“Sanctuary” di Shō Fumimura (Buronson) e Ryoichi Ikegami. Un inimitabile esito artistico del manga anni ’90

Sanctuary è un manga ormai dimenticato, adatto a un pubblico che ha un certo occhio e un approccio molto maturo al fumetto giapponese, quasi filologico o da collezionista, bibliografico.

Non nasconde gli anni che ha, ma in un modo che non è concesso ad altre opere: l’aderenza alla sua epoca, non un invecchiamento precoce o il non essere più valido poiché superato dal trascorrere del tempo.

La traccia raffinata e quasi sublime di Ikegami, sicuramente uno dei massimi disegnatori dell’epoca e probabilmente uno dei più eleganti della storia, rende il manga così graficamente sofisticato da estrometterlo dalle grazie dell’interesse delle next generation, aduse a un tratto grafico più rigido e omologato, anche qualora sia elaborato e complesso.

Ikegami è morbido, i volti dei protagonisti sono lineari e simmetrici, puliti, con qualche propensione alla fisionomia del miglior Elvis Presley di sempre, quello di King Creole. Forse è questo che agli occhi dei lettori contemporanei lo fa risultare un po’ “effemminato” e poco attuale, “persino kitsch” (ho letto anche questa opinione in rete).

La sua ben nota inclinazione verso le scene di violenza, sesso e sangue potrebbe apparire oggi quasi una forma compensatoria della eccezionale bellezza dei protagonisti, in realtà è una precisa scelta estetica che all’epoca era innovativa e fuori dall’ordinario. In Italia non eravamo infatti abituati a manga con personaggi dalla bellezza fine ed elegante, in cui fossero presenti scene di violenza. In questo Ikegami è stato sicuramente una novità assoluta per il pubblico italiano, che arrivò a coniare per il suo stile il termine “estetica della violenza”, ben prima che Tarantino divenisse un fenomeno cultuale.

Se all’epoca la violenza e il sesso presenti in Sanctuary potevano sembrare “tanto”, sono nulla confronto ai fumetti contemporanei, diretti spesso a un pubblico piuttosto giovane. Ciò che non sembra essere stato superato è l’avvincente dinamismo delle figure durante la lotta o le scene di azione. In Crying Freeman, il suo manga più famoso, Ikegami raggiunge il vertice della perfezione per quanto riguarda la disposizione delle scene in pagina, il movimento delle figure e il tratto veloce e preciso. In particolare il disegno dei piedi, spesso abbozzato ma perfettamente comprensibile, richiama i disegni a inchiostro delle antiche illustrazioni giapponesi.

L’ edizione italiana è purtroppo specchiata, cioè si sfoglia come un libro tradizionale. Oggi è persino fastidioso e controituitivo, tanto i manga sono capillarmente diffusi. Questo è uno degli elementi che hanno contribuito all’attribuzione della qualifica di “vintage” o “démodé” . Senza prezzo e di notevole valore di ricostruzione della storia sociale del manga in Italia, sono invece i commenti e le lettere alla redazione, a cui molte pubblicazioni dell’epoca lasciavano spazio. In quel periodo il manga non era diretto a un pubblico generalista o perfino distratto, come lo è oggi. Chi acquistava era un appassionato che si era contrabbandato videocassette, disegni e magazine in fotocopia. Avere un “libretto” in mano era per noi qualcosa che non ci faceva sentire né soli né strani nel godere delle nostre passioni. Avevamo finalmente una forma istituzionale di cultura a cui fare riferimento, scoprivamo insieme molte cose, e queste pubblicazioni sono state apripista per avere una migliore consapevolezza di quanto vasto e bello fosse il mondo del manga giapponese. Alcune lettere oggi sanno di una ingenuità tenera e commovente. Immagino che chi le abbia scritte abbia approfondito, sia ora un collezionista, abbia magari imparato il giapponese, e le conservi come un piccolo tesoro.

Sanctuary è una storia complessa, a volte può apparire poco credibile e inutilmente intricata, ma è sostanzialmente una riproposizione aggiornata agli anni Novanta, di quanto accadde in Giappone dopo la seconda guerra mondiale. Tuttavia non è solo una “storia di politica” o una “storia di yakuza”, sebbene questi due elementi siano presenti. Semmai la yakuza è un espediente per raccontare in modo più avvincente un reale problema politico che il Giappone sentiva in maniera allarmante durante gli anni Novanta, quando implose la bolla speculativa e l’intera società iniziò a riformulare le sue dinamiche sociali. Non viene occultata l’importante influenza sulle modifiche alla costituzione da parte degli Stati Uniti. Nel manga compare il presidente USA, con le fattezze di Bill Clinton (presidente nei Novanta, tra i vari Bush).

Basta dare una letta a wikipedia per trovare delle analogie fortissime alla storia politica del dopoguerra, le modifiche alla Costituzione e la dichiarazione di antimilitarismo del Giappone, pilotata dagli Stati Uniti d’America che avevano inginocchiato la nazione con due bombe atomiche. Perfino Isaoka, la “vecchia volpe” della politica, è ispirato a Shigeru Yoshida (a me ha ricordato molto fittamente Andreotti: ogni paese ha le sue icone di sciacallaggio), che fuse i partiti più potenti del tempo nel Partito Liberal Democratico, che ha tenuto le redini del Giappone per mezzo secolo, fino a un decennio addietro.

