Beltrade sul sofà – Video

Il Beltrade è chiuso, apre il Beltrade sul sofà

Il Beltrade apre un canale VoD, ma il pensiero va a un progetto di rete per mantenere in vita la filiera indipendente.

In questo momento così complicato, come Barz and Hippo, pensiamo che il nostro ruolo continui ad essere quello di offrire agli spettatori del buon cinema e delle chiacchiere sui film (ovviamente nei modi ora consentiti). Nello stesso tempo abbiamo pensato di mettere in atto azioni volte anche al sostegno, seppure minimo, della nostra realtà e della filiera indipendente.

Partiamo dalle cose piccole, nate per mantenere un filo con il nostro pubblico che in gran parte è a casa: sulla pagina facebook del Beltrade ogni giorno inseriamo brevi video, cortometraggi selezionati per qualche minuto di poesia, di divertimento o di passione cinefila. Analogamente ci muoviamo sulle pagine facebook delle altre due sale da noi gestite e ora chiuse: l’Auditorium Comunale di Rho e il Cineteatro Peppino Impastato di Cologno Monzese. Video, indovinelli sul cinema, dirette (a breve anche in collaborazione con gli spettatori), soprattutto nei giorni e orari in cui erano previsti i turno del cineforum di Rho, ma non solo.

Inoltre abbiamo aperto da pochi giorni una nuova pagina, “Il cinema è di chi lo guarda
(https://www.facebook.com/ilcinemadichiguarda/), un modo per tenere vive le sale che ora sono chiuse attraverso i ricordi degli spettatori e delle persone che nei cinema ci lavorano. Via facebook e via mail, chiediamo a spettatori ed amici di mandarci ricordi e testimonianza per ricreare con l’immaginazione l’atmosfera della sala.
L’iniziativa che va invece a restituirci un ruolo di sala cinematografica benché sui generis è invece l’apertura di un canale VoD. Da qualche giorno esiste infatti un Beltrade virtuale, che abbiamo chiamato IL BELTRADE SUL SOFÀ – VOD. Il progetto è nato un po’ di corsa, in risposta alle richieste di tanti spettatori che desideravano sostenerci nel periodo della chiusura e al tempo stesso poter continuare a vedere alcuni film da noi proposti.
Non sappiamo quanto questa piccola iniziativa possa funzionare, difficilmente potrà dissipare le preoccupazioni per il futuro della nostra attività, ma dopo qualche dubbio iniziale, legato al nostro amore maniacale per il grande schermo e il cinema in sala, ci è parsa la cosa più logica e giusta da fare. Un’esperienza, quella della piattaforma legata a una sala cinematografica reale, che in altri paesi europei è molto sviluppata e oggi fornisce ad alcuni cinema d’essai un salvagente già pronto. Senza contare le iniziative di piattaforme che in Europa stanno mettendo parte delle loro risorse a disposizione delle sale chiuse.


Il ‘biglietto’ per vedere i film a IL BELTRADE SUL SOFÀ ha vari prezzi: sono gli spettatori a decidere se usare ad esempio il biglietto sostenitore, il più costoso, o accedere a un’altra fascia di prezzo, secondo le loro possibilità. Vogliamo infatti utilizzare questo momento anche per sperimentare il “biglietto responsabile”, qualcosa cui pensiamo da tempo anche per la sala.
Consapevoli delle difficoltà economiche che alcuni stanno attraversando, abbiamo messo a disposizione anche un biglietto molto basso (circa € 1,70) e ogni tanto, quando sarà possibile, metteremo online anche dei contenuti gratuiti.

Anzi, c’è già qualcosa di visibile gratuitamente, il filmetto da noi prodotto come Barz and Hippo su commissione del Comune di Rho, realizzato qualche anno fa insieme ad associazioni e agli spettatori del cineforum che gestiamo solitamente in quella città. Il film s’intitola, manco a dirlo, IL CINEMA È DI CHI LO GUARDA.

I nuovi film saranno circa cinque o sei a settimana, film che abbiamo già proiettato ma anche film che non avevano ancora trovato spazio nella nostra programmazione. I tempi di permanenza di ogni film sul canale possono variare da pochi giorni a molte settimane, secondo gli accordi con i distributori e le scelte di visione degli spettatori.

