“Mi girano le ovaie”, “Mi sono rotta il cazzo” e la parità di genere attraverso il linguaggio volgare, le imprecazioni e le bestemmie #1

Da grande appassionata e fruitrice del linguaggio volgare, colloquiale, del registro linguistico parlato anche nella scrittura, dei regionalismi e delle parlate vernacolari di tutta Italia, mi sono posta frequentemente delle domande sulla natura linguistica delle parolacce, un argomento peraltro stuidiatissimo dai linguisti e dalle linguiste, ma forse non sufficientemente divulgato.
La linguistica delle volgarità è di grande interesse poiché rivela come una società interpreta persone, azioni. Come recepisce e stigmatizza alcuni comportamenti, oltre ad avere un interesse storico non indifferente, poiché alcuni termini affondano la loro etimologia in tempi remoti e attività che oggi sono totalmente dimenticate. Di alcune parole non si conosce neanche l’etimologia, la si suppone in modo confuso. Data la vastità delle volgarità vernacolari italiane, i cui dialetti sono innumerevoli, sarebbe importantissimo uno studio regione per regione di etimologia, glottologia e lessicografia delle volgarità. Peccato non si faccia per pudicizia, forse, o forse per inerzia.

Nella mia pur modesta esperienza di volgarità assortite, sono riuscita a distinguere dei macrogruppi di volgarità:
1) parole attinenti al mondo degli animali (uso non esclusivo delle volgarità)
2) parole attinenti al mondo della sporcizia fisica e degli escrementi, umani e no
4) parole attinenti al genere e al sesso
5) parole attinenti alla classe sociale, in particolare al mondo rurale
6) parole attinenti al mondo delle divinità, dette anche “bestemmie” (alcune con emendamenti e varie sovrapposizioni al gruppo 4).
7) borderline sono le parole che riguardano la figura delle persone, malattie e disagi vari. Sono piuttosto diffusi e molto usati nel corso dei secoli, ma sono diventati una forma di insulto codificato nella seconda metà del Novecento. In ogni caso non sono “parolacce” quanto termini dispregiativi che nascono da un lemma a cui viene applicato un suffisso accrescitivo o dispregiativo (ad esempio “grassona”).

Altri termini insultanti, che possono riguardare attività illecite o immorali sono semplici offese, e questi non sono pertinenti all’insieme delle volgarità.

Se campo qualche altro paio di secoli, mi piacerebbe occuparmi anche degli altri macrogruppi, ma ho prestato particolare attenzione al gruppo di mio maggiore interesse, cioè il gruppo 4 (termini attinenti al genere e al sesso).

Ah, questo articolo sarà pieno zeppo di volgarità e bestemmie, chi si sente leso o lesa, preventivamente può lasciare la pagina fin d’ora.

La mia riflessione nasce ahimé tardiva, dopo aver sentito alcune femministe dire “mi girano le ovaie”. In quel momento ho pensato al mio pancreas, la nefrolitiasi e al DNA mitocondriale. Ma è una “parlata volgare” o siamo in una puntata del Dr. House?
Se a me dicono: “Mi girano le ovaie” mi viene da pensare a una ecografia, lo dico chiaro.
La lingua è la lingua, e non basta una semplice inversione o sostituzione del termine, occorre che questo sia stato incamerato come “volgare” o “gergale” per essere utilizzato come volgarità che sortisca il suo effetto, cioè quello di generare un rafforzamento dell’immagine figurata.
È anche possibile che “Mi girano le ovaie” arrivi a essere un equivalente femminile di “Mi girano le palle”, ma dubito che accada entro la fine del millennio.
La ragione è semplice: le ovaie -così nominate- sono una parte anatomica del corpo femminile. Non sono un eufemismo di quella parte anatomica. Le “palle” invece sono un eufemismo per “testicoli”. Perciò non fa ridere o non aggancia l’immaginazione.
Il punto è proprio questo: NON ESISTE un eufemismo per ovaie. O si dice ovaie, o si dice ovaie. Se non viene inventato un eufemismo gergale per “ovaie”, non ci sarà nessuna vera volgarità correlata a questo termine, ma solo blande fotocopie della volgarità al maschile.
Come non esiste una pornografia per donne (intendo una vera pornografia per donne, non quella che trovate sotto l’etichetta “nubile porn”) ancora non esiste una volgarità per donne, che non deve necessariamente essere l’inverso di quella maschile. Le ovaie potrebbero non girare o ruotare, ma fare altri movimenti, o nessun movimento affatto. “Mi sono rotta la vagina” è una scena da E.R. Medici in prima linea.
Presto, qualcuno chiami il dottor Benton! Sala operatoria uno!

È importante che il femminismo (di qualunque femminismo si parli) almeno inizi, anche goffamente, a inventarsi un suo proprio mondo di volgarità, e questo passerà dalla terminologia anatomica, al suggerimento di quella terminologia, all’eufemismo, e ad altro che non so immaginare (chi potrebbe?).
Si ripete un po’ il problema del neutro, che in italiano non esiste (ne parlerò prossimamente in un videino, appena riesco a toglievmi l’effetto cvespo dai capelli, tefovo). Dei mille modi pensati a tavolino non ce n’è uno che vada bene, dall’asterisco al trattino, la -u- o l’inclusivo con la ripetizione, che genera a volte effetti comici.
L’invenzione a tavolino dei termini è ricorrente nella storia delle lingue di ogni paese (noi abbiamo avuto i numerosi termini inventati da D’Annunzio), ma per quanto riguarda le volgarità, è davvero difficile inventarle. La volgarità verbale nasce dalla necessità di esprimere quel concetto in modo iperbolico o rafforzato, o elusivo, allusivo o catartico. È per questa ragione che il grande calderone delle volgarità sono i regionalismi e i gerghi, non i dizionari e le grammatiche.

La sintesi è che non c’è nessun disdoro nel dire: “Mi avete rotto il cazzo”, perché in quanto espressione generica, immaginativa e colloquiale, per di più così diffusa, diventa immediatamente -come dire- unisex.