Nel disegnare Isaoka, Ryoichi Ikegami ha premuto forte sul pedale dell’acceleratore, esprimendo il massimo della sua capacità tecnica sul tratteggio e il chiaroscuro. Isaoka è in assoluto il personaggio su cui è stato speso più sforzo estetico. Fa paura davvero.

Il chiaroscuro è ai massimi livelli. La qualità del disegno è illustrazione tout court.
Qui ha usato matita morbida, probabilmente una B4 o B5. Sono cose di fronte alle quali il mio cuore trema.

Chiaki Asami e Akira Hojo sono due faccie della stessa medaglia. Hanno affidato l’uno la vita nelle mani dell’altro da ragazzini, in un campo di prigionia in Cambogia. Darebbero la vita l’uno per l’altro ( e si può dire che Chiaki sia morto al posto di Akira) e vogliono ottenere un risultato, un risultato epocale e quasi mistico, religioso: rendere il Giappone il loro santuario. O meglio, far tornare il Giappone ad essere un santuario, un paese degno e non corrotto. Per farlo si dividono i compiti, uno diverrà un uomo politico e l’altro un boss della yakuza. Qui capiamo benissimo che Buronson ci dice con grande chiarezza che il potere governativo è legato a doppio filo con la criminalità, che -come in ogni stato capitalista- non è indipendente né autonoma, ma prende ordini dal governo. Anche in Italia è così, se qualcuno pensa che la ‘ndrangheta o la camorra non siano al servizio dello Stato Italiano si beva un caffè.

Una modifica della Costituzione sembra essere il nocciolo della questione sollevata da Buronson. Il Giappone è infatti in uno stato di contraddizione, avendo su carta rinunciato al militarismo. Asami fa notare che però -come tutte le altre nazioni- anche il Giappone ha un esercito per la difesa interna. Propone diverse soluzioni per raggiungere una coerenza che non sia lesiva ma neanche autolesionista. In questo -io credo- Buronson abbia voluto rimarcare che il Giappone ha bisogno di emanciparsi da una legislazione vecchia e che ha diritto all’autodifesa, senza ricorrere a mezzucci o alla vastissima rete della criminalità.

Akira e Chiaki padroneggiano il loro territorio con grande sicurezza. In particolare Akira Hojo, il boss yakuza, sembra imbattibile. In questo Sanctuary pare anticipare quel tipo di videogioco a livelli crescenti di difficoltà, in cui i personaggi non cedono di fronte a fertite gravi e ostacoli impensabili, anzi, riescono ad aggirarli o superarli. Akira Hojo acquisisce la leadeship di buona parte della yakuza giapponese e Chiaki Asami riesce a portare dalla sua parte i membri chiave della politica, personaggi con uno spirito di ribellione e senso di giustizia non ancora sedati. Non mancano figure come il contabile e il banchiere, che all’occhio occidentale rimandano agli Intoccabili. Dopo aver portato a sé buona parte dei gruppi yakuza, Akira intende fare patti con la mafia russa e quella cinese, un sistema di criminalità transnazionale tra superpotenze che oggi appare più che mai saldo e longevo. Su questi legami Ikegami e Buronson si soffermeranno nuovamente nel poco noto Strain, che parte come vicenda umana e si conclude come azione politica, e che disgraziatamente non ha visto un seguito. Pur rimanendo al di sopra della maggior parte della produzione di manga contemporanei, Strain ha però un calo visibile di qualità rispetto a Sanctuary, che assieme a Heat rimane l’opera più bella di Ikegami.

Con gli occhiali tondi nella migliore tradizione dei banchieri che compulsano colonne fitte di numeri di quotazioni, ha l’abitudine di mandar giù mentine.

Nell’amicizia di Akira e Chiaki c’è ovviamente un accenno non troppo velato all’omosessualità e a quello che oggi chiamiamo BL o yaoi, le storie di amore romantico tra uomini. È fin troppo chiaro che tra i due protagonisti ci sia del sentimento non solo fraterno, anche se vediamo entrambi con delle donne. La personaggia che si lega ad Akira, la commissaria Kyoko Hishihara, è davvero futile e mal descritta proprio perché meramente funzionale a dichiarare Akira come eterosessuale. La compagna di Chiaki è un’apparizione fugace e quindi più simpatica e gradevole.

Akira ha un volto bellissimo, quasi quanto quello di Yo Hinomura di Crying Freeman, mentre Chiaki è descritto in modo più realistico, con il vezzo di aggiustarsi gli occhiali sul naso: un gesto ormai tipico di moltissimi personaggi dei manga e soprattutto degli anime (in cui ovviamente riesce più interessante grazie al movimento). È anche uno stilema ormai consolidato nel BL, come in Yuri!!! on Ice o Free! (Rei Ryūgazaki lo fa in continuazione). Akira riesce a uscire da uno stato quasi comatoso stringendo la mano di Chiaki (con l’aggiunta dell’elemento femminile dato da Kyoko che in questo frangente appare quanto mai superflua).