IL BELTRADE SUL SOFÀ – VOD significa mantenere il filo con lo spettatore, permettergli di vedere dei film selezionati nel panorama della distribuzione italiana indipendente e supportare noi, per le spese ingenti che dobbiamo sostenere anche nelle settimane di chiusura e le difficoltà prevedibili alla riapertura.
Al di là del nostro orto privato, però, c’è anche chi sta dietro al nostro lavoro, i piccoli produttori e distributori che in questo momento sono in sofferenza quanto le sale. il biglietto VoD funzionerà come i biglietti normali: una quota andrà ai distributori, come sempre. I partner con cui abbiamo iniziato (o meglio continuato) a lavorare sono in particolare Cineclub Distribuzione Internazionale, Reading Bloom, Eie Film, Invisibile Film, Zalab, Nefertiti Film, ma altri si aggiungeranno nei prossimi giorni e settimane.
La nostra iniziativa presa a sé non è molto, ma nello stesso tempo stiamo provando a coordinarci con altre sale indipendenti nel resto d’Italia, sale che non ricevono fondi pubblici (se non in misura irrisoria), così come con distributori amici, altrettanto indipendenti e con produttori e registi che si auto-distribuiscono: tutte realtà che formano una parte importante, a nostro parere, del tessuto culturale italiano ed europeo e che in questo momento sono quelle più a rischio.
Il progetto per una piatttaforma di sale cinematografiche indipendenti con un’offerta online è tutto da costruire, ma potrebbe aiutare a preservare anche in futuro l’indipendenza della cultura cinematografica. L’offerta di opere cinematografiche in visione gratuita, molto ampia in questo periodo, è comprensibile, ma
diviene in alcuni casi anche parte di strategie promozionali che vanno ovviamente a rinforzare le grandi piattaforme VoD e streaming. Pensiamo occorra uno sforzo di sensibilizzazione del pubblico affinché si comprenda che altri soggetti più deboli e meno visibili hanno in questo momento più che mai bisogno del
sostegno dei cittadini.
La sala cinematografica può contare solitamente su un pubblico affezionato e consapevole in misura molto maggiore rispetto a un piccolo distributore.
Quello che vale per i cinema vale del resto per le piccole librerie di qualità come per molti altri esercizi commerciali che lavorando su piccole dimensioni cercano di offrire ai loro clienti un’esperienza più complessa del semplice acquisto di un prodotto, e che oggi sono in pericolo.

Milano, 21 marzo 2020
Barz and Hippo
Monica Naldi

Maggiori informazioni:
Cinema Beltrade, Milano Film e informazioni: http://www.cinemabeltrade.net . Monica Naldi: 3474512456
monica.naldi@barzandhippo.com comunicazione@barzandhippo.com

Il tempo del Casoncello, di Emilio Tremolada – domenica 27 ottobre a Milano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come nessuna altra arte il giardino ci induce a un pensiero naturalmente quadridimensionale. Siamo culturalmente avvezzi a definizioni del giardino come di spazio o luogo, ma ognuno di noi è in grado di percepire lo scorrere del tempo all’interno di un giardino. Per quanto riguarda me il giardino è maggiormente un’articolazione del tempo, che si materializza nello spazio tridimensionale.
È solo in quest’ottica che si può comprendere la delicata e potente stratificazione estetica del giardino del Casoncello, di Gabriella Buccioli, nel bolognese.
Di questo giardino abbiamo letto la nascita e l’evoluzione nel libro I giardini venuti dal vento. Un giardino che può variare sensibilmente da un anno all’altro, di cui è impossibile cogliere ogni aspetto, proprio perché mutevole, sfuggente.
Ne racconta alcuni momenti il film di Emilio Tremolada “Il tempo del Casoncello”, un documentario che sia nell’esito che nel procedimento di realizzazione riesce a materializzare l’importanza della quarta dimensione nel giardino.
Girato poco alla volta, senza seguire lo standard dei documentari analoghi, cioè quello del classico fluire stagionale, il film raccoglie momenti, apre porte nella storia di questo bosco giardino, porte che sono ancora aperte, porte chiuse, porte che non portano più dove portavano prima. Porte che possono essere attraversate -oggi- solo in questo film.
“Ho seguito il dipanarsi del filo del giardino per anni, filmando quello che mi piaceva o mi muoveva un emozione, un pensiero. All’inizio non avevo nessun progetto preciso, ma nel tempo -nel mio tempo- il film mi si è materializzato davanti da sé”, dice Tremolada.
Forse perché filmato con uno stile rigoroso, preciso e poco indulgente alle romanticherie, alle ricercatezze di luci dorate o di scene d’effetto, il documentario risulta carico di poesia -come il giardino stesso. Reso ipnotico da un affondo nella ricerca dei suoni della natura, a volte amplificati e resi stranianti, e da una colonna sonora irregolare e aspra, costellata da sonorità metalliche e taglienti: nulla di più distante da ciò che consuetamente immaginiamo per raccontare un giardino.


