Per un erbario


Per un erbario, Colette (regalo di Natale di Trem)

Ho finalmente finito di leggere questo libro ieri sera. In verità è un libro che si potrebbe comodamente leggere in una giornata in cui, magari, si è soli in casa per quelle meravigliose, rare e preziosissime coincidenze che ci lasciano la casa tutta per noi. Potremmo allora a nostra totale discrezione sederci in salotto o in cucina, con davanti una fumante tazza di Lady Grey, oppure –a chi piace- sdraiarci sul letto e leggere in santissima pace. Però non lo consiglio perché è uno di quei libri che va centellinato come un bicchierino di Porto. Uno, due, occasionalmente tre, capitoli alla sera prima di andare a dormire, a stomaco pieno e cuore leggero. Così io credo che questo libro dia il massimo di sé.

Colette l’avevo solo sentita nominare qua e là come una scrittrice di secondo piano, come da noi sarebbero un Pietro Bembo o un Guido Gozzano. Se si conosce un po’ di biografia dell’Autrice e – meglio ancora – un po’ di storia del costume della Francia di quel periodo, si è molto avvantaggiati, perché delle volte si rimane interdetti davanti a certe battute, un po’ come sarebbe se un francese del 2050 si trovasse davanti il nome di Maurizio Costanzo o Gerri Scotti. Bisogna allora correre alla pagina delle note che aiutano sì, ma non poi tanto.

Ho invidiato Colette dalla prima pagina. Una prosa elegantissima, ad un passo dalla poesia, sensuale, divertente e leggera, con dei virtuosismi da capogiro, quasi un Proust messo a dieta. Riporto integralmente le pagine dedicate alla Gardenia, in assoluto quelle che mi sono piaciute di più.

Monologo della Gardenia
Sono le sei…Almeno è quello che afferma il tabacco bianco. Ma il tabacco bianco va soggetto ad errori. Saranno le sei quando avrò decretato che sono le sei. Soltanto allora la terrazza, il giardino e l’universo intero soffocheranno del mio profumo.

Le sei, appena…Comincio a svegliarmi, e ho il risveglio lento. Mi attardo a proclamare la certezza e la lucidità che assicurano il mio regno, dalla notte chiusa all’alba ancora nera e leggermente ferita a est da una piaga bruna e purpurea.

Il giorno che termina è stato lungo. Per tutta la sua durata ho trattenuto il mio alito, il respiro che mi circonda al crepuscolo e che fa vacillare le farfalle notturne nel loro primo volo. Dormivo, nei miei petali polposi, annodati mollemente, e disordinati quel tanto che basta per non essere confusa con l’insulsa regolarità della camelia.

Dormo, in pieno giorno, come dorme ciò che è bianco e ricco di un odore segreto. Per noialtre fioriture bianche, incaricate di turbare la creatura umana, il centro del giorno è una perfidia che non finisce d’infastidirci. Proprio allora l’ingenua, l’incolto, l’amante distratta spezzano con l’unghia uno dei nostri steli che porta un fiore per appuntarlo, freddo ed inespressivo come un ranuncolo, fra le trecce, alla cinta. In quel momento io dormo inodore. Ma all’ora convenuta, “le sei!”, emano il mio febbrile e muto discorso.

Un fiore d’arancio immaginario, un prugnolo cresciuto in un’ora, sembra che si uniscano in me, per la perdizione delle anime e dei corpi. L’ingenua si muta in capra, l’amante distratta si accalora e fugge-ma non da sola!-l’incolto si avventura in una scienza che gli insegno, e la terra tonda ha una notte pazza in più.

Sono le sei. Il bianco verdeggiante dei miei petali sopporta ancora, in un residuo di luce, che accanto ad esso si intravedano il tabacco bianco, lo scialbo pittosporo e l’oleafragans, la bouvardia deliziosa che ritarda, le uova smisurate e vulnerabili della magnolia-non è certamente la sua carne che Swinburne* rinomina “più bella per una macchia”-la pioggia leggera della catalpa, il giglio delle sabbie che beve, in mancanza di meglio, l’acqua marina, e il gelsomino luminoso quasi come una stella.

Accetto tutti questi umili detentori di balsami notturni, sicura come sono di non avere rivali, tranne, lo confesso, una rivale…davanti a cui talvolta faccio peggio che confessare, abdico. Certe notti meridionali promettono la pioggia, certi pomeriggi rimbombano di fulmini indolenti, e allora la mia rivale ineffabile non deve fare altro che apparire, e per quanto io sia una gardenia divento debole, mi prosterno davanti alla tuberosa.
Non mi dimostra nessuna gratitudine. La sua freschezza, che è quella di un capezzolo giovane, dura più della mia. Così ne approfitta per insinuare che invecchio male e che, dal terzo giorno del mio sboccio, somiglio a un guanto da ballo caduto molto in basso…

* Nella prima strofa di “Laus Veneris”

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