Più problematico l’uso di espressioni come “figlio/a di puttana”, “porca troia”, “porca madonna” (esempio in cui si fondono i gruppi 1, 4 e 6 -animali, sesso e divinità), “rottainculo” e altre espressioni analoghe che individuano con estrema precisione nella figura femminile unicamente l’elemento sessuale visto dalla parte maschile. Come apparirà evidente, l’inverso in questo caso non è fattibile.
Ad esempio il classico “figlio di puttana”. Se dico a una persona “figlio di puttana”, potremmo arrivare a uno scontro verbale o fisico (quando i decreti sul Covid consentiranno le zuffe), mi potrei beccare una minaccia di qualche tipo, ma non ci sono gli estremi per una qualsiasi azione legale.
Cos’è la controparte maschile della puttana? Non banale domanda. Il marchettaro? No. Il marchettaro è socialmente individuato come un omosessuale che va con altri uomini, non necesessariamente omosessuali, a pagamento. Quindi non un uomo che si fa pagare per fare sesso con molte donne.
Vediamo: il “toy boy”? No. Il “toy boy” è un giovane bello e aitante che si fa lautamente pagare per essere sfoggiato da donne ricche e di solito avanti con l’età. Ma diciamo che è di uso “quasi esclusivo” perché cesserebbe quella funzione di attrattività che la ricca signora vuole le sia conferita dalla compagnia del ragazzo. Insomma sta con una donna alla volta.
E comunque “figlio di toy boy” non è granché come insulto, eh.

Non esiste l’inverso della puttana. Non esistono maschi che si fanno pagare per fare sesso con molte donne, per strada, in auto, al freddo, massacrati da “mammone” che gli chiedono il 90 per cento dell’incasso giornaliero e li violentano anche, o li prendono a pugni, o col mattarello, nel caso. Non esiste questa “figura professionale”.
Quindi? Che tipo di uomo va con molte donne? Il puttaniere. Ok, “Figlio di puttaniere” non è malvagio come insulto, ma stiamo ancora insultando le donne.
Che facciamo allora? “Figlio di maniaco sessuale”? Uhm, non mi dispiace. “Figlio di pedofilo”? Querela subito.

Ricapitolando: la Legge italiana consente a chiunque di dirmi in faccia che mia madre è una prostituta. Mia madre è una prostituta: tutti me lo possono dire senza che io possa far altro che difendermi verbalmente. Una persona in fila alla posta potrebbe dirmelo, una cassiera incazzata potrebbe dirmelo, il centralinista Telecom potrebbe dirmelo. Tutti. E la Legge Italiana? Zitta, muta.

Ma se io dico: “Figlio di pedofilo” scatta la querela. Ah sì.
Si accettano suggerimenti.

E per oggi, fine prima parte.

Ho visto una donna…

Ho visto una donna vivere dentro la patente di un uomo. Un biglietto da visita, non sgualcito, ma non perfettamente conservato. Qualche piegolina, leggeri annerimenti dovuti al contatto con i polpastrelli. Un biglietto vecchio stile, di quelli che andavano di moda anni fa, di carta bianca del tipo “millerighe”, che oggi fa tanto demodé, tanto kitsch. Nome, cognome, cellulare e mail di una importante ditta nazionale, chiusi tra la patente e la carta di credito come tra due mani giunte in preghiera e corpo curvo sull’inginocchiatoio. Lei era lì, viveva lì, lei e il suo filo, tra le due cose più importanti per quell’uomo. Il biglietto un po’ sciupato, lo stile fuori moda, inaccettabile per i dipendenti di quel tipo di azienda, suggerivano una conoscenza datata e pochi contatti successivi. Avrà avuto le sue ragioni per tagliare il suo filo.

Ho visto una donna sul cui volto sembrano aleggiare i dolori del mondo. Una donna non bella, non elegante, non simpatica, non amabile. Una donna triste e dolente come la sua vita, seppure ella stessa forse non lo accetti. Una donna che rifiuta la sua condizione, ma non abbastanza intelligente, colta e forte da poterla cambiare. Una donna senza sorriso, dal viso scuro di amarezza impotente, sempre eguale in una espressione di angoscia ingoiata per anni, occhi duri, labbra rivolte verso il basso, sopracciglia aggrottate, arroganti di frustrazione. Una donna qualunque, una donna per cui vale il detto di Voltaire: “Nulla vale una vita e una vita non vale nulla”. Una donna la cui vita vale solo per i figli che ha messo al mondo, a cui ha contagiato ignoranza e arroganza, trista incapacità.

Ho visto una donna che mi somigliava. Ho visto come potevo apparire agli occhi degli altri, quando ero “quella grassa”. Una donna giovane, da tutti considerata bella. Una donna famosa, una vip, dal volto trasformato, ingrossato, tondo come la luna. Ancora bella, carina, ma fuori da sé stessa, in un corpo che non sentiva più suo. Pochi secondi sono bastati a percepire ciò che molte donne sentono per anni: vivere dentro un involucro “sbagliato”, che proprio non vuoi, che odi e disprezzi. Lei non era nessuno per me prima, né lo è ora: è stato solo un istante di specchio, di agnizione, in cui ho solo visto una me com’ero, con gli occhi degli altri, dei “normali”. Un istante che -per tutti gli altri- è durato vent’anni.

Corpi che creano, corpi creati e “Alien Theories”

Per ragioni troppo lunghe da spiegare, posso dirvi che non ci sono altre saghe filmiche che conosco tanto bene come quella di Alien, attualmente riproposta dalla Rai per seguire la scia di Alien: Covenant.
Il mondo del web è popolato da “Alien Theories”, ad esempio chi ravvisa uno stretto legame tra Alien e Frankenstein di Mary Shelley, o con i romanzi gotici ottocenteschi.

