Arredare un giardino (J’accuse)

Quando mi interrogo sul significato di un termine complesso, il dizionario etimologico è una delle prime risorse a cui faccio capo.
Tempo addietro mi capitò di leggere una domanda su come “arredare” un giardino.
Purtroppo, complice il linguaggio burocratico, subito ripreso da siti contenitore di qualità scadente (“I dieci modi per arredare il tuo giardino con meno di 100 euro” e cose così), questo sintagma errato e francamente pure brutto a sentirsi, si è diffuso tra chi il giardinaggio lo pratica due volte l’anno: la prima quando spende 500 euro in vivaio per piante, vasi, terricci, concimi e decorazioni varie, la seconda quando le piante morte e il terriccio indurito vengono gettati nell’organico.

Ho cercato dunque i termmini “arredare” e “arredo” sui dizionari etimologici di cui dispongo, uno dei quali è il Pianigiani, usato su etimo.it.
Così recita il Pianigiani:
Ne emerge subito che l’etimologia, come per tutte le parole complesse e che sono fondative della nostra quotidianità (anche mentale), non è univoca.
La Treccani:


Garzanti, laconico

Sabatini Coletti, come sempre semplice e chiaro

Nessuno di questi dizionari fa menzione di giardini da arredare, neanche la Treccani, l’unica che -almeno online- parla di “arredo urbano”, definendolo quel complesso di oggetti, come panchine, statue e fontane, che servono per rendere accogliente, bella e funzionale una città o un paese. Comprese le aiole di proprietà comunale, quindi le rotatorie, le fioriere, le alberature pubbliche.

Un giardino insomma non si arreda. Un giardino si crea, si disegna, si imposta, si progetta, si studia, si pianifica, si dispone, si organizza, si sistema, a volte si restaura, spesso si arrangia o si inventa, si allestisce (se si tratta di un giardino temporaneo), un giardino è un qualcosa che deve prendere una forma, una forma che noi decidiamo.
A differenza dell’arredamento d’interni, di cui la progettazione del giardino a volte può anche seguire gli schemi di disposizione prospettica, degli ingombri e dei colori (specie in quel tipo di giardino modernista in cui l’esterno era una proiezione dell’interno, senza che nessuna delle due parti perdesse coerenza se separata dall’altra), il giardino -di solito- si fa con le piante. Le piante (guarda tu se uno deve ribadire certi concetti da prima elemetare) non sono oggetti. Non sono lampade, non sono divani. Non è che dove le metti stanno, e al massimo si impolverano o si rigano o si macchiano. Non è che il divano esce da un ovetto piccino picciò e cresce nel tempo. “Eh, cara, il divano è diventato troppo grande, bisogna chiamare il falegname per farlo accorciare…”.
Il giardino è imprevedibile, perché le piante tendono a fare cose inaspettate e a comportarsi non esattamente come avevamo previsto.
Non sono immutabili, e una volta “composto” o “finito” il giardino (cioè “arredato”), le piante non staranno lì ferme come bomboniere in esposizione, ma faranno un sacco di cose: in alcune speriamo, in altre no, altre ancora le temiamo, altre saranno belle o brutte sorprese, e via via fino a eventi che non avremmo neanche immaginato.
Il giardino è anche (solitamente) costituito di altre cose oltre le piante, vialetti, muri, reti, ringhiere, vasi, ecc. Anche questi subiscono mutamenti a volte anche piuttosto rapidi poiché sottoposti alle intemperie.

Ma più di ogni altra cosa ciò che differenzia il giardino dall’arredamento è che questo ha a che fare con oggetti e cose fatte dall’Essere Umano, “oggetti culturali”. Mentre il giardino ha a che fare con “soggetti naturali” su cui il potere umano è decisamente limitato.

Usare questa espressione è da pigri, ottusi, conformisti che si fermano sotto la soglia della mediocrità, che van dietro alla moda del burocratismo linguistico. Insomma, dei kitschmenchen che pensano con la testa degli altri e abdicano al loro diritto di esercizio della facoltà di giudizio critico.

Ecco perché quando leggo come accetbile o accettata la frase “arredare un giardino”, concludo una sola cosa: chi non si batte contro l’errore concettuale che è alla base, lo fa solo per convenienza. Lo fa perché gli conviene che attorno a sé ci siano persone ignare, ignoranti e vacue, e poter in questo modo risaltare tra esse grazie ai suoi modestissimi talenti.

