“The climber” di Shin’ichi Sakamoto, J-Pop Edizioni – 2011

Videorecensione senza spoiler

The climber di Shin’ichi Sakamoto è un esempio di manga in cui un disegno eccezionalmente curato non è sufficiente a portare la narrazione a un livello altrettanto elevato quanto quello grafico. Anzi, in qualche modo la quantità di dettagli e particolari (specie sulle attrezzature da alpinismo), sottrae qualcosa al ritmo narrativo, costringendo l’occhio a soste non necessarie.

Il manga è del 2009, e sente il decennio trascorso. I paesaggi sono infatti eseguiti con la tecnica -che allora andava molto di moda- di trasformare le foto in disegno. Oggi è un sistema che non piace più, anzi, viene stigmatizzato e affiancato alla contraffazione (in modo improprio e ingiusto – a mio avviso), tanto che le applicazioni per la trasformazione di foto in disegni sono ormai cadute nel dimenticatioio e lo stesso Instagram ha dimezzato i filtri disponibili.

The climber ha il difetto di privilegiare un comparto grafico appesantito da dettagli invadenti e confusionari, e di non riuscire in quello che ci saremmo attesi: portare il lettore nel mondo dell’inaccessibile, dei paesaggi estremi e sconosciuti, di un mondo che si percepisce più con la mente che con i sensi annebbiati.

Una serie di vignette che raffigurano paesaggi urbani o alpini, attraverso fotografie modificate con filtri.

Se vi interessa sapere come (più o meno) si realizza questo tipo di disegno date un’occhiata a questo link di Francesca Urbinati.

Forse nata come richiesta editoriale o come esplorazione delle possibilità della tecnologia, non ha aiutatao molto il manga, e sebbene sia ancora molto usata, questa tecnica applicata in modo così netto, è stata abbandonata.

Il racconto non esplora molto bene le figure femminili, a cui lascia poco spazio, solo per scene di sesso. Nessuno dei personaggi femminili ha una caratterizzazione forte (tranne la collega di lavoro di Buntaro, descritta con fattezze zombesche), un ruolo narrativo che non sia aderente alla sfera sessuale o romantica. In questo i cliché sono inemendabili.

Disastroso il lettering, che copre parti significative del disegno, e di cui parlo con maggiore accuratezza nella videorecensione.

I volti sono resi con verosimiglianza, specie dove siano uomini anziani, dal volto brutto, segnato. Gli uomini giovani corrono il rischio di avere volti un po’ troppo simili tra loro e espressioni o accigliate o assenti, senza via di mezzo. Le donne sono disegnate in modo stereotipato e tutte eguali. Da questo punto di vista Sakamoto è stato carente. A volte alcune espressioni sono meramente didascaliche e tirate giù di peso da fotografie da National Geographic.

Consiglio la lettura di questa recensione molto approfondita anche su temi narrativi che io non ho affrontato. Sul blog Mymillenniumpuzzle

“Girl from the other side” di Nagabe, edizioni J-Pop Manga -videorecensione con appunti sullo stile e le figure femminili

SPOILER

 

Le mie opinioni sulla qualità tecnica di questo manga di 11 volumi, edito da J Pop. Aggiungo alcune impressioni sul tratteggio delle figure femminili.

Nagabe ha uno stile fortemente Liberty, ci sono tracce di Beardsley, Rockwell, Emil Orlik, Carl Krenek, Karoly Kos, e ovviamente di Ivan Bilibin.

Illustrazioni di Carl Krenek (sotto)

Alcune illustrazioni di Ivan Bilibin (sotto)

Il profilo twitter di Nagabe, un illustratore molto interessante.

“Painter of the night”, di Byeonduck. Volumi 1 e 2, videorecensione

La mia videorecensione sui primi due volumi di “Painter of the night”.

Contenuto disponibile solo per maggiori di età e disponibile solo sulla piattaforma youtube.

screenshot di una ricerca google

Se volete seguire l’autrice, qui c’è il suo account Instagram

https://www.instagram.com/byeonduck_/

“Sanctuary” di Shō Fumimura (Buronson) e Ryoichi Ikegami. Un inimitabile esito artistico del manga anni ’90

Sanctuary è un manga ormai dimenticato, adatto a un pubblico che ha un certo occhio e un approccio molto maturo al fumetto giapponese, quasi filologico o da collezionista, bibliografico.

Non nasconde gli anni che ha, ma in un modo che non è concesso ad altre opere: l’aderenza alla sua epoca, non un invecchiamento precoce o il non essere più valido poiché superato dal trascorrere del tempo.

La traccia raffinata e quasi sublime di Ikegami, sicuramente uno dei massimi disegnatori dell’epoca e probabilmente uno dei più eleganti della storia, rende il manga così graficamente sofisticato da estrometterlo dalle grazie dell’interesse delle next generation, aduse a un tratto grafico più rigido e omologato, anche qualora sia elaborato e complesso.

Ikegami è morbido, i volti dei protagonisti sono lineari e simmetrici, puliti, con qualche propensione alla fisionomia del miglior Elvis Presley di sempre, quello di King Creole. Forse è questo che agli occhi dei lettori contemporanei lo fa risultare un po’ “effemminato” e poco attuale, “persino kitsch” (ho letto anche questa opinione in rete).