Tutti gli yakuza sono fraterni tra loro e la reciproca dedizione va oltre la verosimiglianza. Buronson affida a Tokai il compito di affrancare tutti i maschi presenti nel manga dall’ipotesi di omosessualità, facendogli violentare una donna ogni tanto, così, giusto per gradire. Lo stupro è quasi una regola nel manga e nell’anime giapponese, ma in questo caso non appare né hard-core né particolarmente stimolante, quanto “obbligato”. Tokai è il personaggio più importante e interessante dopo Hojo e Asami, e i suoi stupri occasionali lo caratterizzano in modo abbastanza inequivocabile, tuttavia non in modo unico e individuale. Risultano quindi gratuiti e strettamente funzionali all’indicazione di un orientamento straight. Questo fa perdere un po’ di freschezza al personaggio, che risulta invece molto più avvincente nelle sue manifestazioni di insolito e contraddittorio affetto per Akira Hojo o nelle spietate azioni da killer. Tokai è anche il personaggio che si muove di più, il più violento e lo yakuza più aderente all’immaginario.

Il dinamismo delle figure è straordinario. Al contrario del manga contemporaneo di azione, in cui i corpi (umani, di mostri, animali o altre figure) riescono a volte confusi e “impastati”, qui sono perfettamente separabili e comprensibili all’occhio, grazie anche a una retinatura pulita e attenta. Personalmente anche nei manga più celebrati,non ho più ritrovato questo stile elegante e dinamico.

Anche gli altri personaggi vengono descritti con bellissimi tratti, ognuno in modo molto individuale. Di sicuro il pubblico femminile troverà almeno uno su cui perdere gli occhi.

Un discorso quasi marginale è quello dei comportamenti sessuali di Akira Hojo e Chiaki Asami. In Crying Freeman la componente sessuale era di primaria importanza, Yo Hinomura s’è fatto anche i sassi della spiaggia. Ma si trattava sempre di rapporti etero, per quanto hard. Qui si vedono pochi accenni, specie su Asami, e la personaggia affiancata a Hojo è abbastanza noiosa, narrativamente inutile. Eppure è molto carina e ben descritta (graficamente), con un taglio corto piuttosto in voga qualche anno prima. Gli incontri tra i due sono sempre molto delicati e romantici, totalmente diversi da Crying Freeman.

Prima di stare con Kyoko, Akira ci viene mostrato come un ragazzo che si gode la compagnia femminile, anche in modo “domestico”. Il bacio sulla fronte che lei gli scocca mentre si alza per rispondere a una chiamata internazionale è familiarissimo: chi non l’ha mai fatto mentre si spostava nel letto?
Ikegami non disegna faccine e personaggi deformati, il suo stile è sempre verosimile. I personaggi vengono disegnati in modo appena buffo solo all’inizio, per attrarre il pubblico. Akira Hojo che mastica in modo poco elegante non si vedrà più.

Un altro soggetto di grande interesse è Ozaki, l’assistente di Kyoko Hishihara, di cui è innamorato. Ozaki stima Hojo ma è allo stesso tempo un poliziotto ligio e di valore morale. Posto davanti alla complessa scelta tra il suo dovere e l’affetto per il suo capo, il rispetto per un uomo che ritiene nel giusto, Ozaki sceglie la sua coscienza e non il suo distintivo. L’accenno di Tokai al “bacetto” non è davvero casuale. Ikegami e Buronson descrivono un mondo maschile in cui anche i rapporti sentimentali più forti vi risiedono profondamente.

Ma l’elemento che forse caratterizza Sanctuary più fortemente di ogni altro è la descrizione dei personaggi. Ognuno di loro ha una fisionomia perfettamente riconoscibile, delle “smorfie” individuali, tratti personalissimi e totalmente verosimili, aderenti alla fisionomia nipponica. I personaggi non si confondono mai tra loro, nè come personalità né come tratti. Hanno un’autonomia distinguibile, sorprendentemente vicina alla cinematografia. Siamo ad anni luce di distanza dalle opere contemporanee, in cui i personaggi dei manga hanno visi molto simili tra loro, che cambiano in rapporto ad abiti e capigliatura. Non sono quindi stereotipi, e neanche macchiette, ma personaggi veri e propri presi quasi di peso dalla realtà quotidiana.

Questo vale per gli yakuza, per i politici e per gli avversari. Diventa facilissimo per lettori e lettrici empatizzare con uno o con l’altro, prendersi a cuore una vicenda o l’altra. In questo senso non ho mai letto un manga che possa neanche lontanamente competere con Sanctuary.

Questa è una delle mie scene preferite, in cui uno spietato yakuza ricorda il calore e l’affetto delle mani della madre, irruvidite dal lavoro

Non c’è l’ombra della caricatura neanche nel personaggio apparentemente più buffo. Le ambientazioni esterne e interne sono rese con grande cura, in particolare l’abbigliamento tradizionale maschile, lo yukata e gli abiti da ufficio, giacche e pantaloni occidentali, che comunque Ikegami disegna sempre morbidi, in modo da mettere in risalto le gambe, sia nelle scene d’azione che in quelle statiche.

