“Giardini Indecisi”, film documentario di di Emilio Tremolada, sabato 8 ottobre alla Cineteca di Milano

Per la rassegna cinematografica Forum Ambiente a Milano, dopo la proiezione di mercolì scorso del Tempo del Casoncello, di cui ho parlato in questo articolo, sabato 8 ottobre 2022, a partire dalle 16:30, dopo il film Alberi, il film documentario Giardini Indecisi di Emilio Tremolada (per chi ricorda il forum di CdG, stiamo parlando di Trem).

Ho visto maturare entrambi i progetti, Trem è stato così gentile da farmi avere le anteprime, da discutere con me su alcuni punti. Ci siamo scambiati idee e opinioni, perciò io so già che Giardini Indecisi è un film bello, ma complesso, a cui si arriva prima con l’intuizione che con l’analisi.

Sono curiosa di sapere cosa ne pensate, se avrete la possibilità di vederlo in zona Milano, questo sabato, il mio consiglio è di non lasciarvi scappare quest’opportunità.

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Attraverso le più svariate esperienze e vissuto nella natura, Giardini Indecisi coglie l’intimo dilemma del giardino contemporaneo e di chi lo pratica.

Spingendosi nelle frange delle funzioni in cui il giardino è oggi sfilacciato, Giardini Indecisi si interroga su quale sia il totale da ricomporre.

Senza giudizi né sentimentalismi, Giardini Indecisi raccoglie il silenzioso muoversi della vegetazione attorno alle aree urbane, la paziente operosità dell’umana che alleva api regine, la pluridecennale raccolta di varietà di frutta dimenticata, la creatività mistica di uno scultore di ossa e sassi, la dedizione della gente comune nella coltivazione collettiva di ortaggi e verdure, quella della singola persona nel curare il giardino in modo da non ledere la terra.

Compaiono nel film i pensieri in corsa di Lara Amalfitano per il suo giardino di campagna, gli ailanti e le robinie e i pioppi che crescono nell’area della ex fabbrica Innocenti, la sorellanza con le api di Benedetta Berardi che seleziona api regine e ne assiste le famigliole, il giardino alimentare tra la terra e la luna di Carla Leni, i suggerimenti notturni di un barbagianni e di un gatto bianco che richiamano Francesca Bettini alla cura di un vecchio giardino, la sapienza e le varietà di antica frutta di Isabella Dalla Ragione, le sculture di sassi, utensili in ferro e ossa nell’orto giardino di Lorenz Kuntner, gli ortisti degli orti condivisi del Giardino San Faustino a Milano.

Nell’inarrestabile scivolare verso la postmodernità, Giardini Indecisi decide di andare controcorrente e ricostruire un intero, un insieme di attività, ludiche, sociali, umane, di pratiche destinate all’alimentazione, alla cura dell’ambiente e della fauna, o semplicemente mosse dalla vocazione all’ornamento.

Guidato da un senso poetico, con il genuino intento di esplorare un’arte da sempre scucita tra scienza, hobbistica, piacere e intuizione, Giardini Indecisi insegue la domanda e la risposta che da sempre agitano le menti dei giardinieri: cosa fa di un giardino un giardino?

Come la natura che ama nascondersi, nella colonna sonora composta da Andrea Inchierchia, gli strumenti musicali si mimetizzano, abbandonano la loro timbrica usuale, suonano spesso in modo indeterminato per essere una nuova voce. Il paesaggio sonoro, suoni di traffico, vento, api, uccelli, trattori, è elemento della partitura che compone la musica di Giardini Indecisi.

Con “Wizdoms” Nagabe apre a riflessioni profonde sulla sessualità e l’individualità. Con “Monotone Blue” si sdraia ai cliché del boy’s love.

Recensioni con SPOILER

Con questi due albi si può dire di avere in mano il meglio e il peggio di Nagabe. Tanto ricco e denso di riflessioni è Wizdoms, quanto scontato e banale Monotone Blue, che deve il suo successo alla bellezza grafica e allo stile insolito nel mondo del fumetto giapponese, ma anche alla più ampia commerciabilità dovuta alla scelta di riproporre le dinamiche del boy’s love in chiave favolistica con personaggi ibridi tra umani e animali. Non è davvero un caso che quest’ultimo sia stato molto apprezzato nell’ambiente yaoi* e romance, quanto è stato ignorato Wizdoms.

Con chiarezza Monotone Blue è dedicato al target yaoi, mentre Wizdoms a lettori e lettrici non specifici.

Nagabe è uno dei pochi autori che la J-Pop rispetta e valorizza. La J-Pop, come anche Star Comics, è capace di ottimi risultati tipografici quanto di brutture da girone dantesco. Alcuni albi, come Escape journey (J-POP) o Mars (Star Comics), sono così disastrosi nella cura tipografica e nel lettering, da far passare la voglia di acquistarne i seguiti (a me infatti è passata).

L’edizione è senza dubbio molto buona (anche se non migliore di Love from the other side) e dalla veste si comprende quanto la casa editrice ci abbia puntato in termini di vendite, contando su una trama mainstream.

Monotone Blue ha tutti e sette i sacramenti del boy’s love tradizionale, dalla polarizzazione dei protagonisti nella diversa fisionomia (peloso <->glabro) e temperamento caratteriale (solare e aperto <-> ombroso e spaventato), alla ambientazione scolastica con tutti suoi corollari (il cantuccio sotto le scale, l’armadietto delle scarpe, i compagni bulli, gli incontri dopo le lezioni).

C’è poi la romanticizzazione dell’abuso sessuale e della violenza -di cui francamente avrei fin sopra i capelli- come premessa necessaria al sentimento più autentico.

Con Monotone Blue insomma Nagabe entra nel vasto circuito mainstream dopo aver abitato una zona poco frequentata dal manga, del disegno raffinato e carico di suggestioni, del fantastico con declinazioni filosofiche e umane, e della riflessione sull’individualità dei sentimenti.

Non manca la pagina interna alla Sasaki e Miyano.

Come sempre belli i dettagli che conosciamo, le scarpe, il drappeggio, le carte, i piccoli oggetti, la resa dei manti degli animali. Un po’ trascurato il tratteggio in favore di una retinatura molto semplice, non riuscitissima l’ibridazione umano-animale, che è uno dei punti di forza di Nagabe, forse perché vessata dalla necessità di associare all’umano la qualità di studente e all’animale quella di “peloso standard”, quasi “pet”.