La sua ben nota inclinazione verso le scene di violenza, sesso e sangue potrebbe apparire oggi quasi una forma compensatoria della eccezionale bellezza dei protagonisti, in realtà è una precisa scelta estetica che all’epoca era innovativa e fuori dall’ordinario. In Italia non eravamo infatti abituati a manga con personaggi dalla bellezza fine ed elegante, in cui fossero presenti scene di violenza. In questo Ikegami è stato sicuramente una novità assoluta per il pubblico italiano, che arrivò a coniare per il suo stile il termine “estetica della violenza”, ben prima che Tarantino divenisse un fenomeno cultuale.

Se all’epoca la violenza e il sesso presenti in Sanctuary potevano sembrare “tanto”, sono nulla confronto ai fumetti contemporanei, diretti spesso a un pubblico piuttosto giovane. Ciò che non sembra essere stato superato è l’avvincente dinamismo delle figure durante la lotta o le scene di azione. In Crying Freeman, il suo manga più famoso, Ikegami raggiunge il vertice della perfezione per quanto riguarda la disposizione delle scene in pagina, il movimento delle figure e il tratto veloce e preciso. In particolare il disegno dei piedi, spesso abbozzato ma perfettamente comprensibile, richiama i disegni a inchiostro delle antiche illustrazioni giapponesi.

L’ edizione italiana è purtroppo specchiata, cioè si sfoglia come un libro tradizionale. Oggi è persino fastidioso e controituitivo, tanto i manga sono capillarmente diffusi. Questo è uno degli elementi che hanno contribuito all’attribuzione della qualifica di “vintage” o “démodé” . Senza prezzo e di notevole valore di ricostruzione della storia sociale del manga in Italia, sono invece i commenti e le lettere alla redazione, a cui molte pubblicazioni dell’epoca lasciavano spazio. In quel periodo il manga non era diretto a un pubblico generalista o perfino distratto, come lo è oggi. Chi acquistava era un appassionato che si era contrabbandato videocassette, disegni e magazine in fotocopia. Avere un “libretto” in mano era per noi qualcosa che non ci faceva sentire né soli né strani nel godere delle nostre passioni. Avevamo finalmente una forma istituzionale di cultura a cui fare riferimento, scoprivamo insieme molte cose, e queste pubblicazioni sono state apripista per avere una migliore consapevolezza di quanto vasto e bello fosse il mondo del manga giapponese. Alcune lettere oggi sanno di una ingenuità tenera e commovente. Immagino che chi le abbia scritte abbia approfondito, sia ora un collezionista, abbia magari imparato il giapponese, e le conservi come un piccolo tesoro.

Sanctuary è una storia complessa, a volte può apparire poco credibile e inutilmente intricata, ma è sostanzialmente una riproposizione aggiornata agli anni Novanta, di quanto accadde in Giappone dopo la seconda guerra mondiale. Tuttavia non è solo una “storia di politica” o una “storia di yakuza”, sebbene questi due elementi siano presenti. Semmai la yakuza è un espediente per raccontare in modo più avvincente un reale problema politico che il Giappone sentiva in maniera allarmante durante gli anni Novanta, quando implose la bolla speculativa e l’intera società iniziò a riformulare le sue dinamiche sociali. Non viene occultata l’importante influenza sulle modifiche alla costituzione da parte degli Stati Uniti. Nel manga compare il presidente USA, con le fattezze di Bill Clinton (presidente nei Novanta, tra i vari Bush).

Basta dare una letta a wikipedia per trovare delle analogie fortissime alla storia politica del dopoguerra, le modifiche alla Costituzione e la dichiarazione di antimilitarismo del Giappone, pilotata dagli Stati Uniti d’America che avevano inginocchiato la nazione con due bombe atomiche. Perfino Isaoka, la “vecchia volpe” della politica, è ispirato a Shigeru Yoshida (a me ha ricordato molto fittamente Andreotti: ogni paese ha le sue icone di sciacallaggio), che fuse i partiti più potenti del tempo nel Partito Liberal Democratico, che ha tenuto le redini del Giappone per mezzo secolo, fino a un decennio addietro.

Nel disegnare Isaoka, Ryoichi Ikegami ha premuto forte sul pedale dell’acceleratore, esprimendo il massimo della sua capacità tecnica sul tratteggio e il chiaroscuro. Isaoka è in assoluto il personaggio su cui è stato speso più sforzo estetico. Fa paura davvero.

Il chiaroscuro è ai massimi livelli. La qualità del disegno è illustrazione tout court.
Qui ha usato matita morbida, probabilmente una B4 o B5. Sono cose di fronte alle quali il mio cuore trema.

Chiaki Asami e Akira Hojo sono due faccie della stessa medaglia. Hanno affidato l’uno la vita nelle mani dell’altro da ragazzini, in un campo di prigionia in Cambogia. Darebbero la vita l’uno per l’altro ( e si può dire che Chiaki sia morto al posto di Akira) e vogliono ottenere un risultato, un risultato epocale e quasi mistico, religioso: rendere il Giappone il loro santuario. O meglio, far tornare il Giappone ad essere un santuario, un paese degno e non corrotto. Per farlo si dividono i compiti, uno diverrà un uomo politico e l’altro un boss della yakuza. Qui capiamo benissimo che Buronson ci dice con grande chiarezza che il potere governativo è legato a doppio filo con la criminalità, che -come in ogni stato capitalista- non è indipendente né autonoma, ma prende ordini dal governo. Anche in Italia è così, se qualcuno pensa che la ‘ndrangheta o la camorra non siano al servizio dello Stato Italiano si beva un caffè.