I riferimenti sessuali sono chiari in tutta la saga, disseminati un po’ ovunque nel primo film, dal fallomorfismo dell’alieno, al giornale arrotolato che Ash usa per strozzare Ripley, ad alcune espressioni di Sigourney Weaver durante l’esplosione della Nostromo. Lasciamo perdere gli slip finali, quelli sono molto cinematografici e americani. Fare degli organi sessuali un elemento estetico ha comunque portato bene al film e l’ha distanziato da tutta la produzione cinematografica dell’epoca, e posso dire che non ci sono altre pellicole che ne abbiano fatto un uso così sofisticato dal punto di vista visivo.
D’altra parte Alien poggiava sui meravigliosi disegni preparatori di Giger. Mi spiace che Wikipedia abbia rimosso dalla pagina dedicata al film una interessante riflessione su uno “stupro al contrario” da parte dell’Alieno, avrei voluto qui poter citare l’autore di questo interessante spunto di discussione.
In realtà oltre a questo c’è anche una maternità indesiderata e mortale. Il primo dei corpi che creano è un uomo, Kane.
Il secondo è la Regina, ed è il corpo creativo logico, lineare, biologicamente corretto: cioè la madre degli alieni (o perlomeno del loro primo stadio vitale). Nel secondo film la maternità è molto ben delineata: il rapporto tra Ripley e Newt è quello tra madre e figlia. Nelle scene tagliate c’è il racconto di come Ripley abbia lasciato sulla Terra una figlia della stessa età di Newt, e a causa dell’ “ipersonno insolitamente lungo” questa sia morta di vecchiaia poco prima del rientro di Ripley sulla Terra.
Nel terzo film Ripley ha dentro una Regina. Non si sa se sia stata ingravidata o se l’aliena sia cresciuta in lei secondo il consueto ciclo vitale che ben conosciamo. Anche qui non sono mancati riferimenti al sesso, ma molto più banali e funzionali a solleticare pruderie e affluenza di pubblico per un film con una sceneggiatura incollata con lo sputo e scarse attese da parte dei produttori.
Tra tutti gli episodi di “Alien”, peggio del terzo è forse solo “Covenant”, che neanche una incredibile recitazione di Fassbender riesce a salvare. Eppure in questo delirio di assurdità, Alien3 ha una scena di grande delicatezza e -per me- molto commovente. Quando Ripley si getta nel piombo fuso la Regina le sfonda il torace: nasce. Ripley dà alla luce quella creatura e la stringe al petto, con rudi guanti da lavoro, non per amarla o coccolarla, ma per portarla con sé dentro lo stampo con il piombo bollente. Se si accettano nel “canone” sono le scene andate al cinema e non gli extra o i cut, quella è l’unica maternità di Ripley, una materintà mortale, orribile, annichilente.

A quanto ne so il quarto film è stato addirittura eliminato dal “canone” e per me è stato criticato negativamente in modo esagerato. Non è per nulla da buttare ma purtroppo ha troppi, troppi difetti per poterne dire bene, ed è un vero peccato. Se avesse mantenuto la qualità del primo quarto d’ora sarebbe stato un capolavoro e saremmo qui a parlare di questo e non degli altri. In Alien Resurrection (in Italia Alien – La clonazione) c’è un continuo rimpallo tra l’idea della nascita come morte. È qualcosa di estremamente interessante che si sarebbe potuto esplorare meglio. La scena di Ripley8 che si sveglia in un sudario e ne esce come fosse una placenta, è estremamente sofisticata e densa, così come quella del parto della Regina, a cui Ripley ha donato un utero: la Xenomorfa è diventata mammifera? Appena nato, il cucciolo divora la madre, come i ragni del ricordo di Rachel in Blade Runner. Alla nascita si accompagna una morte, un concetto lontano dal mondo della cinematografia americana e forse per questo abbandonato o trattato in modo superficiale.

“Sono la madre del mostro”
Un passeggero infettato chiede drammaticamente del mostro che porta dentro, e domanda a Ripley: “Lei chi è?”. Ripley risponde:”La madre del mostro”. La maternità come tale viene definita verbalmente solo in questo episodio, Ripley e i suoi cloni non sono solo materiale genetico, ma proprio corpo biologico che genera, anche se grazie alla tecnologia, mentre la Xenomorfa diventa madre quasi amorevole nei confronti del cucciolo, che invece si lega a Ripley, la parte umana di sé.
Ripley è insomma una madre dal secondo film in poi, eccetto i crossover con Predator, in cui non appare Sigourney Weaver.

Il cambio di passo arriva non con Prometheus, ma con Alien: Covenant. Dal cesareo in emergenza della dottoressa Shaw, ospite di un parassita, passiamo a una diversa capacità creativa, quella della mente, della logica, del computer, che negli stereotipi di genere è considerata maschile. È l’androide David 8 che crea gli Xenomorfi attraverso esperimenti sul corpo della dottoressa Shaw e sugli organismi del pianeta di cui ha annientato la fauna. La creazione rimane morte, ma ridiventa appannaggio del maschio, come era stato per Kane nel primo film, con una differenza sostanziale: il primo film non aveva neanche l’intento di esplorare il tema della creazione e della nascita, Kane era solo un ospite biologico per un parassita, come sarà per Shaw, mentre dopo tutta la carne (nel vero senso) messa sul fuoco dai vari sequel, per Scott non è stato possibile sottrarsi a questo tema, affidato al personaggio più amato, quello a cui sia lo zoccolo duro che i nuovi fan sono più interessati: David.
David è un caso di androide piuttosto raro nel cinema di fantascienza, e l’interpretazione superlativa di Michael Fassbender ne ha fatto un’icona che non sarà presto dimenticata e con dignità passerà alla storia della SF.
Ash ha protetto gli Xenomorfi, Bishop non si sa, Cole li vuole distruggere e David li crea.