La domanda che stai cercando è sicuramente sbagliata

Una delle prime cose che mi sono chiesta quale giovane giardiniera è: che cosa mi devo chiedere per conoscere la vera essenza del giardino?
Essendo un figlia della logica capisco che se non mi pongo la giusta domanda non avrò la risposta giusta.
In molti cercano risposte a domande che non sono quelle giuste, e si arrabbiano, o questionano all’infinito su una risposta che non accettano. Ma tutto questo accade perché ci si pone la domanda sbagliata.
Ma qual è la giusta domanda?
Per molto tempo ho cercato, su queste pagine digitali, di trovarla. Oggi mi chiedo: “Esiste una giusta domanda?”.

Il giardinaggio “al femminile” spiegato dai maschi alle femmine. Poi però qualcuno lo spieghi a me, per favore.

Ho letto più volte un noto (in Italia) critico dei giardini, di cui non faccio il nome (Guido Giubbini, presidente del comitato scientifico della celebre (in Italia) rivista “Rosanova”), sostenere che esiste un “giardinaggio al femminile”.
A questo punto il ventaglio delle domande si apre: se esiste un giardinaggio al femminile, esiste anche un giardinaggio al maschile?
E se questo vale per maschi e femmine, vale per gay, lesbiche, trans, bisex, tavestiti, per BDSM, per i fetiscisti, quelli che si travestono da mobili o che si fanno fare la pipì addosso?
E per ognuno di questi generi o transgeneri, quale sarebbe -di grazia- la tipologia di giardinaggio praticata?
Speriamo che l’illuminazione non tardi a venire.
Ma mi domando, non è che poi si rimane sul classico, nel dualismo maschio/femmina, con la consapevolezza di scatenare le ire della gente? Al massimo si scrive “giardiniere 1 – giardiniere 2” tanto per metterci una pezza?
O ancora “giardinaggio al femminile” significherebbe che c’è un modo di fare giardinaggio che sarebbe quello giusto, quello fatto dai maschi, e un altro modo, meno elevato, per così dire, che è quello delle femmine? Un filino subdolo, no? Sono malpensante? Me lo auguro.
Ma attendiamo e per il resto mistero della fede giardinicola.Tanto siamo sotto Natale.

Non è la prima volta che sento queste cose, e purtroppo per buona parte della mia vita ci ho anche creduto. Una volta una mia insegnante di illustrazione, di cui non faccio il nome (Valeria Ricciardi, tecniche di base, Istituto Europeo di Design, anno Domini 1991), disse che si poteva capire benissimo se un disegno era fatto da un uomo o da una donna.
Il famoso “conto alla femminina” (cioè il calcolo aritmetico per dare il resto) è più che automatico per tutti ma viene declassato come elementare.
Un ingegnere giardiniere che spero legga e si riconosca, disse che l’ingegneria non è per il cervello delle donne, e che le sole donne iscritte a Ingegneria erano “maschi” (dunque non scopabili).

solitary-summer-von-arnimTornando al giardino e al giardinaggio (che sono comunque due cose diverse), mi starebbe benissimo se con “giardinaggio al femminile” si volesse intendere una ricapitolazione storica e sociale di come alle donne di buona società, cioè quelle che potevano permettersi un giardino, non fosse consentito piantare e zappare poiché attività disdicevoli, e di come alle donne fu permesso di lavorare in giardino, blandamente, con i guanti e per piccoli lavoretti di piantagione di fiori, bulbi o semine a spaglio, solo a metà dell’Ottocento, quando l’offerta di piante in vaso era tale da dover smaltire una enorme quantità di merce e si rese necessario raddoppiare il mercato degli acquirenti, inserendo anche la clientela femminile. Abbiamo molte testimonianze dai cataloghi di vendita per corrrispondenza e dagli opuscoli dedicati al pubblico maschile e femminile (all’epoca i gay venivano ancora frustati a sangue e mandati nei campi di lavoro, figuriamoci il giardino).
Sarebbe infatti interessante capire come le necessità hanno influito sull’emancipazione della donna in giardino, specie in America, dove tutto è avvenuto molto rapidamente. Alle donne erano affidati il backyard garden e la manutenzione delle erbe curative, l’orto e il frutteto. Nelle zone del Texas molte donne diventavano curanderas, cioè guaritrici.
Nella Vecchia Europa le cose procedevano molto più lentamente: ce lo racconta Elizabeth von Arnim, ce lo racconta E.M. Forster, ma anche George Eliot, la stessa Sackville-West.
Quando la storia del giardino fu invasa dalle varie femmine giardinicole (Jekyll, Crowe, Hobhouse, Taverna, Verey, Thaxter, Fish e compagnia cantante), il mercato era già pronto, e dunque lo era la società. Via libera alle femmine piantatrici di bulbi che riempiranno di fiori i loro giardini e di soldi le nostre tasche!
Se Emma poteva solo cucire sul prato, ritrarre le rose fiorite e le sorelle Dashwood passeggiare tra le folly, un secolo dopo la Signora Miniver riusciva a mettere le mani nella terra, ma l’unico rapporto che Rebecca de Winter aveva con i fiori era la loro disposizione in vaso. Le classi sociali in questo erano estremamente prescrittive.
Occorre la Seconda Guerra Mondiale, il victory garden, o qui in Italia “orticello di guerra”, il lavoro delle donne in fabbrica e le lotte femministe per ottenere una equipollenza della donna in giardino, che tuttavia non è reale ma -a dir dell’uomo- limitata dalla minore forza e resistenza fisica. Naturalmente tutte le donne che fanno giardinaggio sanno di poter svolgere anche i lavori pesanti (più che un uomo basterebbe solo un’altra persona come aiuto, sia essa maschio, femmina o transgender). D’altra parte la presunta debolezza della donna non coincide con la sua storica posizione di bestia da soma e animale da lavoro: basti pensare alle mondine, alle gelsominaie, alle raccoglitrici di olive, alle donne con cercine e pesanti ceste sulla testa, o in tempi moderni, donne neanche più giovani che scaricano camion di frutta.