Sicuramente Monotone Blue è molto carino, ma nulla di più. Dalla postfazione leggiamo che avrebbe dovuto far parte di una raccolta di storie brevi e personalmente trovo che sarebbe stata collocazione più indicata. Dalla mano di Nagabe era lecito attendersi una spinta maggiore, un più aperto coraggio.

Redazione, forse avresti dovuto opporre maggiore resistenza…

Diversissimo il discorso per Wizdoms che associa almeno tre componenti: quella fantasy-favolistica, quasi disneyana, quella della scuola di magia con evidenti richiami a Harry Potter, e la scoperta dell’amore e della sessualità in ambito totalmente gay. A differenza di Love from the other side, dove l’amore lesbico era presente, sia pur sporadicamente e probabilmente viziato da una prospettiva non corretta, in Wizdoms le donne sono solo supporter o fan, non raggiungono neanche la dimensione di “ally”.

Le riflessioni che Wizdoms solleva sono numerose e di una certa complessità, immerse in una dimensione favolistica e un spirito tanto giovanile per la trama e lo scenario, quanto maturo per i disegni. Tanto sono sedimentate che possono persino non essere raccolte. Questo è infatti quel tipico libro che si può leggere a quindici anni e avere un certo tipo di percezione, a trenta un’altra, e a sessanta un’altra ancora (un po’ come per One room angel di Harada).

In questa scuola di magia e di scienze perdute, Wizdoms, i giovani studenti scoprono la sessualità e il romanticismo, in modo delicatissimo e poetico. Il senso del “prendersi cura” come gesto che dà e prende amore è commovente. Quell’emozione ricca di desiderio, imbarazzata e confusa, non troppo sicura di quel che avverà dopo, ma curiosa, affamata e perseverante. Questa sensazione è descritta molto bene. È proprio dalla nascita di questo sentimento l’inizio di uno dei più bei viaggi che ogni persona compie nella sua vita (e che se tutto va bene, finisce con l’ultimo battito del cuore): la scoperta della sua sessualità e delle sue unicità, sfaccettature e particolarità.

Il romanticismo di Nagabe è il far iniziare il viaggio a coppie che già si conoscono e che hanno instaurato un rapporto di amicizia, il che ci culla nell’idea che sarà un viaggio condiviso e lungo. Bella la scelta dei nomi, che danno un tocco europeo, non solo britannico, senza essere né aulici né banali ma molto fiabeschi (con i nomi europei o americani, i mangaka giapponesi hanno in genere grossissime difficoltà, Nagabe sembra veleggiare perfettamente questo mare).

L’atmosfera Hogwartsiana è un richiamo dichiaratamente aperto.

Come per Love from the other side c’è una gran cura dei dettagli e degli interni. A volte vediamo gli spazi solo per le figure che vi sono collocate, senza alcun riferimento. Lo stile si avvicina senza timore reverenziale a quello di Disney, Shepard, Potter.

Le storie d’amore non sono mai consumate, viene raccontata quella fase in cui al romanticismo si affianca il desiderio sessuale, e in qualche modo, il possesso dell’amato. Gli amori nascono prevalementemente tra studenti, ma anche con e tra professori. C’è insomma una variabilità dell’età dei protagonisti. La disomogeneità di età è un tratto tipico del manga sentimentale ma è proprio questa a dar maggiore filo da torcere in occidente, dove una grande distanza di età non è recepita positivamente . È un po’ come se Nagabe volesse prendere tutte le correnti del manga sentimentale ed erotico e trasformarle con la sua insuperabile capacità illustrativa. O come se volesse farsene beffe. O -ancora- come se volesse aggirare alcune pruriginosità usando lo stratagemma della forma animale (che semanticamnete rimane sempre quella di un ragazzo anche se narrativamente non lo è) e beffare stavolta il lettore. O tutte e tre queste cose insieme.

E niente, Nagabe, ti stimo.

Il riferimento a Enest Howard Shepard, illustratore di
Winnie the Pooh, è chiarissimo

Per quanto mi riguarda vengono poste in essere domande quali: “Se pur esiste il consenso, esiste la consapevolezza?”. “Quanto di commerciale c’è in tutto ciò?”. “Eppure mi piace, lo trovo adorabile”.

Dei due pipistrelli ci si preoccupa però di sottolineare che non sono fratelli. Proprio in quel genere di racconto in cui l’essere fratelli è una scelta del cuore e non un dato biologico. Pare quel tipo di frase utile a scongiurare ritorsioni e censure.

Anche nell’episodio più problematco, in cui il giovane studente Emil è innamorato del professor Fermat, che alla fine si scopre ricambiarne i sentimenti (molto accorata la ricerca di Fermat sulla natura del suo stato, che cerca di organizzare in una rigorosa formula matematica, il cui risultato è L O V E), ognuno di noi trova un ricordo di sé da giovane, quando ci si prendevano cotte-paura per gli/le insegnanti.

Alla fine ciò che conta è uno spirito fresco e appassionato, non un infingimento (come un po’ avviene in Monotone Blue) e in verità, analizzato con cura il messaggio, se c’è qualcosa che ci turba è la normalissima preoccupazione che le deboli strutture che tutelano i giovani non siano efficienti, ma questo è un demerito sociale che non riguarda il libro.

“Marley e Collette” è in assoluto l’episodio più tenero e toccante, ecco perché all’uscita di Monotone Blue, che riprende il personaggio della lucertola, mi attendevo qualcosa di strappacuore (e invece gneeeente).

Anche gli amori adulti hanno la loro parte. L’unicorno ricorda solo a me il dolce Haruki di Given?

“Wizdoms”, cioè il regno della magia e della saggezza. “Wiz” come wizard, “Wisdom” come saggezza. Sembra che Nagabe ci stia chiedendo di affrontare la siua opera con la magia della mente saggia.

  • yaoi: genere di manga, solitamente autopubblicato, che contiene storie di relazioni sentimentali e sessuali tra maschi. In Italia si usa molto distinguere lo shonen ai, cioè storie prevalentemente romantiche, dallo yaoi, storie con relazioni sessuali esplicite, ma in realtà sarebbe meglio chiamare entrambi i generi “boy’s love”.
  • val la pena ricordare che i boy’s love sono disegnati da donne per un pubblico femminile, anche se sono molto apprezzati anche dai maschi. I fumetti gay si chiamano bara (“rosa”, il fiore, non il colore).

“Love from the other side” di Nagabe, J-Pop Edizioni, amori “altri” dal sapore midcult.

Non dovrebbe sorprendere che un autore come Nagabe piaccia tanto in Occidente. Il suo stile Art Nouveau coinvolge e affascina per dettaglio e creatività. Le creature insolite che disegna sono inquietanti e romantiche, dalle forme spaventose e dallo sguardo dolce.

