Le parole che mi dico in macchina (era un calesse)

La guida è l’unico momento in cui sono sola in uno spazio chiuso. Posso ascoltare la musica che mi piace a tutto volume, e posso cantare stonando ogni-singola-nota-della-canzone.
E questo senza dare fastidio a nessuno.
In auto faccio lunghi discorsi con me stessa, tanto lunghi che mi spiace interromperli quando arrivo a destinazione.
Tempo addietro disprezzavo chi parlava da solo, oggi mi rendo conto dell’incolmabile solitudine di chi parla con sé stesso come Gollum, e l’abitacolo dell’auto mi sembra una sorta di piccolo rifugio temporaneo che protegge me dagli altri e gli altri da me.
Metto a punto frasi, idee, mi racconto storie, ripercorro la mia vita, penso cose che non si possono né dire né scrivere.
E allora ho pensato un intero dialogo, per giorni. L’ho limato, perfezionato, portato alla massima precisione.
Poi mi sono resa conto che era inutile, che non si sarebbe mai presentata l’occasione di avviarlo.
Era un calesse, in fondo, anche quel dialogo così ben fatto, spontaneo, naturale. Così estemporaneo che mi ha preso una settimana di giri in macchina.
Ma quello che vorrei dire, no, quello che vorrei dire, è che io avevo telefonato a Mariani per avere degli equiseti particolari, perché sapevo che la ciotola sotto non aveva il foro di drenaggio. E vorrei anche dire che la ciotola mi è costata 35 euro. E che ho scelto quella perché sembrava la meno costosa, perché il tutto sembrasse poco impegnativo. Credo di aver girato un mese per trovare l’insieme giusto di piante e ciotola, ho scomodato amici e richiesto pareri professionali, e non so quanto ho speso facendo prove con altre ciotole e con altre piante. E quando me la sono portata via perché le piante erano moribonde, e l’ho messa sul sedile di dietro, l’auto è stata invasa da quell’odore di acqua marcia, tipica dei cimiteri.
Ma ovviamente anche la ciotola era un calesse.

La coperta è gelata e l’estate è finita

Sembrava impossibile che questo agosto si chiudesse, finisse, morisse. Kaputttttt!
Ma neanche agosto, il mese più malvagio dell’anno, può durare più di trentuno giorni. Trentuno giorni che ti fanno desiderare il gelo artico. Trentuno giorni in cui il sole ti terrorizza come Nosferatu. Trentuno giorni da girone infernale.
Per chi come me aspetta l’autunno come i druidi aspettavano il sorgere delle Pleiadi, i segnali si riconoscono. La temperatura notturna si abbassa, fuori fa fresco: tanto che ti verrebbe da dormire su un materasso buttato nel giardino. Ma per i veri insofferenti dell’estate la discriminante non sono le minime notturne, ma le massime diurne. Il termometro dell’auto parla chiaro. Si può uscire prima per fare la spesa, perché la luce cattiva (cattiva la luce), va via prima… Sssì, sssì, mio tesssoro, la luce che ci ferisce gli occhi!
Ma prima di andarsene piega la chioma dorata come l’Estate di D’Annunzio, accarezzando il paesaggio, rendendo bella qualsiasi barbarie: la spazzatura, le scalve comunali, i casermoni di provincia, le strade con le buche, le altre auto, il semaforo.

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Il nemico allenta la presa, ti senti già con un piede fuori dalla fossa.

Settembre arriva, con il suo nome lungo, la desinenza -embre dei mesi invernali, i colori del Cotswold e le promesse della parte più bella dell’anno. Le piante si rigenerano, forse si strappa qualche altro bagno a mare.
La coperta è ancora lontana, l’estate non è finita, ma la luce ha parlato: la morsa di fuoco ha ceduto.

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Per andare là dove nessun giardino è mai giunto prima

Agli amanti di Pasolini – #Pasolini40

Non ho mai avuto simpatia per Pasolini. Personale, forse; intellettuale mai.
Una volta mi dissero che Walter Benjamin era un “imbucato” della filosofia. Ebbene, per me Pasolini è un “imbucato” della vita culturale italiana.
In occasione del quarantennale della morte sono stati lanciati hashtag e vari osanna, critiche agli osanna, ma adesso che tutto sembra essere sfumato nell’oblio postmodernista, vorrei lasciare agli amanti di Pasolini un aneddoto che forse li divertirà.

Per un certo periodo mio padre frequentò intensamente Leonida Repaci, il quale voleva impalmarlo con la figlia o la nipote, ora non ricordo.
Perciò papà si trovava spesso a Viareggio, nell’establishment del Premio che Repaci dirigeva.
Gli capitò di incontrare, tra gli altri, pure Pasolini.
Se non ho capito male, questo benedetto Pasolini non aveva la patente, non sapeva guidare o comunque non gli piaceva.
Però gli piaceva fare dei giri in macchina. Giri di ore e ore tra le campagne.
Allora chiedeva a mio padre di accompagnarlo perché si fidava della sua guida. Papà in effetti è sempre stato un ottimo guidatore, era prudente e aveva i riflessi pronti, inoltre non mancava di iniziativa e di coraggio in situazioni delicate.
Pasolini se lo adottò come autista, insomma.
E mio padre si faceva due palle così a portare ‘sto Pasolini a spasso perché hai voglia dargli parola, non c’era verso di farlo parlare. Stava zitto per tutto il tempo o al massimo si esprimeva con un vocalizzo gutturale o un “mh”. Ore e ore senza dire una parola.
Mio padre, che invece è sempre stato dotato di un certo spirito goliardico, voleva chiacchierare, e sulle prime tentò di spingerlo alla conversazione. Poi si arrese.
Pasolini invece deve essersi divertito parecchio, perché non chiedeva altro che andare in giro in auto con papà, il quale ovviamente non poteva declinare. Credo che per papà furono giornate d’inferno.

E niente. È tutta qua.

Una mia intervista su Prontopro

Sembra un po’ strano, ma un sito che collega le aziende con potenziali acquirenti, mi ha chiesto un’intervista.
Siccome le interviste le faccio, e non le ricevo, confesso di esserne rimasta molto lusingata.
È molto breve e di me racconta come tenda ad evadere le domande tradizionali: vi metto il link:

prontopro
Pronto pro-intervista Lidia