Ho visto una donna…

Ho visto una donna vivere dentro la patente di un uomo. Un biglietto da visita, non sgualcito, ma non perfettamente conservato. Qualche piegolina, leggeri annerimenti dovuti al contatto con i polpastrelli. Un biglietto vecchio stile, di quelli che andavano di moda anni fa, di carta bianca del tipo “millerighe”, che oggi fa tanto demodé, tanto kitsch. Nome, cognome, cellulare e mail di una importante ditta nazionale, chiusi tra la patente e la carta di credito come tra due mani giunte in preghiera e corpo curvo sull’inginocchiatoio. Lei era lì, viveva lì, lei e il suo filo, tra le due cose più importanti per quell’uomo. Il biglietto un po’ sciupato, lo stile fuori moda, inaccettabile per i dipendenti di quel tipo di azienda, suggerivano una conoscenza datata e pochi contatti successivi. Avrà avuto le sue ragioni per tagliare il suo filo.

Ho visto una donna sul cui volto sembrano aleggiare i dolori del mondo. Una donna non bella, non elegante, non simpatica, non amabile. Una donna triste e dolente come la sua vita, seppure ella stessa forse non lo accetti. Una donna che rifiuta la sua condizione, ma non abbastanza intelligente, colta e forte da poterla cambiare. Una donna senza sorriso, dal viso scuro di amarezza impotente, sempre eguale in una espressione di angoscia ingoiata per anni, occhi duri, labbra rivolte verso il basso, sopracciglia aggrottate, arroganti di frustrazione. Una donna qualunque, una donna per cui vale il detto di Voltaire: “Nulla vale una vita e una vita non vale nulla”. Una donna la cui vita vale solo per i figli che ha messo al mondo, a cui ha contagiato ignoranza e arroganza, trista incapacità.

Ho visto una donna che mi somigliava. Ho visto come potevo apparire agli occhi degli altri, quando ero “quella grassa”. Una donna giovane, da tutti considerata bella. Una donna famosa, una vip, dal volto trasformato, ingrossato, tondo come la luna. Ancora bella, carina, ma fuori da sé stessa, in un corpo che non sentiva più suo. Pochi secondi sono bastati a percepire ciò che molte donne sentono per anni: vivere dentro un involucro “sbagliato”, che proprio non vuoi, che odi e disprezzi. Lei non era nessuno per me prima, né lo è ora: è stato solo un istante di specchio, di agnizione, in cui ho solo visto una me com’ero, con gli occhi degli altri, dei “normali”. Un istante che -per tutti gli altri- è durato vent’anni.

Lazzaro felice, un pensierino

In questo film c’è un giovane che si chiama Lazzaro, che non si sa perché (lo sanno solo Dio, la regista e la sceneggiatrice) vede solo la parte buona della vita.
Non è che Lazzaro si sia messo in testa di cambiare il mondo, vuole solo aiutare quando può. Alla fine muore, ma resuscita, sennò non si chiamava Lazzaro. Poi va in banca, dove lo ammazzano per davvero (le banche mica t’ammazzano per finta, come i burroni). E succede che insomma, ‘sto spirito buono di Lazzaro piglia e va in giro per le strade e in mezzo alle auto, sotto le sembianze di un lupo bianco, che nessuno vede. Perché la bontà nessuno la vede, e se la vede la confonde con stupidità.
E che pensi dopo? Che forse non è tanto la Bellezza che deve salvare il mondo, ma la bontà, pure che nessuno se ne accorge.

“Le Pianerottole. Storie di piante all’uscio”, Biblion Edizioni 2018 (videorecensione)

Odi et amo, quare id faciam, Rhyncospermum requiris. Nescio


Sta bene ovunque, troppo ovunque.
In vaso? Lui va.
Pergolato di dieci metri? Ve lo copre.
Tutore a forma di cane con potatura a barboncino? Non fa una piega.
Troppo sole, troppa ombra, troppo caldo, troppo freddo? Qualcosa la fa comunque, e quando il rincospermo fa “qualcosa”, spara profumo come un lanciafiamme a pieno carico, e questo è colpire basso.

Mi si taglia il cuore, perché il rincospermo è ubiquo, usato a casaccio e malamente, la sua bellezza svilita, tenuto al guinzaglio con museruola e collare.
Pianta “d’importazione”, che risponde a esigenze di mercati climatici differenti, freddi, a scapito di bellissime piante subtropicali che da noi sono sempreverdi o quasi. Ma se il mercato dice “rincospermo”, il rincospermo abiterà le case di tutta Italia, e lo farebbero altre piante come campanule e sassifraghe, se non fosse che qui non ci vogliono proprio stare.
Il rincospermo è comodo da stoccare e facile da vendere come una mela stark.
Tosato a siepina contro le cancellate delle villettine borghesucce mi fa venire l’ittero. Alcune persone dovrebbero essere interdette dalla pratica del giardinaggio.

Accanto a un orto tenuto un po’ così, libero, sul tetto una brutta casetta intonacata grossolanamente, portaccia in metallo, il Rhyncospermum riacquista la sua dignità di pianta, il suo valore ornamentale e non “funzionale” in un’ottica tutta “problemi e soluzioni”.
Compagna casuale una difficile Distictis, forse comprata per errore, confusa con una Bignonia.

E neanche il Callistemon lì accanto appare tanto brutto.