Sarà un fatto di botteghino, ma…

Un giardino Pandora (J’accuse#2)

Qualche tempo fa ho intercettato l’ennesima discussione facebucchiana sulla pubblicità Pandora, fatta non da femministe o maschi Neanderthal, ma da giardinieri.
Lì per lì mi è venuto da ridere.
Mi sono chiesta: ma possibile che manco i giardinieri si siano resi conto di quanto è brutta? E dire che il giardiniere dovrebbe avere una stretta frequentazione con l’Estetica (a quelli che confondono l’Estetica con l’estetista consiglio di passare ad altro blog).
Dato che oltre a una occasionale e non sempre riuscita funzione aggregativa e sociale, i giardini non hanno altro scopo che essere belli (funzione estetica -Mukarovsky), i giardinieri dovrebbero essere in grado di percepire il Bello, anche se la sua definizione non è univoca. E altrettanto dovrebbero essere in grado di riconoscere il Brutto, e visto che la storia della Filosofia ha evidenziato nel corso dei secoli un profondo legame tra l’Estetica e l’Etica, anche l’etico e il non etico. In breve, l’Estetica ci aiuta a comprendere quale è la parte più umana e preziosa di noi, come individui e come specie, e quale dovrebbe essere superata.

La mia sorpresa nel nel leggere commenti del tipo “Pandora libera la filippina che è in te” , “La pubblicità è riuscita nel suo scopo, cioè far parlare di sé” o ancora “bisogna prendere le cose con leggerezza”.
Altri non me ne ricordo ma erano tutti sullo stesso tenore: indifferenza, qualunquismo,abdicazione al senso critico, stupidità o conformismo spregiudicato.

E dargli fuoco?

Sulla filippina che è in te, finalmente liberata dal gioiello Pandora, taccio poiché si tratta di razzismo puro e semplice (pare che vada ancora di moda, specie al Nord).
Che lo scopo delle pubblicità sia far parlare di sé è un pleonasmo, ma non a scapito di qualcuno. La pubblicità non deve essere offensiva o denigratoria, per due ragioni: la prima è che denigrare, sminuire, svilire, decontestualizzare una categoria sociale riposizionandola a seconda delle necessità del brand è semplicemente sbagliato, antietico, e anche brutto. Sì, brutto.
La seconda ragione è quella categoria di persone potrebbe essere indotta a non acquistare più quel marchio o invitare le altre persone a non acquistarlo: questo non non è un buon affare per quella marca.
I più matusa -qui- ricorderanno la protesta dei veterinari contro una pubblicità di non ricordo quale liquore, un amaro, che in maniera “incidentale” li ritraeva come persone amanti del buon bere. I veterinari s’incazzarono un bel po’, e quella marca dovette ritirare lo spot per buttarla poi su un prezioso vaso che doveva essere salvato con un aereo, o qualcosa del genere.
Nessuno si è scandalizzato per la protesta dei vet, né ci ha riso sopra, né ha invitato questi professionisti (per il solito molto ricchi e assai corporativi), a “prenderla con leggerezza” o gli ha mai detto “e fattela ‘na risata, doc!”, specie se il suo cane stava sul tavolo operatorio con una zampa in attesa del gesso.
Delle volte mi viene in mente Lisistrata e sospiro.

Quindi per me chi dice che “Pandora ha centrato il suo scopo” è afflitto da conformismo ed è così biscottato dalla società da non riuscire a distinguere il Brutto dal Bello, il Buono dal Giusto, il Vero dal Falso.

Perché non te lo compri? Costa solo venti dollari!

A chi sostiene “prendila con leggerezza” o invita alla risata, rivolgo una domanda: perché sulle bacheche di tanti e tanti giardinieri in questi giorni ci sono dotte e infinite elucubrazioni su “Spelacchio”? Perché ve la prendete se abbattono gli alberi nelle vostre città? Siete sempre a lamentarvi di questo o quello (condividendo, non sia mai scrivendo un pensiero proprio o FACENDO qualcosa), tutti a dire “ah, le fioriture sono impazzite a causa del clima” o “certo, questo accade se le amministrazioni mettono degli stupidi a potare gli alberi”, e poi però -quando la cosa non tocca voi e il vostro giardinetto- tutti a dire “E prendila con leggerezza”.

E che giardinaggio vuoi fare così, core bello? Ma dove vuoi andare? Ti fermi giusto alle rose, tutte ammucchiate perché “di più è più bello”, alle fioriture in massa, alle cazzatelle shabby chic, al romanticismo senza interpretazione. In te non si alzerà mai l’ala della poesia, non avrai mai il coraggio di fare il passo del leone, e il mondo finirà alla siepe del tuo giardino: ciò che accade fuori non ti turba, non ti interessa e non ti disturba. Finché avrai acqua abbondante per irrigare, i soldi per comprare le rose a radice nuda, il diserbante e l’antiparassitario al supermarket, per te andrà bene tutto. E rimanici nel tuo “tutto”.

Giardiniere Pandora, tu sei un giardiniere Kitsch, prendine atto.
Ti è piaciuta la pubblicità Pandora? E beccati un giardino BRUTTO.

Ecco i giardini che ti meriti, giardiniere Pandora: li ho scelti col cuore pensando a te.

La “Zoppa”

A Siderno vive una signorina che viene chiamata “la Zoppa”. È una donna piccola, magra, un po’ stortignaccola e con disturbi di afasia, tanto che a volte, oltre a “Zoppa” viene chiamata anche “la Muta”.
Da noi il soprannome viene detto ‘ngiuria, ma non in senso dispregiativo. Molte persone se lo fanno scrivere sotto al manifesto funebre, altrimenti nessuno capirebbe chi è il morto.
Ovviamente “Zoppa” e “Muta” sono un po’ diversi dalle ‘ngiurie comuni, perché evidenziano una diversità, una malformazione, una incapacità.
Al lettore le proprie conclusioni.

