I dieci gradi di sofisticatezza dal giardiniere

Grado zero: non fare alcun tipo di attività di giardinaggio
Grado uno: prendersi cura di una singola pianta già esistente nel giardino di casa
Grado due: rubare talee
Grado tre: comprare qualsiasiasi tipo di pianta
Grado quattro: comprare solo le piante di cui ci si è perdutamente innamorati
Grado cinque: comprare le piante che servono per dare un aspetto gardevole al giardino
Grado sei: comprare le piante che servono per dare al giardino l’aspetto che il giardiniere vorrebbe ottenere
Grado sette: regalare tutte le altre piante
Grado otto: tenere quelle piante che resistono alle mutate condizioni del giardino e del giardiniere
Grado nove: guardare
Grado dieci: non fare alcuna attività di giardinaggio

Corpi che creano, corpi creati e “Alien Theories”

Per ragioni troppo lunghe da spiegare, posso dirvi che non ci sono altre saghe filmiche che conosco tanto bene come quella di Alien, attualmente riproposta dalla Rai per seguire la scia di Alien: Covenant.
Il mondo del web è popolato da “Alien Theories”, ad esempio chi ravvisa uno stretto legame tra Alien e Frankenstein di Mary Shelley, o con i romanzi gotici ottocenteschi.

I riferimenti sessuali sono chiari in tutta la saga, disseminati un po’ ovunque nel primo film, dal fallomorfismo dell’alieno, al giornale arrotolato che Ash usa per strozzare Ripley, ad alcune espressioni di Sigourney Weaver durante l’esplosione della Nostromo. Lasciamo perdere gli slip finali, quelli sono molto cinematografici e americani. Fare degli organi sessuali un elemento estetico ha comunque portato bene al film e l’ha distanziato da tutta la produzione cinematografica dell’epoca, e posso dire che non ci sono altre pellicole che ne abbiano fatto un uso così sofisticato dal punto di vista visivo.
D’altra parte Alien poggiava sui meravigliosi disegni preparatori di Giger. Mi spiace che Wikipedia abbia rimosso dalla pagina dedicata al film una interessante riflessione su uno “stupro al contrario” da parte dell’Alieno, avrei voluto qui poter citare l’autore di questo interessante spunto di discussione.
In realtà oltre a questo c’è anche una maternità indesiderata e mortale. Il primo dei corpi che creano è un uomo, Kane.
Il secondo è la Regina, ed è il corpo creativo logico, lineare, biologicamente corretto: cioè la madre degli alieni (o perlomeno del loro primo stadio vitale). Nel secondo film la maternità è molto ben delineata: il rapporto tra Ripley e Newt è quello tra madre e figlia. Nelle scene tagliate c’è il racconto di come Ripley abbia lasciato sulla Terra una figlia della stessa età di Newt, e a causa dell’ “ipersonno insolitamente lungo” questa sia morta di vecchiaia poco prima del rientro di Ripley sulla Terra.
Nel terzo film Ripley ha dentro una Regina. Non si sa se sia stata ingravidata o se l’aliena sia cresciuta in lei secondo il consueto ciclo vitale che ben conosciamo. Anche qui non sono mancati riferimenti al sesso, ma molto più banali e funzionali a solleticare pruderie e affluenza di pubblico per un film con una sceneggiatura incollata con lo sputo e scarse attese da parte dei produttori.
Tra tutti gli episodi di “Alien”, peggio del terzo è forse solo “Covenant”, che neanche una incredibile recitazione di Fassbender riesce a salvare. Eppure in questo delirio di assurdità, Alien3 ha una scena di grande delicatezza e -per me- molto commovente. Quando Ripley si getta nel piombo fuso la Regina le sfonda il torace: nasce. Ripley dà alla luce quella creatura e la stringe al petto, con rudi guanti da lavoro, non per amarla o coccolarla, ma per portarla con sé dentro lo stampo con il piombo bollente. Se si accettano nel “canone” sono le scene andate al cinema e non gli extra o i cut, quella è l’unica maternità di Ripley, una materintà mortale, orribile, annichilente.

