La domanda che stai cercando è sicuramente sbagliata

Una delle prime cose che mi sono chiesta quale giovane giardiniera è: che cosa mi devo chiedere per conoscere la vera essenza del giardino?
Essendo un figlia della logica capisco che se non mi pongo la giusta domanda non avrò la risposta giusta.
In molti cercano risposte a domande che non sono quelle giuste, e si arrabbiano, o questionano all’infinito su una risposta che non accettano. Ma tutto questo accade perché ci si pone la domanda sbagliata.
Ma qual è la giusta domanda?
Per molto tempo ho cercato, su queste pagine digitali, di trovarla. Oggi mi chiedo: “Esiste una giusta domanda?”.

Il giardinaggio “al femminile” spiegato dai maschi alle femmine. Poi però qualcuno lo spieghi a me, per favore.

Ho letto più volte un noto (in Italia) critico dei giardini, di cui non faccio il nome (Guido Giubbini, presidente del comitato scientifico della celebre (in Italia) rivista “Rosanova”), sostenere che esiste un “giardinaggio al femminile”.
A questo punto il ventaglio delle domande si apre: se esiste un giardinaggio al femminile, esiste anche un giardinaggio al maschile?
E se questo vale per maschi e femmine, vale per gay, lesbiche, trans, bisex, tavestiti, per BDSM, per i fetiscisti, quelli che si travestono da mobili o che si fanno fare la pipì addosso?
E per ognuno di questi generi o transgeneri, quale sarebbe -di grazia- la tipologia di giardinaggio praticata?
Speriamo che l’illiuminazione non tardi a venire.
Ma mi domando, non è che poi si rimane sul classico, nel dualismo maschio/femmina, con la consapevolezza di scatenare le ire della gente? Al massimo si scrive “giardiniere 1 – giardiniere 2” tanto per metterci una pezza?
O ancora “giardinaggio al femminile” significherebbe che c’è un modo di fare giardinaggio che sarebbe quello giusto, quello fatto dai maschi, e un altro modo, meno elevato, per così dire, che è quello delle femmine? Un filino subdolo, no? Sono malpensante? Me lo auguro.
Ma attendiamo e per il resto mistero della fede giardinicola.Tanto siamo sotto Natale.

Non è la prima volta che sento queste cose, e purtroppo per buona parte della mia vita ci ho anche creduto. Una volta una mia insegnante di illustrazione, di cui non faccio il nome (Valeria Ricciardi, tecniche di base, Istituto Europeo di Design, anno Domini 1991), disse che si poteva capire benissimo se un disegno era fatto da un uomo o da una donna.
Il famoso “conto alla femminina” (cioè il calcolo aritmetico per dare il resto) è più che automatico per tutti ma viene declassato come elementare.
Un ingegnere giardiniere che spero legga e si riconosca, disse che l’ingegneria non è per il cervello delle donne, e che le sole donne iscritte a Ingegneria erano “maschi” (dunque non scopabili).