Sulle gambe e i piedi c’è un discorso particolare da fare quando si tratta di disegno giapponese. Se per noi occidentali la parte superiore del busto è molto importante, al punto che abbiamo inventato il ritratto a mezzo busto, per l’arte giapponese sono molto più importanti le gambe, che spesso sono chiuse al ginocchio. Lo abbiamo visto in molti manga shojo, come Il grande sogno di Maya (in cui peraltro la parte superiore del tronco pare disegnata con la zappa, mentre le gambe sono di una bellezza inarrivabile). La diversa interpretazione della bellezza delle forme corporee è una cosa che apprezzo e mi diverte moltissimo, perché ogni volta ci vedo in trasparenza un vaffanculo grande così a William Hogarth a Burke e Bacon.

All’occhio occidentale è una graziosità se il corpo è femminile, ma una stranezza se il corpo è maschile. Ikegami forse se n’è fregato di cosa pensiamo noi occidentali, forse non lo sapeva neanche, o forse ha preferito rimanere più aderente a un tratto nipponico, senza l’obiettivo di piacere anche al pubblico estero. Non saprei. Ma il risultato è che spesso i personaggi maschili hanno pose delle gambe delicate e mobide che li fa apparire “effemminati” al nostro occhio. In realtà per i giapponesi sono semplicemente belli e basta.

“Figli dell’epoca”, di Wisława Szymborska

FIGLI DELL’EPOCA

Siamo figli dell’epoca,
l’epoca è politica.

Tutte le tue, nostre, vostre
faccende diurne, notturne
sono faccende politiche.

Che ti piaccia o no,
i tuoi geni hanno un passato politico,
la tua pelle una sfumatura politica,
i tuoi occhi un aspetto politico.

Ciò di cui parli ha una risonanza,
ciò di cui taci ha una valenza
in un modo o nell’altro politica.

Perfino per campi, per boschi
fai passi politici
su uno sfondo politico.

Anche le poesie apolitiche sono politiche,
e in alto brilla la luna,
cosa non più lunare.
Essere o non essere, questo è il problema.
Quale problema, rispondi sul tema.
Problema politico.

Non devi neppure essere una creatura umana
per acquistare un significato politico.
Basta che tu sia petrolio,
mangime arricchito o materiale riciclabile.
O anche il tavolo delle trattative, sulla cui forma
si è disputato per mesi:
se negoziare sulla vita e la morte
intorno a uno rotondo o quadrato.

Intanto la gente moriva,
gli animali crepavano,
le case bruciavano e i campi inselvatichivano
come nelle epoche remote
e meno politiche.

Wisława Szymborska

Il tempo del Casoncello, di Emilio Tremolada – domenica 27 ottobre a Milano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come nessuna altra arte il giardino ci induce a un pensiero naturalmente quadridimensionale. Siamo culturalmente avvezzi a definizioni del giardino come di spazio o luogo, ma ognuno di noi è in grado di percepire lo scorrere del tempo all’interno di un giardino. Per quanto riguarda me il giardino è maggiormente un’articolazione del tempo, che si materializza nello spazio tridimensionale.
È solo in quest’ottica che si può comprendere la delicata e potente stratificazione estetica del giardino del Casoncello, di Gabriella Buccioli, nel bolognese.
Di questo giardino abbiamo letto la nascita e l’evoluzione nel libro I giardini venuti dal vento. Un giardino che può variare sensibilmente da un anno all’altro, di cui è impossibile cogliere ogni aspetto, proprio perché mutevole, sfuggente.
Ne racconta alcuni momenti il film di Emilio Tremolada “Il tempo del Casoncello”, un documentario che sia nell’esito che nel procedimento di realizzazione riesce a materializzare l’importanza della quarta dimensione nel giardino.
Girato poco alla volta, senza seguire lo standard dei documentari analoghi, cioè quello del classico fluire stagionale, il film raccoglie momenti, apre porte nella storia di questo bosco giardino, porte che sono ancora aperte, porte chiuse, porte che non portano più dove portavano prima. Porte che possono essere attraversate -oggi- solo in questo film.
“Ho seguito il dipanarsi del filo del giardino per anni, filmando quello che mi piaceva o mi muoveva un emozione, un pensiero. All’inizio non avevo nessun progetto preciso, ma nel tempo -nel mio tempo- il film mi si è materializzato davanti da sé”, dice Tremolada.
Forse perché filmato con uno stile rigoroso, preciso e poco indulgente alle romanticherie, alle ricercatezze di luci dorate o di scene d’effetto, il documentario risulta carico di poesia -come il giardino stesso. Reso ipnotico da un affondo nella ricerca dei suoni della natura, a volte amplificati e resi stranianti, e da una colonna sonora irregolare e aspra, costellata da sonorità metalliche e taglienti: nulla di più distante da ciò che consuetamente immaginiamo per raccontare un giardino.