Un filone che l’Europa conosce molto bene e che usa spesso nella favolistica, nella narrativa e anche nella cinematografia: racchiudere uno spirito nobile in una forma ripugnante. Dalla Bella e la Bestia, alla Casa dei melograni di Oscar Wilde, fino a The elephant Man, l’Europa ama storie in cui un corpo mostruoso ospita un cuore gentile e fragile.

Ci piace forse sentirci incompresi, indulgere nell’idea di essere meglio dell’immagine che lo specchio ci restituisce? Può darsi, ma è anche vero che dopo la Restaurazione e la Rivoluzione Industriale, la società diventa castigatrice nei confronti di forme e comportamenti non in linea con la struttura sociale e che gli artisti risentono subito e intensamente delle prigionie mentali.

L’idea di mostruoso, di brutto, si collega a quella di malvagio, cattivo, negativo. È un pensiero che in occidente ci deriva dall’imbarbarimento culturale del Medioevo, periodo nel quale risiedono molte delle suggestioni favolistiche riprese dal tradizione folklorica scritta e dal fantasy contemporaneo. Già nel suo precedente e fortunato Girl from the other side, Nagabe ha usato in abbondanza scenari medievali occidentali, e si può dire di questo autore che sia molto proiettato verso lo stile occidentale, tanto da conservare qualche flebile traccia stilistica del manga solo nei volti, principalmente femminili. Per il resto Nagabe pare avere abiurato l’Oriente in favore del Liberty occidentale, di cui fa letteralmente incetta e di cui è certamente gran fruitore.

Il riferimento più immediato è l’Arthur Rackham dei Racconti di Mamma Oca , sia per il bianco e nero che traccia silhouette che per la distribuzione dei personaggi nella pagina, aperta e ariosa, in cui sfondi e linee essenziali, come quella del pavimento o del soffitto, vengono rese unicamente dalla posizione dei soggetti e dall’utilizzo accorto e prudente di elementi come oggetti e animali.

L’altra fonte più immediatamente riconoscibile è il complesso di illustrazioni eseguite con l’arte incisoria tra la Secessione Viennese e il déco. Si rintracciano subito le influenze di Károly Kós, Carl Krenek e Ivan Bilibin.

Tuttavia il segno di Nagabe non si ferma al periodo d’oro dell’illustrazione, ma si proietta in avanti, raccogliendo anche le suggestioni posteriori che sono un diretto frutto del Liberty europeo, cioè l’enorme filone di Norman Rockwell e dell’illustrazione olandese per ragazzi degli anni Trenta.

Da Rockwell l’esilità delle figure, ben spaziate e dalle pose ben concepite. Il drappeggio degli abiti, le scarpe molto lunghe, le calze a costine (e molto altro).

Altra traccia immediatamente visibile è quella di Winsor McCay, l’autore di Little Nemo. L’episodio con il leone e il bambino ne porta una vistosa memoria.

Questo in particolare mi è sembrato l’episodio meno riuscito, un po’ pedante e midcult, sul filone “piccolo principe boy’s love”.

Nagabe riesce a essere molto dettagliato anche con tratti non iperrealistici, e questo è uno dei suoi massimi punti di forza.

Qui il riferimento è alla contemporanea illustrazione di favolistica per bambini, tipica dell’areale britannico (Jill Barklem, per capirsi).

Tra il bosco buio abitato da creature oscure e spaventose e il toast tagliato in quadrotti perfetti, c’è un’enorme distanza immaginativa. La capacità di Nagabe di spostarsi tra il domestico e il surreale è tremendamente affascinante e in grado di catturare l’attenzione con immediatezza.

Tuttavia l’insieme dei racconti risulta manierato, didascalico e poco audace. Un po’ incerto sul pubblico di riferimento, che non deve essere troppo maturo per non rimanere deluso da contenuti non certo originali, e non troppo giovane da rimanere turbato da amori queer. Un buon libro, insomma, per i giovani tra i 14 e i 20. Eppure la capacità grafica di Nagabe potrebbe spingersi davvero in là, fino a toccare surrealtà e zone oscure di grande potenza evocativa. Dispiace quindi che il mangaka si sia vistosamente piegato alle regole editoriali del fumetto, rimanendo ancorato a un target giovanile e dipingendo sentimenti e sessualità in modo totalmente conforme all’impronta editoriale corrente. Non c’è infatti nessun guizzo di originalità nelle storie narrate da Nagabe, se non la disomogeneità delle creature che le abitano. Questo può bastare all’occhio, ma non alla mente. La mente cerca qualcosa di più.

Il miglior lavoro di Nagabe pare rimanere uno dei suoi primi manga, Girl from the other side, seguito da Wizdoms. Questo è apprezzabile, mentre il successivo Monotone Blue è davvero banale e non si riesce a capire come sia stato celebrato da così tante critiche positive. Nel tempo Nagabe si è omologato, come succede -credo- a ogni mangaka che aspiri al successo.

Peccato.

“Odyssey” di Buronson e Ikegami, da fantapolitica a realtà, dopo 27 anni

RECENSIONE CON SPOILER

Odyssey è stato scritto nel 1995, ventisette anni fa. In Italia è stato pubblicato nel ’96 da Flashbook, che della coppia Buronson-Ikegami aveva già in catalogo Kyoko – The love bullet. Buronson si firma Shō Fumimura, come in Sanctuary, di cinque anni precedente, e di cui Odyssey è sostanzialmente un sequel.

È curioso che abbia finito di leggerlo pochi giorni prima dell’omicidio di Shinzō Abe, l’8 luglio a Nara, perché dalla notevole distanza che separa l’Italia dal Giappone, pare quasi che Buronson sia in grado di prevedere il futuro. Odyssey ha quella rara qualità che pochi romanzi e opere letterarie possiedono: aver recepito così intimamente un conflitto sociale, portandolo agli estremi grazie alla traslazione narrativa, e averci “insertato”, cioè aver ritratto un evento che se non è identico, ci va molto vicino. Odyssey si conclude proprio così, con l’omicidio di un vecchio politico, ritirato ma ancora figura di spicco, influente, le cui manovre sarebbero state determinanti per il futuro delle Forze di Autodifesa.

A sparargli, con una pistola vera, è Ishizu, un uomo politico affermato e potente, una sorta di Chiaki Asami di buona famiglia, vissuto negli agi, “nato arrivato”, e non più partito dalla strada e in corsa come in Sanctuary. A testimonianza del fatto che in Giappone le questioni relative allla defenestrazione dei politici non si determino attraverso le pallottole, la pistola di Ishizu viene circondata da un’aura di pericolosità e inquietudine, tanto da essere definita “un jolly”.