solitary-summer-von-arnimTornando al giardino e al giardinaggio (che sono comunque due cose diverse), mi starebbe benissimo se con “giardinaggio al femminile” si volesse intendere una ricapitolazione storica e sociale di come alle donne di buona società, cioè quelle che potevano permettersi un giardino, non fosse consentito piantare e zappare poiché attività disdicevoli, e di come alle donne fu permesso di lavorare in giardino, blandamente, con i guanti e per piccoli lavoretti di piantagione di fiori, bulbi o semine a spaglio, solo a metà dell’Ottocento, quando l’offerta di piante in vaso era tale da dover smaltire una enorme quantità di merce e si rese necessario raddoppiare il mercato degli acquirenti, inserendo anche la clientela femminile. Abbiamo molte testimonianze dai cataloghi di vendita per corrrispondenza e dagli opuscoli dedicati al pubblico maschile e femminile (all’epoca i gay venivano ancora frustati a sangue e mandati nei campi di lavoro, figuriamoci il giardino).
Sarebbe infatti interessante capire come le necessità hanno influito sull’emancipazione della donna in giardino, specie in America, dove tutto è avvenuto molto rapidamente. Alle donne erano affidati il backyard garden e la manutenzione delle erbe curative, l’orto e il frutteto. Nelle zone del Texsas molte donne diventavano curanderas, cioè guaritrici.
Nella Vecchia Europa le cose procedevano molto più lentamente: ce lo racconta Elizabeth von Arnim, ce lo racconta E.M Forster, ma anche George Eliot, la stessa Sackville-West.
Quando la storia del giardino fu invasa dalle varie femmine giardinicole (Jekyll, Crowe, Hobhouse, Taverna, Verey, Thaxter, Fish e compagnia cantante), il mercato era già pronto, e dunque lo era la società. Via libera alle femmine piantatrici di bulbi che riempiranno di fiori i loro giardini e di soldi le nostre tasche!
Se Emma poteva solo cucire sul prato, ritrarre le rose fiorite e le sorelle Dashwood passeggiare tra le folly, un secolo dopo la Signora Miniver riusciva a mettere le mani nella terra, ma l’unico rapporto che Rebecca de Winter aveva con i fiori era la loro disposizione in vaso. Le classi sociali in questo erano estremamente prescrittive.
Occorre la Seconda Guerra Mondiale, il victory garden, o qui in Italia “orticello di guerra”, il lavoro delle donne in fabbrica e le lotte femministe per ottenere una equipollenza della donna in giardino, che tuttavia non è reale ma -a dir dell’uomo- limitata dalla minore forza e resistenza fisica. Naturalmente tutte le donne che fanno giardinaggio sanno di poter svolgere anche i lavori pesanti (più che un uomo basterebbe solo un’altra persona come aiuto, sia essa maschio, femmina o transgender). D’altra parte la presunta debolezza della donna non coincide con la sua storica posizione di bestia da soma e animale da lavoro: basti pensare alle mondine, alle gelsominaie, alle raccoglitrici di olive, alle donne con cercine e pesanti ceste sulla testa, o in tempi moderni, donne neanche più giovani che scaricano camion di frutta.

Ciò che io temo nella frase “giardinaggio al femminile” è un pretestuoso tentativo di dimostrare, con tendenziosità, che le femmine della specie si dedichino alla coltura del fiore più che della pianta, agli accostamenti tra fiori e colori, alle composizioni in vaso, anche se transitorie come la loro memoria, alle fioriture in massa perché di più è bello, ai colori azzurri e bianchi, rosa e bianchi, rossi e bianchi, alle piante con foglioline delicate e soffici, alle rose, alle rose con le perenni, alle rose con le annuali, alle rose con le graminacee, alle rose con le rose. Insomma che non siano troppo attente alla qualità dei verdi, alle loro sfumature, agli accostamenti tra fogliami, al giardino senza fiori, alle piante legnose, agli alberi, ai prati, alle attrezzature, alle motoseghe, e in genere a tutti i lavori di manutenzione come il tutoraggio dei rami o la potatura delle siepi. Inoltre si sa che le femmine hanno un odio genetico per tutte le piante a spada, quindi tra la Yucca e Satana è meglio Satana, per i cactus troppo grandi (forse perché si spaventano delle forme falliche, poverette), per le palme e gli alberi esotici perché non capiscono un cazzo se una pianta è rara o no. Termini come “monocarpico” o “cleistogamo” non fanno parte del loro vocabolario, che è invece pieno di aggettivi su come descrivere un colore, una foglia, l’aria del mattino, la luce del sole, la pace, il silenzio, il fruscio del vento, la lettura, la tazza di tè. Aspetti tecnici e pratici, quali la botanica, l’entomologia e le sue applicazioni, le patologie, la coltivazione di piante “utili”, sono del tutto estranee alla mente femminile.
Per la femmina il giardino si risolve tutto in letture, pensierini, citazioni, poesiole, consigli su come accostare questa e quella pianta, ghirlande e disegnini.

Per la cronaca, questi l’hanno fatti due maschi.