Il film sarà presentato in anteprima assoluta domenica 27 ottobre alle ore 10:30, al Milano Design Film Festival, all’Anteo Palazzo del Cinema. Il festival si arricchisce della nuova sezione BLOOM dedicata all’ambiente, sostenibilità, giardini, paesaggio e persone, curata da Antonio Perazzi.
Qui potete vedere il trailer del film

Il memo delle date e degli orari:
ANTEO PALAZZO DEL CINEMA, Milano
27 ottobre 2019 ore 10:30

Perché sto prendendo sempre più distanza con il giardino

Credo sia una fase necessaria dell’educazione del giardiniere prendere a un certo punto le distanze col giardino. Non con il concetto di giardino o l’idea di giardino, ma con le epifanie di giardino, cioè con le rappresentazioni materiali dell’idea e le procedure comuni ad esse legate.
Non so se questo rigetto, tutt’altro che improvviso, ma crescente negli anni, sia dovuto ad un legame con la Natura più forte e invincibile di qualsiasi altro. Il sentirsi parte di un insieme vitale, sviluppatosi in uno spazio localizzato (un pianeta), e ancor oltre, frutto di una lunga, eonica elaborazione di un insieme superiore e più grande (l’Universo così come lo immaginiamo), pone i giardini su un piano di valore totalmente disallineato a quello comune, cioè il punto di vista del giardiniere, dello storico dell’Arte, del progettista, dell’agricoltore, avvicinandolo a quello del naturalista e del biologo quando non a quello del narratore di fantascienza.
Da questo punto di vista i giardini perdono completamente interesse soprattutto nella loro diffusa forma di “falso borghese”.

Mara Miller scrisse che non esiste falso in giardino per via dell’unicità dell’elemento biologico. Credo che non ci sia concetto più sbagliato di questo. Il falso in giardino è presente quanto in pittura e in scultura, ed esistono giardini che sono come le statuette di gesso della Madonna, della bella contadina o della ninfa dei boschi, su cui è ben visibile la traccia laterale dello stampo. Giardini che sono come un “falso d’autore”, una stampa digitale di Monet incorniciata nella sala d’attesa di uno studio medico, giardini come le cartoline olografiche di Padre Pio sulla bancarella della fiera di paese e via via giù verso il basso, fino ai fiori finti e la palla di neve natalizia.
Mi ha preso un’avversione per questi giardini che mi viene la voglia di cancellarli con una potente riga rossa dalla dichiarazione di status di giardino.

Mi chiedo come gli altri non vedano il falso, la “forgery” soggiacente (Mara Miller, Garden as an Art, SUNY Press 1993). In Italia questi giardini nascono da un’imitazione, da pellegrinaggi verso le terre di Albione, Sissinghurst, Le Vastérival, Chaumont-sur-Loire o il Chelsea Fringe. Quando va bene. Quando va male sono frutto di visite costanti alla fiere specializzate, tour di vivai, abbonamenti a riviste anglofone. Sono il risultato di una buona condizione economica unita a tempo e risorse (acqua, accesso alle piante, alle informazioni, agli strumenti di mantenimento), che aspira a una dimensione più elevata, cioè quella proposta dai paesaggisti internazionali (che già sono copie di se stessi), di cui si raccolgono le suggestioni stilistiche più superficiali, più immediatamente visive, come le siepi di Wirtz, le onde di Hummelo, i cerchi di Jenks, le graminacee di Oudolf, ma che non si spinge ad una “sincera elevazione del gusto” (Guido Giubbini, Rosanova n° 24, aprile 2011).
Non hanno nessuna originalità, nessun estro, nessuna aspirazione. La massima ricerca è capire che fungo ha preso il prato o se tra questa e quella rosa è meglio il giallo freddo o il giallo caldo.
Insomma, raggiunta la maturità della tecnica orticola, intesa come cura delle piante e capacità di giustapporle, il giardino-falso lì si ferma. Persino la detestata brodura inglese fa qualche passo in più, arrivando a una capacità compositiva elevatissima che di per sé diventa stile e linguaggio. Come a Hidcote Manor, che supera il limite imposto dalla materia usata (non sobbalzino coloro che non accettano il termine “materia” per le piante: si intende qui la “cosa” di cui è fatta l’opera d’arte. Anche Michelangelo superò il limite della materia usata).

Le rose, in particolare, in questi giardini-falso, diventano emblema della “forgery”. Tutte identiche, tutte ben tenute, tutte straripanti di fiori, tutte antiche o anticheggianti, tutte straspampanate, tutte strabordanti e straromantiche al punto da farti prendere un attacco epilettico.
Povere rose, perché? Capisco allora certe frasi un po’ trancianti di persone che dichiarano una forte avversione per le rose. Per le rose usate in quel modo, senza alcuna misura nè criterio, sì.
Da creatura sensuale e mistica, la rosa diventa volgare e senza fascino, perfino ridicola e disturbante, presenza asfissiante, claustrofobica, nauseante.

Le pratiche di manutenzione, poi, così apertamente insostenibili dall’organismo “Terra”, non le tollero in alcun modo. Perché il giardino viene inteso come un mezzo per dimostrare una maggiore “bravura”, specie tra gli appassionati, e questa “bravura” aumenta esponenzialmente in misura della perfezione delle corolle.
Ma un vero giardino non ha paura del fango e degli insetti (Maurizio Usai, Rosanova n° 23, gennaio 2011)
Svegliatevi e prendete il vostro caffè: i fiori non fanno un giardino.

