Le stelle fredde


Artwork on courtesy Grazia Zitara

Le stelle fredde, di Gido Piovene

Le stelle fredde di Guido Piovene è quel tipo di libro che piace “alla distanza”, che lascia un ricordo dietro di sé, anche dopo tanti anni.
Leggendolo si ha come l’impressione di essere caduti in una pastoia infinita, in un racconto surreale senza senso e senza fine, ma poi a lettura conclusa, dopo mesi, anni, Le stelle fredde si riaffaccia con la sua carica di significati e simbologie.

Guido Piovene fu non tra i più celebri romanzieri della storia della letteratura italiana moderna, fu forse più famoso come critico, come giornalista e per i suoi racconti di viaggio, che non per le sue opere narrative.
Paga forse il suo non celato antisemitismo con una sorta di sdegnosa brevità di informazioni sulla sua opera e sulla sua vita da parte di enciclopedie e antologie letterarie.

Le stelle fredde è considerato tra i suoi migliori romanzi, anche questo, come il suo capolavoro Lettere da una novizia ambientato in un paesaggio veneto compiutamente descritto, anche se non affastellato di dettagli inutili, raccontato con sincerità sebbene con un sottile gelo e una rarefazione che accompagnano tutte le figurazioni di Piovene. Tutto è condotto sulla linea dell’essenzialità, anche la trama, del resto molto esile, che serve come pretesto a descrizioni psicologiche condotte sul filo della surrealtà, i personaggi indagati con una acutezza esemplare e senza concessioni al facile estetismo.

La campagna, seppur rimanendo sullo sfondo, diventa qui parte integrante del racconto nel momento in cui il protagonista è costretto a rifugiarsi in una capanna dopo un’accusa di omicidio (la trama è un giallo del tutto pretestuoso). Gli stessi personaggi principali si comportano in modo ambiguo, come se gli eventi in cui si trovano coinvolti li toccassero solo marginalmente. Compaiono personaggi verosimili ma contemporaneamente distanti dalla realtà, surreali, tra cui un poliziotto che sembra uscito dalle pagine di L’uomo che fu Giovedì di Chesterton. Ma il personaggio che più colpisce è un Dostojevski ritornato da un aldilà surreale ma freddamente verosimile, diverso da qualsiasi visione religiosa o laica che la comune immaginazione ci fornisce di solito. Un luogo inquietante, denso di misteri metafisici irrisolti, di ansie, di continuo terrore sospeso ed aleggiante su un mondo limbico, sempre uguale a se stesso.

Una evidente metafora della nostra vita qui sulla terra, un’accusa ad una certa cultura moralistica portata con la gelida ironia di una stella fredda, distante. Una stella che illumina solo se stessa e non gli altri, e quindi falsa, ingannatrice.

In qualche modo questo romanzo ricorda Lo straniero di Camus, anche se non ne ha – e non ne ricerca – la stessa forza violenta e dirompente.

La tragedia è esplicita, ma distante come una stella fredda.

Due stralci del libro
Il canneto
Quando l’idea del fare mi pungeva di più, uscivo nel giardino e mi affacciavo alla ringhiera. Davanti a me avevo una piccola valle, poco profonda, che guardata da quella ringhiera pareva una conca interamente chiusa da una cerchia di colli. La fascia del terreno sotto il giardino era quasi piana, a vigneto, con qualche albero di fico; poi veniva una siepe di robinie e noccioli; dietro di essa, il terreno cominciava a scendere in un declivio molto dolce, tanto che il fondo della conca, sebbene abbastanza lontano, era più basso solo di una ventina di metri. Qui attaccava il pendio, invece ripido, dell’altura di fronte, più alta delle altre, selvatica e macchiata di rovi.