Best Show Garden designed by Tom Stuart-Smith, Daily Telegraph Garden, 2006 Chelsea Flower Show

Best Show Garden designed by Tom Stuart-Smith, Daily Telegraph Garden, 2006 Chelsea Flower Show


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Ippolito Pizzetti, Canon Ellacombe, Goethe, lo stesso Giubbini, Marco Martella, Richard Mabey, Čapek, Borchardt, Pindemonte, Osti, Trevisan, Delerm, Eden, Peregalli, Tergit, Monty Don e per finire Pejrone, Pagani e Perazzi, hanno messo nei loro libri oltre a consigli pratici su fiori e colori, una buona dose di poesia, letteratura, citazioni e umorismo. Alcuni non esenti da mielosità dozzinale e appiccicaticcia.
Mentre non c’è prosa più asciutta, divertente e interessante di quella di Andrea Wulf (femmina) o più compassata e accademica di Annalisa Maniglio Calcagno. Beatrix Potter è stata una giardiniera assai pratica e senza illusioni di grandiosità, e credo che nessuno abbia scritto una storia dei giardini così dettagliata e ricca come Marie Luise Gothein.
I consigli per gli accostamenti di colori ce ne dati anche troppi Christoper Lloyd con la serie dei libri per “giardinieri avventurosi” (che diciamocelo, sono un po’ commerciali), e pensieri sparsi e digressioni sono il cuore delle “passeggiate botaniche” di Rousseau.
Insomma, pare che il maschio della specie non sia esente da “scivoloni nel giardinaggio al femminile” (cit.).
Domanda: saranno gay, trans, bi, tri? Oppure, no, dico, la butto lì, non sarà che non esiste un giardinaggio maschile e uno femminile, e che è tutto un fatto storico e culturale, cioè appreso?

Ma già all’orecchio… Lo sentite? “Giardinaggio al femminile”. Come una brutta copia di qualcosa. Una versione adattata per piacere a un certo pubblico, come Jack London che arriva in Italia in versione ridotta illustrato per bambini. Facciamo La Sirenetta a cartoni animati, ma la facciamo finire bene! Facciamo un giardino per femmine, perché esse non sono in grado di comprendere il vero giardino (intanto però gli vendiamo i fiori). E poi, si sa, la brodura mista migliore l’ha fatta Sir Lawrence Johnston, un maschio. I grandi paesaggisti sono tutti maschi, le femmine al massimo fanno l’aioletta.
Ma certo, Caruncho, Barragán, vuoi mettere?
Vuoi mettere che solo dagli anni Ottanta alla donne è stato consentito di avere una visibilità professionale? Vuoi mettere che prima una donna difficilmente poteva iscriversi ad Architettura, e difficilmente sarebbe stata considerata una professionista pari a un uomo? Vuoi mettere che nella storia le donne hanno sempre lavorato ai margini, con talenti enormi che dovevano rimanere imbrigliati nelle possibilità sociali dell’epoca? Vuoi mettere che -come scrisse Virginia Woolf- nella storia la firma “Anonimo” coincide con il nome di una donna?

Ovviamente oggi è tutto diverso, e le femmine possono finalmente fare le architette del paesaggio, ma che risultatati vuoi che ottengano? Boh, robetta, giardinetti pieni zeppi di fiori… Ad esempio questo:

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o questo…

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Insomma, senza andare a scomodare i grossi nomi di Beatrix Farrand, Kathryn Gustafson, Paola Viganò, o la buonanima di Zaha Hadid, di architette ce ne se sono, oggi, eccome.
E a volte mettono tanti fiori nei giardini che progettano, a volte no. Di certo non credo che siano interessate a ciò che i maschi pensano su come loro interpretano il giardino. Credo siano più interessate a guadagnare e fare il loro lavoro, esattamente come i colleghi maschi.