“Falso-borghese”: magari qualcuno si chiederà perché ho scelto questa locuzione. Perché si tratta di copie di giardini, copie non creative, non elaborate. Sono, in poche parole, la riproposizione acritica e pedissequa di strutture giardinicole già sperimentate e anche obsolete o obsolescenti. Strutture facenti capo alla bordura mista (legnosa, erbacea, francese o inglese, non cambia poi molto), in cui l’elemento centrale è la cura della pianta, che riconducono alla pratica hobbistica del giardinaggio e non all’idea creativa di un giardino, alla “kepoiesi”.
A questi giardini manca l’intenzione, manca quello che chiamo “il coraggio del passo del leone”, o “il coraggio della fede”, se siete spiritualisti.
Perché “borghese”? Perché oggi siamo tutti borghesia. Tuttavia il termine, usualmente, accomuna chi ha un maggiore potere d’acquisto, magari non elevatissimo, unito a un maggiore capitale culturale.
Non sono giardini “ricchi” ma dimostrano comunque un certo agio, e se consideriamo il fatto che il giardino sta ritornando ad essere molto costoso, anche “un certo agio” è una dimensione più ristretta di quanto non fosse vent’anni fa. Spesso sono piuttosto piccoli e sono sempre amatoriali. Nascono in un ambito culturalmente aperto e fertile, spesso aggiornato, ma non solido e profondo al punto da spingersi oltre l’imitazione.
Io li trovo immensamente tristi. Tristi per me, non per essi stessi. Anzi, di solito chi li abita è felice, e quello che ha fatto gli basta, in questo senso si potrebbe dire che sono “onestamente falsi”.
Sia come sia, io non riesco a trarne nessun profitto, nessun godimento interiore. Mi paiono come un libro scontato, un film scialbo, un piatto insipido. Sì, te lo mangi, ma devi avere davvero fame.
Questi giardini non parlano, sono muti. Io chiedo un giardino che parli anche ai sordi. Chiedo Arte, chiedo Poesia.
Non intristiscono per quello che sono, ma per l’occasione perduta, per ciò che sarebbero potuti essere, con la dote della leva calcistica del ’68: “Non aver paura di tirare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che lo giudichi un giocatore. Il giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia”.

Fahrenheit Radio3 l’ha cannata sul giardinaggio (come al solito)

Seguo Fahrenheit solo occasionalmente e sempre un po’ a smozzichi, tra una commissione in farmacia e una corsa in redazione. Non ne sono entuasiasta, ma quando lo trovo, lo ascolto volentieri. A volte è molto interessante, altre si adagia su una cultura superficiale e un tantinello commerciale.
Oggi veniva presentato un libro: La ladra di piante di Daniela Amenta, un’occasione per parlare di giardini e giardinaggio, che tirano sempre da aprile a settembre, per cadere nel profondo oblio mediatico in autunno e in inverno (quando il vero giardiniere lavora davvero).
Mi cade l’orecchio su una frase: “Le piante sono inanimate”.
Credo di essere sobbalzata sul sedile dell’auto e di aver per errore azionato i tergicristalli.

Se per “inanimato” vogliamo intendere “privo di autocoscienza, di intelletto, di ragione, di autodeterminazione e di organizzazione sociale”, in breve “esseri non senzienti”, posso anche essere d’accordo. Ma le piante sono ben lontane dall’esssere inanimate se con il termine “anima” si intende l’antico concetto greco, cioè “anemos”, spirito vitale, vento, movimento.
L’anemometro è lo strumento che usiamo per misurare la velocità del vento, e i “cartoni animati” sono tali perché si muovono. Gli animali vengono detti tali poiché ritenuti istintivi, in grado solo di muovere il corpo, spostarsi, quasi senza volontà.
Ovviamente anche un ragazzino appassionato di biologia sa che le piante si muovono, attraverso viticci, rami, semi e propaggini, proprio come se camminassero con i loro stessi piedi, non diversamente da quanto sono in grado di fare gli Ent di Tolkien.
kudzu+15
Pueraria lobata o Kudzu, tanto per fare un esempio.

Le piante possiedono una quantità incredibile di modi per reagire e interpretare i segnali esterni, sono in grado di esercitare una sorta di comunicazione tra loro, attraverso segnali biochimici. Non sono senzienti, ma sono esseri viventi. La parola “inanimato” non calza affatto e non voglio neanche provare a capire come possa venire in testa quando si parla di piante, di Natura.
Il fatto è che le piante si muovono più lentamente degli Esseri Umani, e qui “il deficit di attenzione del mondo moderno” colpisce ancora, facendo pronunciare a Lipperini questa frase rivelatrice di una superficialità esplosiva.