Una modifica della Costituzione sembra essere il nocciolo della questione sollevata da Buronson. Il Giappone è infatti in uno stato di contraddizione, avendo su carta rinunciato al militarismo. Asami fa notare che però -come tutte le altre nazioni- anche il Giappone ha un esercito per la difesa interna. Propone diverse soluzioni per raggiungere una coerenza che non sia lesiva ma neanche autolesionista. In questo -io credo- Buronson abbia voluto rimarcare che il Giappone ha bisogno di emanciparsi da una legislazione vecchia e che ha diritto all’autodifesa, senza ricorrere a mezzucci o alla vastissima rete della criminalità.

Akira e Chiaki padroneggiano il loro territorio con grande sicurezza. In particolare Akira Hojo, il boss yakuza, sembra imbattibile. In questo Sanctuary pare anticipare quel tipo di videogioco a livelli crescenti di difficoltà, in cui i personaggi non cedono di fronte a fertite gravi e ostacoli impensabili, anzi, riescono ad aggirarli o superarli. Akira Hojo acquisisce la leadeship di buona parte della yakuza giapponese e Chiaki Asami riesce a portare dalla sua parte i membri chiave della politica, personaggi con uno spirito di ribellione e senso di giustizia non ancora sedati. Non mancano figure come il contabile e il banchiere, che all’occhio occidentale rimandano agli Intoccabili. Dopo aver portato a sé buona parte dei gruppi yakuza, Akira intende fare patti con la mafia russa e quella cinese, un sistema di criminalità transnazionale tra superpotenze che oggi appare più che mai saldo e longevo. Su questi legami Ikegami e Buronson si soffermeranno nuovamente nel poco noto Strain, che parte come vicenda umana e si conclude come azione politica, e che disgraziatamente non ha visto un seguito. Pur rimanendo al di sopra della maggior parte della produzione di manga contemporanei, Strain ha però un calo visibile di qualità rispetto a Sanctuary, che assieme a Heat rimane l’opera più bella di Ikegami.

Con gli occhiali tondi nella migliore tradizione dei banchieri che compulsano colonne fitte di numeri di quotazioni, ha l’abitudine di mandar giù mentine.

Nell’amicizia di Akira e Chiaki c’è ovviamente un accenno non troppo velato all’omosessualità e a quello che oggi chiamiamo BL o yaoi, le storie di amore romantico tra uomini. È fin troppo chiaro che tra i due protagonisti ci sia del sentimento non solo fraterno, anche se vediamo entrambi con delle donne. La personaggia che si lega ad Akira, la commissaria Kyoko Hishihara, è davvero futile e mal descritta proprio perché meramente funzionale a dichiarare Akira come eterosessuale. La compagna di Chiaki è un’apparizione fugace e quindi più simpatica e gradevole.

Akira ha un volto bellissimo, quasi quanto quello di Yo Hinomura di Crying Freeman, mentre Chiaki è descritto in modo più realistico, con il vezzo di aggiustarsi gli occhiali sul naso: un gesto ormai tipico di moltissimi personaggi dei manga e soprattutto degli anime (in cui ovviamente riesce più interessante grazie al movimento). È anche uno stilema ormai consolidato nel BL, come in Yuri!!! on Ice o Free! (Rei Ryūgazaki lo fa in continuazione). Akira riesce a uscire da uno stato quasi comatoso stringendo la mano di Chiaki (con l’aggiunta dell’elemento femminile dato da Kyoko che in questo frangente appare quanto mai superflua).

Tutti gli yakuza sono fraterni tra loro e la reciproca dedizione va oltre la verosimiglianza. Buronson affida a Tokai il compito di affrancare tutti i maschi presenti nel manga dall’ipotesi di omosessualità, facendogli violentare una donna ogni tanto, così, giusto per gradire. Lo stupro è quasi una regola nel manga e nell’anime giapponese, ma in questo caso non appare né hard-core né particolarmente stimolante, quanto “obbligato”. Tokai è il personaggio più importante e interessante dopo Hojo e Asami, e i suoi stupri occasionali lo caratterizzano in modo abbastanza inequivocabile, tuttavia non in modo unico e individuale. Risultano quindi gratuiti e strettamente funzionali all’indicazione di un orientamento straight. Questo fa perdere un po’ di freschezza al personaggio, che risulta invece molto più avvincente nelle sue manifestazioni di insolito e contraddittorio affetto per Akira Hojo o nelle spietate azioni da killer. Tokai è anche il personaggio che si muove di più, il più violento e lo yakuza più aderente all’immaginario.

Il dinamismo delle figure è straordinario. Al contrario del manga contemporaneo di azione, in cui i corpi (umani, di mostri, animali o altre figure) riescono a volte confusi e “impastati”, qui sono perfettamente separabili e comprensibili all’occhio, grazie anche a una retinatura pulita e attenta. Personalmente anche nei manga più celebrati,non ho più ritrovato questo stile elegante e dinamico.

