Il livello Telecom

Il “livello Telecom” è uno stadio dell’esistenza umana nell’epoca post-capitalista. Non per tutti si chiama “livello Telecom”, potrebbe essere “livello Eni Gas e Luce”, oppure “livello Infostrada”.
In termini psichiatrici e antropologici, il “livello Telecom” identifica quella fase dell’esistenza in cui non si è più capaci di mantenere le apparenze e si diventa completamente inabili nel contenere il fastidio arrecatoci da persone, cose e situazioni. In letteratura medica si riscontrano diversi comportamenti: non rispondere più al telefono manco se è dio (ciò include la messaggistica istantanea: i messaggi vengono visualizzati, ma se non richiedono risposta, vengono ignorati), non rispondere al citofono, buttare vecchi oggetti come cimeli familiari o mobili, ignorare i rompipalle e sfancularli implicitamente, “amici”, datori di lavoro e eminenti personalità incluse.

Il “livello Telecom” prende questa denominazione (che, come avete visto, è variabile) dall’espressione della voce durante i colloqui con il 187. Se non avete raggiunto il “livello Telecom” probabilmente tentate ancora di essere cortesi con l’operatore che vi risponde, vi sforzate di esporre il vostro problema con gentilezza, di infilare una sorta di sorriso immaginario nel dialogo, anche se tutto risulta innaturale e “sudato”.
Quando avrete raggiunto il “livello Telecom” il tono della vostra voce suonerà inequivocabilmente minatorio sin dal salve, il mio numero cliente è ….
L’operatore Telecom, che è come un cane da tartufi per capire l’umore delle persone, ché Freud poteva portarsi le barche all’asciutto a confronto, risponderà a tono, perché lui o lei, il “livello Telecom” l’ha raggiunto molto prima di voi. Perciò ve lo dico, non pensate di poter battere un centralinista Telecom: semplicemente in voi la “telecommaggine” non è così forte. Immaginate di essere cintura marrone e loro dan di novantesimo livello.
Alla vostra richiesta il suo “attenda” suonerà come lo vedi questo bottone? Se lo schiaccio la tua linea andrà per sempre a 2 mega, perciò non ti conviene.

Anche con i call center che propongono offerte il soggetto che ha raggiunto il “livello Telecom” non tenterà neanche la strada del mi scusi sono sotto la doccia, no grazie non mi interessa, non le faccio perder tempo, etc + saluto di cortesia. No. Chi ha raggiunto il “livello Telecom” riattacca, e basta.

Il soggetto che ha raggiunto il “livello Telecom” è perfettamente capace di chiudere rapporti personali o lavorativi anche di lunga data se si sente in qualche modo insultato o -anche involontariamente- privato della sua dignità. Il soggetto “livello Telecom” non sopporta telefonate di durata superiore agli otto minuti.

Il soggetto “livello Telecom” non è assoggettabile con la forza di volontà o con la blandizie e difficilmente nutre ammirazione per le “persone normali”. Diventa assai pericoloso se si compie un’evidente ingiustizia di fronte ai suoi occhi: nel qual caso potrebbe reagire con violenza.

Il soggetto “livello Telecom” diventa aggressivo e in grado di arrecare seri danni in caso di saccenza e in presenza di persone che parlano con tono di voce acuto. È infatti testato che frasi come ma tu sbagli, dovresti fare così, non ti sei comportato bene, hai fatto un errore, guarda me, perché non hai chiamato me e similari possono indurre il soggetto a afferrare la prima cosa che capita e scagliarla addosso all’interlocutore.

In particolare le risposte con due o più parole, di cui la prima è “no”, determinano una reazione violenta e incontrollabile.

Lucertola

Allora racconterò del giardino di mia zia.

Un piccolo cortile di una casa nobiliare in campagna, costruita all’inizio del Novecento per le vacanze estive, dove il caldo sole del sud maturava un vigneto adiacente, a cui si accedeva da un piccolo cancello arcuato, da fiaba.
Ero piccola, e mi sembrava enorme e ricco di luoghi segreti e magici. Mi era concesso andarci solo di rado, e questo lo rendeva immensamente desiderabile, una calamita che mi tirava da dentro le ossa, mentre seduta al tavolo ripetevo le tabelline e guardavo dalle alte finestre il cielo azzurro, ma così azzurro e liquido che pareva poter entrare nella stanza come una brezza per prendermi e sospingermi fuori. I grossi quadretti del foglio di algebra elementare erano ostacoli che si frapponevano tra me e il giardino, solo a compiti finiti era consentito il gioco non sorvegliato.
La zia, che fingeva amore e tenera severità, mi accompagnava fino alla porta d’ingresso, usciva solo per assicurarsi che il cancello fosse chiuso, tirandolo e spingendolo più volte, poi si ritirava dal sole, che odiava. Accostava la porta per non far entrare le lucertole, bloccandola con il chiavistello aperto, per impedire che io mi chiudessi fuori. Nessuna chiave doveva essere data ai bambini, nessuna porta doveva avere le chiavi.