La Zoppa viveva in casa col fratello, che ha accudito fino alla di lui dipartita. Si dice che questi la trattasse male, che la insultasse; ma la Zoppa, non avendo né lavoro né indipendenza, era costretta a stare in casa e a sopportare le sue sfuriate. Non so quante ne abbia passate la Zoppa, e se ne passi ancora. La vedo sempre con i sacchetti della spesa, pioggia o solleone. Una donnina composta, con un viso floscio alla Braccobaldo, una bocca mai sorridente e mai triste, i capelli corti, come un maschio. La mia curiosità umana per la Zoppa -confesso- è enorme.
Non so se ci sia nata, zoppa, o ci sia diventata. Una cosa deve esserle stata subito chiara: nella sua famiglia era lei l’orso bianco della fiera.
Non avendo da portare in seno alla famiglia altro che (presumo) una pensione di invalidità, la sua vita si deve essere ben presto tradotta nello svolgimento di compiti di accudimento familiare. Le spese sicuramente limitate a quelle alimentari, non essendo la Zoppa in grado di compilare una distinta in banca o di dettare un telegramma.
Non essendo bella non è stato possibile maritarla. È venuto meno quindi il ruolo primario della femmina, quello di bestia da riproduzione. Un matrimonio è anche garanzia di una collocazione sociale positiva.

Quindi alla Zoppa non è rimasto che fare avanti-indietro con i sacchetti della spesa, e su e giù per le scale quando qualcuno aveva bisogno di qualcosa.
Spesso i destini di donne né zoppe né mute sono questi, arruolamento coatto nell’esercito di famiglia, in cui non si è altro che un soldatino agli ordini di chi comanda.
Non penso che La Zoppa se ne sia resa conto, o se lo ha fatto ha creduto che il suo destino fosse giusto, inevitabile. C’è chi se ne rende conto, e riesce a scappare in tempo. C’è chi se ne rende conto dopo decenni, convinta che no, non potrà mai accaderle ciò che ha visto succedere a quella poverella. E nel frattempo che la convinzione di non essere l’orso bianco della fiera aumenta, di pari passo amenta la sottomissione. Quando si realizza di essere sempre stati l’orso bianco della fiera, ormai le ginocchia sono consumate, sono arrivate la flebite, la menopausa e la calvizie. Ma il più delle volte -il più delle volte- si continua a farlo, continui a essere l’orso bianco della fiera perché non hai altra scelta, esattamente come la Zoppa.

Il caso Paradine

Eva peccatrice

Qualche giorno fa hanno rimandato il classico “Il caso Paradine”, non esattamente uno dei miei preferiti di Hitchcock.
Da ragazzina Alida Valli mi sembrava di una bellezza olimpica, una regina di ghiacci eterni. Capivo già allora che un nome italiano in un film americano e prestigioso era un evento raro, perciò la squadravo, ne osservavo i movimenti del viso, assorbivo il tono drammatico del doppiaggio.
“Il caso Paradine” era uno dei film preferiti di un signore che conoscevo, un uomo buono ma dotato di certi spigoli di autentica malvagità. Come molte persone che hanno frequentato casa mia, era un misogino. La signora Paradine aveva sedotto Latour e fatto avvelenare il buon colonnello, che aveva soposato solo per danaro. Per quell’uomo “Il caso Paradine” era una metafora del rapporto con la moglie: una donna che tutto il paese ha sempre ritenuto più casta della Vergine Madre. Non so perché quell’uomo sospettasse la moglie di tradimento: immagino perché lui l’aveva tradita più volte, e la giudicava con il suo metro.
La signora Paradine e la moglie di questo buon uomo sono così fuse nella mia memoria e posso testimoniare, su quello che volete, che a Siderno ci fu una signora Paradine innocente, ma agli occhi del marito, colpevole fino all’ultimo.
Lo giuro.

stalking
Lo stalker e la vittima

Il Giardino delle Iris di Trebecco: l’eredità botanica di Luigi Mostosi alla figlia Cristina

13-papa-luigi-durante-libridazioneQuesta è la storia di un giardino e di stretti legami familiari. Quando la passione per le piante e i giardini ci ha fatte incrociare, la vicenda familiare di Cristina mi ha colpita in un modo che non so neanche io stessa raccontare.
L’amore che il padre aveva per le due figlie viene oggi ricambiato con la tenerezza del ricordo e la prosecuzione del lavoro e della passione della vita. E tutto questo è espresso dalla bellezza di un giardino, e dal finalmente acquietato ricordo dolce e amoroso, che vi giuro, da esso emana così forte da poterlo toccare, ogni volta che lo sguardo si appoggia su un fiore di iris, si tocca l’amore.
Luigi Mostosi aveva quasi 30 ibridi registrati all’American Iris Society, si era gettato nell’ibridazione per sopire un dolore incolmabile, la perdita della figlia minore Paola.
Dopo la scomparsa prematura del padre, è stata Cristina a occuparsi del giardino. È nella sua voce, nel suo entusiasmo non spento, ma solo reso più saggio e paziente, che si percepisce distintamente la presenza del padre e della sorella come persone fisiche, presenti e mai andate via. E io stessa, che il giardino non l’ho mai visitato, nettamente vedo tre figure lavorare tra le file di rizomi.
Il Giardino delle Iris di Trebecco, nel bergamasco, oggi prende forme diverse dal dolore, volgendosi all’aspetto più prettamente botanico e progettuale, al quale Cristina lavora alacremente ormai da alcuni anni.

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Le abbiamo chiesto di parlarci delle modifiche al giardino e dei suoi progetti, delle sue infinite idee che hanno come fulcro Il Giardino delle Iris di Trebecco.

Nel lavorare al tuo giardino, non hai subito intuito che fosse un patrimonio botanico di rilievo nazionale, come è arrivata la consapevolezza?