Anche gli altri personaggi vengono descritti con bellissimi tratti, ognuno in modo molto individuale. Di sicuro il pubblico femminile troverà almeno uno su cui perdere gli occhi.

Un discorso quasi marginale è quello dei comportamenti sessuali di Akira Hojo e Chiaki Asami. In Crying Freeman la componente sessuale era di primaria importanza, Yo Hinomura s’è fatto anche i sassi della spiaggia. Ma si trattava sempre di rapporti etero, per quanto hard. Qui si vedono pochi accenni, specie su Asami, e la personaggia affiancata a Hojo è abbastanza noiosa, narrativamente inutile. Eppure è molto carina e ben descritta (graficamente), con un taglio corto piuttosto in voga qualche anno prima. Gli incontri tra i due sono sempre molto delicati e romantici, totalmente diversi da Crying Freeman.

Prima di stare con Kyoko, Akira ci viene mostrato come un ragazzo che si gode la compagnia femminile, anche in modo “domestico”. Il bacio sulla fronte che lei gli scocca mentre si alza per rispondere a una chiamata internazionale è familiarissimo: chi non l’ha mai fatto mentre si spostava nel letto?
Ikegami non disegna faccine e personaggi deformati, il suo stile è sempre verosimile. I personaggi vengono disegnati in modo appena buffo solo all’inizio, per attrarre il pubblico. Akira Hojo che mastica in modo poco elegante non si vedrà più.

Un altro soggetto di grande interesse è Ozaki, l’assistente di Kyoko Hishihara, di cui è innamorato. Ozaki stima Hojo ma è allo stesso tempo un poliziotto ligio e di valore morale. Posto davanti alla complessa scelta tra il suo dovere e l’affetto per il suo capo, il rispetto per un uomo che ritiene nel giusto, Ozaki sceglie la sua coscienza e non il suo distintivo. L’accenno di Tokai al “bacetto” non è davvero casuale. Ikegami e Buronson descrivono un mondo maschile in cui anche i rapporti sentimentali più forti vi risiedono profondamente.

Ma l’elemento che forse caratterizza Sanctuary più fortemente di ogni altro è la descrizione dei personaggi. Ognuno di loro ha una fisionomia perfettamente riconoscibile, delle “smorfie” individuali, tratti personalissimi e totalmente verosimili, aderenti alla fisionomia nipponica. I personaggi non si confondono mai tra loro, nè come personalità né come tratti. Hanno un’autonomia distinguibile, sorprendentemente vicina alla cinematografia. Siamo ad anni luce di distanza dalle opere contemporanee, in cui i personaggi dei manga hanno visi molto simili tra loro, che cambiano in rapporto ad abiti e capigliatura. Non sono quindi stereotipi, e neanche macchiette, ma personaggi veri e propri presi quasi di peso dalla realtà quotidiana.

Questo vale per gli yakuza, per i politici e per gli avversari. Diventa facilissimo per lettori e lettrici empatizzare con uno o con l’altro, prendersi a cuore una vicenda o l’altra. In questo senso non ho mai letto un manga che possa neanche lontanamente competere con Sanctuary.

Questa è una delle mie scene preferite, in cui uno spietato yakuza ricorda il calore e l’affetto delle mani della madre, irruvidite dal lavoro

Non c’è l’ombra della caricatura neanche nel personaggio apparentemente più buffo. Le ambientazioni esterne e interne sono rese con grande cura, in particolare l’abbigliamento tradizionale maschile, lo yukata e gli abiti da ufficio, giacche e pantaloni occidentali, che comunque Ikegami disegna sempre morbidi, in modo da mettere in risalto le gambe, sia nelle scene d’azione che in quelle statiche.

Sulle gambe e i piedi c’è un discorso particolare da fare quando si tratta di disegno giapponese. Se per noi occidentali la parte superiore del busto è molto importante, al punto che abbiamo inventato il ritratto a mezzo busto, per l’arte giapponese sono molto più importanti le gambe, che spesso sono chiuse al ginocchio. Lo abbiamo visto in molti manga shojo, come Il grande sogno di Maya (in cui peraltro la parte superiore del tronco pare disegnata con la zappa, mentre le gambe sono di una bellezza inarrivabile). La diversa interpretazione della bellezza delle forme corporee è una cosa che apprezzo e mi diverte moltissimo, perché ogni volta ci vedo in trasparenza un vaffanculo grande così a William Hogarth a Burke e Bacon.

All’occhio occidentale è una graziosità se il corpo è femminile, ma una stranezza se il corpo è maschile. Ikegami forse se n’è fregato di cosa pensiamo noi occidentali, forse non lo sapeva neanche, o forse ha preferito rimanere più aderente a un tratto nipponico, senza l’obiettivo di piacere anche al pubblico estero. Non saprei. Ma il risultato è che spesso i personaggi maschili hanno pose delle gambe delicate e mobide che li fa apparire “effemminati” al nostro occhio. In realtà per i giapponesi sono semplicemente belli e basta.