La prima cosa che facevo era correre al cancello per assicurarmi che fosse davvero chiuso. Era sempre chiuso. Poi attraversavo lentamente il cortile: un corridoio di pochi metri che mi sembravano infiniti. Ogni centimetro di terra aveva qualcosa da dire, non perché il giardino fosse particolarmente curato o traboccante di fiori, ma perché era terra, diversa dal tavolo, dai fogli a quadretti, dalla scuola, dalle braccia conserte e le gambe dritte, diversa dai grembiuli neri e bianchi, i codini, le trecce e le cartelle, dal fischietto della maestra.

Setacciavo il giardino centimetro per centimetro a caccia di nuove cose: vermi, animaletti, file di rosse formiche, crepe nel muretto. Non potevo sporcarmi le mani o i vestiti, sarebbe stata una grave infrazione, perciò guardavo e non toccavo, oppure prendevo un bastoncino di canna con cui sollevavo le foglie di pervinca alla ricerca di fiori azzurrini, e di violette, quando era il periodo.
C’era un sedile, che decenni prima doveva essere stato grazioso, con i braccioli in pietra e la seduta di piastrelle decorate. Gli facevano ombra due grandi pittospori, densi e fronzuti. Staccavo i frutti e li lanciavo dall’altra parte, nella vigna, dove non era permesso andare. Quando ero di cattivo umore ne raccoglievo manciate e li tiravo oltre l’alto muro, dove sapevo che sarebbero finiti per strada e dove speravo avrebbero fatto scivolare la figlia del fruttivendolo o del droghiere, che mi guardavano da sotto in su perché ero piccola.

Il sedile era il posto dove preferivo stare, al centro del cortile: ai quattro angoli erano piantati dei folti cespi di Agapanthus e di iris, che non fiorivano mai per la troppa ombra, e le cui larghe foglie spadiformi rimanevano immobili. Dal sedile potevo vedere oltre l’arco sui correva uno strano ibrido di Bignonia, color mostarda e arancio, fino al mio ultimo punto di ancoraggio visivo: un vaso di euforbia spinosa rossa, le cui bratteole appiccicose appuntavo al maglioncino se immaginavo di essere una principessa al ballo.

A sinistra però non guardavo mai. Avevo paura del vaso cilindrico dove si raccoglieva l’acqua piovana, in cui una volta avevo sbirciato allontanandomi subito, orripilata dalla vista di decine di lucertole che tentavano di uscirne, dimenandosi come pazze, azzannandosi, usando il corpo delle altre come trampolino, anche di quelle morte, riverse a pancia in su, l’addome bianco e molle nell’acqua scura e terrosa.
Il giorno dopo il vaso era stato rovesciato e non c’era traccia di lucertole.

C’era un signore che veniva a pulire il giardino, secondo me lo puliva troppo, ma la zia non voleva sporcizia, e la terra –diceva- era molto sporca.

L’irrigazione a scorrimento e la paura di papà

Mi è stato chiesto di pubblicare questo contenuto sull’irrigazione a scorrimento. Non l’ho scritto io, e non ci ricavo niente nel pubblicarlo, ma mi ha interessata per il fatto che questo è il sistema di irrigazione più vecchio al mondo e probabilmente il più ecologico, di certo uno dei più avvicinabili ed economici anche per chi ha poca acqua in estate.
Ma soprattutto, lo confesso, perché mi ha istantaneamente riportato a galla un ricordo familiare.
Adesso leggete l’articolo, ché dopo ve lo racconto.


Sistemi di irrigazione a scorrimento (link)

L’irrigazione a scorrimento include una varietà di tipi d’irrigazione che hanno la caratteristica comune dell’applicazione dell’acqua sulla superficie del terreno per poi distribuirla a tutto il campo usando la forza di gravità, in modo che la portata dell’acqua diminuisca lungo il campo in quanto si infiltra nel terreno.