Ciò che io temo nella frase “giardinaggio al femminile” è un pretestuoso tentativo di dimostrare, con tendenziosità, che le femmine della specie si dedichino alla coltura del fiore più che della pianta, agli accostamenti tra fiori e colori, alle composizioni in vaso, anche se transitorie come la loro memoria, alle fioriture in massa perché di più è bello, ai colori azzurri e bianchi, rosa e bianchi, rossi e bianchi, alle piante con foglioline delicate e soffici, alle rose, alle rose con le perenni, alle rose con le annuali, alle rose con le graminacee, alle rose con le rose. Insomma che non siano troppo attente alla qualità dei verdi, alle loro sfumature, agli accostamenti tra fogliami, al giardino senza fiori, alle piante legnose, agli alberi, ai prati, alle attrezzature, alle motoseghe, e in genere a tutti i lavori di manutenzione come il tutoraggio dei rami o la potatura delle siepi. Inoltre si sa che le femmine hanno un odio genetico per tutte le piante a spada, quindi tra la Yucca e Satana è meglio Satana, per i cactus troppo grandi (forse perché si spaventano delle forme falliche, poverette), per le palme e gli alberi esotici perché non capiscono un cazzo se una pianta è rara o no. Termini come “monocarpico” o “cleistogamo” non fanno parte del loro vocabolario, che è invece pieno di aggettivi su come descrivere un colore, una foglia, l’aria del mattino, la luce del sole, la pace, il silenzio, il fruscio del vento, la lettura, la tazza di tè. Aspetti tecnici e pratici, quali la botanica, l’entomologia e le sue applicazioni, le patologie, la coltivazione di piante “utili”, sono del tutto estranee alla mente femminile.
Per la femmina il giardino si risolve tutto in letture, pensierini, citazioni, poesiole, consigli su come accostare questa e quella pianta, ghirlande e disegnini.

Per la cronaca, questi l’hanno fatti due maschi.

Best Show Garden designed by Tom Stuart-Smith, Daily Telegraph Garden, 2006 Chelsea Flower Show

Best Show Garden designed by Tom Stuart-Smith, Daily Telegraph Garden, 2006 Chelsea Flower Show

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Ippolito Pizzetti, Canon Ellacombe, Goethe, lo stesso Giubbini, Marco Martella, Richard Mabey, Čapek, Borchardt, Pindemonte, Osti, Trevisan, Delerm, Eden, Peregalli, Tergit, Monty Don e per finire Pejrone, Pagani e Perazzi, hanno messo nei loro libri oltre a consigli pratici su fiori e colori, una buona dose di poesia, letteratura, citazioni e umorismo. Alcuni non esenti da mielosità dozzinale e appiccicaticcia.
Mentre non c’è prosa più asciutta, divertente e interessante di quella di Andrea Wulf (femmina) o più compassata e accademica di Annalisa Maniglio Calcagno. Beatrix Potter è stata una giardiniera assai pratica e senza illusioni di grandiosità, e credo che nessuno abbia scritto una storia dei giardini così dettagliata e ricca come Marie Luise Gothein.
I consigli per gli accostamenti di colori ce ne dati anche troppi Christoper Lloyd con la serie dei libri per “giardinieri avventurosi” (che diciamocelo, sono un po’ commerciali), e pensieri sparsi e digressioni sono il cuore delle “passeggiate botaniche” di Rousseau.
Insomma, pare che il maschio della specie non sia esente da “scivoloni nel giardinaggio al femminile” (cit.).
Domanda: saranno gay, trans, bi, tri? Oppure, no, dico, la butto lì, non sarà che non esiste un giardinaggio maschile e uno femminile, e che è tutto un fatto storico e culturale, cioè appreso?