“The Batman” social review

Il nuovo The Batman si configura come l’ennesimo prodotto dell’industria dell’intrattenimento cinematografico, perfettamente collocato nel solco della batmanitudine già ampiamente esplorata nel corso di decenni.

Dopo essere stato presentato in ogni modo possibile, Bruce Wayne viene ridimensionato all’umano e assume sembianze fragili e sessualmente indifese. Una scelta precisa, dettata da esigenze di mercato, che sortisce l’effetto di immediata gratificazione da parte del pubblico, quindi nulla di particolarmente originale o nuovo sul fronte della rappresentazione cinematografica di un personaggio dei fumetti americani.

Il film è frutto della potente macchina dell’industria cinematografica e i rimandi ad altri film del circuito abramsiano sono numerosi e paiono finalizzati a promuovere la fruizione di altri film, incrementando introito su pellicole ormai vecchie, o destando interesse verso reboot e saghe senza fine. I continui rimandi visivi e musicali sono perfino soverchianti e non sortiscono un effetto estetico soddisfacente, anzi invecchiano la pellicola, facendola cadere nel Kitsch più pienamente descritto da Greenberg, Dorfles, Moles. “Fare il vecchio col nuovo”, così appare The Batman.

Penalizzato dall’essere inserito in una struttura di postmodernismo estetico in cui legami e rimandi ad altre opere sono fin troppo dichiarati e a rischio obsolescenza, il film è comunque buono e ben interpretato. Questo è un merito lodevolissimo, ma da qui a gridare al miracolo e al capolavoro ne passa.

Intervista a Maria Ferdinanda Piva

Autrice di Manuale di Giardinaggio Selvatico, Maria Ferdinanda Piva è giornalista dalla pluridecennale esperienza nel campo dell’ecologia. Il suo è un libro piacevole, informativo, in cui aleggia uno spirito battagliero. In questa breve intervista ho voluto raccogliere quello stile pungente e carico di energia che la contraddistingue.

Perché in città è più sentito e più importante lasciare un po’ di spazio alle piante selvatiche?

Lasciare spazio alla natura in città è fondamentale per gli esserini con le zampe e le ali che vivono accanto a noi e secondo me è fondamentale anche per noi stessi: ogni pur minimo frammento di natura ci somministra gratuitamente la terapia della bellezza, e ormai la natura è diventata difficile da incontrare.

La flora spontanea delle campagne è così immiserita che non sappiamo neanche più quanto possa essere bella. Così se dici “flora spontanea” la gente pensa “erbacce”.Anche a causa di questo equivoco, il verde urbano è quanto di più banale e innaturale possa esistere: praticelli all’inglese, aiuole e vasi di fiori esotici ed ibridi. Nulla di utile alla piccola e piccolissima fauna, che ha bisogno della flora spontanea locale per trovare nutrimento e rifugio.

E allora aiutiamoli, no? La flora spontanea è per loro ancor più utile delle mangiatoie invernali. Arbusti ed alberi che forniscono bacche e nascondigli per i nidi; fiori ed erbe adatti alle esigenze degli insetti che sono le loro prede.

Dici “insetti” e la gente pensa “infestazioni”. Altro equivoco. Le zanzare qui non c’entrano: le infestazioni di insetti strettamente legati ai vegetali non si verificano dove esiste una gamma di flora spontanea un po’ diversificata. Si produce una situazione in cui c’è sempre qualcuno che mangia qualcun altro. Niente proliferazioni eccessive, niente presenze troppo visibili o ingombranti.

Mi racconti di nuovo la storia dei fiordalisi e della tua vicina?

Papaveri e fiordalisi, per la precisione. Ho seminato anche loro nel mio piccolo giardino urbano dedicato alla flora spontanea locale. Desideravo un giardino da una vita… Dopodiché persone a me totalmente sconosciute hanno cominciato a fermarmi per strada: “Uh signora, mi hanno detto che è il suo quel giardino. Come ha fatto a far tornare i papaveri?”; “Oh signora, da quanto non vedevo i fiordalisi! È lei che li ha, vero? Credevo che non ce ne fossero più”. Eccetera. Una ragazza mi ha addirittura attaccato bottone al supermercato in pieno inverno: quando di fiori in giardino proprio non ne avevo.

E così ho capito due cose. La prima, che la natura “parla” a tanti esseri umani. La seconda, che dovevo scrivere il Manuale di giardinaggio selvatico. Infatti ho faticato per procurarmi semi, bulbi e quant’altro: esistono in commercio e non sono neanche cari, ma sono difficili da trovare. Una volta imparato come e dove cercarli, mi è sembrato giusto mettere le informazioni a disposizione di chiunque desideri servirsene.

Procurarsi i semi di piante spontanee era quasi impossibile un tempo, mentre ora le ditte semenziere dimostrano un maggior interesse, anche se la progressione in questo senso è molto lenta. C’è da sperare bene per il futuro delle piante spontanee italiane?

Le piante spontanee italiane possono sperare bene per il futuro nella misura in cui noi umani finalmente capiamo l’importanza della natura – di tutta la natura – e la necessità urgente di rispettarla e salvaguardarla. Perché ora la natura è in forte sofferenza, ma dalla natura dipende la nostra stessa esistenza in vita.