Il film sarà presentato in anteprima assoluta domenica 27 ottobre alle ore 10:30, al Milano Design Film Festival, all’Anteo Palazzo del Cinema. Il festival si arricchisce della nuova sezione BLOOM dedicata all’ambiente, sostenibilità, giardini, paesaggio e persone, curata da Antonio Perazzi.
Qui potete vedere il trailer del film

Il memo delle date e degli orari:
ANTEO PALAZZO DEL CINEMA, Milano
27 ottobre 2019 ore 10:30

Lazzaro felice, un pensierino

In questo film c’è un giovane che si chiama Lazzaro, che non si sa perché (lo sanno solo Dio, la regista e la sceneggiatrice) vede solo la parte buona della vita.
Non è che Lazzaro si sia messo in testa di cambiare il mondo, vuole solo aiutare quando può. Alla fine muore, ma resuscita, sennò non si chiamava Lazzaro. Poi va in banca, dove lo ammazzano per davvero (le banche mica t’ammazzano per finta, come i burroni). E succede che insomma, ‘sto spirito buono di Lazzaro piglia e va in giro per le strade e in mezzo alle auto, sotto le sembianze di un lupo bianco, che nessuno vede. Perché la bontà nessuno la vede, e se la vede la confonde con stupidità.
E che pensi dopo? Che forse non è tanto la Bellezza che deve salvare il mondo, ma la bontà, pure che nessuno se ne accorge.

Corpi che creano, corpi creati e “Alien Theories”

Per ragioni troppo lunghe da spiegare, posso dirvi che non ci sono altre saghe filmiche che conosco tanto bene come quella di Alien, attualmente riproposta dalla Rai per seguire la scia di Alien: Covenant.
Il mondo del web è popolato da “Alien Theories”, ad esempio chi ravvisa uno stretto legame tra Alien e Frankenstein di Mary Shelley, o con i romanzi gotici ottocenteschi.