A quanto ne so il quarto film è stato addirittura eliminato dal “canone” e per me è stato criticato negativamente in modo esagerato. Non è per nulla da buttare ma purtroppo ha troppi, troppi difetti per poterne dire bene, ed è un vero peccato. Se avesse mantenuto la qualità del primo quarto d’ora sarebbe stato un capolavoro e saremmo qui a parlare di questo e non degli altri. In Alien Resurrection (in Italia Alien – La clonazione) c’è un continuo rimpallo tra l’idea della nascita come morte. È qualcosa di estremamente interessante che si sarebbe potuto esplorare meglio. La scena di Ripley8 che si sveglia in un sudario e ne esce come fosse una placenta, è estremamente sofisticata e densa, così come quella del parto della Regina, a cui Ripley ha donato un utero: la Xenomorfa è diventata mammifera? Appena nato, il cucciolo divora la madre, come i ragni del ricordo di Rachel in Blade Runner. Alla nascita si accompagna una morte, un concetto lontano dal mondo della cinematografia americana e forse per questo abbandonato o trattato in modo superficiale.

“Sono la madre del mostro”

Un passeggero infettato chiede drammaticamente del mostro che porta dentro, e domanda a Ripley: “Lei chi è?”. Ripley risponde:”La madre del mostro”. La maternità come tale viene definita verbalmente solo in questo episodio, Ripley e i suoi cloni non sono solo materiale genetico, ma proprio corpo biologico che genera, anche se grazie alla tecnologia, mentre la Xenomorfa diventa madre quasi amorevole nei confronti del cucciolo, che invece si lega a Ripley, la parte umana di sé.
Ripley è insomma una madre dal secondo film in poi, eccetto i crossover con Predator, in cui non appare Sigourney Weaver.

Il cambio di passo arriva non con Prometheus, ma con Alien: Covenant. Dal cesareo in emergenza della dottoressa Shaw, ospite di un parassita, passiamo a una diversa capacità creativa, quella della mente, della logica, del computer, che negli stereotipi di genere è considerata maschile. È l’androide David 8 che crea gli Xenomorfi attraverso esperimenti sul corpo della dottoressa Shaw e sugli organismi del pianeta di cui ha annientato la fauna. La creazione rimane morte, ma ridiventa appannaggio del maschio, come era stato per Kane nel primo film, con una differenza sostanziale: il primo film non aveva neanche l’intento di esplorare il tema della creazione e della nascita, Kane era solo un ospite biologico per un parassita, come sarà per Shaw, mentre dopo tutta la carne (nel vero senso) messa sul fuoco dai vari sequel, per Scott non è stato possibile sottrarsi a questo tema, affidato al personaggio più amato, quello a cui sia lo zoccolo duro che i nuovi fan sono più interessati: David.
David è un caso di androide piuttosto raro nel cinema di fantascienza, e l’interpretazione superlativa di Michael Fassbender ne ha fatto un’icona che non sarà presto dimenticata e con dignità passerà alla storia della SF.
Ash ha protetto gli Xenomorfi, Bishop non si sa, Cole li vuole distruggere e David li crea.

Sarà un fatto di botteghino, ma…

Un giardino Pandora (J’accuse#2)

Qualche tempo fa ho intercettato l’ennesima discussione facebucchiana sulla pubblicità Pandora, fatta non da femministe o maschi Neanderthal, ma da giardinieri.
Lì per lì mi è venuto da ridere.
Mi sono chiesta: ma possibile che manco i giardinieri si siano resi conto di quanto è brutta? E dire che il giardiniere dovrebbe avere una stretta frequentazione con l’Estetica (a quelli che confondono l’Estetica con l’estetista consiglio di passare ad altro blog).
Dato che oltre a una occasionale e non sempre riuscita funzione aggregativa e sociale, i giardini non hanno altro scopo che essere belli (funzione estetica -Mukarovsky), i giardinieri dovrebbero essere in grado di percepire il Bello, anche se la sua definizione non è univoca. E altrettanto dovrebbero essere in grado di riconoscere il Brutto, e visto che la storia della Filosofia ha evidenziato nel corso dei secoli un profondo legame tra l’Estetica e l’Etica, anche l’etico e il non etico. In breve, l’Estetica ci aiuta a comprendere quale è la parte più umana e preziosa di noi, come individui e come specie, e quale dovrebbe essere superata.

La mia sorpresa nel nel leggere commenti del tipo “Pandora libera la filippina che è in te” , “La pubblicità è riuscita nel suo scopo, cioè far parlare di sé” o ancora “bisogna prendere le cose con leggerezza”.
Altri non me ne ricordo ma erano tutti sullo stesso tenore: indifferenza, qualunquismo,abdicazione al senso critico, stupidità o conformismo spregiudicato.