Mio padre coltivava ed ibridava iris barbate da più di trent’anni, pertanto fin da ragazzina il binomio iris-Giardino di Trebecco mi veniva naturale.
Forse ho percepito la portata della collezione delle iris quando mi è stata lasciata in eredità da papà, quando ho iniziato a mettere mano alla mole dei suoi appunti botanici, quando ho trovato a casa sua gli innumerevoli certificati di registrazione dell’American Iris Society, la massima autorità in materia.
Nell’ ottobre del 2016 sono stata invitata a partecipare come relatrice al Festival dei Giardini Veneziani (organizzato da Wigwam Club Giardini Storici di Venezia), per presentare il mio progetto di conservazione e sviluppo della collezione di iris. In quest’occasione ho conosciuto Luciano Cecchetti, Capo Tecnico dei Giardini delle Ville Pontificie (in passato responsabile dei Giardini Vaticani di Roma). Luciano mi ha caldamente spronato a proseguire nel mio progetto sottolineando l’unicità e il valore botanico del giardino.

Hai espresso il desiderio e l’intenzione di creare una rete culturale giardinicola avente come cuore il giardino de “Le Iris di Trebecco”: ci illustri il tuo progetto e i tuoi desideri?

Sono fermamente convinta che un giardino (non necessariamente storico) potenzialmente possegga la capacità di far ruotare intorno a sé le più disparate energie: cultura, turismo, nuove professionalità, servizi legati all’accoglienza ed alla didattica e tante altre ancora.
Il mio obiettivo è organizzare e gestire opportunamente il Giardino delle Iris di Trebecco, dando vita a un “circuito virtuoso” capace da una parte di generare stimoli anche economici e dall’altra di valorizzare e tutelare l’ambiente.
Sto avviando una comunicazione generativa di nuove relazioni con le istituzioni locali, dando vita a cooperazioni tra le varie associazioni locali con l’obiettivo di determinare ricadute positive sul territorio in cui è situato il giardino.
Il mio sogno è quello di definire una sorta di “distretto”: un’area geografica dove agricoltori, vivaisti, aziende agricole, cittadini, operatori turistici, associazioni e pubbliche amministrazioni stringano accordi per la gestione sostenibile delle risorse locali.

Hai pensato a una attività florovivaistica?

In realtà sì, ma è tutto in divenire. Anche se ho riservato una zona alla moltiplicazione delle iris, allo stato attuale le mie priorita’ restano la conservazione, lo sviluppo e la pubblicizzazione del giardino.
A questo proposito sono orgogliosa di anticipare che sarò presente il 13 e 14 maggio al Garden Festival che si terra’ a Rovato (BS) presso il Castello Quistini, sia come standista sia in veste di relatrice.

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Dal punto di vista strettamente orticolo, quali sono i tuoi obiettivi entro i prossimi anni?

Uno dei miei obiettivi primari per i prossimi anni riguarda la classificazione di tutte le iris della mia collezione, individuando gli ibridi creati da mio papà in 30 anni di ricerche.
Tutte le tipologie classificate verranno poi divise e moltiplicate per essere destinate alla vendita.


Intendi aprire il giardino al pubblico durante la fioritura delle Iris?

Dalla scorsa estate ho investito tutto il mio tempo libero nel giardino.
Ho voluto mettere in sicurezza la parte in pendio del giardino e creare delle terrazze ove trapiantare le iris e ne sto ancora costruendo.
Sto mantenendo fedelmente il tracciato del giardino progettato da mio papà, ma le iris le ho distribuite in modo piu’ sinergico.
Ho programmato l’apertura per la primavera 2018, ispirandomi all’abitudine tipicamente anglosassone di aprire le porte dei giardini privati in determinati periodi. Aprirò il Giardino delle Iris di Trebecco tra metà aprile e fine maggio a un pubblico amante della Natura, per poter condividere lo spettacolo emozionante della fioritura di queste piante tanto amate da mio padre: un’esperienza sensoriale unica e commovente, come in un quadro di Monet.
Sempre nell’ottica della valorizzazione delle bellezze e potenzialità del territorio, proporrò anche una vacanza di uno o più giorni in totale immersione in una natura lussureggiante. L’auto non verra’ mai utilizzata ma si faranno delle passeggiate green: un andar lento tra giardini, chiesette romaniche, castelli medioevali, degustando prodotti a chilometro zero dalla prima colazione, al brunch, fino alla cena. Si pernotterà in un agriturismo che è anche un’azienda vitivinicola. La Natura non ci abbandonerà mai e noi ci ritempreremo con essa.

Un consiglio per chiunque voglia coltivare iris barbate alte? (siamo pur sempre un blog di giardinaggio!)

È una pianta rustica, resistente sia al caldo che al freddo, semplice da coltivare. Una pianta dalle basse pretese che cresce anche su terreni poveri e non richiede grandi concimazioni. Amante del pieno sole e resistente alla siccità, anche se tollera comunque la mezz’ombra. L’ideale è orientare le piantine da nord verso sud, in modo da permettere una “cottura” estiva del rizoma, fatto indispensabile per una corretta crescita della pianta. I rizomi vanno piantati a fine estate-inizio autunno. Vanno bene terreni calcareo-argillosi, con buona permeabilità. I rizomi non vanno piantati in profondità, ma superficialmente. Al momento dell’interramento non bisogna dimenticarsi di annaffiarli per favorire l’attecchimento. Nei due periodi di febbraio-primi di marzo e settembre-primi di ottobre è consigliabile concimare con concime minerale (con poco azoto, più fosforo e potassio. Ad esempio: 5-10-10). Dopo tre o quattro anni i rizomi si moltiplicano e si accavallano l’uno sull’altro. Meglio, quindi, dividerli e ripiantarli evitando così l’eccessiva fittezza che causerebbe la riduzione o assenza di fioritura e la diffusione di parassiti.
Un giardino è sempre in divenire, difficile arrestarne la crescita ed i mutamenti; l’importante è non farlo invecchiare e morire.

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Ci racconti un aneddoto su tuo padre, che ha lasciato questo grande patrimonio botanico?