Un giardino selvatico non è la natura, ma un surrogato della natura. È un uno spazio artificiale e piacevole che può fare le veci di un frammento di natura e che sta alla natura come un caffè d’orzo sta ad un autentico caffè espresso. Far crescere flora spontanea in giardino è importante, ma preservare la natura lo è molto di più.

Però qui il discorso passa dal giardinaggio alla difesa dell’ambiente. Mi considererei fortunata se i lettori del Manuale di giardinaggio selvatico usassero il mio libro come un ponte che conduce ad una maggiore attenzione e consapevolezza nei confronti dell’ecologia.

Il libro può essere acquistato su Youcanprint. Acquista il libro a questo link.

Anchusa azurea

“Manuale di giardinaggio selvatico”, di Maria Ferdinanda Piva

“Un deserto tinto di verde”, così Maria Ferdinanda Piva descrive la campagna.

Copertina del libro Manuale di giardinaggio selvatico – Maria Fernanda Piva

L’appiattimento biodiversitale scoraggia la riproduzione di specie come le rane nostrane, i piccoli anfibi, i gechi, i predatori come volpi e donnole, gli uccelli notturni, e molti altri. Favorisce invece il proliferare di piante e animali più resistenti, molto spesso provenienti dall’estero, privi quindi del predatore naturale che hanno nel loro luogo di origine. È il caso del punteruolo rosso, della “farfallina del geranio” (Cacyreus marshalli), ma anche delle tortore e delle gazze, che occupano spazi importanti per gli altri uccelli che richiedono un habitat uniforme e biologicamente vivace, laddove non diventino predatori essi stessi.

L’impoverimento della vegetazione selvatica conduce gli animali a cercare cibo nelle zone abitate, spingendoli a attraversare strade o frugare nei mastelli della spazzatura, con danni ormai noti a tutti. Quanto bisogno c’è di restituire un po’ di spazio sottratto alla vegetazione spontanea? Moltissimo sostiene Maria Ferdinanda Piva. Una sosta su un fiordaliso in un vaso o una balconetta, in pieno centro urbano, può essere un regalo impagabile per una farfalla che transita. Ed ecco da dove nasce il suo libro Manuale di giardinaggio selvatico, in cui vengono raccontate e spiegate le specie selvatiche più facili da collocare in un giardino già esistente, o da creare ex novo.

Il libro è una lettura rinfrescante nel settore della manualistica, afflitta da pubblicazioni ripetitive e non centrate sull’Italia. Il piglio rigoroso di chi si basa sui fatti e una scrittura asciutta e senza fronzoli sono caratteristiche del giornalismo vecchio stile, abituato a fornire informazioni da cui i lettori traggono poi le loro deduzioni. Piva spiega subito che un giardino selvatico non è una ricerca sentimentale della pianta coltivata dai nonni, né un ripristino ecologico, per il quale servono competenze elevatissime, esperienza professionale e conoscenza delle Scienze Naturali. Il giardino selvatico è uno spazio, magari piccolo ma gradevole, che “accoglie la piccola natura del posto”, opponendosi all’impoverimento progressivo e alla sua scomparsa. Con il termine “natura”, Piva intende tutta la natura, quindi anche i piccoli animali e gli insetti. Inoltre il giardino selvatico è a portata di gestione di mani da principiante, o di chi ormai ha troppi inverni sulla schiena. Può essere realizzato in spazi davvero esigui, dal balcone al piccolo cortile di città, fornire anche un po’ di piante per la cucina ed essere al contempo anche molto bello, grazioso e profumato. Oltre al piacere di vedere un po’ di vita che vi si insedia o che vi transita.

Un punto importante su cui Piva insiste è di evitare la raccolta diretta in pieno campo. Non è consigliabile né dal punto di vista ecologico né della salute, se si vogliono usare le erbe per tisane o per la cucina. Ed ecco sollevata un’interessante questione: le ditte semenziere propongono molto spesso piante selvatiche, ma si tratta spesso di varietà ibridate, alcune volte a fiori così doppi da essere inaccessibili alle api o altri insetti. Segno che anche l’occhio si è ormai disabituato alle forme di fiori come il fiordaliso o il rosolaccio, poco aggraziati rispetto alle selezioni o varietà ornamentali.

Il volume affronta generi e specie spontanee per utilizzo, aiutando così una ricerca veloce tra le pagine: dal prato al balcone, alle zone in ombra al sostegno di farfalle o altri insetti. Un capitolo molto interessante è dedicato alle siepi. Le siepi di campagna sono state il baluardo della fauna e in parte della flora selvatica. Soppiantate da divisori metallici o alla meglio da file di alberelli in monocoltura, le siepi miste erano riserva di cibo e protezione, nicchia ecologica privilegiata. Non mancano indicazioni sulle rampicanti, sulle piante amate dagli insetti impollinatori, che sono fondamentali nella frutticoltura, e sulle piante alimentari. Per ogni tipologia di piante c’è un apparato di foto e una serie di link e indirizzi per conoscerle meglio botanicamente e per l’acquisto in rete. Le ditte semenziere consigliate sono affidabilissime, da numerose ho acquistato semi con ottimi risultati. Non mancano indicazioni semplici e molto comprensibili su come convertire o modificare il proprio giardino, su come comportarsi di fronte a un’incertezza, cosa togliere e cosa lasciare.