Odyssey è un progetto politico che ha l’intento di rivedere l’ormai famigerato Articolo 9 della Costituzione, che impedisce al Giappone di avere un esercito, ma che ha una Forza di Autodifesa (la Jieitai, nota come JSDF) che la rende la quinta potenza militare mondiale. Questa contraddizione, frutto della sottomissione agli Stati Uniti a seguito della sconfitta nella la Seconda Guerra Mondiale, è ciò che anima l’azione politica di Chiaki Asami e Akira Hojo in Sanctuary, e che in Odyssey si materializza militarmente.

Sebbene con una trama confusa -alle quali Buronson chi ha ormai abituati- Odyssey delinea abbastanza bene un panorama politico interno che, alla luce degli eventi dell’8 luglio, appare come qualcosa di totalmente opposto alla “fantapolitica”- termine con cui la casa editrice Flashbook lancia il manga (una scelta dettata da comprensibile prudenza nel 1996). Si tratta invece di un sentimento largamente condiviso dalla società giapponese sulla necessità di emancipazione dagli Stati Uniti e sulla ricerca di alleanze con i paesi vicini, segnatamente Cina e Russia (i rapporti con la Russia sono meglio analizzati in Strain, anche questo edito da Star), e la ricerca di un ruolo meno ipocrita con l’ASEAN (di cui né Cina né Giappone fanno parte).

Odyssey si configura come un sequel di Sanctuary

La proposta della modifica all’Articolo nove della Costituzione non era una novità nel 1990, all’uscita di Sanctuary, né cinque anni dopo, quando è stato pubblicato Odyssey. In Giappone se ne parla praticamente dalla fine della guerra, da quando gli Stati Uniti imposero la non belligeranza al paese inginocchiato da due bombe atomiche. Ma l’abilità di Buronson di trasformare il fatto politico in fatto umano e aprire scenari possibili, è stata davvero ammirevole. L’Articolo nove è stato avversato dalle fazioni più militariste della politica giapponese, e in questo credo che Buronson abbia avuto il coraggio di dichiarare la sua posizione, condivisibile o meno.

Ciò che era solo accennato in Sanctuary, viene realmente eviscerato in Odyssey. Da che parte vuole stare il Giappone alle soglie di un nuovo millennio in cui Hong Kong sarà restituita alla Cina?

Gli eventi si susseguono in modo come sempre incalzante, con colpi di scena in sequenza, che confondono anziché approfondire, e rendono tutto un po’ superficiale e poco credibile. Tuttavia il “fondo di verità” che si cela dietro ogni opera di fantasia, si è vigorosamente materializzato agli occhi di tutti, l’8 luglio a Nara. L’assassinio di un vecchio politico che aveva avuto un ruolo di spicco nella proposta di revisione dell’Articolo nove, un articolo la cui modifica cambierebbe gli assetti politici internazionali e destabilizzerebbe il potere degli Stati Uniti sul fronte Pacifico.

A ribadire l’interesse diretto degli Stati Uniti, Ikegami utilizza in modo smaccato i volti di Bill e Hillary Clinton. Il presidente degli USA, Clamp, è infatti uno dei personaggi più importanti della vicenda. Sinceramente lo trovo un grande onore per Bill Clinton essere stato disegnato con quest’aura di prestigio, che almeno noi occidentali non gli abbiamo mai riconosciuto.

Clamp e le fazioni più moderate, con cui alla fine si allea anche Ishizu, ricercano un accordo quasi disperato, per non far degenerare tutto in un massacro. Il casus belli è l’omicidio di un analista americano sul suolo giapponese.

L’analista Slenger -che nel manga prende la posizione di “saggio neutro”- viene ucciso da un militare in modo da generare una reazione sia interna che estera. La risoluzione del conflitto sarà laboriosa e confusa, e anche un po’ frettolosa, come sempre accade con le sceneggiature di Buronson, che o indulgono in reiterazioni senza fine (come in Heat) , o chiudono velocemente trame complesse con un gran numero di personaggi.

In Odyssey non c’è un affastellamento di personaggi di secondo piano, il che sulla breve lunghezza di tre volumi è senza dubbio una buona scelta. Rimaniamo concentrati su Niimi, il protagonista, ex del Corpo di Autodifesa, con un volto da baci molto simile al John Cusack più carino di sempre.

Rischiose abitudini (The grifters)- 1990

Ishizu, il politico freddo e apparentemente arrogante, dalla visione ambiziosa, ma non ingiusta, capace di perdere la vita per un ideale. Ishizu è il vero protagonista di Odyssey, il suo trovarsi preso in una morsa tra il militarismo che degenera e l’intollerabile sottomissione agli Stati Uniti, un ideale destinato a un lungo viaggio con pochi approdi, proprio come Ulisse, un viaggiare ideologico per “tornare a casa”, la casa che era il “santuario” di un popolo prima che il piede straniero lo schiacciasse. Indubitabilemente Ikegami è dalla parte di Ishizu, lo disegna più che mai imperturbabile e nobile d’aspetto, carico di dignità e autorevolezza.

Anche Kakura è un personaggio molto interessante, simile a Tokai, vigoroso e incolto, più selvatico e mascolino.

Kakura ha una personalità complessa e contraddittoria, capace di massimi gesti di generosità e di bassezze orribili. Kakura è un ottimo personaggio di spalla per Niimi, che pur determinato e attivo, rimane un po’ lesso come protagonista, non ce la fa da solo a calamitare l’interesse del lettore (il massimo in questo senso è Yo Hinomura di Crying Freeman).

La narrazione si sposta tra Giappone, Africa e Stati Uniti, e Ikegami coglie l’occasione di mettere in mostra la sua abilità nel disegnare volti di ogni etnia senza renderli caricaturali, privarli di spessose emotivo o individualità. Ad oggi Ikegami sembra l’unico mangaka in grado di disegnare un nero o un americano senza cadere nei cliché. Questa superiorità schiacciante era stata evidenziata al massimo nel precedente Kyoko -The love bullet, edito sempre da Flashbook, in cui i personaggi afroamericani sono numerosissimi.

I paesaggi seguono gli spostamenti geografici, anzi li enunciano non gran forza. A parte ovvi palmizi in Africa, sono molto interessanti gli edifici del potere politico, che appaiono quanto mai solidi e immobili, come fortini militari.

Ikegami non rinuncia a qualche scena notturna e a una puntatina nei bassifondi.

