Corpi che creano, corpi creati e “Alien Theories”

Per ragioni troppo lunghe da spiegare, posso dirvi che non ci sono altre saghe filmiche che conosco tanto bene come quella di Alien, attualmente riproposta dalla Rai per seguire la scia di Alien: Covenant.
Il mondo del web è popolato da “Alien Theories”, ad esempio chi ravvisa uno stretto legame tra Alien e Frankenstein di Mary Shelley, o con i romanzi gotici ottocenteschi.

I riferimenti sessuali sono chiari in tutta la saga, disseminati un po’ ovunque nel primo film, dal fallomorfismo dell’alieno, al giornale arrotolato che Ash usa per strozzare Ripley, ad alcune espressioni di Sigourney Weaver durante l’esplosione della Nostromo. Lasciamo perdere gli slip finali, quelli sono molto cinematografici e americani. Fare degli organi sessuali un elemento estetico ha comunque portato bene al film e l’ha distanziato da tutta la produzione cinematografica dell’epoca, e posso dire che non ci sono altre pellicole che ne abbiano fatto un uso così sofisticato dal punto di vista visivo.
D’altra parte Alien poggiava sui meravigliosi disegni preparatori di Giger. Mi spiace che Wikipedia abbia rimosso dalla pagina dedicata al film una interessante riflessione su uno “stupro al contrario” da parte dell’Alieno, avrei voluto qui poter citare l’autore di questo interessante spunto di discussione.
In realtà oltre a questo c’è anche una maternità indesiderata e mortale. Il primo dei corpi che creano è un uomo, Kane.
Il secondo è la Regina, ed è il corpo creativo logico, lineare, biologicamente corretto: cioè la madre degli alieni (o perlomeno del loro primo stadio vitale). Nel secondo film la maternità è molto ben delineata: il rapporto tra Ripley e Newt è quello tra madre e figlia. Nelle scene tagliate c’è il racconto di come Ripley abbia lasciato sulla Terra una figlia della stessa età di Newt, e a causa dell’ “ipersonno insolitamente lungo” questa sia morta di vecchiaia poco prima del rientro di Ripley sulla Terra.
Nel terzo film Ripley ha dentro una Regina. Non si sa se sia stata ingravidata o se l’aliena sia cresciuta in lei secondo il consueto ciclo vitale che ben conosciamo. Anche qui non sono mancati riferimenti al sesso, ma molto più banali e funzionali a solleticare pruderie e affluenza di pubblico per un film con una sceneggiatura incollata con lo sputo e scarse attese da parte dei produttori.
Tra tutti gli episodi di “Alien”, peggio del terzo è forse solo “Covenant”, che neanche una incredibile recitazione di Fassbender riesce a salvare. Eppure in questo delirio di assurdità, Alien3 ha una scena di grande delicatezza e -per me- molto commovente. Quando Ripley si getta nel piombo fuso la Regina le sfonda il torace: nasce. Ripley dà alla luce quella creatura e la stringe al petto, con rudi guanti da lavoro, non per amarla o coccolarla, ma per portarla con sé dentro lo stampo con il piombo bollente. Se si accettano nel “canone” sono le scene andate al cinema e non gli extra o i cut, quella è l’unica maternità di Ripley, una materintà mortale, orribile, annichilente.

A quanto ne so il quarto film è stato addirittura eliminato dal “canone” e per me è stato criticato negativamente in modo esagerato. Non è per nulla da buttare ma purtroppo ha troppi, troppi difetti per poterne dire bene, ed è un vero peccato. Se avesse mantenuto la qualità del primo quarto d’ora sarebbe stato un capolavoro e saremmo qui a parlare di questo e non degli altri. In Alien Resurrection (in Italia Alien – La clonazione) c’è un continuo rimpallo tra l’idea della nascita come morte. È qualcosa di estremamente interessante che si sarebbe potuto esplorare meglio. La scena di Ripley8 che si sveglia in un sudario e ne esce come fosse una placenta, è estremamente sofisticata e densa, così come quella del parto della Regina, a cui Ripley ha donato un utero: la Xenomorfa è diventata mammifera? Appena nato, il cucciolo divora la madre, come i ragni del ricordo di Rachel in Blade Runner. Alla nascita si accompagna una morte, un concetto lontano dal mondo della cinematografia americana e forse per questo abbandonato o trattato in modo superficiale.