Il catalogo è aggiornato all’autunno scorso.

Il punto di vista di Piva è neutrale, fattivo, organizzato. Un libro ammirevole per la godibilità della lettura, per capacità di sintesi, quantità e qualità delle informazioni focalizzate sull’Italòia, sulla sua ricchezza biodiversitale, che per la particolare natura del clima, mal si attagliano all’Italia, sia da un punto di vista orticolo che culturale. In numerose occasioni Piva si sofferma sulla distribuzione delle piante sul nostro territorio, aggiungendo fascino alle descrizioni.

Il libro puiò essere acquistato su Youcanprint

Maria Ferdinanda Piva, giornalista dalla pluridecennale esperienza nel settore dell’ambiente e dell’ecologia, ha scritto un incalcolabile numero di articoli su riviste e siti specializzati, come Terra Nuova e Greenplanet. Ha collaborato con la RSI, radiotelevisione della Svizzera Italiana, e con Blogeko. È stata assistente parlamentare accreditata. Vive e lavora a Torino.

Breve nota su Laurel Stevenson, da “I Langolieri”, di Stephen King

A Laurel Stevenson è toccata una sorte non comune nella sua vita di personaggia inventata, ma una iella piuttosto diffusa nell’elaborazione narrativa.

Laurel è una delle due protagoniste del racconto I Langolieri di Stephen King, Anno Domini 1990. L’edizione che ho io è quella pubblicata da Sperling nel ’91, in due volumi (Quattro dopo mezzanotte) .

Sembra un millennio fa, e forse lo era. Nel 1990 scoppia la guerra in Kuwait, parte l’operazione Desert Storm, inizia la guerra in Jugoslavia, Germania Est e Ovest si riuniscono. Nel 1990 l’OMS cancella l’omosessualità dal registro delle malattie, mentre occorrono ancora sei anni -sei- perché in Italia lo stupro diventi un reato contro la persona e non contro la “morale pubblica”.

A Mosca apre il primo McDonald’s e Kasparov batte Karpov, la notte di capodanno.

In questo clima non stupisce che la povera Laurel sia stata ritratta come una pescelessa, perfino da Stephen King, che ha sempre avuto una certa attenzione alle acquirenti femminili, anche se pruderie, turgori qui e lì, scenette da due spiccioli e grattatine varie, non mancano mai nei suoi romanzi e racconti.

Non è che ci sarebbe molto da considerare: Laurel Stevenson è la tipica personaggia di sponda, che viene sempre vista attraverso l’occhio maschile. Se Dinah, la bimba cieca, appare come il carattere femminile più rilevante, e perfino la quasi-comparsa, Bethany, ha maggiore autonomia descrittiva, Laurel rimane pescelessa dal primo all’ultimo momento. Percepita dapprima attraverso le sensazioni di Dinah, e immediatamente dopo da quelle di Nick e Brian (i due protagonisti del racconto), racconta sé stessa poche volte, e solo riguardo alla sua scarsissima attività sessuale. Grazie mille.

Darren, ti siamo vicini

Zio Stevie la smerdacchia sin da subito, facendoci sapere che sta mentendo sulle ragioni del suo viaggio, e che la menzogna serve a coprire -mio dio!- un appuntamento al buio con possibile scopata finale. Laurel, quando Zio Stevie fa così, non c’è rimedio, sei spacciata!

Ed è un vero peccato, perché non è Dinah il carattere femminile più di rilevo, ma proprio la nostra cara Laurel, che attraversa il racconto in modo sempre più intenso e presente, mentre Dinah è il classico personaggio-chiave, la bambina veggente nelle cui sensazioni tutto è riposto, in cui è la soluzione del problema e in cui risiede la salvezza per il gruppo. Dinah non esce dal solco classico in cui King pone i personaggi che ricoprono il ruolo di motore narrativo, né potrebbe farlo in una dimensione molto ridotta, quella del breve romanzo (I Langolieri è lungo circa 250 pagine, che per King significa davvero “breve”). In questa lunghezza lo Zio Stevie non è in grado di compiere mirabili sintesi, come tanti altri autori o autrici, e a maggior ragione non lo era nel 1990. Si assapora infatti una certa ruvidezza stilistica, un grezzo ancora non polito, tipico dei suoi racconti più vecchi. Era la fase in cui migrava verso uno stile più maturo e liscio, lavorato, forse meno fresco, ma più consapevole e attento – e per me certamente migliore.

Rendere Laurel più apprezzabile senza ledere la posizione narrativa di Brian e Nick è qualcosa decisamente alla portata di King. Diciamolo: Zio Steve ha svaccato mille e mille volte, ma nessuno come lui riesce a rendere i personaggi tridimensionali e amichevoli, veri. Il Vecchio riesce sempre a infilarti una frasetta che dipinge quel personaggio, una frasetta che torni a rileggere dieci volte, di cui conosci esattamente la posizione in quei dannati libroni, quella frasetta che sai ritrovare nella peste delle sue trame dispersive, “quella frase” che in qualche modo racchiude tutta l’esperienza di lettura. Sì, forse nessuno come Stephen King, oggi, sa fare bene questa cosa qui. Potete gettargli addosso il fango che volete, ma datevi pace: lui lo sa fare.