E dargli fuoco?

Sulla filippina che è in te, finalmente liberata dal gioiello Pandora, taccio poiché si tratta di razzismo puro e semplice (pare che vada ancora di moda, specie al Nord).
Che lo scopo delle pubblicità sia far parlare di sé è un pleonasmo, ma non a scapito di qualcuno. La pubblicità non deve essere offensiva o denigratoria, per due ragioni: la prima è che denigrare, sminuire, svilire, decontestualizzare una categoria sociale riposizionandola a seconda delle necessità del brand è semplicemente sbagliato, antietico, e anche brutto. Sì, brutto.
La seconda ragione è quella categoria di persone potrebbe essere indotta a non acquistare più quel marchio o invitare le altre persone a non acquistarlo: questo non non è un buon affare per quella marca.
I più matusa -qui- ricorderanno la protesta dei veterinari contro una pubblicità di non ricordo quale liquore, un amaro, che in maniera “incidentale” li ritraeva come persone amanti del buon bere. I veterinari s’incazzarono un bel po’, e quella marca dovette ritirare lo spot per buttarla poi su un prezioso vaso che doveva essere salvato con un aereo, o qualcosa del genere.
Nessuno si è scandalizzato per la protesta dei vet, né ci ha riso sopra, né ha invitato questi professionisti (per il solito molto ricchi e assai corporativi), a “prenderla con leggerezza” o gli ha mai detto “e fattela ‘na risata, doc!”, specie se il suo cane stava sul tavolo operatorio con una zampa in attesa del gesso.
Delle volte mi viene in mente Lisistrata e sospiro.

Quindi per me chi dice che “Pandora ha centrato il suo scopo” è afflitto da conformismo ed è così biscottato dalla società da non riuscire a distinguere il Brutto dal Bello, il Buono dal Giusto, il Vero dal Falso.

Perché non te lo compri? Costa solo venti dollari!

A chi sostiene “prendila con leggerezza” o invita alla risata, rivolgo una domanda: perché sulle bacheche di tanti e tanti giardinieri in questi giorni ci sono dotte e infinite elucubrazioni su “Spelacchio”? Perché ve la prendete se abbattono gli alberi nelle vostre città? Siete sempre a lamentarvi di questo o quello (condividendo, non sia mai scrivendo un pensiero proprio o FACENDO qualcosa), tutti a dire “ah, le fioriture sono impazzite a causa del clima” o “certo, questo accade se le amministrazioni mettono degli stupidi a potare gli alberi”, e poi però -quando la cosa non tocca voi e il vostro giardinetto- tutti a dire “E prendila con leggerezza”.

E che giardinaggio vuoi fare così, core bello? Ma dove vuoi andare? Ti fermi giusto alle rose, tutte ammucchiate perché “di più è più bello”, alle fioriture in massa, alle cazzatelle shabby chic, al romanticismo senza interpretazione. In te non si alzerà mai l’ala della poesia, non avrai mai il coraggio di fare il passo del leone, e il mondo finirà alla siepe del tuo giardino: ciò che accade fuori non ti turba, non ti interessa e non ti disturba. Finché avrai acqua abbondante per irrigare, i soldi per comprare le rose a radice nuda, il diserbante e l’antiparassitario al supermarket, per te andrà bene tutto. E rimanici nel tuo “tutto”.

Giardiniere Pandora, tu sei un giardiniere Kitsch, prendine atto.
Ti è piaciuta la pubblicità Pandora? E beccati un giardino BRUTTO.

Ecco i giardini che ti meriti, giardiniere Pandora: li ho scelti col cuore pensando a te.

Arredare un giardino (J’accuse)

Quando mi interrogo sul significato di un termine complesso, il dizionario etimologico è una delle prime risorse a cui faccio capo.
Tempo addietro mi capitò di leggere una domanda su come “arredare” un giardino.
Purtroppo, complice il linguaggio burocratico, subito ripreso da siti contenitore di qualità scadente (“I dieci modi per arredare il tuo giardino con meno di 100 euro” e cose così), questo sintagma errato e francamente pure brutto a sentirsi, si è diffuso tra chi il giardinaggio lo pratica due volte l’anno: la prima quando spende 500 euro in vivaio per piante, vasi, terricci, concimi e decorazioni varie, la seconda quando le piante morte e il terriccio indurito vengono gettati nell’organico.