Le personagge principali sono Fauro (credo che la pronuncia sia Forò, dato che è francese) e Satoko. Fauro è la ragazza di Kakura, per il quale perderà la vita, Satoko la moglie di Niimi, una donna rassicurante e allegra, aperta. La classica personaggia dimenticabilissima che si mette subito da parte e serve solo a 1)dichiarare etero Niimi e Ishizu 2)rassicurare lettori e lettrici sull’happy end.

Fauro è quella che se la passerà peggio. Ikegami e Buronson non sono mai gentili con le donne e anche se vengono disegnate con una notevole individualità nei tratti, non riescono a essere figure indipendenti. Neanche Kyoko che è la protagonista della sua stessa vicenda. Ikegami non riesce a farci percepire nulla attraverso lo sguardo delle donne, c’è solo ed esclusivamente male gaze nelle sue opere, così forte da diventare narcotico. La scena delle prostitute uccise o drogate è da film americano, con volti e acconciature tra Joan Crawford, Vivien Leigh e Nastassja Kinski. Fine e crudele, sensuale e tragica. Eppure questo è uno dei pochi manga in cui la visione di stupri e corpi spezzati di donne è ridotto al minimo, vuoi anche per il numero delle pagine. L’apice del delirium tremens di Ikegami era già stato toccato in White Haired Devil, in cui il sesso è così brutale da diventare comico.

Se si poteva chiedere di più a questo manga sarebbe stata una maggiore lunghezza. Per quanto lungo e ripetitivo sia Heat, questo è breve quasi sincopato, e lascia un po’ di amaro in bocca proprio perché se ne vorrebbe sapere un po’ di più su come i giapponesi considerano la loro politica e i loro affari esteri.

Val la pena leggere Odyssey adesso, dopo l’omicidio di Abe, per comprendere meglio quanto forte e di lunga data sia la dissonanza sociale riguardo all’Articolo nove e alle alleanze politiche imposte e costruite nel tempo. In questi tre volumetti risuonano gli echi di eventi che hanno cambiato il Giappone e in parte anche noi: il Decennio Perduto a causa dell’esplosione della bolla speculativa, la crisi economica, la restituzione di Hong Kong alla Cina, l’ascesa del potere cinese e l’importanza del petrolio russo, la società in tensione e la politica quanto mai distante dal popolo.

“Terrarium” di Yuna Hirasawa, Hikari Edizioni. Young adult tra fantascienza e Paese delle Meraviglie.

L’esordio italiano di Yuna Hirasawa non è certamente passato inosservato a chi cerca nel manga qualcosa di più vicino alla narrativa tradizionale, di più sincero rispetto a tante storie molto commerciali che stanno riempendo gli scaffali, fino a confondere lettori e lettrici.

In Terrarium ho trovato qualcosa di cui in Italia si sente davvero fame, cioè una gran cura tipografica. L’edizione è infatti molto curata, la stampa ben definita e con colori vivaci. Molto belle le prime pagine a colori, su carta lucida. A differenza della maggior parte delle edizioni italiane qui abbiamo un volumetto con ottima brossura, facile da aprire e sfogliare, che non bisogna tirare per tenere aperto, con i margini liberi. Questo garantisce che nessuna parte del disegno o del testo venga tagliata, com’è invece fin troppo frequente per il manga in Italia.

Ci sono anche i numeri di pagina, solitamente assenti. La cura tipografica che Hikari ha dedicato a questo manga mi commuove.

Non convincente invece la scelta del maschile per definire un personaggio femminile. Chico, la nostra protagonista, è infatti una ragazza, e di mestiere è “tecnologo investigatore”. La dissonanza è forte, perché oggi anche nell’uso comune si sarebbe scritto “tecnologa investigatrice”, e questa scelta appare come un passo indietro rispetto alla narrativa tradizionale e un ostracismo alla corretta designazione dei generi nel lavoro. Tanto più che in Italia “Chico” è adottato dallo spagnolo, e viene usualmente tradotto in modo colloquiale come “ragazzo”. In Italia “chico” e “chica” hanno un registro parlato un po’ datatato, e si comprende facilmente la difficoltà dell’adattamento. A maggior ragione però, sarebbe stato opportuno utilizzare il femminile per la mansione lavorativa. La fantascienza è da sempre territorio di esplorazione, contenutistica e linguistica. Un’occasione perduta, direi, che genera anche un po’ di confusione nella quarta di copertina.

Chi è Chico? Chi è Pino? Ma ci sono due o tre personaggi?
Ben fatto il lettering, che ha rispettato le onomatopee giapponesi

Yuna Hirasawa ha al suo attivo solo due manga, e in Terrarium si legge molto bene una poca scaltrezza stilistica, compensata da personaggi ben caratterizzati.

Nelle pagine a colori è più visibile l’uso di modelli digitali per elementi come fiori, che in alcuni casi sono perfettamente identificabili, come i gigli (che non sono mai bassi), i Leucojum e la Salvia farinacea.

Anche nel bianco e nero l’ausilio digitale è poco mediato e crea un po’ di durezza. Ombreggiatura e retini sono molto basici, così come il charcter design che non riesce a dare autonomia a Chico che è la classica “ragazzina da manga/anime” col fiocco in testa. Anche Pino, il robot, ha orecchie da gatto che possono risultare gradevoli a un pubblico molto giovane.

Chico è un po’ anonima

Il tratteggio un po’ assente crea vuoti in pagina e una scarsa definizione anche in scene di paesaggio che non sarebbe stato difficile rendere più complesse e accattivanti allo sguardo.

Molto piùinteressante invece l’elaborazione di scenografie -che pur non originalissime- danno un tocco di surrealtà, avvicinando la narrazione ad Alice nel Paese delle Meraviglie. L’aspetto più interessante del viaggio di Chico e Pino è proprio questo: il trovarsi in ambienti di volta in volta differenti, ormai ruderali e distopici, ma in parte funzionanti e con un proprio microclima. In tutto il manga echeggia ovviamente l’imponente Miyazaki (cui è però più vicina la seconda opera di Hirasawa, White Lilies Do Not Stain Crimson) ma forse più forti sono i riverberi di Carrol e Il gioco di Ender.

A volte si sente una certa pesantezza nel sentimentalismo di pezzatura un po’ grossa e una certa “maniera didattica” di porgere alcuni concetti sulle diversità. In definitiva un manga che faceva sperare qualcosa in più, che rimane comunque interessante e gradevole, ma destinato certamente a un pubblico abbastanza giovane, tra le medie e i primi anni del liceo, amante della fantascienza e animato da un certo senso di giustizia. A questo tipo di pubblico la lettura credo risulterà molto gradevole e appassionante. Penso che sarebbe un ottimo regalo e un buon incoraggiamento a leggere manga non incastonati in cliché narrativi abusati, ma che sollecitino la riflessione grazie all’empatia con i personaggi (il più interessante del primo numero è K, il robot portalettere, con cui si solidarizza subito).

