Natale al paesello triste

Strade grigie di asfalto sbiadito, rotto, slavato. Asfalto quasi mai ripulito, quasi mai rinnovato. Asfalto che è brutto anche appena steso, in uno strato sottile come le impiallacciature dei mobili da mercatone.
Linee di mezzeria assenti, o storte. Chi ha passato la vernice ha tenuto sollevato un lato della dima e il segno si è allargato, gonfiandosi in una curva leggera e morbida, che ricorda i vecchi effetti fatti con l’aerografo. È sbagliata, ma bella.
I marciapiedi sempre uguali, ci si domanda perché le mattonelle non si suicidino come già hanno fatto i lampioni del lungomare.
Gli alberi sempreverdi sono come morti, mummificati in un colore che sicuramente esisterà nella tabella Pantone, ma forse anche all’inferno.
I volti sono cupi, come soffocanti un’ira incapace di espressione. Gli angoli delle labbra rivolti verso il basso, gli sguardi persi in un altrove noto solo a chi lo pensa.
Siderno non è mai stato un paese allegro.
Mondano, festaiolo, forse sì. Vistoso, sgargiante di mediocrità. Ma non allegro.
Siderno è un paesello triste. Mortificato dagli eventi, dalla storia recente, dalle persone che lo abitano, dai suoi governanti.
Un paese in cui puoi passare veloce con l’auto, felice di andar via. Un paese in cui cammini faccia a terra, con lo sguardo fisso su quelle pidocchiose mattonelle rosa, cercando di ricordarti dove hai parcheggiato l’auto. La tua auto di seconda mano, eguale identica a mille altre, anche nella sfumatura di colore, ché la riconosci solo dalla targa e dalla strisciata sulla portiera.

Il mare in inverno, chic musicale pop e retrò adatto solo ad un pubblico di affezionati, è come morto, dopo le mutilazioni degli ultimi inverni. La superficie rimasta circoscrive ancora di più il centro attivo: un incrocio e un semaforo, rendendo tutto il resto una periferia. La periferia di Siderno è Siderno stessa.
Traffico convulso: si va alla Ipermercato per comprare cose. Cose che servono, cose che non servono, indispensabili (forse) per le quali hai atteso la tredicesima.
Farmacia, tabacchino, gratta e vinci, cornetto e cappuccino. Qualcuno compra ancora un giornale. Le feste fanno diventare tutti sempre più frettolosi, più scortesi, meno tolleranti.

Non so dire se Siderno sia mai stato un bel paesello: di certo non era brutto negli anni dei bombardamenti. Quelle piccole foto in bianco e nero che il vecchio Professore teneva ben catalogate, decennio per decennio, lo dicono, ne parlano.
Non è solo perché oggi amiamo il vintage e la Cinquecento, c’era più spazio, più misura, i rapporti tra gli edifici non erano così sballati, così brutalmente impazziti.
Quelle foto raccontano di quiete, ordine, pulizia. Forse una vita borghese, inferriate in stile e bombette sulle teste degli uomini, scarpe lucide, coi laccetti neri, chiusi da una fascetta di cuoio. Passi svelti, tra le scale del Municipio e la piazzetta, pantaloni con la piega. Auto parcheggiate a spina di pesce.

Siderno, non sei mai stata una città. I tuoi fasti, i tuoi onori sono solo enfatizzazioni aneddotiche di un passato che non poteva certo essere peggio di questo presente.
Sei sempre stata un “paesello” frustrato, alla ricerca di una vocazione cittadina che non hai. Se solo avessi avuto l’intelligenza di seguire la tua verità, forse ora le tue strade sarebbero una piccola bellezza amata da molti. Hai barattato il tuo spirito per un paio di centri commerciali e negozi cinesi a ogni angolo.
È passata una mano fredda su di te, che ha spento ogni vivacità, ogni allegria, anche quella semplice, della bella mattina calda.
E senza questo, cosa ti rimane? Le tue poche bagattelle erano tutte lì, lungo il mare. Le belle domeniche di sole, per le quali in tanti abbiamo scelto di rimanerti in corpo, sono divenute domeniche invidiose. Invidiose del pallido sole bergamasco, di quel puntino verdastro nel cielo grigio, che garantisce lavoro, soldi, vantaggi economici, belle auto, assicurazioni basse, pensioni immodeste.
Tutto attorno a te è triste, vecchio, mangiato, rognoso. Squallido, senza grazia, senza intelligenza.