Andiamo avanti. A ridosso delle piante inanimate mi tocca sentire la SOLITASOLFA della botanica.
Il giardinaggio e la botanica sono due cose completamente differenti: basta il dizionario, vi assicuro.
Il giardinaggio è la pratica della coltivazione delle piante e di disporle secondo uno schema gradevole.
La botanica è una scienza finalizzata alla classificazione delle piante in famiglie, generi, specie, ecc.
Personalmente non mi è mai arrivata notizia che Linneo fosse un abile giardiniere, per contro John Bartram, che aveva scarse o nulle conoscenze di botanica, era un coltivatore formidabile.
Solo chi non conosce le immense sfide del giardinaggio, e quelle ancora più complesse della creazione di un giardino, può immaginare di nobilitarlo chiamandolo “botanica”, poiché il giardinaggio contiene la botanica, ma non viceversa.
Non posso addentrarmi nella distinzione tra giardinaggio e kepopoiesi per non stancare il lettore.

Proseguiamo oltre: se la botanica si insegna alle università, il giardinaggio non c’è scuola che lo insegni.
Gli istituti di agronomia e le Facoltà universitarie sfornano tecnici che considerano i vegetali come una merce: pomodori in scatola e fiori recisi. I pochi corsi di tecniche a scopo ornamentale sono del tutto insufficienti, al di sotto di qualsiasi manuale corrente. Ne consegue che i dottori in Agronomia sono in genere ignoranti su ogni cosa che riguarda il giardino ornamentale, ma avendo appeso al muro un titolo universitario, si comportano con arroganza e disprezzo. I pochi agronomi dotati di capacità creativa ed estetica, l’avevano anche prima di mettere piede nelle aule universitarie.

I corsi di paesaggismo e architettura del paesaggio sono praticamente ridicoli e comunque vincolati alle Facoltà di Architettura e Ingegneria.

In Italia un bravo giardiniere s’è fatto sempre e comunque da sé, attraverso lo studio continuo e la pratica indefessa e MAI attraverso un solo ed esclusivo percorso scolastico. MAI.

Concludendo: questa gran confusione tra giardinaggio, creazione di un giardino, botanica e agronomia è tipica dell’Italia ignorante in ogni cosa che riguardi la natura e la biologia.

Se uno confondesse il greco col latino, cosa pensereste?

Io penserei che s’è giocato ogni credibilità.

I Bronzi di Riace nell’allestimento di Gerald Bruneau (quello scandaloso)

C’è chi litiga per quale film vedere la sera. Alcuni lo fanno: io lo farei.
C’è chi litiga per una gonna o una cravatta: io non lo farei.
C’è chi litiga per l’estetica: io lo faccio sempre.

bronzo A_gerald bruneauHo difeso l’installazione di Gerald Bruneau sui Bronzi di Riace e questo mi è valso un litigio senza fine.
Mi rendo conto di quanto l’osservazione dell’arte e quindi l’espressione di un giudizio siano viziati da una profonda mancanza di consuetudine con l’Arte, perciò il lettore più esperto mi scuserà se esprimerò concetti basilari in modo semplificato.

Difenderò sempre l’estetica Pop e Postmoderna dagli attacchi di chi la disprezza solo perchè non la comprende.
Non si disprezza la Teoria della Relatività perchè non la si capisce, semmai ci si sente afflitti e mediocri, desiderosi di avere i mezzi conoscitivi per comprenderla. Ciò non accade con l’Arte: chiunque ritiene di poter esprimere il proprio gusto (e fin qui va tutto bene), senza alcuna cognizione di causa (e va ancora tutto bene), aspettandosi di trovare consensi (iniziano i guai), rigettando qualsiasi opinione opposta (male), finendo col prendere una posizione e litigare (tragedia).

Ciò che di peggio può accadere in questi casi è proprio arroccarsi su posizioni estreme senza neanche un tentativo di comprendere l’altrui posizione. Così muore la critica d’arte.

La critica d’arte muore nell’opinionismo, come sul sito Dagospia, che si limita ad una discettazione sarcastica, puerile e superficialissima.
Muore anche se espressa nel contesto di un ideologismo votato alla conquista di “consensi” o semplicemente inquinato da preclusioni culturali e sociali, come il razzismo, l’omofobia, la negazione di un certo tipo d’arte.

Questo vale per tutta la produzione artistica mondiale, di qualsiasi epoca storica e provenienza geografica.

Ho più volte esortato all’esternazione di un giudizio dicendo come la mancanza di espressione di un giudizio uccide l’Arte.
Ma non aspettatevi di liquidare questo o quello in due parole, senza che chi vi ascolta vi rimbecchi.
Mi sembra troppo pretendere.

Riguardo l’installazione di Bruneau, questi sono gli aggettivi che ho più volte letto: “volgare, osceno, terribile, dissacratorio, schifoso”

Seriamente – non ho intenzione di mettermi a discutere con chi ha ancora la parola “osceno” nel vocabolario relativo all’Arte.
“Osceno, sadico, brutto, schifoso, cattivo, illegale, IMMORALE” sono parole che nella definizione dell’opera d’arte non sono pertinenti.

L’Arte non ha bisogno di nessun permesso, di nessun consenso, di nessun atto burocratico, nè della giustificazione della morale, della bontà, della verità, della religione, della giustizia o della legge.