Perché non lo ha fatto per Laurel? Semplice, perché Laurel non gli interessava. Classica rappresentazione della femmina da narrazione di pessimo livello: il personaggio che serve solo a rendere più interessanti i maschi. È infatti attraverso Laurel che il Fedele Lettore inizia ad assaporare la parte più tenera di Nick, ed è attraverso Laurel che Nick diventa coprotagonista assieme a Brian. L’essere trottolata da un maschio all’altro non fa bene a Laurel, ma soprattutto non fa bene al racconto.

Con Laurel lo Zio si è preso troppe libertà rispetto alla sua consuetudine. Non solo la appiattisce come una sogliola sul fondale, ma compie un errore fatale: la fa pensare in modo assurdo e inverosimile, in cui una lettrice anche disattenta non può né riconoscersi né ravvisare un minimo di credibilità, e che un lettore maschio sarà invece portato a ignorare o rimuovere. Chiedete a qualsiasi buon kinghiano chi è Laurel dei Langolieri: non se lo ricorderà. E questo, questo è infamante, Zio!

Di sicuro c’è chi ha considerato il reato più grave del racconto dell’orrore, la comicità involontaria. Io l’ho considerata, nella scena che segue.

Incoerenza logica e narrativa: se un personaggio perde la testa, non è consapevole di averla persa. Se la perde consapevolmente o è pazzo o delinquente. Laurel qui sragiona continuando a ragionare. E tu vuoi che io, fedele lettrice, me la beva? Zio, valla a vende a qualcun altro!

Dopo un po’ lo Zio ha smesso di fare così, rendendo autonomi anche i personaggi minori, e perfino le occasionali apparizioni hanno a volte un qualcosa di indimenticabile. Laurel è rimasta invischiata altro che in una frattura spazio-temporale, è rimasta invischiata in una transizione stilistica e contenutistica di uno degli autori più noti e venduti degli ultimi cinquantt’anni.

Che rogna. A confronto i langolieri stessi sembrano un niente.

Una considerazione sull’incidente durante le riprese del film di Baldwin

Da appassionata di cinema e da umana, rimango esterrefatta dai social-comment sull’incidente sul set di un film, che ha visto la morte della direttrice di fotografia Hutchins e il ferimento del regista Rios. A fare fuoco l’attore Alec Baldwin, dopo che il tecnico assistente aveva dichiarato “sicure” le armi di scena.

I commenti si sprecano e si aprono in un ampio ventaglio di tipologie, che quasi corrisponono a dei “tipi” umani, lasciando spazio all’azzardo culturale di determinare una fenomenologia del commentatore, non diversa da quella utilizzata da format di talk show o reality.

C’è chi ha letto il titolo della notizia, ma credeva fosse una fake news. C’è ci si spende nello spiegare che in USA si usano armi vere caricate a salve, chi precisa che anche a salve possono essere letali, enumerando gli incidenti fatali sui set. Chi spiega la differenza tra un revolver, una carabina e una semiautomatica. Con la fattispecie di quello che ti spiega tutto l’ambaradan del colpo in canna. Chi trancia l’argomento dicendo che è ciò che succede quando metti a sparare una persona che non sa sparare, seguito dal sarcastico/cinico/ che si chiede perché a Baldwin sia ancora consentito di recitare.
Eh, ma quante persone che conoscono le armi che abbiamo sui social! E con una certa dovizia, devo dire! Non sono un po’ giovani per essere tutti ex militari della Guerra nel Golfo? O sono carabinieri e poliziotti che commentano? Aaaaahhh, ecco perché i carabinieri e i poliziotti, quando li vedi al posto di blocco stanno sempre al cellulare: sono impegnati a mettere commenti sulle armi da fuoco! E io che pensavo che stesso sulle datig app, che scema!

Perché se sono uomini “normali”, intendo studenti, insegnanti, liberi professionisti, commercianti, ecc. , per essere così precisi, queste armi le conoscono, le possiedono, le usano. Non si tratta di armi da caccia, ma di armi da fuoco da offesa, pistole con caricatore o a tamburo. Quanti ne abbiamo di uomini non appartenenti alle Forze dell’Ordine che commentano sulle armi da fuoco? Eh, mi sa parecchi, in proporzione. E questi qui, immagino abbiano un porto d’armi? Sì? Eh, bisogna dedurre che in Italia ci sono un sacco di uomini col porto d’armi, allora! Non sarà che si acquisisce un po’ troppo facilmente? E se non ce l’hanno, com’è che sanno tutte queste cose sulle pistole?

Un conto è che queste discussioni avvengano in America, e in luoghi virtuali specifici, come IMFDB, ma in Italia hanno un che -come dire- di inquietante. In America, si sa, la pistola la regalano quando inizi a perdere i denti da latte, ma in Italia avere una pistola dovrebbe essere difficile per una persona “normale”. Con tutta evidenza di conoscitori di pistole ce ne sono parecchi (considerando anche quelli più furbetti, “astenuti” dal commentare). E sinceramente il sentirmi attorniata da questi maestri d’armi, non è che mi faccia sentire troppo sicura.

Spero sia chiaro dove voglio arrivare.