Ma già all’orecchio… Lo sentite? “Giardinaggio al femminile”. Come una brutta copia di qualcosa. Una versione adattata per piacere a un certo pubblico, come Jack London che arriva in Italia in versione ridotta illustrato per bambini. Facciamo La Sirenetta a cartoni animati, ma la facciamo finire bene! Facciamo un giardino per femmine, perché esse non sono in grado di comprendere il vero giardino (intanto però gli vendiamo i fiori). E poi, si sa, la brodura mista migliore l’ha fatta Sir Lawrence Johnston, un maschio. I grandi paesaggisti sono tutti maschi, le femmine al massimo fanno l’aioletta.
Ma certo, Caruncho, Barragán, vuoi mettere?
Vuoi mettere che solo dagli anni Ottanta alla donne è stato consentito di avere una visibilità professionale? Vuoi mettere che prima una donna difficilmente poteva iscriversi ad Architettura, e difficilmente sarebbe stata considerata una professionista pari a un uomo? Vuoi mettere che nella storia le donne hanno sempre lavorato ai margini, con talenti enormi che dovevano rimanere imbrigliati nelle possibilità sociali dell’epoca? Vuoi mettere che -come scrisse Virginia Woolf- nella storia la firma “Anonimo” coincide con il nome di una donna?

Ovviamente oggi è tutto diverso, e le femmine possono finalmente fare le architette del paesaggio, ma che risultatati vuoi che ottengano? Boh, robetta, giardinetti pieni zeppi di fiori… Ad esempio questo:

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o questo…

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Insomma, senza andare a scomodare i grossi nomi di Beatrix Farrand, Kathryn Gustafson, Paola Viganò, o la buonanima di Zaha Hadid, di architette ce ne se sono, oggi, eccome.
E a volte mettono tanti fiori nei giardini che progettano, a volte no. Di certo non credo che siano interessate a ciò che i maschi pensano su come loro interpretano il giardino. Credo siano più interessate a guadagnare e fare il loro lavoro, esattamente come i colleghi maschi.

Qualche link utile:
Ranker.com – Architette illustri
Ranker.com – botaniche illustri
Lista di architette su Wikipedia

Sette donne vincitrici di un premio per l’Architettura del Paesaggio

Andrea Cochran
Cheryl Barton Studio
Mia Lehrer e associati
Katherine Spitz
Pamela Palmer
Lauren Meléndrez

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I quattro pilastri del Postmoderno

Fekete, ma anche Sontag, hanno detto che i tre pilastri del Postmoderno sono il Bene, Dio e il Danaro.
Sarò in torto, ma a me non torna nessuno dei tre, neanche il danaro, no.
Un tempo, giova ricordare, la Bellezza era collegata a tre elementi, il Vero, Buono e Giusto. Ma già con l’estetica settecentesca il Vero iniziava a barcollare. Oggi l’inautentico è trionfante, e se c’è un reale crimine nell’estetica Postomoderna è l’abiura al Bene, cioè di un valore etico della Bellezza (che non significa moralismo bacchettone).
Perciò io questo “Bene” non lo vedo manco col cannocchiale.
Dio è più morto di Giulio Cesare, il Danaro in sé non è un valore. Il danaro è un valore per il piacere e il potere che ne derivano. Società complesse antropologicamente vivono senza il danaro ed esercitano potere di acquisto attraverso gerarchie molto prescrittive.
A me sembra che se ci sono dei pilastri nell’estetica Postmodern sono l’Immagine, il Tempo, il Piacere e il Potere. E sono quattro invece di tre, anche se piacere e potere sono spesso sovrapponibili.
La visualizzazione di forme è oggi il veicolo di comunicazione, dalle icone del PC all’infinite scroll di facebook o Pinterest.
Il Tempo è la dimensione della assenza, del ricordo, della nostalgia, della speranza e dell’attesa. Un tempo in cui il presente è annientato e non vissuto, un tempo in cui si vivono solo passato e futuro.
Il Piacere non è solo l’edonismo, ma la ricerca di una assenza di dolore, di una atarassia gradevole, di un oblio onirico indotto dalle pratiche culturali delle classi dominanti, che ci costruiscono sempre meno autonomi, sempre più dipendenti, acritci, mansueti, malleabili, suggestionabili.
Il Potere l’ho disgiunto dal Piacere anche per questa ragione, poiché esercitato con capacità critica, con atto di volontà. Spesso entrambi sono finalizzati al raggiungimento di quello stato di anestesia appagante, beata – ma non sempre. Non è detto che l’esercizio del Potere conduca a uno stato di godimento, anzi, a volte porta al dolore e all’insoddisfazione perenne.