Bella anche la copertina in “negativo”

Yuna Hirasawa su Twitter

“Heat” di Buronson e Ryoichi Ikegami. Confuso ma appassionato affresco del Giappone che cambia.

Recensione con SPOILER

Heat è uno dei manga più apprezzati della consolidata coppia Buronson-Ikegami grazie anche al fatto di essere stato pubblicato non ribaltato. Beneficiando della precedente esperienza con Sanctuary, la Star Comics pubblica Heat in lettura alla giapponese. Heat diventa cultuale negli ambienti degli amanti del manga di yakuza-pulp. Tale è l’apprezzamento per questa coppia che la Star ripubblicherà Sancuary in edizione non ribaltata a partire da questa estate. Se consideriamo che per Akira sono occorsi 32 anni e che per alcuni titoli non sembra neanche profilarsi all’orizzonte una eventuale ripubblicazione (come Jenny la tennista, in cui sono tutti mancini), la riedizione di Sanctuary è certamente notevole.

Penalizzato da un formato piccolo che non toglie nulla al disegno sempre nitido e dal segno spesso di Ikegami, risulta faticoso da tenere in mano e da sfogliare. Inoltre le rifilature (specie in alto) a volte mangiano uno o due millimetri. Questo è purtroppo un terribile e annoso difetto tipografico che accomuna negativamente tutte le più note case editrici italiane di fumetti, dalla Panini alla J-Pop (forse la più manchevole in questo senso), alla Star Comics.

Nonostante sia stato pubblicato nel 2012 e il copyright riporti come data di pubblicazione in Giappone il 2010, con ogni evidenza il manga è di almeno dieci anni anteriore. Lo si nota non solo da alcuni dettagli, ma dall’ambientazione e dai continui riferimenti all’esplosione della bolla edilizia e al decennio perduto.

Il manga è ambientato a Kabukicho, il noto quartiere luxury di Tokyo, dei giochi d’azzardo e della prostituzione. Il protagonista, Tatsumi Karasawa, è un giovane affascinante e spavaldo, che vuole “picchiare tutti i bastardi che non gli vanno a genio” e mettersi a capo dei poteri che govenano Kabukicho, sfidando anche la yakuza.

Lo sfondo del quartiere è decisamente uno dei protagonisti. I paesaggi urbani sono una delle qualità più irresistibili del manga, che qui si appoggia a degli scatti di Ito Masazo e dello stesso Ikegami. Kabukicho viene spesso ritratto di notte, quando le luci sono accese, i neon lampeggiano e le insegne creano dei grafismi pop e postmodern. Ikegami riesce a ottenere una grande profondità di campo attraverso l’uso combinato del retino e del tratteggio. Alleggerendo sia l’uno che l’altro, e soprattutto “aprendo” il tratteggio (cioè distanziando i singoli tratti di penna), le luci distanti diventano evanescenti e il paesaggio urbano morbido ma non confuso, con le tipiche sfocature delle fotografie notturne dei quartieri ricchi di insegne e neon.

La città diurna è invece imponente e “ufficiale”, ricca e militaresca. I grattacieli sono ripresi quasi sempre senza distorsioni prospettiche, il che a volte li rende statici. Minuziosa la cura dei dettagli, dai quali si può evincere la probabile collaborazione di un certo numero di assistenti.

Inevitabile il confronto con Sanctuary, Heat ha numerosissimi e inattesi problemi che lo appesantiscono e ne diminuiscono il fascino in modo sensibile. Il protagonista, Tatsumi Karasawa, non ha la ricchezza della personalità di Akira Hojo (la sua controparte in Sanctuary) né un aspetto particolare. I visi di Ikegami sono sempre molto simili a un Elvis giovane, e Karasawa ha una capigliatura disordinata che non lo rende “selvaggio” ma solo scomposto, con qualcosa di John Travolta da Febbre del sabato sera. L’apprezzamento per i volti cinematografici è una costante in Ikegami, che è probabilemente un grande fruitore del cinema occidentale e per questa ragione riesce a disegnare molto bene diversissime fisionomie. Ikegami è anche uno dei rarissimi disegnatori giapponesi in grado di rendere bene i tratti africani e i diversi colori dell’incarnato con una retinatura molto precisa.

Il volto di Karasawa non è convincente, come anche la sua espressione un po’ monolitica e spavalda, ma è il problema minore, sebbene il fascino dei personaggi maschili sia uno dei pilastri di Ikegami. Il punto è che il lettore non riesce a entrare in sintonia con Karasawa e prendere le sue parti. Sia perché il personaggio ha spesso atteggiamenti violenti e da teppista di strada -che vengono però descritti come eticamente accettabili o addirittura nobili- sia perché non riesce a condurre il filo narrativo in modo lineare.

Il sesso -si sa- abbonda nelle opere di Ikegami almeno quanto il sangue: Karasawa è un violento, ma sempre nei confronti degli spavaldi e di “quelli che non gli vanno a genio”. La violenza sessuale sulle donne per estorcere un’informazione o per umiliare un altro uomo è contraddittoria ed è fanservice di bassa qualità, su cui è necessario passar sopra, ma che di certo diminuisce l’appeal del protagonista (al contrario di quanto avviene per Yo Hinomura di Crying Freeman, che contiene più scene di sesso violento, ma non intrinsecamente contraddittorie con il personaggio).

In Heat sono presenti temi molto caratteristici di Buronson e Ikegami, la povertà dei quartieri marginali, lo strozzinaggio, il potere del danaro, il sangue, la fratellanza tra gli yakuza, anche se a differenza di Sanctuary qui l’omosessualità è dichiarata, specie nella prima parte del manga, quando un gruppetto di ragazzi apre un bordello di maschi a Kabukicho, e successivamente nel rapporto tra Raymond Tao e il giovane Han (devo confessare che moltissimi elementi di questa vicenda mi hanno ricordato il BL Finder di Ayano Yamane).