Altro non c’era, o non si vedeva di lì, tolto qualche cespuglio, qualche macigno e un viottolo che, partendo sotto la casa, si diramava poi da tutte le parti. Sapevo che la conca non era chiusa, perché defluiva a sinistra in un varco tra i colli, acquitrinoso e coperto di canne, che sboccava nella pianura; ma il varco era nascosto da uno sperone, e dal mio osservatorio vedevo soltanto il primo inizio del canneto.
Guardavo attentamente, esploravo ogni aspetto di quel piccolo anfiteatro in cui avrei dovuto entrare. Ma non mi decidevo a staccarmi dalla ringhiera per compiere il breve giro verso la gradinata che, al termine della terrazza, scendeva sotto e si prolungava nel viottolo su cui andavo su e giù soltanto con lo sguardo. Il luogo era come una pagina che avrei dovuto riempire di parole scritte e che mi incuteva spavento.

Il canneto

Il ciliegio
Ero davanti alla facciata, su un giardino a terrazza, grande per essere a terrazza, e disegnato come un arco debolmente teso. La corda era la facciata rettilinea e lunga; il giardino, dall’altra parte, si affacciava alla valle disegnando una linea ovale. Qui lo sosteneva un muretto, d’altezza che variava tra i due e i quattro metri secondo i diversi livelli del terreno che stava sotto.
Avevo adocchiato di nuovo la cosa di cui andavo in cerca, la macchia bianca, ma non volli ancora fermarvi lo sguardo. Prima mi soffermai a esaminare gli accessori. Quando l’avevo vista per l’ultima volta, la terrazza era decorata d’aiole divise da piccoli viali ricoperti di ghiaia. Ora invece era un prato, su cui l’erba cresceva folta con i primi fiori selvatici: ne usciva qualche alberello, un tempo centro delle aiole distrutte. I pochi fiori coltivati superstiti facevano orlo alla facciata.
Dal colle di faccia spuntò uno spicchio di sole; mi accorsi allora che era finito il silenzio. L’aria era piena dei rumori della campagna. Traversai finalmente il prato verso il punto a cui volevo andare; vi stava chi avevo deciso d’incontrare per primo. Qui non trovai cambiato nulla.
Un albero di ciliegio aveva messo le radici nelle fenditure tra i sassi componenti il muretto che sosteneva la terrazza; sporgendosi dalla ringhiera, si vedeva sotto il suo tronco uscire dal muretto a due metri da terra, e poi arcuarsi in modo che, spingendosi in alto, si rovesciava in dentro. Quasi tutta la chioma era perciò sopra il giardino, anzi sembrava stendersi verso l’interno il più possibile, e mi faceva tetto sopra la testa. Notai che la ringhiera era un po’ fuori sesto, come tirata in giù, proprio nel tratto dove il tronco, salendo dall’esterno, le passava rasente. Guardai e vidi che il muro si era gonfiato intorno al punto da cui il tronco ne usciva. Qualche sasso si era staccato e giaceva per terra nel prato sottostante. Fatta questa breve ispezione mi ritirai d’un passo e rivolsi lo sguardo in su. I rami, esili e serrati, formavano una cupola, e i fiori bianchi erano così fitti da non lasciar vedere nemmeno un pezzetto di cielo. Non avevo mai visto niente di così numeroso, e nel primo momento quella ripetizione infinita di petali dello stesso colore bianco mi diede il capogiro. Dove si apriva un varco, l’occhio era subito fermato da un intreccio di petali sul piano successivo; un piano era sfondo dell’altro; da sotto, si poteva credere che quell’immensa fuga di alette bianche non terminasse mai. Il sole non filtrava e, per quanto vedevo, la fioritura stava in ombra, senza vibrazioni di raggi e tutta luminosa allo stesso grado. Stampava un’ombra netta sul prato: fuori del suo contorno, il prato risplendeva d’una luce calda: ma io mi trovavo chiuso sotto una campana di luce chiara, fredda e come irradiata da una sorgente artificiale. Eppure portava qualcosa di vigoroso e di eccitante più dello stesso giorno. Mi pareva di essere caduto in un mondo diverso da quello della casa, e forse lo ero davvero; ho sempre pensato possibile l’intrusione di un altro mondo in quello nostro abituale, e che possiamo scivolarvi da un momento all’altro.

Il grande ciliegio bianco

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