“Sono la madre del mostro”

Un passeggero infettato chiede drammaticamente del mostro che porta dentro, e domanda a Ripley: “Lei chi è?”. Ripley risponde:”La madre del mostro”. La maternità come tale viene definita verbalmente solo in questo episodio, Ripley e i suoi cloni non sono solo materiale genetico, ma proprio corpo biologico che genera, anche se grazie alla tecnologia, mentre la Xenomorfa diventa madre quasi amorevole nei confronti del cucciolo, che invece si lega a Ripley, la parte umana di sé.
Ripley è insomma una madre dal secondo film in poi, eccetto i crossover con Predator, in cui non appare Sigourney Weaver.

Il cambio di passo arriva non con Prometheus, ma con Alien: Covenant. Dal cesareo in emergenza della dottoressa Shaw, ospite di un parassita, passiamo a una diversa capacità creativa, quella della mente, della logica, del computer, che negli stereotipi di genere è considerata maschile. È l’androide David 8 che crea gli Xenomorfi attraverso esperimenti sul corpo della dottoressa Shaw e sugli organismi del pianeta di cui ha annientato la fauna. La creazione rimane morte, ma ridiventa appannaggio del maschio, come era stato per Kane nel primo film, con una differenza sostanziale: il primo film non aveva neanche l’intento di esplorare il tema della creazione e della nascita, Kane era solo un ospite biologico per un parassita, come sarà per Shaw, mentre dopo tutta la carne (nel vero senso) messa sul fuoco dai vari sequel, per Scott non è stato possibile sottrarsi a questo tema, affidato al personaggio più amato, quello a cui sia lo zoccolo duro che i nuovi fan sono più interessati: David.
David è un caso di androide piuttosto raro nel cinema di fantascienza, e l’interpretazione superlativa di Michael Fassbender ne ha fatto un’icona che non sarà presto dimenticata e con dignità passerà alla storia della SF.
Ash ha protetto gli Xenomorfi, Bishop non si sa, Cole li vuole distruggere e David li crea.

Sarà un fatto di botteghino, ma…

Perché tanto citazionismo? Derrida e Greenberg hanno risposto.

Come spesso succede ai blogger, ci si sente un po’ cretini a spiegare cose che dovrebbero essere note, e su cui grandi della filosofia hanno già dato un’autorevole opinione.
Ci si sente ancor più cretini quando si tenta di approfondire l’argomento con gli “specialisti”, che spesso rispondono frasi fatte o una sequenza di punti interrogativi.
Mi è capitato con la moda hipster, mi capita in continuazione con la citazione cinematografica.
Non si tratta di “esprimere qualcosa in modo già perfettamente espresso da altri”. No, proprio per nulla.

Si tratta di decustruire e ricostruire.

Il nome di Antonio Gramsci non farà sobbalzare nessuno dalla sedia: lo conosciamo perché in carcere non c’era il satellitare e, per passare il tempo, ha scritto un sacco di cose che ci hanno fatto leggere a scuola. E poi ricordiamo tutti la sua terribile montatura.
Questo Gramsci ha scritto che le classi economiche dominanti (dette anche “loro” o “gli altri” nei discorsi complottisti), quelle che detengono il potere di produzione e distribuzione di beni e dell’energia, per mantenere l’egemonia, hanno bisogno che il sistema economico non solo sia accettato, ma sia accettato di buon grado. Perché? Per mantenere la stabilità sociale e quindi i rapporti di produzione economica tra datori di lavoro e lavoratori.
Questa sorta di sottomissione non coercitiva (al contrario di “1984”) avviene attraverso la produzione di una cultura che da un lato anestetizza le coscienze critiche, da un altro le convince, le porta a sé, senza privarle di pensieri controcorrente o decisamente opposti alla cultura dominante, che ovviamente saranno meno conosciuti, meno distribuiti e faranno molta fatica ad affermarsi.