I riferimenti sessuali sono chiari in tutta la saga, disseminati un po’ ovunque nel primo film, dal fallomorfismo dell’alieno, al giornale arrotolato che Ash usa per strozzare Ripley, ad alcune espressioni di Sigourney Weaver durante l’esplosione della Nostromo. Lasciamo perdere gli slip finali, quelli sono molto cinematografici e americani. Fare degli organi sessuali un elemento estetico ha comunque portato bene al film e l’ha distanziato da tutta la produzione cinematografica dell’epoca, e posso dire che non ci sono altre pellicole che ne abbiano fatto un uso così sofisticato dal punto di vista visivo.
D’altra parte Alien poggiava sui meravigliosi disegni preparatori di Giger. Mi spiace che Wikipedia abbia rimosso dalla pagina dedicata al film una interessante riflessione su uno “stupro al contrario” da parte dell’Alieno, avrei voluto qui poter citare l’autore di questo interessante spunto di discussione.
In realtà oltre a questo c’è anche una maternità indesiderata e mortale. Il primo dei corpi che creano è un uomo, Kane.
Il secondo è la Regina, ed è il corpo creativo logico, lineare, biologicamente corretto: cioè la madre degli alieni (o perlomeno del loro primo stadio vitale). Nel secondo film la maternità è molto ben delineata: il rapporto tra Ripley e Newt è quello tra madre e figlia. Nelle scene tagliate c’è il racconto di come Ripley abbia lasciato sulla Terra una figlia della stessa età di Newt, e a causa dell’ “ipersonno insolitamente lungo” questa sia morta di vecchiaia poco prima del rientro di Ripley sulla Terra.
Nel terzo film Ripley ha dentro una Regina. Non si sa se sia stata ingravidata o se l’aliena sia cresciuta in lei secondo il consueto ciclo vitale che ben conosciamo. Anche qui non sono mancati riferimenti al sesso, ma molto più banali e funzionali a solleticare pruderie e affluenza di pubblico per un film con una sceneggiatura incollata con lo sputo e scarse attese da parte dei produttori.
Tra tutti gli episodi di “Alien”, peggio del terzo è forse solo “Covenant”, che neanche una incredibile recitazione di Fassbender riesce a salvare. Eppure in questo delirio di assurdità, Alien3 ha una scena di grande delicatezza e -per me- molto commovente. Quando Ripley si getta nel piombo fuso la Regina le sfonda il torace: nasce. Ripley dà alla luce quella creatura e la stringe al petto, con rudi guanti da lavoro, non per amarla o coccolarla, ma per portarla con sé dentro lo stampo con il piombo bollente. Se si accettano nel “canone” sono le scene andate al cinema e non gli extra o i cut, quella è l’unica maternità di Ripley, una materintà mortale, orribile, annichilente.

A quanto ne so il quarto film è stato addirittura eliminato dal “canone” e per me è stato criticato negativamente in modo esagerato. Non è per nulla da buttare ma purtroppo ha troppi, troppi difetti per poterne dire bene, ed è un vero peccato. Se avesse mantenuto la qualità del primo quarto d’ora sarebbe stato un capolavoro e saremmo qui a parlare di questo e non degli altri. In Alien Resurrection (in Italia Alien – La clonazione) c’è un continuo rimpallo tra l’idea della nascita come morte. È qualcosa di estremamente interessante che si sarebbe potuto esplorare meglio. La scena di Ripley8 che si sveglia in un sudario e ne esce come fosse una placenta, è estremamente sofisticata e densa, così come quella del parto della Regina, a cui Ripley ha donato un utero: la Xenomorfa è diventata mammifera? Appena nato, il cucciolo divora la madre, come i ragni del ricordo di Rachel in Blade Runner. Alla nascita si accompagna una morte, un concetto lontano dal mondo della cinematografia americana e forse per questo abbandonato o trattato in modo superficiale.

“Sono la madre del mostro”

Un passeggero infettato chiede drammaticamente del mostro che porta dentro, e domanda a Ripley: “Lei chi è?”. Ripley risponde:”La madre del mostro”. La maternità come tale viene definita verbalmente solo in questo episodio, Ripley e i suoi cloni non sono solo materiale genetico, ma proprio corpo biologico che genera, anche se grazie alla tecnologia, mentre la Xenomorfa diventa madre quasi amorevole nei confronti del cucciolo, che invece si lega a Ripley, la parte umana di sé.
Ripley è insomma una madre dal secondo film in poi, eccetto i crossover con Predator, in cui non appare Sigourney Weaver.

Il cambio di passo arriva non con Prometheus, ma con Alien: Covenant. Dal cesareo in emergenza della dottoressa Shaw, ospite di un parassita, passiamo a una diversa capacità creativa, quella della mente, della logica, del computer, che negli stereotipi di genere è considerata maschile. È l’androide David 8 che crea gli Xenomorfi attraverso esperimenti sul corpo della dottoressa Shaw e sugli organismi del pianeta di cui ha annientato la fauna. La creazione rimane morte, ma ridiventa appannaggio del maschio, come era stato per Kane nel primo film, con una differenza sostanziale: il primo film non aveva neanche l’intento di esplorare il tema della creazione e della nascita, Kane era solo un ospite biologico per un parassita, come sarà per Shaw, mentre dopo tutta la carne (nel vero senso) messa sul fuoco dai vari sequel, per Scott non è stato possibile sottrarsi a questo tema, affidato al personaggio più amato, quello a cui sia lo zoccolo duro che i nuovi fan sono più interessati: David.
David è un caso di androide piuttosto raro nel cinema di fantascienza, e l’interpretazione superlativa di Michael Fassbender ne ha fatto un’icona che non sarà presto dimenticata e con dignità passerà alla storia della SF.
Ash ha protetto gli Xenomorfi, Bishop non si sa, Cole li vuole distruggere e David li crea.