Io non sono riuscita a trovare elementi e valori che contengano questi quattro, e mi sembra che quelli enunciati da Fekete e Sontag non abbiano fondamento all’interno della struttura estetica Postmodern.

E niente, tutto qua.
pinterest

Perché tanto citazionismo? Derrida e Greenberg hanno risposto.

Come spesso succede ai blogger, ci si sente un po’ cretini a spiegare cose che dovrebbero essere note, e su cui grandi della filosofia hanno già dato un’autorevole opinione.
Ci si sente ancor più cretini quando si tenta di approfondire l’argomento con gli “specialisti”, che spesso rispondono frasi fatte o una sequenza di punti interrogativi.
Mi è capitato con la moda hipster, mi capita in continuazione con la citazione cinematografica.
Non si tratta di “esprimere qualcosa in modo già perfettamente espresso da altri”. No, proprio per nulla.

Si tratta di decustruire e ricostruire.

Il nome di Antonio Gramsci non farà sobbalzare nessuno dalla sedia: lo conosciamo perché in carcere non c’era il satellitare e, per passare il tempo, ha scritto un sacco di cose che ci hanno fatto leggere a scuola. E poi ricordiamo tutti la sua terribile montatura.
Questo Gramsci ha scritto che le classi economiche dominanti (dette anche “loro” o “gli altri” nei discorsi complottisti), quelle che detengono il potere di produzione e distribuzione di beni e dell’energia, per mantenere l’egemonia, hanno bisogno che il sistema economico non solo sia accettato, ma sia accettato di buon grado. Perché? Per mantenere la stabilità sociale e quindi i rapporti di produzione economica tra datori di lavoro e lavoratori.
Questa sorta di sottomissione non coercitiva (al contrario di “1984”) avviene attraverso la produzione di una cultura che da un lato anestetizza le coscienze critiche, da un altro le convince, le porta a sé, senza privarle di pensieri controcorrente o decisamente opposti alla cultura dominante, che ovviamente saranno meno conosciuti, meno distribuiti e faranno molta fatica ad affermarsi.

Seguitemi, non è difficile: oggi questa roba si chiama “consenso”.

Sempre questo tizio con gli occhiali brutti ha detto che è sbagliato pensare che la cultura delle classi lavoratrici sia inoculata per via rettale da quelle dominanti. Le classi lavoratrici o comunque non dominanti, ricevono e si appropriano della cultura che viene loro proposta o della cultura “alta”, e rielaborano quello che gli interessa, in un procedimento che è stato definito “bricolage” (Dick Hebdige), resistenza/incorporazione, negoziazione, disarticolazione/riarticolazione (Stuart Hall).

inglorious basterds

In questo processo la cultura viene scomposta e ricomposta, e gli elementi più ammirevoli o più memorabili vengono isolati. Può essere una frase famosa (“francamente me ne infischio”) o uno stile formale (vedi lo Psycho di Gus Van Sant, shot to shot del film di Hitchcock), ma anche altri elementi volti a veicolare particolari concetti politici, sociali, ideologie (ad esempio il montaggio serrato di Hutshing e Scalia che in JFK è sufficiente a provare allo spettatore l’esistenza di un complotto).

La frammentazione a questo punto è una procedura necessaria: è IL processo di produzione culturale. Stop.
La citazione e ciò che deriva da questo processo sono “scarto” e “materia prima” al contempo.
È una delle ragioni per le quali oggi sono le “performance” a creare arte e non più il quadro esposto al museo.

Greenberg e Derrida hanno ampiamente analizzato il problema.

Che poi il citazionismo si sia infiltrato in ogni piega dell’offerta culturale è un procedimento di involuzione non differente dalla metafora del maglione color ceruleo.