“Parolario”, oggi a Bergamo libri che parlano di giardini

Proseguono gli incontri organizzati da Parolario nell’ambito de I Maestri del Paesaggio a Bergamo.

Obiettivo di GreenBook è quello di porre l’accento sui temi del verde, del giardino, della sostenibilità, del paesaggio dando voce ai libri e ai suoi autori. Quindi, focus sulle novità dell’editoria italiana di settore e incontri con gli scrittori in collaborazione con la Libreria della Natura di Milano.

L’ingresso è libero. Greenbook si tiene a Bergamo – Porta Sant’Agostino nelle date 22/23/24 settembre

Programma:
22 settembre ore 11.30
Giordano Giannini, Cinema e Giardini (Angelo Pontecorboli Editore, 2017)
22 settembre ore 17.30
Dario Fusaro e Camilla Zanarotti presenteranno il loro libro Pietro Porcinai e il paesaggio (edizioni Libreria della Natura 2017)
22 settembre ore 18.30
Laura Pirovano e Silvia Ghirelli presenteranno Disegnare il giardino con le piante (Biblion edizioni – collana Dendron 2017)

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OGGI
23 settembre ore 11.30
Guido Giubbini e Alfredo Tomasetta presentano il libro Il giardino degli equivoci. Per una controstoria del giardino da Babilonia alla Land Art. (Derive&Approdi, 2017)

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24 settembre ore 11.30
Maurizio Dematteis presenta il libro Via dalla città. La rivincita della montagna. (Derive & Approdi, 2017)

Per informazioni
Associazione Culturale Parolario
Tel +39.031301037 – +39.3357059871 – +39.3357835403
http://www.parolario.it

La Mandevilla, detta anche “dipladenia”, è una pianta carogna? (su Houzz)


Si guadagna la fama di pianta carogna perché è molto sensibile alla mancanza di cure colturali. Se pensate che starà sempre bene, fiorita e in buona salute in vasi piccoli, con terraccia da sacchetto, senza concime e con poca acqua, potrete darle il bacio dell’addio: la Mandevilla occuperà spazio e vi punirà smettendo di crescere e fiorire.
Bisogna averne cura perché sia compatta, verde e la fioritura si allunghi fino all’autunno.
E svuotare sempre il sottovaso. Sempre. Il sottovaso è più letale di Hannibal Lecter.

Tulbaghia violacea m’hai annoiata a morte


Lo so, dire male della Tulbaghia è come sparare sulla Croce Rossa. Poverella, anche in estati torride con un po’ d’acqua qualche fiorellino te lo fa. Non muore, e questo è già tanto. Se proprio non vede una goccia che sia una da maggio a settembre, bene o male con le piogge autunnali si riprende. I fiori sono stellati, il colore è pure bello, che potremmo chiedere di più?
Intanto mannaggia quanto puzzi, signora mia. Non ti si può toccare che sembra di aver messo la testa dentro una bagnacauda.
E poi sei sempre uguale, te possino.
È pur vero che stai lì da vent’anni, ma ho paura di metterti in terra ché qua diventa un campo di aglio.
Una volta per riprenderti a momenti dovevo chiamare un trattore: le piante che ci stanno a Siderno sono tutte figlie tue: e che sei, una coniglia?
Datti pace, trovati un hobby che ti distragga! Fai vela, prendi la patente, vestiti, esci un po’. C’hai ‘ste cose morte addosso, ‘ste infiorescenze, ma così screnche che manco Oudolf le vorrebbe.
Ragazza, qui bisogna che te do ‘na mossa, eh.

La “Zoppa”

A Siderno vive una signorina che viene chiamata “la Zoppa”. È una donna piccola, magra, un po’ stortignaccola e con disturbi di afasia, tanto che a volte, oltre a “Zoppa” viene chiamata anche “la Muta”.
Da noi il soprannome viene detto ‘ngiuria, ma non in senso dispregiativo. Molte persone se lo fanno scrivere sotto al manifesto funebre, altrimenti nessuno capirebbe chi è il morto.
Ovviamente “Zoppa” e “Muta” sono un po’ diversi dalle ‘ngiurie comuni, perché evidenziano una diversità, una malformazione, una incapacità.
Al lettore le proprie conclusioni.

La Zoppa viveva in casa col fratello, che ha accudito fino alla di lui dipartita. Si dice che questi la trattasse male, che la insultasse; ma la Zoppa, non avendo né lavoro né indipendenza, era costretta a stare in casa e a sopportare le sue sfuriate. Non so quante ne abbia passate la Zoppa, e se ne passi ancora. La vedo sempre con i sacchetti della spesa, pioggia o solleone. Una donnina composta, con un viso floscio alla Braccobaldo, una bocca mai sorridente e mai triste, i capelli corti, come un maschio. La mia curiosità umana per la Zoppa -confesso- è enorme.
Non so se ci sia nata, zoppa, o ci sia diventata. Una cosa deve esserle stata subito chiara: nella sua famiglia era lei l’orso bianco della fiera.
Non avendo da portare in seno alla famiglia altro che (presumo) una pensione di invalidità, la sua vita si deve essere ben presto tradotta nello svolgimento di compiti di accudimento familiare. Le spese sicuramente limitate a quelle alimentari, non essendo la Zoppa in grado di compilare una distinta in banca o di dettare un telegramma.
Non essendo bella non è stato possibile maritarla. È venuto meno quindi il ruolo primario della femmina, quello di bestia da riproduzione. Un matrimonio è anche garanzia di una collocazione sociale positiva.

Quindi alla Zoppa non è rimasto che fare avanti-indietro con i sacchetti della spesa, e su e giù per le scale quando qualcuno aveva bisogno di qualcosa.
Spesso i destini di donne né zoppe né mute sono questi, arruolamento coatto nell’esercito di famiglia, in cui non si è altro che un soldatino agli ordini di chi comanda.
Non penso che La Zoppa se ne sia resa conto, o se lo ha fatto ha creduto che il suo destino fosse giusto, inevitabile. C’è chi se ne rende conto, e riesce a scappare in tempo. C’è chi se ne rende conto dopo decenni, convinta che no, non potrà mai accaderle ciò che ha visto succedere a quella poverella. E nel frattempo che la convinzione di non essere l’orso bianco della fiera aumenta, di pari passo amenta la sottomissione. Quando si realizza di essere sempre stati l’orso bianco della fiera, ormai le ginocchia sono consumate, sono arrivate la flebite, la menopausa e la calvizie. Ma il più delle volte -il più delle volte- si continua a farlo, continui a essere l’orso bianco della fiera perché non hai altra scelta, esattamente come la Zoppa.