Ho cercato dunque i termmini “arredare” e “arredo” sui dizionari etimologici di cui dispongo, uno dei quali è il Pianigiani, usato su etimo.it.
Così recita il Pianigiani:
Ne emerge subito che l’etimologia, come per tutte le parole complesse e che sono fondative della nostra quotidianità (anche mentale), non è univoca.
La Treccani:


Garzanti, laconico

Sabatini Coletti, come sempre semplice e chiaro

Nessuno di questi dizionari fa menzione di giardini da arredare, neanche la Treccani, l’unica che -almeno online- parla di “arredo urbano”, definendolo quel complesso di oggetti, come panchine, statue e fontane, che servono per rendere accogliente, bella e funzionale una città o un paese. Comprese le aiole di proprietà comunale, quindi le rotatorie, le fioriere, le alberature pubbliche.

Un giardino insomma non si arreda. Un giardino si crea, si disegna, si imposta, si progetta, si studia, si pianifica, si dispone, si organizza, si sistema, a volte si restaura, spesso si arrangia o si inventa, si allestisce (se si tratta di un giardino temporaneo), un giardino è un qualcosa che deve prendere una forma, una forma che noi decidiamo.
A differenza dell’arredamento d’interni, di cui la progettazione del giardino a volte può anche seguire gli schemi di disposizione prospettica, degli ingombri e dei colori (specie in quel tipo di giardino modernista in cui l’esterno era una proiezione dell’interno, senza che nessuna delle due parti perdesse coerenza se separata dall’altra), il giardino -di solito- si fa con le piante. Le piante (guarda tu se uno deve ribadire certi concetti da prima elemetare) non sono oggetti. Non sono lampade, non sono divani. Non è che dove le metti stanno, e al massimo si impolverano o si rigano o si macchiano. Non è che il divano esce da un ovetto piccino picciò e cresce nel tempo. “Eh, cara, il divano è diventato troppo grande, bisogna chiamare il falegname per farlo accorciare…”.
Il giardino è imprevedibile, perché le piante tendono a fare cose inaspettate e a comportarsi non esattamente come avevamo previsto.
Non sono immutabili, e una volta “composto” o “finito” il giardino (cioè “arredato”), le piante non staranno lì ferme come bomboniere in esposizione, ma faranno un sacco di cose: in alcune speriamo, in altre no, altre ancora le temiamo, altre saranno belle o brutte sorprese, e via via fino a eventi che non avremmo neanche immaginato.
Il giardino è anche (solitamente) costituito di altre cose oltre le piante, vialetti, muri, reti, ringhiere, vasi, ecc. Anche questi subiscono mutamenti a volte anche piuttosto rapidi poiché sottoposti alle intemperie.

Ma più di ogni altra cosa ciò che differenzia il giardino dall’arredamento è che questo ha a che fare con oggetti e cose fatte dall’Essere Umano, “oggetti culturali”. Mentre il giardino ha a che fare con “soggetti naturali” su cui il potere umano è decisamente limitato.

Usare questa espressione è da pigri, ottusi, conformisti che si fermano sotto la soglia della mediocrità, che van dietro alla moda del burocratismo linguistico. Insomma, dei kitschmenchen che pensano con la testa degli altri e abdicano al loro diritto di esercizio della facoltà di giudizio critico.

Ecco perché quando leggo come accetbile o accettata la frase “arredare un giardino”, concludo una sola cosa: chi non si batte contro l’errore concettuale che è alla base, lo fa solo per convenienza. Lo fa perché gli conviene che attorno a sé ci siano persone ignare, ignoranti e vacue, e poter in questo modo risaltare tra esse grazie ai suoi modestissimi talenti.

La domanda che stai cercando è sicuramente sbagliata

Una delle prime cose che mi sono chiesta quale giovane giardiniera è: che cosa mi devo chiedere per conoscere la vera essenza del giardino?
Essendo un figlia della logica capisco che se non mi pongo la giusta domanda non avrò la risposta giusta.
In molti cercano risposte a domande che non sono quelle giuste, e si arrabbiano, o questionano all’infinito su una risposta che non accettano. Ma tutto questo accade perché ci si pone la domanda sbagliata.
Ma qual è la giusta domanda?
Per molto tempo ho cercato, su queste pagine digitali, di trovarla. Oggi mi chiedo: “Esiste una giusta domanda?”.