Seguitemi, non è difficile: oggi questa roba si chiama “consenso”.

Sempre questo tizio con gli occhiali brutti ha detto che è sbagliato pensare che la cultura delle classi lavoratrici sia inoculata per via rettale da quelle dominanti. Le classi lavoratrici o comunque non dominanti, ricevono e si appropriano della cultura che viene loro proposta o della cultura “alta”, e rielaborano quello che gli interessa, in un procedimento che è stato definito “bricolage” (Dick Hebdige), resistenza/incorporazione, negoziazione, disarticolazione/riarticolazione (Stuart Hall).

inglorious basterds

In questo processo la cultura viene scomposta e ricomposta, e gli elementi più ammirevoli o più memorabili vengono isolati. Può essere una frase famosa (“francamente me ne infischio”) o uno stile formale (vedi lo Psycho di Gus Van Sant, shot to shot del film di Hitchcock), ma anche altri elementi volti a veicolare particolari concetti politici, sociali, ideologie (ad esempio il montaggio serrato di Hutshing e Scalia che in JFK è sufficiente a provare allo spettatore l’esistenza di un complotto).

La frammentazione a questo punto è una procedura necessaria: è IL processo di produzione culturale. Stop.
La citazione e ciò che deriva da questo processo sono “scarto” e “materia prima” al contempo.
È una delle ragioni per le quali oggi sono le “performance” a creare arte e non più il quadro esposto al museo.

Greenberg e Derrida hanno ampiamente analizzato il problema.

Che poi il citazionismo si sia infiltrato in ogni piega dell’offerta culturale è un procedimento di involuzione non differente dalla metafora del maglione color ceruleo.

American sniper, forse era meglio che al cinema non ci andavo

È dal 1991 che vado al cinema senza informarmi sul film in proiezione. Dal trailer o dalle varie pubblicità mi faccio un elenco mentale dei titoli che mi piacerebbe vedere, e se li portano ai cinemini di qui, ci vado. Scientemente non leggo mai neanche mezza recensione, neanche i nomi degli attori e dei registi.
“Sembra promettente” mi basta.

Non sapevo chi fosse Chris Kyle, né che American Sniper fosse un film di Clint Eastwood. A saperlo, credo che non ci sarei proprio andata, ieri, al cinema.
A metà del primo tempo lo stomaco era sceso giù all’altezza del colon trasverso, e se non fossi stata in compagnia avrei abbandonato la sala. Alla fine del film stomaco e intestino erano una massa unica che stritolava il fegato con schizzi di bile che mi rigurgitava nell’esofago. Confesso di essere rimasta fino alla fine soltanto per poter stracciare questa paccottiglia culturale che dal primo all’ultimo minuto di proiezione non è altro che propaganda bellica anti-Islam e campagna elettorale anticipata a favore del futuro candidato del partito repubblicano.

Che Clint Eastwood fosse in quella zona lì non è un mistero, e a quanto mi dicono, Sergio Leone neanche gli rivolgeva la parola negli ultimi tempi. Molti attori hanno fatto propaganda elettorale, dall’una e dall’altra parte, ma quando ci si mette uno come Eastwood, che il suo lavoro lo sa fare bene, la cosa si fa più indigesta.
Ognuno sviluppa il suo talento secondo il proprio giudizio, e non è questo un argomento di critica.

Lo shock che mi ha dato questo film è la totale assenza di critica nei confronti dell’esistenza di un fatto come la guerra. Ecco, sarò del tutto sincera: chi va in guerra e dopo non ritorna pazzo o malato, per me è pazzo in partenza.
Anzi, con la metafora utilizzata dallo stesso film, “è un lupo”, cioè uno che con la violenza e la prevaricazione sottomette chi non ha forza o mezzi sufficienti per difendersi (le “percore”), che abbisogna di guida e protezione (“il cane da pastore”).
Se a qualcuno scappa da ridere, a me no.