Qualche giorno fa, mettendo mano agli innumerevoli documenti di mio padre, ho trovato la locandina della mostra che aveva allestito dall’1 al 26 maggio 2002 in occasione del trentennale dell’Orto Botanico L.Rota di Bergamo.
La mia famiglia era devastata dal dolore: da poco piu’ di un mese mia sorella Paola di 24 anni era stata assurdamente assassinata da uno sconosciuto.
Questo è quello che la Direzione del Giardino Botanico ha voluto scrivere:
“LA BELLEZZA SALVERA’ IL MONDO” – dedicato a Paola.
Luigi Mostosi, l’autore di questa collezione frutto di anni di ibridazioni, è stato colpito recentemente da un tremendo e tragico evento familiare. Possiamo solo immaginare i molti ripensamenti che nel dolore profondo ha provato. Ha deciso che la mostra dovesse essere inaugurata. Gli sono grato perché ha deciso che la bellezza deve vincere la brutalità, che per salvare il mondo ci si deve aggrappare ad essa. L’Orto Botanico di Bergamo si fa interprete di questo desiderio non con una festa, come avremmo voluto prima della tragedia, ma con l’invito alla gioia, all’ammirazione, alla curiosità che le forme delle Iris sono in grado di suscitare. Se durante la visita percepiremo il nostro cuore allietato, Luigi Mostosi avrà un sostegno in più per guardare avanti. Grazie Luigi ci stringiamo tutti intorno a te ed alla tua famiglia”.

Questo era mio Padre: grande equilibrio, grande cuore, grande forza e determinazione, grande esempio di vita.

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Grazie Cristina.

La povertà dei giovani giornalisti quando vogliono fare clic utilizzando trend e stereotipi. Chi paga questa volta? Le donne e la fantascienza.

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Gosling, Fassbender, McConaughey: così Hollywood avvicina la fantascienza alle donne

Questo è il titolo fuorviante con il quale un giornalista del Secolo XIX – versione web- impalca un articolo composto esclusivamente da distillato di fuffa, per il quale sarebbe degno l’oblio se non fosse che pasticcia con due cose che mi stanno molto a cuore, la fantascienza e il femminismo.

Non scuso e non ammetto che i giornalisti, pubblicisti, apprendisti o professionisti, pur di aggiornare il sito si inventino una cosa qualunque, che magari va anche contro i loro principi. Smettano si fare questo mestiere e si dedichino ad altro.

L’articolo parte con un inciso in corsivo, una excusatio non petita, che fa tremare per ingenuità giornalistica:
avvertimento: il testo che segue va letto (ed è stato scritto) con ironia, contiene alcune generalizzazioni e semplificazioni e non vuol essere offensivo nei confronti di alcuna categoria, che si tratti di donne, uomini o… nerd

Traduzione: non ho proprio tempo di sbattermi con i commenti che seguiranno perché ho altro a cui pensare, quindi se vuoi arrabbiarti, X, Y o Z che sia, sappi che io sarai sempre tu a fare la figura di quell* che manca di senso dell’umorismo. Fattene una ragione, io ti ho fregat* in anticipo.

In corsivo il testo originale (link inclusi) e tra parentesi le mie considerazioni.
Vediamo cosa scrive:
Genova (solo a Genova si proiettano film di fantascienza? Uhm, devo chiedere la residenza!) – Film come Alien, Blade Runner, Guerre Stellari sono da sempre il paradiso dei maschi (Mi stai dicendo che mia sorella e tutte le mie amiche del liceo erano maschi e io non me ne sono mai accorta? Che sbadata!) , il regno dei nerd (veramente sono considerati capolavori cinematografici da critici severi), opere “di nicchia” (uuuh, questa poi! Dire di blockbuster con incassi insuperati che sono di nicchia, vuol dire essere davvero ferrati in argomento e avere una logica infallibile. Un film di fantascienza di nicchia è Solaris in russo, non sottotitolato, semmai) generalmente lontane dai gusti del pubblico femminile, anche di quelle donne che non perdono il sonno sugli Harmony (veramente la frase è contorta. Non si capisce se la fantascienza non è di gusto alle donne che leggono Harmony o a quelle che non lo leggono, o se le donne leggono solo Harmony) . È fantascienza, e tradizione vuole che ragazze e fantascienza vadano poco d’accordo. Oppure no? (No, infatti questa tradizione è nata più che altro con la serie “Big Bang Theory”, quindi direi che è recente e anche piuttosto costruita).

Forse no (ce mette ‘na pezza) , se avrà successo quella che decisamente sembra la nuova strategia degli studios di Hollywood per attirare anche il pubblico femminile verso i blockbuster ambientati nello spazio profondo. E il 2017 potrebbe essere davvero l’anno del contatto . Nel corso dei prossimi 12 mesi, infatti, tornano sul grande schermo tre grandi saghe cinematografiche e se alla fine dello scorso dicembre avete visto alcuni dei trailer che le annunciano, vi sarete accorti (e accorte, anche) di una curiosa “coincidenza”.
Torna Blade Runner (con la versione “2049”) e accanto a un invecchiatissimo Harrison Ford c’è… Ryan Gosling, apprezzato non solo per le sue (vere, presunte?) capacità di attore, ma anche per l’indubbia presa sul gentil sesso. Torna Alien (con il nuovo “Covenant”) e la protagonista non è più Sigourney Weaver, che negli anni Ottanta dominò i sogni (e gli incubi) di milioni di ragazzini in tutto il mondo, ma Michael Fassbender. Affiancato pure da James Franco, per non farci (farvi, ragazze) mancare nulla. Ancora: torna Star Wars (“Episodio VIII” è atteso nei cinema il 15 dicembre) e nel cast c’è Tom Hardy, nell’attesissimo La Torre Nera c’è Matthew McConaughey e il nome di Bradley Cooper (poteva mancare, col suo bel mascellone?) è stato più volte affiancato alla miniserie che potrebbe essere tratta da “Hyperion”, splendido romanzo di Dan Simmons.
(Quindi? L’industria cinematografica ha sempre cercato le straordinarie bellezze fisiche, di uomini e donne. Dove sarebbe questa nuova strategia? Non so, vogliamo dire che Christopher Reeve era un racchio? Che Lex Luthor non era un Gene Hackman carico di fascino? Che Sean Connery in Zardoz era un povero minchione, che Johnny Weissmuller in perizoma ha fatto schifo a tutte le donne del pianeta? Non ne parliamo di quel bruttone di Mel Gibson in Mad Max, dio mio, inguardabile, e Charlton Heston nel Pianeta delle Scimmie? Nun se po’ vede proprio con quelle gambazze scosciate! Lo stesso Keir Dullea, più sotto citato, era un vero cesso, e William Shatner, da dimenticare anche lui al più presto!