Il fatto che la forza di gravità realizzi la distribuzione dell’acqua permette che non sia necessario disporre di strutture complesse di distribuzione dell’acqua per la porzione di terreno da irrigare, come le tuberie presenti nei sistemi ad aspersione o a goccia.

Dall’altro lato non è nemmeno necessario pressurizzare l’acqua per ottenere una distribuzione corretta ed uniforme. Questo fa sì che il sistema d’irrigazione a scorrimento presentino due vantaggi economici chiari: non hanno bisogno di complessi strumenti con costi difficili da ammortizzare nell’economia dell’agricoltore, ne è necessario pompare l’acqua sopra il livello dell’appezzamento, con relativo risparmio economico.

Quando i sistemi d’irrigazione a scorrimento sono ben progettati ed utilizzati nel modo appropriato l’irrigazione a scorrimento è molto efficiente e permette l’irrigazione uniforme del terreno.

Senza dubbio quando questi sistemi sono mal progettati o mal operanti, o quando non sono adattati alle condizioni particolari di una tenuta, questi vantaggi si vedono annullati a causa di altri costi collegati al sistema, come elevate necessità di mano d’opera, diminuzione nella produzione o poca efficienza nell’uso dell’acqua.

La sfida attuale dell’ingegneria dell’irrigazione è modernizzare e riabilitare questi sistemi, in modo da ottenere un’elevata efficienza ed uniformità dell’irrigazione per minimizzare le perdite dovute al deflusso superficiale e, diminuendo così l’aggressione all’ambiente.

L’obiettivo primordiale dell’irrigazione è somministrare alla coltivazione l’acqua additiva a quella delle precipitazioni per un ottimale sviluppo e coprire le necessità di lavaggio dei sali per evitare un accumulo nel suolo, assicurando la sostenibilità dell’irrigazione.

L’irrigazione a scorrimento si divide in fasi che separano processi idraulici distinti e che aiutano la comprensione e l’analisi del movimento dell’acqua sulla superficie del terreno. Le fasi d’irrigazione sono separate dai cosiddetti “tempi caratteristici”, nei quali si producono certe singolarità dell’irrigazione. Questi tempi sono:
• Tempo di inizio dell’irrigazione. È il tempo nel quale si inizia ad introdurre acqua nel terreno o nelle scanalature;
• Tempo di avanzamento. È il tempo nel quale l’acqua copre la totalità del terreno o arriva alla fine delle scanalature;
• Tempo di taglio. Tempo nel quale l’acqua smette di essere introdotta al terreno o alla scanalatura;
• Tempo di svuotamento. Tempo nel quale una parte del terreno o della scanalatura resta in superficie dopo l’infiltrazione dell’acqua o il suo spostamento verso altre zone;
• Tempo di recesso: è il tempo nel quale l’acqua sparisce da tutta la superficie del terreno o della scanalatura.

La durata tra questi tempi caratteristici definisce le tipiche fasi dell’irrigazione a scorrimento.

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Ora vi racconto l’ aneddoto familiare, che vorrei ricordare meglio. Nella foto che vedete sopra, ai bordi della strada ci sono due muretti di cemento. Alla base, nascosti da tutti quei cespugli di inula, Xanthium, calcatreppole e lapini, ci sono due canalette profonde circa 30 cm e larghe altrettanto. Ogni “tot” si vedono benissimo le scanalature della guida in cui si inseriva una placca di metallo, o forse un pannello di legno, per “tagliare” l’acqua, in modo che il flusso potesse irrigare un altro campo. Queste canalette sono abbastanza diffuse a Siderno, come anche le torrette che servivano a dare pressione all’acqua e dove (credo) ci fossero delle pompe.
Noi ne abbiamo una adiacente alla nostra proprietà, è quella di cui parlo nella Piccola Estate, ed è proprio su quella che si arrampica una Bougainvillea ‘San Diego Red’ che mia sorella piantò negli anni Ottanta.
Ora, la “tagliata” dell’acqua era una questione di importanza capitale e curiosamente in qualche modo contribuì al rafforzamento del potere della ‘ndrangheta a livello locale. Era la ‘ndragheta a regolare le tagliate, e allungare il tempo di irrigazione al proprio campo poteva costar caro a un coltivatore.
Il controllo delle tagliate mise in moto un perverso meccanismo: il potere di eseguirle veniva affidato ai contadini più fedeli, servili e spesso violenti, che diventavano così piccoli e feroci tiranni a livello locale.
Mio padre, la cui famiglia di commercianti era sempre stata rispettata, pur rimanendo distantissima dalla mafia, mi raccontò che oltre al servizio di leva impugnò un’ arma solo da giovanotto, quando fu costretto ad andare a farsi “rispettare” da un contadino che aveva indebitamente tolto l’acqua al fondo di agrumi di famiglia.