“Essenza Mediterranea” Rubbettino editore. Guida al Radicepura Garden Festival

È da poco uscito per i tipi Rubbettino il volume Essenza Mediterranea, una sorta di compendio sull’enorme evento floristico svoltosi a Catania per diversi mesi, il Radicepura Garden Festival.
Potrebbe essere considerato un catalogo della mostra, ma non è esattamente così, si tratta di un volume che ha l’intento di illustrare la complessità del Radicepura, un festival di giardinaggio dalle proporzioni impressionanti, di certo un evento unico nelle regioni Meridionali e decisamente concorrenziale con le fiere e i festival nazionali più noti e avviati.
D’altra parte la centralità economica di Catania si è molto rafforzata in questi anni, al punto da avere assorbito una grande quantità di traffico commerciale.
Questo non può che essere un vantaggio per il Meridione, specie per la zona ionica, che è molto vicina e portebbe beneficiare di riverberi finanziari.
Il volume è destinato a un pubblico molto ampio, scritto in italiano e in inglese, di pregevole fattura. Più di 200 pagine illustrano i progetti dei grandi designer internazionali che hanno realizzato le installazioni, riportando i nomi delle piante e raccontandone lo spirito progettuale.
Come in ogni festival di giardinaggio, alcune sono più riuscite, altre meno, alcune risultano più gradevoli per quella o quell’altra ragione, altre ci appariranno meno interessanti, o troppo sofisticate. Alcune sono di grande impatto e di notevole interesse giardinicolo e ecologico. Se volete averne un’idea più compiuta, vi consiglio di leggere l’articolo scritto da Marcella Scrimali su Verde Insieme Web che ne parla in dettaglio.
Ci sono certamente incoerenze e contraddizioni, imperfezioni, ingenuità, ma questo è perfettamente usuale. Accade al Chelsea, perché non dovrebbe accadere a Catania?

Ciò che a me, in questo momento, preme evidenziare sono più delle domande che delle asserzioni:
-il giardino sta riconquistando il suo status di lusso? Ho sempre affermato che il giardino è un lusso, specie dove l’acqua scarseggia. Han poco da chiacchierare i giardinieri di peonie e delfinie, che iddio provvede a irrigare con la pioggia. Qui ci deve industriare per l’acqua, oppure avere i soldi che escono dalle orecchie. Che il giardino sia sempre stato considerato uno status symbol (un po’ meno durante gli Anni Ottanta, in Italia) non dovrei spuntar io a rivelarlo: basterebbe la buonanima di Fouquet, che in meno di venti giorni dalla inaugurazione della sua villa a Vaux-le-Vicomte fu imprigionato da un Re Sole rabbuiato dallo sfarzo dimostrato dal suo ministro delle Finanze, il cui giardino doveva essere superato in grandiosità e bellezza. Nacque così Versailles.

-il giardino può essere veramente sostenibile?
È ossimorica la definizione di un giardino a zero manutenzione o autosufficiente: se lo è non è un giardino. Ciò non toglie che possa essere bello e gradevole, funzionale, arricchire la biodiversità. Anche se non è un giardino ma “qualunque cosa sia” ( e qui ci sarebbe necessità di una profonda riflessione, a partire dal Terzo Paesaggio e andando ancora più a fondo, anche con la terminologia del giardino, che va rielaborata, ripensata, arricchita).

-si dirà un giorno “piante catanesi”?
Come oggi il venditore di piante si lustra tutto dicendo “sono piante olandesi!”, mostrando piccole Fittonia o Phalaenopsis color rosa Poochie, come se la provenienza olandese fosse una garanzia di qualcosa (in effetti lo è: è garanzia di predazione dell’ecosistema terrestre e sfruttamento umano), ma vogliamo dire, di qualcosa che abbia a che fare con la qualità della pianta (potrebbe essere una garanzia del fatto che non ha neanche un afide, di quanto è imbottita di agenti chimici), della sua bellezza, e -oddio- voglio ridere, della sua “rarità”, la domanda che mi pongo è: si arriverà in un futuro non troppo fantascientificamente lontano a vantare la provenienza catanese, siciliana, di una pianta con lo stesso orgoglio con cui si vanta quella olandese?
Maggiore controllo nella produzione, necessario ormai per la protezione delle piante e per la riduzione delle spese di gestione, renderebbero un acquirente qualunque, tipo me, molto più contento di portarsi a casa una piantina catanese che non una olandese.

E da ultimo una speranza, e un invito: la speranza è che la la sfera di traffico di Catania si estenda e si rafforzi, e che arrivi anche a noi. Perché come diceva il Dr. Hannibal Lecter “vedendo si desidera”, e vedere il successo e la floridezza dei vivai Faro non può che indurre i saggi e gli intraprendenti a percorrere vie analoghe o sovrappobili, ed è qui l’invito. E che poi questo meccanismo economico diventi un viale alberato, un giardino botanico o piccole fiere sparse per il Sud, sarebbe una conseguenza finanziaria logica, ove non ci fossero ostacoli imposti dallo Stato centrale, come in effetti ci sono, allo sviluppo dal Mezzogiorno.

Intanto si prepara una seconda edizione nel 2019, dalla quale ci si aspetta ancora di più in termini di qualità strettamente estetica delle installazioni.

Essenza Mediterranea su Rubbettino Store