Se però Sigourney Weaver era l’assoluta protagonista di un film del ’79, oggi lo è un maschio, Fassbender, che ci ha anche rotto la devozione, se vogliamo essere sincere. Se ieri attrici come Davis, Crawford, Bacall, hanno lavorato fino a tarda età, con bellissimi copioni, oggi Lawrence, Johansson, Blanchette, Roberts, Theron fanno la pubblicità di cosmetici e profumi. Sono sporadiche presenze femminili in cast di soli maschi bianchi.
Maschi. Bianchi. Maschi. Bianchi. Maschi. Bianchi.
Le donne nei film di fantascienza sono solo stereotipi, non hanno dialoghi tra loro. Una sola donna tette e culo che scalcia e uccide tagliando gole, come un maschio. Bianco. C’è un termine per questo ruolo “action-chick”, cioè pollastrella dei film d’azione. Onoratissime.
Diciamo una verità fondamentale? Il cinema è una forma d’arte, e una delle caratteristiche dell’Arte è la capacità di far sentire le persone (il pubblico) a casa propria, al loro posto nel mondo e nella vita, a farle sentire in pace, concluse (parlate con un artista, un artista vero, ve lo confermerà). In quale posto del mondo e della vita si dovrebbe identificare una cinquantenne afroamericana sopra i 60 chili, vedendo “Civil War”? Se questa è la strategia degli Studios può andare al diavolo, perché le donne vogliono film in cui si sentano rappresentate o trovino dei modelli, non donne (bianche) surrogate di maschio (bianco) tanto per variare l’insieme e dare maggiore effetto a costumi, trucco e acconciature).

È chiaro, adesso? (Chiarissimo) Se il pubblico femminile non va alla fantascienza, Hollywood prova a portare la fantascienza nel cuore del pubblico femminile. O almeno negli occhi, sfruttando l’appeal di attori di successo e sperando di interrompere quella sequenza di «Guerre Stellari? Non l’ho mai visto» o «Blade Runner? Non so…» e anche «Alien? Ma è un film da maschi, vallo a vedere coi ragazzi», frasi che ogni nerd che si rispetti si è sentito dire almeno una volta nella vita. Sono insomma finiti i giorni del semisconosciuto (e pure un po’ bruttino) Mark Hamill (sorry se non sapete chi è, ragazze), di Keir Dullea e Gary Lockwood, di Tom Skerritt, Arnold Schwarzenegger e Michael Biehn.
(Premesso che a me Mark Hammill nel primo e unico “Guerre Stellari” non dispiaceva affatto, e che Harrison Ford era troppo smorfioso per risultare simpatico -…altri bruttissimi dello schermo, ora che ci penso! – queste frasi sono una parte della cultura antifemminile che si sta ri-costruendo in Italia e nel mondo. Sono meme, gif animate, post virali, frasi e commenti che girano a tal punto da far credere che siano veri, come le scie chimiche, come i falsi allunaggi, i siluriani.
Sono una forma di comunicazione falsata, frutto di una precisa politica sociale che vuole mantenere potere economico al maschio. Bianco. Quella che oggi chiamano “post-verità” per non doverla chiamare con il suo nome vero: falsità, menzogna, bugia, invenzione dolosa.
Insomma, per meglio che vada e dando il beneficio del dubbio, sono luoghi comuni, smentiti dalla statistica, dalla vita vera, su cui ditemi voi quanto può essere onorevole costruire un pezzo di giornalismo).

Resta da capire come i nerd occhialuti e gracilini si sentiranno davanti a questa messe di muscoli, pettorali scolpiti e occhi di ghiaccio che riempiranno le scene chiave dei loro film più attesi dell’anno. Magari anche bene (lo dico come orgoglioso rappresentante della categoria), a patto che per assicurarsi tutti questi “belloni”, per pagare i loro cachet, non si sia risparmiato sul costo degli sceneggiatori . A patto che siano belle le storie, insomma, e non solo i protagonisti.
E a un’altra condizione, che riguarda voi ragazze, donne, fidanzate, mogli, amiche: non venite al cinema con noi, se non venite per quelle storie che amiamo e ci appassionano, ma solo perché «non so, non ricordo di che parla il film… ma c’era Ryan Gosling» (con tanto di sospirone finale). Non venite. Ci basta Motoko Kusanagi , grazie.
(Aaaaah, e qui c’è l’ingenuità di chiusura, quasi fa venire tenerezza! Insomma quando una donna è incazzosa le si dice che non scopa abbastanza. Come nerd orgogliosamente rappresentante della categoria, verrebbe da pensare che tutta questa sublime critica cinematografica sia frutto di una certa insoddisfazione, perché non so quanto si possa essere orgogliosi di essere rappresentanti della categoria dei gracilini. Sarebbe come che una donna venisse a raccontarvi di essere orgogliosa di rappresentare la taglia 58. Non esiste, vi prego, non prendiamoci in giro. Non insultiamo l’intelligenza degli altri, perché gli altri e le altre se ne accorgono, ed essere insultati non fa mai piacere, per quanto il disclaimer iniziale possa tentare di indurre una pietosa magnanimità. Io vado al cinema da sola, ma di certo non ci andrei con uno sche sbava su Johansson o Theron. Come disse Rachel: “Dovrei bastargli io”. La conclusione è che forse abbiamo letto non tanto un articolo di critica cinematografica, quanto una dichiarazione di impotenza e il lamento di un cuore infranto).