7 ottobre 2010 – La mia povera anima pop


Pop

Ricordo che non appena ebbi pubblicato il mio libro fui cortesemente informata che la poesia sulla pervinca di Giovanni Pascoli che avevo voluto a corredo di un mio pezzo (cito) “non ne aumentava il valore, anzi, lo diminuiva”.
L’informazione mi veniva trasmessa con la tipica condiscendenza didattica che si accompagna al maestro elementare quando vuol spiegare le cose difficili ai bambini.
In breve, cari lettori, fui presa per ignorante.
Giovanni Pascoli –si sa- è un poeta ormai caduto in bassa fortuna, considerato epitome di un genere letterario falsitaliano, borghese, retrivo, lagnoso, privo di fantasia, troppo romantico e lezioso. Un poeta che ha vestito con i suoi versi il gusto di un’epoca che è trascorsa e per la quale non si sente più nostalgia; via, chiuso, impacchettato e gettato nello scarico fognario delle mode culturali.

Se Leopardi è sempre di moda e Dante fa comunque sentire la sua voce tonante, adesso tra gli scrittori meridionali, sicuramente stimolati dal revisionismo storico, va di moda riesumare poeti locali totalmente dimenticati, localismi, dialetto e vernacolo. Insomma, secondo il mio docente, avrei proprio sbagliato tutto, potevo far peggio solo con l’infame trittico Fogazzaro-Carducci-De Amicis.

In realtà sapevo che quell’inserimento, all’ apparenza molto ingenuo e infantile, avrebbe dato fastidio a qualche perbenista della cultura, e che mi sarei forse attratta qualche critica. A dirla tutta la poesia sulla pervinca non è tra le sue migliori, e non piace neanche a me, ma volevo proprio che nel mio libro ci fosse una poesia di Pascoli perché tra tutti i poeti italiani è nei suoi versi che batte un vero e proprio cuore pop.

E io ho un’anima pop. Un’anima forse povera agli occhi degli altri. E quando dico povera intendo poveraccia, povera di danaro, povera in eleganza, povera in raffinatezza. Pop, che è abbreviativo per “popular”, popolare, popolaresco.
Fa sincera meraviglia che tali docenti si dilettino con libri come Il senso dei luoghi e poi non vedano il valore pop di raccolte come Myricae. E’ un guardare le cose solo dal proprio punto di vista, sintomo di una miopia culturale che affligge quasi tutti i dottori e professori delle nostre zone, colpiti da quella che affettuosamente potremmo chiamare “sindrome della laurea” .
E non posso fare a meno di pensare ad Ippolito Pizzetti, in questo caso, che ben descriveva il temperamento giardinicolo italiano post-bellico, che si estrinsecava nel ripudio dell’orto in tutte le sue manifestazioni. E così Pascoli ha fatto “la fine dell’orto” (e qui si potrebbe coniare un detto) ed è stato ripudiato perché troppo ordinario e alla portata di tutti, incapace di generare una distinzione (tutte le vecchie generazioni si rivedono sempre almeno un po’ in Pascoli) e quindi un gusto.

Pascoli è insomma visto come retrivo e pietosamente middlebrow da parte di quella fetta di accademici con i paraocchi, che non conoscono l’arte contemporanea (semmai fanno finta di conoscerla, disprezzandola), e stanno dritti dritti come se avessero ingoiato una stampella, pisciati nelle mutande quando sono di fronte a un rettorucolo da quattro soldi o un professore più grosso di loro.
Io l’ho voluto ripescare proprio per questo. Come oggi il top del giardinaggio è recuperare rose perdute o antiche varietà di frutta, io ho voluto acciuffare Pascoli dal cestone del middlebrow-pop-postmodern.

Ovviamente non speravo neanche che dotti, medici e sapienti, capissero perché, contando invece sulla più sincera empatia delle persone che hanno un’anima povera come la mia.

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