Qualche link utile:
Ranker.com – Architette illustri
Ranker.com – botaniche illustri
Lista di architette su Wikipedia

Sette donne vincitrici di un premio per l’Architettura del Paesaggio

Andrea Cochran
Cheryl Barton Studio
Mia Lehrer e associati
Katherine Spitz
Pamela Palmer
Lauren Meléndrez

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I quattro pilastri del Postmoderno

Fekete, ma anche Sontag, hanno detto che i tre pilastri del Postmoderno sono il Bene, Dio e il Danaro.
Sarò in torto, ma a me non torna nessuno dei tre, neanche il danaro, no.
Un tempo, giova ricordare, la Bellezza era collegata a tre elementi, il Vero, Buono e Giusto. Ma già con l’estetica settecentesca il Vero iniziava a barcollare. Oggi l’inautentico è trionfante, e se c’è un reale crimine nell’estetica Postomoderna è l’abiura al Bene, cioè di un valore etico della Bellezza (che non significa moralismo bacchettone).
Perciò io questo “Bene” non lo vedo manco col cannocchiale.
Dio è più morto di Giulio Cesare, il Danaro in sé non è un valore. Il danaro è un valore per il piacere e il potere che ne derivano. Società complesse antropologicamente vivono senza il danaro ed esercitano potere di acquisto attraverso gerarchie molto prescrittive.
A me sembra che se ci sono dei pilastri nell’estetica Postmodern sono l’Immagine, il Tempo, il Piacere e il Potere. E sono quattro invece di tre, anche se piacere e potere sono spesso sovrapponibili.
La visualizzazione di forme è oggi il veicolo di comunicazione, dalle icone del PC all’infinite scroll di facebook o Pinterest.
Il Tempo è la dimensione della assenza, del ricordo, della nostalgia, della speranza e dell’attesa. Un tempo in cui il presente è annientato e non vissuto, un tempo in cui si vivono solo passato e futuro.
Il Piacere non è solo l’edonismo, ma la ricerca di una assenza di dolore, di una atarassia gradevole, di un oblio onirico indotto dalle pratiche culturali delle classi dominanti, che ci costruiscono sempre meno autonomi, sempre più dipendenti, acritci, mansueti, malleabili, suggestionabili.
Il Potere l’ho disgiunto dal Piacere anche per questa ragione, poiché esercitato con capacità critica, con atto di volontà. Spesso entrambi sono finalizzati al raggiungimento di quello stato di anestesia appagante, beata – ma non sempre. Non è detto che l’esercizio del Potere conduca a uno stato di godimento, anzi, a volte porta al dolore e all’insoddisfazione perenne.

Io non sono riuscita a trovare elementi e valori che contengano questi quattro, e mi sembra che quelli enunciati da Fekete e Sontag non abbiano fondamento all’interno della struttura estetica Postmodern.

E niente, tutto qua.
pinterest

Perché tanto citazionismo? Derrida e Greenberg hanno risposto.

Come spesso succede ai blogger, ci si sente un po’ cretini a spiegare cose che dovrebbero essere note, e su cui grandi della filosofia hanno già dato un’autorevole opinione.
Ci si sente ancor più cretini quando si tenta di approfondire l’argomento con gli “specialisti”, che spesso rispondono frasi fatte o una sequenza di punti interrogativi.
Mi è capitato con la moda hipster, mi capita in continuazione con la citazione cinematografica.
Non si tratta di “esprimere qualcosa in modo già perfettamente espresso da altri”. No, proprio per nulla.

Si tratta di decustruire e ricostruire.

Il nome di Antonio Gramsci non farà sobbalzare nessuno dalla sedia: lo conosciamo perché in carcere non c’era il satellitare e, per passare il tempo, ha scritto un sacco di cose che ci hanno fatto leggere a scuola. E poi ricordiamo tutti la sua terribile montatura.
Questo Gramsci ha scritto che le classi economiche dominanti (dette anche “loro” o “gli altri” nei discorsi complottisti), quelle che detengono il potere di produzione e distribuzione di beni e dell’energia, per mantenere l’egemonia, hanno bisogno che il sistema economico non solo sia accettato, ma sia accettato di buon grado. Perché? Per mantenere la stabilità sociale e quindi i rapporti di produzione economica tra datori di lavoro e lavoratori.
Questa sorta di sottomissione non coercitiva (al contrario di “1984”) avviene attraverso la produzione di una cultura che da un lato anestetizza le coscienze critiche, da un altro le convince, le porta a sé, senza privarle di pensieri controcorrente o decisamente opposti alla cultura dominante, che ovviamente saranno meno conosciuti, meno distribuiti e faranno molta fatica ad affermarsi.

