttare il potenziale genetico della Rosa chinensis semperflorens, perciò una rifiorenza veramente continua si ottenne solo molto più tardi.
Molte sono le classi di rose che sono state incrociate per ottenere queste rose, di sicuro le Bourbon, ma anche le Tè provenienti dall’oriente, e c’è chi dice le Portland e le Noisette. Molte avevano boccioli lunghi ed appuntiti, tipici delle rose moderne, e fogliame verde lucido.
Non esiste una data precisa alla quale far risalire la nascita delle Ibride Perpetue, anzi, vi è ancora oggi molta discordanza. Quel che è sicuro è che ebbero un successo impressionante, soppiantarono le rose Centifolia e Centifolia Muscosa che furoreggiavano in Francia, e che in Inghilterra erano addirittura diventate simboli dell’età Vittoriana. Si può dire che le Ibride Perpetue divennero il simbolo dell’Età Edoardiana, basti pensare che all’inizio del Novecento se ne contavano almeno 4000 varietà (adesso anche un catalogo ben fornito non ne conta più di una trentina, benché in coltivazione siano più numerose). Se date una scorsa ai nomi di queste rose vedrete come molte siano intitolate a nobili di vario genere ed a personaggi importanti. Una fu dedicata alla Baronessa Rothschild, della famiglia dei famosi banchieri ebrei. Questa è sicuramente una delle più belle di questa classe, certamente quella che ha maggiormente conservato il fascino delle vecchie rose. E’ forse la più coltivata ed apprezzata, ed è riuscita a sopravvivere indenne al repentino calo di interesse che subirono le Ibride Perpetue con la creazione delle Ibride di Tè. In effetti i pregi delle Ibride Perpetue sono circoscritti al fiore, che ha magnifiche tinte e grandi dimensioni, ma l’arbusto cresce sgraziato, con rami forti e disordinati, tant’è che tenerlo in ordine in una aiuola è veramente impossibile, e bisogna utilizzarli in siepe o come esemplari isolati. In effetti spesso si dimentica come in passato si coltivassero i fiori per raccoglierli, non dissimilmente dalla frutta e dalla verdura, in filari regolari come quelli degli ortaggi. Avere fiori freschi ogni giorno era una sorta di sacro comandamento nella Francia e nell’Inghilterra di allora, e le Ibride Perpetue si prestavano benissimo allo scopo.
Non mi sento di incoraggiare gli appassionati verso questa classe di rose, a meno che non ci sia un grande desiderio di sperimentazione ed una sorta di mania di collezionismo. Tuttavia, se avete uno spazio vuoto in una bassa siepe mista, un ibrido perpetuo farà un’ottima figura, sarà spesso fiorito, anche se mai in maniera abbondante, ed anche se tenderà a spogliare alla base, potrà essere arricchito con basse piante che tendano ad allargarsi, come Geranium, Nepeta, Senecio cineraria e molte altre. Certamente merita interesse la ‘Baroness Rothschild’, per la forma perfetta del fiore, il suo colore rosa puro e il suo intenso profumo, ma anche la ‘Ferdinand Pichard’, variegata di rosa e rosso carminio, e la celeberrima ‘Frau Karl Druschki’, dal fiore bianco niveo.
Le Ibride Perpetue hanno una sorta di record nel mondo delle rose: annoverano nelle loro fila la rosa antica più nera che esista. Si tratta ovviamente di un porpora scurissimo, non scuro come quello della ‘Black Baccara’ della casa francese Guillot, ma sicuramente molto più autentico. Questa è la ‘Deuil de Colonel Denfert’.

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