Che l’Arte si appropri delle opere altrui è un dato storico: il fatto che i Bronzi siano nati con altri scopi non è un vincolo. L’inintenzionalità dell’opera d’arte è un fenomeno accuratamente analizzato da filosofi come Jan Mukarovsky nel suo bellissimo libro Il significato dell’estetica. La funzione estetica in rapporto alla realtà sociale, alle scienze, all’arte, edito da Eiunaudi nel lontanissimo e più preveggente 1973.

il significato dell'estetica-mukarovsky

O nell’altro più accesibile La funzione, la norma e il valore estetico come fatti sociali. Semiologia e sociologia dell’arte, ancora Einaiudi, 1971.

La funzione, la norma, il valore estetico come fatti sociali
La funzione, la norma, il valore estetico come fatti sociali

In poche parole l’Arte può usare tutto, comprese le altre opere artistiche, per produrre arte.
Forse a qualcuno potrebbe interessare quanto scriissi a suo tempo sull’ antico vaso cinese o sull’ impacchettamento di Marina Abramovic.

In Arte non vale però il detto consolatorio “l’importante è partecipare”: non si prendono medaglie di bronzo, nell’arte. C’è solo la medaglia d’oro e chi arriva secondo, non arriva.
Mi pare che sia successo proprio questo a Gerald Bruneau: non c’è arrivato.

Il Kitsch è un’arte di cui pochissimi sono stati padroni. Abbondantissima e felicissima nelle fiere di paese, ma scialba se messa in mano a certi tipi.

L’allestimento sui Bronzi meritava un intero capitolo della storia dell’arte: quando e dove si sarebbe potuto compiere un atto di tale memorabile portata? Quale statua ha quelle dimensioni, quell’aura di antichità, quel valore estetico e classico e contemporaneo insieme? Nessuna. Davvero nessuna al mondo.
Su quale altra statua sarebbe stato possibile mettere un tanga e un boa? Quale altra statua raffigura la perfezione fisica del corpo maschile? Quale statua è così integra, luminosa, metallica, plastica e verosimile? Quale statua è così intoccabile, così delicata eppure dall’aspetto così saldo e forte? Quale statua appare serena in qualsiasi dimensione spaziale e artistica?

E Gerald Bourneau ha sbagliato: il boa sottile, veramente troppo sottile e l’elastico nero del tanga sono stati un disastro. Il tanga doveva essere zebrato e non leopardato (però giallo), e avere un laccetto, non un elastico così spesso. E il boa doveva essere molto più pieno e soffice.
Magnifico il velo che ha lasciato scoperte le natiche esaltando, per chi ha occhi abbastanza aperte, la sinuosità e la carica erotica della statua, dirigendola in maniera palese anche al pubblico maschile, destabilizzando la collocazione semantica dell’opera.
E osservate il metodo: nessun elemento metallico che potesse compromettere la pelle delle statue o rubare la scena ad un glitter di 2500 anni. C’era sicuramente un accordo (queste cose non si fanno tipo flashmob) e al fotografo non sarà stato consentito di usare nessun tipo di abbigliamento con ganci o fermi metallici. Il materiale usato chiarisce come ci sia stato un vero e propria definizione contrattuale dietro le foto “dissacratorie”.
Il velo da sposa era quasi funebre, a mio avviso, ed era anche troppo congestionato attorno al capo. Visto frontalmente il Bronzo A non rendeva affatto.
Brutto, bruttissimo il boa grigiastro attorno alla testa, a mo’ di cornona di alloro. Bene l’intenzione, sbagliato il mezzo.
Interessante invece il mazzolino di fiori, ma l’insieme è risultato “scompagnato” in maniera troppo vistosa. L’effetto generale che se ne trae è deprimente, solo a tratti ludico. Ciò che si deduce è che l’artista non ha avuto nè tempo nè voglia di osservare le statue con accuratezza, e non ha studiato un allestimento dedicato, raffinato e pretenzioso, ma dozzinale e raffazzonato, con un esito che definirei senza dubbio approssimativo e scadente, “sbagliato”.

Gerald Bruneau ha buttato via un’occasione che non si ripeterà più nella storia di queste statue, e questo mi fa incazzare da morire. Anche perchè l’avessero data a me la possibilità…

Venendo poi alla questione politica. Le foto sono state fatte a inizio febbraio, ma vengono rese note solo all’indomani delle polemiche sullo spostamento dei Bronzi.
Le dichiarazioni delle direttrice del museo, Bonomi, hanno solo del ridicolo e in genere il chiasso che si sta facendo attorno a quest’installazione è solo ignorantissimo pettegolezzo destinato a una rapida obsolescenza, ed è finalizzato unicamente a mettere in cattiva luce la Calabria e spostare definitivamente i Bronzi in qualche museo sabaudita.
Ovviamente la dichiarazione di far riemergere le due opere dall’oblio, è palesemente pretestuosa e non sarà qui neanche considerata.

Italia campione del mondo di danza su ghiaccio 2014

Qualche giorno fa la coppia Cappellini-Lanotte ha vinto il campionato di danza su ghiaccio agli Europei di Sochi.
Abbiamo visto qualche spezzone generosamente trasmesso dai telegiornali, da qualche tv digitale, il programma corto su Youtube, ma il libero viene secretato perchè devi pagare Sky per poterlo vedere. Continua a leggere “Italia campione del mondo di danza su ghiaccio 2014”