Seguitemi, non è difficile: oggi questa roba si chiama “consenso”.

Sempre questo tizio con gli occhiali brutti ha detto che è sbagliato pensare che la cultura delle classi lavoratrici sia inoculata per via rettale da quelle dominanti. Le classi lavoratrici o comunque non dominanti, ricevono e si appropriano della cultura che viene loro proposta o della cultura “alta”, e rielaborano quello che gli interessa, in un procedimento che è stato definito “bricolage” (Dick Hebdige), resistenza/incorporazione, negoziazione, disarticolazione/riarticolazione (Stuart Hall).

inglorious basterds

In questo processo la cultura viene scomposta e ricomposta, e gli elementi più ammirevoli o più memorabili vengono isolati. Può essere una frase famosa (“francamente me ne infischio”) o uno stile formale (vedi lo Psycho di Gus Van Sant, shot to shot del film di Hitchcock), ma anche altri elementi volti a veicolare particolari concetti politici, sociali, ideologie (ad esempio il montaggio serrato di Hutshing e Scalia che in JFK è sufficiente a provare allo spettatore l’esistenza di un complotto).

La frammentazione a questo punto è una procedura necessaria: è IL processo di produzione culturale. Stop.
La citazione e ciò che deriva da questo processo sono “scarto” e “materia prima” al contempo.
È una delle ragioni per le quali oggi sono le “performance” a creare arte e non più il quadro esposto al museo.

Greenberg e Derrida hanno ampiamente analizzato il problema.

Che poi il citazionismo si sia infiltrato in ogni piega dell’offerta culturale è un procedimento di involuzione non differente dalla metafora del maglione color ceruleo.

Mantenere lo status quo?

Seriamente, nel 2009 mi aspettavo che qualcosa sarebbe cambiato nel giardino italiano, e oggi posso aggiungere internazionale.
Mi aspettavo mille cose, credo in maniera ottimistica. Mi aspettavo che in Italia si sarebbe creata una discussione attorno al giardino, che ci si sarebbe liberati dall’insostenibile totem della brodura, che si sarebbe ripreso il filo del discorso del giardino come forma d’arte, credevo che avremmo avuto molti più parchi pubblici, molti più giovani architetti e paesaggisti veramente capaci e originali, che nascesse una facoltà indipendente di Paesaggismo o che i corsi di studi vincolati a Ingegneria e Architettura si rendessero autonomi. Credevo che -nel bene o nel male- anche per i piccoli centri come il mio paesello, avere giardini pubblici e alberature mature, particolari e ben curate potesse essere motivo d’orgoglio e diventare una pubblicità. Credevo che si sarebbe creata una sottile competizione tra i vicini per il giardino più bello, credevo che la manualistica stupida sarebbe diminuita e aumentata quella intelligente, credevo che la saggistica sul giardino potesse proporre delle riflessioni consistenti.
Tutto questo non s’è avverato, non è successo niente. Lo scossone più violento sono stati gli onopordi di Clèment, provenienti da oltralpe, e anche lì, poi, che questo abbia prodotto un minimo cambiamento non direi.

Le cose sono davvero cambiate nel mondo alimentare, e quella che liquidai come “la moda degli orti” sta assumendo connotazioni sempre più solide e autentiche: forse un reale punto di partenza. Ma l’orto è l’orto, il giardino è il giardino.

Gli eventi si sono susseguiti con una certa rapidità che non mi attendevo. La nascita dei blog, la moda dell’orto in terrazza (quella sì, era solo una moda), un enorme consolidamento di posizione delle graminacee e di tutto il mondo botanico oudolfiano, giardini pubblici dei grandi architetti del paesaggio fatti col moplen, l’appiattirsi delle fiere specializzate, un’editoria totalmente piegata al consumo, la fotografia che s’è mangiata i giardini fino all’osso, i video che hanno spazzato via anche le ossa, i social che hanno reso anonimo anche il più bello tra i giardini e Facebook pietra tombale di ogni speranza.