Sarà un fatto di botteghino, ma…

Perché tanto citazionismo? Derrida e Greenberg hanno risposto.

Come spesso succede ai blogger, ci si sente un po’ cretini a spiegare cose che dovrebbero essere note, e su cui grandi della filosofia hanno già dato un’autorevole opinione.
Ci si sente ancor più cretini quando si tenta di approfondire l’argomento con gli “specialisti”, che spesso rispondono frasi fatte o una sequenza di punti interrogativi.
Mi è capitato con la moda hipster, mi capita in continuazione con la citazione cinematografica.
Non si tratta di “esprimere qualcosa in modo già perfettamente espresso da altri”. No, proprio per nulla.

Si tratta di decustruire e ricostruire.

Il nome di Antonio Gramsci non farà sobbalzare nessuno dalla sedia: lo conosciamo perché in carcere non c’era il satellitare e, per passare il tempo, ha scritto un sacco di cose che ci hanno fatto leggere a scuola. E poi ricordiamo tutti la sua terribile montatura.
Questo Gramsci ha scritto che le classi economiche dominanti (dette anche “loro” o “gli altri” nei discorsi complottisti), quelle che detengono il potere di produzione e distribuzione di beni e dell’energia, per mantenere l’egemonia, hanno bisogno che il sistema economico non solo sia accettato, ma sia accettato di buon grado. Perché? Per mantenere la stabilità sociale e quindi i rapporti di produzione economica tra datori di lavoro e lavoratori.
Questa sorta di sottomissione non coercitiva (al contrario di “1984”) avviene attraverso la produzione di una cultura che da un lato anestetizza le coscienze critiche, da un altro le convince, le porta a sé, senza privarle di pensieri controcorrente o decisamente opposti alla cultura dominante, che ovviamente saranno meno conosciuti, meno distribuiti e faranno molta fatica ad affermarsi.

Seguitemi, non è difficile: oggi questa roba si chiama “consenso”.

Sempre questo tizio con gli occhiali brutti ha detto che è sbagliato pensare che la cultura delle classi lavoratrici sia inoculata per via rettale da quelle dominanti. Le classi lavoratrici o comunque non dominanti, ricevono e si appropriano della cultura che viene loro proposta o della cultura “alta”, e rielaborano quello che gli interessa, in un procedimento che è stato definito “bricolage” (Dick Hebdige), resistenza/incorporazione, negoziazione, disarticolazione/riarticolazione (Stuart Hall).

inglorious basterds

In questo processo la cultura viene scomposta e ricomposta, e gli elementi più ammirevoli o più memorabili vengono isolati. Può essere una frase famosa (“francamente me ne infischio”) o uno stile formale (vedi lo Psycho di Gus Van Sant, shot to shot del film di Hitchcock), ma anche altri elementi volti a veicolare particolari concetti politici, sociali, ideologie (ad esempio il montaggio serrato di Hutshing e Scalia che in JFK è sufficiente a provare allo spettatore l’esistenza di un complotto).

La frammentazione a questo punto è una procedura necessaria: è IL processo di produzione culturale. Stop.
La citazione e ciò che deriva da questo processo sono “scarto” e “materia prima” al contempo.
È una delle ragioni per le quali oggi sono le “performance” a creare arte e non più il quadro esposto al museo.

Greenberg e Derrida hanno ampiamente analizzato il problema.

Che poi il citazionismo si sia infiltrato in ogni piega dell’offerta culturale è un procedimento di involuzione non differente dalla metafora del maglione color ceruleo.