Tastumi Karasawa riesce, con il suo fascino sugli uomini e le donne, con la sua integrità (a patto non si tratti di stuprare una donna di quando in quando, ça va sans dire ) e la sua sete di giustizia, a aggregare attorno a sé un certo numero di ragazzi a cui dare una speranza per il futuro, a far convergere gli interessi di gruppi finanziari ed etnici differenti, della yakuza stessa, su Kabukicho, per rinnovarlo e migliorarlo. Nessuno è immune al fascino di Karasawa, tanto che alcuni uomini se ne dichiarano “la donna” (è il caso di Itami, lo strozzino), e altri agiscono per puro sentimento di invidia nel tentativo di distruggerlo (come Murasame). A volte, vinti dal suo potere attrattivo e dalla fermezza delle sue convinzioni (stupri a parte, ok, ok), dopo aver invano lottato, si alleano con lui (come il boss Fujimaki, il personaggio più bello e tridimensionale di tutta la storia). Karasawa è insomma il motore totalizzante del manga, ma vuoi per esigenze editoriali, vuoi per una certa stanchezza di Buronson, Karasawa risulta quasi sempre indigesto. Le scene di lotta e di armi da fuoco rimangono sempre la parte migliore del manga, mentre la vicenda stenta a trovare una sua linearità proprio per un tentativo non perfettamente centrato di narrare attraverso le vicende di un singolo, quelle di un Giappone in fase di mutamento. Dal passaggio alla ricchezza prodotta dalla bolla, alla sua esplosione. Karasawa si fa chiudere in galera per qualche anno proprio a metà del manga, riemergendo in una Kabukicho frenetica e lussuosa.

Esce di galera con un nuovo taglio di capelli

Heat si muove a zig zag, va a salti, ha una narrazione a singhiozzo che non coinvolge. Inoltre è molto lungo. Dieci numeri di personaggi che ripetono le loro azioni sono tanti. Infine Karasawa riesce a fare quello che doveva fare, ma non si capisce bene come. Ciò che manca in Heat, mentre è assolutamente cogente in Sanctuary, è uno scopo dei personaggi. L’azione è dispersiva e Karasawa non basta da solo. Non si comprende bene né da quali principi etici e morali parta (che siano condivisibili o meno è una questione totalmente diversa), e quale sia il suo scopo finale. Sembra solo desideroso di imporre il suo metro di giustizia, che non è neanche univoco, ma variabile a seconda delle esigenze di sceneggiatura e di “picchiare tutti i bastardi che non gli vanno a genio”. Come Karasawa, l’intera narrazione sembra annaspare alla ricerca di un concetto fisso di giustizia nel quale poter affondare una pietra angolare. Infine Karasawa riesce a conquistare una felicità personale, ma in modo frettoloso e poco comprensibile, come fosse un “atto dovuto” della scenggiatura a un personaggio che ha faticato per dieci numeri.

Super spoiler!

Il mantra del personaggio reggente – non basta che ci sia una giustizia in termini de iure, ma deve esserci de facto– non sembra sufficiente a condurre il racconto in modo lineare, ma soprattutto fa risultare Karasawa in contraddizione con sé stesso, dato che lo vediamo comportarsi spesso in modo iniquo, anche per quelle che sono le “leggi della strada” o lo “spirto yakuza ch’entro mi rugge”, o -più semplicemente- per lo stile rude e violento di Buronson, reso sofisticatissimo dal disegno della Divinità Ikegami.

Per quanto sforzo Ikegami ha profuso nelle scene d’azione, nella dinamica dei movimenti, che per certi versi sono superiori in plasticità a quelli di Crying Freeman, non si riesce proprio a parteggiare per Karasawa, tanto che l’interesse si sposta verso personaggi secondari, come Joshima o Murasame. Se il corpo di Karasawa si muove, il suo volto rimane immobile. Questo è un tratto tipico dei personaggi reggenti di Ikegami, che risultano imperturbabili laddove i personaggi secondari sfoggiano una quantità infinita di espressioni e fisionomie. Ma tra l’imperturbabilità e la monoespressività il passo è sottile e qui Ikegami sembra affaticato.

Il personaggio più interessante è senza dubbio il boss Fujimaki, lo stesso Ikegami, in una purtroppo brevissima intervista alla fine del decimo volume, rivela essere stato il suo preferito. Io ho apprezzato moltissimo Joshima, il procuratore corrotto che alla fine corrompe la sua corruzione in favore di Karasawa.

Il boss Fujimaki rappresenta il vero “cuore yakuza”.

Come sempre, Ikegami inquadra i suoi personaggi da sotto in su, ottenendo sia maggiore plasticità nei volti, sia quella solennità espressiva che lo contraddistingue e che ad oggi non è stata raggiunta da nessun altro mangaka.

Heat non è una vicenda divisa in episodi, quanto la serializzazione di azioni e scenari funzionale alla vendita di quanti più numeri possibile. Da qui la cesura poco dopo la metà (cosa che accade molto spesso nelle pubblicazioni fortemente commerciali, come anche in Death Note, la più esemplare in questo senso) e gli ultimi tre numeri, sconclusionati e frettolosi, e un finale attaccato con la puntina da poster.

Per la stessa ragione gli avvenimenti sono abbastanza confusi e illogici, non sembrano essere stati pensati e costruiti in modo organico, ma solo proposti di volta in volta per essere letti senza ricordare nulla delle “puntate precedenti”. E ancora, è sempre per la stessa ragione che le alleanze mutano piuttosto velocemente, rendendo i personaggi incoerenti, e che a ogni avanzare spuntino sempre nuovi “cattivi”. Altro “malus” è la presenza di una delle caratteristiche dei videogiochi: i numerosi “livelli di vita”. I personaggi prendono pallottole in pieno petto, sanguinano a terra come morti, poi vengono fasciati con la camicia strappata a qualche ragazza di passaggio, e miracolosamente sono già pronti a dar battaglia già alla pagina successiva.

Le personagge come sempre sono molto ben realizzate. In particolare Natsuko, la fidanzata di Karasawa, cornificata millemila volte, e la bellissima moglie di un anziano yakuza, per la quale il boss Murasame sarebbe capace di tutto.

Ce ne sono altre di contorno, perfino interessanti. La più degna di nota è Ryo, amante di Joshima, grazie alla quale si può apprezzare la propensione molto evidente di Ikegami nel disegnare i personaggi, sia maschili che femminili, in pose da rivista di moda, in particolare durante la camminata frontale, che appare quella tipica di modelli e modelle, e che era stata ancora più evidente nella seconda parte di White Haired Devil.

Minuziosa la resa di particolari, come le armi, le automobili, i veicoli. Questo fa pensare a un certo numero di assistenti, che però non sembrano essere stati segnalati. Ovviamente è chiaro l’uso di materiale fotografico di qualità, creato su misura per il manga.