Questo tizio qui, questo Chris Kyle, è tornato dalla guerra in Iraq dicendo di aver abbattuto 255 persone, su cui solo 160 “accreditati” (chissà che punteggio alto a Splinter Cell!).
Nel film, tratto dalla sua autobiografia, lo psichiatra gli chiede:- Ma senta, lei, non è che si sente un tantinello strano dopo aver fatto fuori 160 tizi? Chessò, un filino in colpa? Un piccolo senso di rimorso in fondo a quel blocco di minerali che ha al posto del cuore?
Kyle, bel bello, risponde di essere pronto a rispondere di ognuno di quei “bersagli abbattuti” davanti al Signore. Che è il Signor “Dio”, quello cattolico (o protestante, a scelta), con certo Allah, che è chiaramente un dio abusivo.
A questo punto della conversazione ho tanto sperato che il capo Kyle sia finito davanti a un dio diverso dal suo, magari Manitù o Zoroastro, e perchè no, Zhul. Se ha avuto la fortuna di beccarsi il dio cattolico, siamo sicuri che sarà stato promosso a pieni voti alle sfere celesti più elevate.

La domanda a questo punto mi sorge spontanea: ma vogliamo mettere Totò Riina contro questo qui? Riina ci fa la figura del dilettante allo sbaraglio. No, perchè, signori, mi dico: questo li ha guardati tutti e 160 (o 255) e li ha impallinati per bene, uno per uno.
La prima vittima della sua lunga lunga lunga carriera? Un ragazzino, armato di granata, ovviamente. Ma dico, sei “La Leggenda”, il cecchino più letale della storia degli states, e non gli puoi sparare a una gamba, a un braccio, alla spalla? No, in pieno petto, per la miseria. Senza rimorso e avanti così, capo Kyle: beccati venti medaglie, un best seller e un film che ti consegna alla storia della cultura di massa, firmato dal pistolero dagli occhi di ghiaccio, che anche lui ne ha fatti fuori tanti, sul set.

Beccati un sacco di candidature all’Oscar, perché all’America è piaciuta la tua storia, che li riporta alla verginità di “paese migliore del mondo”, perché in questo film sciatto, scadente, apatico e maschilista, vale la versione romanzata della Storia, quella in cui è Osama Bin Laden (comproprietario con Bush della ditta “Arbusto”, quella a cui appartiene l’oleodotto scavato con la scusa della guerra) ad avere fatto crollare le Torri Gemelle. In questa versione della Storia non troverete le finestre delle Torri esplodere in sincro, in questa versione della Storia l’United 93 non è stato abbattuto da un missile.

Ustica è solo un’isoletta turistica.

Mai nessun film sulla guerra (a parte i vecchi in bianco e nero) è stato così totalmente acritico. I film sul Vietnam ci avevano lasciato un’idea di una gioventù schiantata, annientata dai ricordi delle atrocità inflitte e subite.
Anche i pochi film sulla Guerra nel Golfo avevano come tema centrale il problema etico che comporta qualunque conflitto bellico, e se vogliamo, si interrogavano sulla natura dell’uomo.
Questo no.

Se gli states danno così tante candidature a un film così infimo, come qualità e contenuti, è perchè lo considerano un buon film, ma anche perché torna alla loro cara causa, che è quella di rilegittimarsi di fronte al mondo, riaffermare il loro strapotere, generare consensi nelle piccole menti guerrafondaie della loro civiltà borghese e ignorante, ribadire il “sacrosanto” diritto del cittadino di possedere un’arma in casa, gettare discredito e infamia sull’Islam (confronto a questo film le vignette di Charlie Hebdo sono scherzetti da matricole), e sostenere l’idea, malamente ripresa da un certo tipo di cultura latina, che dice “Si vis pacem, para bellum”.
Loro hanno eliminato la prima parte della frase.
Perché loro la stanno già preparando da tempo, una bella guerra, perchè se qualcuno ancora crede che la “Primavera Araba” non sia una mossa strategica per posizionare pedine all’interno del continente africano e in Medio Oriente, si desti dal suo bel sogno.
Perché se qualcuno è convinto che la crisi in Crimea non ne sia una diretta conseguenza, e un tentativo di attacco alla Russia, si riaddormenti, perché non ne vale la pena che stia sveglio.

ma mille volte meglio!

ma mille volte meglio!