Ogni tanto un giardino regalava un colore, una piccola preziosa fioritura, un momento di stupore. Oggi tutta la vita che contieni puzza di cadavere, è solo in attesa di morire legalmente, di estinguersi anagraficamente.
Della tua poca bellezza è stato fatto scempio negli anni della mia infanzia. Mi dispiace, sei come un povero cane zoppo e sbilenco, con la carne messa a nudo da malattie e sporcizia.
Non c’è più cura, più affetto, più dedizione che possa salvarti.

Lo stradone a inizio giugno

Dietro casa mia c’è un vasto incolto che ho sempre molto amato, sin da piccola. Era il mio rifugio (probabilmente non ero l’unica bambina che vi si nascondeva per rifuggire dalle lezioni di matematica o dalle iniezioni) e sono certa che ancora oggi vi abitino le Fate – certo, in numero molto minore rispetto agli anni Ottanta.

La cardiologa mi ha detto che devo camminare per migliorare la circolazione, perciò senza troppi se e troppi, ma, mi dirigo sullo stradone che costeggia l’incolto, con tappinelle e crema solare zincata protezione 50+, con una Coolpix dondolante appesa al suo laccetto, come i capponi di Renzo.

A causa delle continue pulizie la flora non è che quella pionierissima e super resistente: canne, avena sterile, fiordaliso selvatico, poco altro.
Complice la luce dorata del tramonto, che rende tutto magico, ho scattato delle foto, in automatico, potete controllare i metadati (ho solo ridimensionato le immagini per poterle inserire).
La fotografia alla luce del tramonto per me è un “barbatrucco” più enorme di tutti i filtri di Photoshop messi assieme, e mi piacerebbe sapere la vostra.
La Coolpix, sempre disprezzata dai veri fotografi, se l’è cavata, ma è facile cucinare un buon piatto con gamberetti freschi e basilico appena colto.

Pista ciclabile di Locri, metà maggio

A causa di un incidente sono rimasta a letto per oltre un mese, con una vertebra fratturata. Ho perso così molte delle fioriture che si sono rapidamente succedute e sovrapposte come mai ricordassi.
Le rose in giardino sono sbocciate già “cotte”, sortendo vari effetti culinari a seconda della consistenza del petalo: cartaceo arrosto, polposo bollito.
La primavera è durata un paio di settimane e nonostante ancora faccia un caldo incerto, soffocato dall’umido, ormai le fioriture sono andate.
Mi spiace aver perso quella del lino selvatico, che da anni fiorisce vicino a questi pelargoni a ridosso di un incolto sulla “pista ciclabile” di Locri (virgolattato obbligatorio).
Con fatica oggi sono andata a controllare, ma era troppo tardi.

Perché detesto le panchine

Tutti fanno un gran parlare delle panchine, persino Michael Jakob, un calibro ben al di sopra del mediocre Beppe Sebaste, gli ha dedicato un libro: Sulla panchina. Percorsi dello sguardo nei giardini e nell’arte .
In genere acquisto tutto quello che trovo di Jacob, anche se non tradotto, perché -nonostante non sia un autore che va incontro al lettore- Jacob è uno dei pochi filosofi del paesaggio contemporanei che ha una profonda cultura su quel che scrive.

Questo però lo salto.