Con questo deprimente abbassamento del livello critico e di riflessione sulla pratica legata al giardino, necessariamente risale ciò che è slegato dall’idea e invece legato alla manualità (che qui viene definita “pratica hobbistica del giardinaggio”, a differenza della creazione di un giardino, denominata “kepoiesi”). Naturalmente la struttura giardinicola più legata alla manualità colturale è la brodura nelle sue infinite, ripetitive, declinazioni.

E quando un sistema di produzione artistica si ferma all’elaborato pratico, è sostanzialmente perché manca una spinta verso un cambiamento o perché le spinte esistenti sono inefficaci/insufficienti o non hanno una forza in grado di opporsi allo status quo. Sappiamo tutti che la spinta economica è la più forte, una pur piccola variazione nell’assetto economico internazionale condurrebbe a enormi modifiche nell’ambito giardinicolo: sta succedendo esattamente questo in campo agricolo, dove poteri fortissimi stanno combattendo su numerosi fronti ognuno con interessi diversi ma sovrapponibili, e cosa succede? In formato locale, localissimo, i finanziamenti per manifestazioni e attività legate all’agricoltura, ci sono, per quelle legate al giardino, molto meno.
Lo status quo interessa e viene mantenuto da chi ne trae beneficio, soprattutto ai venditori di merce. Sì, merce. Piante, oggetti d’arte, antichità, esemplari unici di *qualsiasicosa* sono “merce”.
Non sto parlando dei piccoli vivai specializzati, possano riposare gli indici dei miei detrattori.
Parliamo soprattutto di venditori internazionali, che assieme alla “merce-pianta”, vendono la “merce-vaso”, la “merce-insetticida che ammazza qualsiasi cosa si appoggi sulla tua rosa”, la “merce-cultura (che mi permette di venderti quel che produco)”.
L’industria culturale non è costituita solo da intellettuali organici al sistema, ma anche da altri pensatori a cui comunque il sistema sta bene così, vuoi perché l’hanno studiato tanto a fondo da non riuscire a concepirne altri, vuoi perché ci si sono ricavati un angoletto più o meno comodo e caldo. Quindi l’equilibrio del sistema è garantito non solo da intellettuali consapevoli, ma anche da altri, che si ritengono consapevoli ma che lo sono “fino alla curva”, come si dice da noi.
Ed è sull’illusione di consapevolezza che l’industria del mainstream culturale gioca moltissimo, su una consapevolezza falsa che è immune dalla sua stessa falsità.
È la vittoria del mediocre il risultato sociale di questo status quo, come mediocri e inemendabili sono le deprimenti esibizioni del giardino falso-borghese di cui accennavo. Giardini inconsapevolmente frutto di una ideologia culturale che esiste al preciso scopo di cancellare ogni traccia di contraddizione estetica (ed etica).

È con molta amarezza che mi rendo conto che la maggior parte dei giardinieri non considera neanche questo genere di riflessione, e che gli basta avere piante fiorite senza insetti, affogare i prati in estate, sapere che fungo è per scagliargli addosso tutti i volumi di chimica del Silvestroni.
Anche qui siamo molto distanti da una cura rasserenante dello spirito o di una ricerca di una ispiratrice comunione con la Natura, a riprova che è un luogo comune che “chi ama il giardino ha uno spirito gentile”.
Ed è con altrettanta amarezza che mi rendo conto che chi avrebbe la possibilità di opporre resistenza allo status quo, vi si adagia per comodità, indifferenza o incapacità.

Mi chiedo: dall’inizio di una più facile circolazione di piante, cioè dagli anni Novanta (e sono 25 anni), ancora in Italia mancano le capacità? Be’, che cosa abbiamo fatto in tutti questi anni? Solo passato il lucidante foliare?

E in questo mondo giardinicolo in cui i giardinieri -come tutti- si piantano coltellate nella schiena e si fermano all’inutile brodura, io mi sento sempre più sola (in giardino. Altrove ancora sembra che il pensiero critico non sia del tutto morto).