Diavolo, mio padre me lo raccontò così, en passant, che poteva averci sessant’anni, ma credetemi, era spaventato da morire.

Le parole che mi dico in macchina (era un calesse)

La guida è l’unico momento in cui sono sola in uno spazio chiuso. Posso ascoltare la musica che mi piace a tutto volume, e posso cantare stonando ogni-singola-nota-della-canzone.
E questo senza dare fastidio a nessuno.
In auto faccio lunghi discorsi con me stessa, tanto lunghi che mi spiace interromperli quando arrivo a destinazione.
Tempo addietro disprezzavo chi parlava da solo, oggi mi rendo conto dell’incolmabile solitudine di chi parla con sé stesso come Gollum, e l’abitacolo dell’auto mi sembra una sorta di piccolo rifugio temporaneo che protegge me dagli altri e gli altri da me.
Metto a punto frasi, idee, mi racconto storie, ripercorro la mia vita, penso cose che non si possono né dire né scrivere.
E allora ho pensato un intero dialogo, per giorni. L’ho limato, perfezionato, portato alla massima precisione.
Poi mi sono resa conto che era inutile, che non si sarebbe mai presentata l’occasione di avviarlo.
Era un calesse, in fondo, anche quel dialogo così ben fatto, spontaneo, naturale. Così estemporaneo che mi ha preso una settimana di giri in macchina.
Ma quello che vorrei dire, no, quello che vorrei dire, è che io avevo telefonato a Mariani per avere degli equiseti particolari, perché sapevo che la ciotola sotto non aveva il foro di drenaggio. E vorrei anche dire che la ciotola mi è costata 35 euro. E che ho scelto quella perché sembrava la meno costosa, perché il tutto sembrasse poco impegnativo. Credo di aver girato un mese per trovare l’insieme giusto di piante e ciotola, ho scomodato amici e richiesto pareri professionali, e non so quanto ho speso facendo prove con altre ciotole e con altre piante. E quando me la sono portata via perché le piante erano moribonde, e l’ho messa sul sedile di dietro, l’auto è stata invasa da quell’odore di acqua marcia, tipica dei cimiteri.
Ma ovviamente anche la ciotola era un calesse.

La coperta è gelata e l’estate è finita

Sembrava impossibile che questo agosto si chiudesse, finisse, morisse. Kaputttttt!
Ma neanche agosto, il mese più malvagio dell’anno, può durare più di trentuno giorni. Trentuno giorni che ti fanno desiderare il gelo artico. Trentuno giorni in cui il sole ti terrorizza come Nosferatu. Trentuno giorni da girone infernale.
Per chi come me aspetta l’autunno come i druidi aspettavano il sorgere delle Pleiadi, i segnali si riconoscono. La temperatura notturna si abbassa, fuori fa fresco: tanto che ti verrebbe da dormire su un materasso buttato nel giardino. Ma per i veri insofferenti dell’estate la discriminante non sono le minime notturne, ma le massime diurne. Il termometro dell’auto parla chiaro. Si può uscire prima per fare la spesa, perché la luce cattiva (cattiva la luce), va via prima… Sssì, sssì, mio tesssoro, la luce che ci ferisce gli occhi!
Ma prima di andarsene piega la chioma dorata come l’Estate di D’Annunzio, accarezzando il paesaggio, rendendo bella qualsiasi barbarie: la spazzatura, le scalve comunali, i casermoni di provincia, le strade con le buche, le altre auto, il semaforo.

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Il nemico allenta la presa, ti senti già con un piede fuori dalla fossa.

Settembre arriva, con il suo nome lungo, la desinenza -embre dei mesi invernali, i colori del Cotswold e le promesse della parte più bella dell’anno. Le piante si rigenerano, forse si strappa qualche altro bagno a mare.
La coperta è ancora lontana, l’estate non è finita, ma la luce ha parlato: la morsa di fuoco ha ceduto.

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