La sola idea di leggere un libro che parla di panchine mi fa rizzare i capelli in testa, torcere il collo di 180 gradi e vomitare verde.
Odio, odio, odio, odio senza emendamenti le panchine. Tutte le panchine. Ogni panchina che il buon dio ha mandato sulla terra, io la odio.
La profonda tristezza che mi avvolge e mi congela quando osservo una panchina, mi immobilizza, mi fa rimanere come un blocco di pietra ghiacciata.
Cammino sul Lungomare smozzicato ignorando le bruttissime panchine simili a bare con cui il nostro preg. egr. prof. dott. ing. ex-sindaco (ma oggi futuro vicesindaco) Panetta ha voluto sostituire quelle discrete e old fashioned in graniglia.
Mi portate in giro per una nuova città? Preferisco sedermi sul marciapiedi, su una scalinata, dove i giovani in gita scolastica si fanno le foto e mangiano panini, poggiano gli zaini, fanno casino.
Mi portate a fare un giro nel giardino di Babilonia? Mi devono cadere le gambe perchè io mi sieda, e in quel caso preferirei farlo su un sasso.

le meravigliose panchine-tambuto di Siderno

le meravigliose panchine-tambuto di Siderno

La panchina è una cosa nata male, ab origine. Malamente concepita dalla mente umana, un vorrei ma non posso. E allora è meglio che tu non ci sia.
Non è una sedia, non è una poltrona. Non è mai comoda. Mai. Non puoi appoggiarci la testa per dormire ed è sempre ghiacciata d’inverno, bollente in estate.
Tenti di riposarti dopo aver camminato ore, ore, ore, ore, in attesa che lo studio medico per il quale hai fatto circa cinquecento chilometri, apra, ma la testa ti cade di lato dopo un istante di sonno. Ti risvegli col cuore in gola, pensando che la speranza di poter dormire dieci minuti su una panchina sia una tortura pari a quella del crine di cavallo nel tallone. Allora meglio rinunciare. E giù di caffè. E poi la nausea e il mal di stomaco.

Quasi meglio una panchina poco promettenete, senza schienale, dove l’illusione di poter chiudere gli occhi non ti sfiora.
E se poi, colto da un ictus morfeico, riesci a dormire per più di trenta secondi, ti risvegli sempre col cuore in gola o in pancia, con qualcuno che ti punta gli occhi addosso come una carabina.

La panchina è un oggetto di lusso, diciamocelo. Non è per chi ha bisogno di riposare, di sedersi, per l’uomo stanco, per il poveretto che non si sente più i piedi, l’affamato che non sa dove mangiare un panino con mortadella.
La panchina è per il riposato, il corroborato, per chi ha lo stomaco a posto, per chi ha fatto un pasto caldo e bevuto un caffé, e desidera sedersi per guardare il paesaggio. Per chi non ha sonno, per chi si potrebbe tranquillamente sedere per terra, ma è troppo civile per farlo, per chi non si vuole sporcare i vestiti o infangare le scarpe, per chi ha la moneta più sonante del mondo:il tempo, per leggere un libro, e la concentrazione per poterlo fare all’aperto tra schiamazzi, clacson, vento e smog. Oppure per chi è tanto privilegiato da avere (leggasi: avere) un bel parco, un giardino, pubblico o di proprietà, dove non essere disturbato.
Per il filosofo che vuole scrivere all’amico lontano, e non ha il torcicollo o il formicolio alle mani mentre regge il suo blocco e scrive con la stilografica di pregio.
Perchè le diaboliche panchine non sono mica state pensate per poterci appoggiare qualcosa! Se vuoi leggere, o tieni in mano il libro o lo posi sulla seduta e per leggere devi stare tutto curvo. Non ne parliamo per scrivere cosa diventano, un vero e proprio mezzo di tortura. Alla fine la soluzione migliore è inginocchiarsi come in preghiera e usare la seduta come piano per scrivere.

No, basta, non ce la faccio più, sento già lo stomaco che mi si aggroviglia: più parlo di panchine e più mi innervosisco.

La panchina è una presa in giro, non serve ai barboni per dormirci, ma solo ai conti e alle duchesse per titillarsi.

Le meglio panchine

Le meglio panchine