Anche in Heat è magnifica la resa dei volti, ma la quantità di personaggi rende a volte difficile la memorizzazione.

Gli ultimi tre numeri, in cui l’azione è più liquida che mai e tutto sembra rotolare via senza senso, incontriamo una personaggia interessante, affine alle killer di tarantinesca memoria, non giapponese ma cinese.

Heat è senza dubbio un’opera di grandissimo pregio estetico, forse il miglior Ikegami, per complessità di disegno. Tutte le problematiche sono nella conduzione della sceneggiatura di Buronson, che vorrebbe esplorare tematiche profondamente incisive, come la povertà e le strategie finanziarie, ma forse per necessità editoriali rimangono costrette in un abito del tipo “Gomorra” che ben conosciamo.

Un imperdonabile difetto sono le copertine, decisamente bruttine. Tanto che ho dimenticato di fotografarle e vi metto quindi la foto della pila di volumetti.

“The climber” di Shin’ichi Sakamoto, J-Pop Edizioni – 2011

Videorecensione senza spoiler

The climber di Shin’ichi Sakamoto è un esempio di manga in cui un disegno eccezionalmente curato non è sufficiente a portare la narrazione a un livello altrettanto elevato quanto quello grafico. Anzi, in qualche modo la quantità di dettagli e particolari (specie sulle attrezzature da alpinismo), sottrae qualcosa al ritmo narrativo, costringendo l’occhio a soste non necessarie.

Il manga è del 2009, e sente il decennio trascorso. I paesaggi sono infatti eseguiti con la tecnica -che allora andava molto di moda- di trasformare le foto in disegno. Oggi è un sistema che non piace più, anzi, viene stigmatizzato e affiancato alla contraffazione (in modo improprio e ingiusto – a mio avviso), tanto che le applicazioni per la trasformazione di foto in disegni sono ormai cadute nel dimenticatioio e lo stesso Instagram ha dimezzato i filtri disponibili.

The climber ha il difetto di privilegiare un comparto grafico appesantito da dettagli invadenti e confusionari, e di non riuscire in quello che ci saremmo attesi: portare il lettore nel mondo dell’inaccessibile, dei paesaggi estremi e sconosciuti, di un mondo che si percepisce più con la mente che con i sensi annebbiati.

Una serie di vignette che raffigurano paesaggi urbani o alpini, attraverso fotografie modificate con filtri.

Se vi interessa sapere come (più o meno) si realizza questo tipo di disegno date un’occhiata a questo link di Francesca Urbinati.

Forse nata come richiesta editoriale o come esplorazione delle possibilità della tecnologia, non ha aiutatao molto il manga, e sebbene sia ancora molto usata, questa tecnica applicata in modo così netto, è stata abbandonata.

Il racconto non esplora molto bene le figure femminili, a cui lascia poco spazio, solo per scene di sesso. Nessuno dei personaggi femminili ha una caratterizzazione forte (tranne la collega di lavoro di Buntaro, descritta con fattezze zombesche), un ruolo narrativo che non sia aderente alla sfera sessuale o romantica. In questo i cliché sono inemendabili.

Disastroso il lettering, che copre parti significative del disegno, e di cui parlo con maggiore accuratezza nella videorecensione.

I volti sono resi con verosimiglianza, specie dove siano uomini anziani, dal volto brutto, segnato. Gli uomini giovani corrono il rischio di avere volti un po’ troppo simili tra loro e espressioni o accigliate o assenti, senza via di mezzo. Le donne sono disegnate in modo stereotipato e tutte eguali. Da questo punto di vista Sakamoto è stato carente. A volte alcune espressioni sono meramente didascaliche e tirate giù di peso da fotografie da National Geographic.

Consiglio la lettura di questa recensione molto approfondita anche su temi narrativi che io non ho affrontato. Sul blog Mymillenniumpuzzle

“Girl from the other side” di Nagabe, edizioni J-Pop Manga -videorecensione con appunti sullo stile e le figure femminili

SPOILER

 

Le mie opinioni sulla qualità tecnica di questo manga di 11 volumi, edito da J Pop. Aggiungo alcune impressioni sul tratteggio delle figure femminili.

Nagabe ha uno stile fortemente Liberty, ci sono tracce di Beardsley, Rockwell, Emil Orlik, Carl Krenek, Karoly Kos, e ovviamente di Ivan Bilibin.

Illustrazioni di Carl Krenek (sotto)

Alcune illustrazioni di Ivan Bilibin (sotto)

Il profilo twitter di Nagabe, un illustratore molto interessante.

“Painter of the night”, di Byeonduck. Volumi 1 e 2, videorecensione

La mia videorecensione sui primi due volumi di “Painter of the night”.

Contenuto disponibile solo per maggiori di età e disponibile solo sulla piattaforma youtube.

screenshot di una ricerca google

Se volete seguire l’autrice, qui c’è il suo account Instagram

https://www.instagram.com/byeonduck_/

“Sanctuary” di Shō Fumimura (Buronson) e Ryoichi Ikegami. Un inimitabile esito artistico del manga anni ’90

Sanctuary è un manga ormai dimenticato, adatto a un pubblico che ha un certo occhio e un approccio molto maturo al fumetto giapponese, quasi filologico o da collezionista, bibliografico.

Non nasconde gli anni che ha, ma in un modo che non è concesso ad altre opere: l’aderenza alla sua epoca, non un invecchiamento precoce o il non essere più valido poiché superato dal trascorrere del tempo.

La traccia raffinata e quasi sublime di Ikegami, sicuramente uno dei massimi disegnatori dell’epoca e probabilmente uno dei più eleganti della storia, rende il manga così graficamente sofisticato da estrometterlo dalle grazie dell’interesse delle next generation, aduse a un tratto grafico più rigido e omologato, anche qualora sia elaborato e complesso.

Ikegami è morbido, i volti dei protagonisti sono lineari e simmetrici, puliti, con qualche propensione alla fisionomia del miglior Elvis Presley di sempre, quello di King Creole. Forse è questo che agli occhi dei lettori contemporanei lo fa risultare un po’ “effemminato” e poco attuale, “persino kitsch” (ho letto anche questa opinione in rete).

La sua ben nota inclinazione verso le scene di violenza, sesso e sangue potrebbe apparire oggi quasi una forma compensatoria della eccezionale bellezza dei protagonisti, in realtà è una precisa scelta estetica che all’epoca era innovativa e fuori dall’ordinario. In Italia non eravamo infatti abituati a manga con personaggi dalla bellezza fine ed elegante, in cui fossero presenti scene di violenza. In questo Ikegami è stato sicuramente una novità assoluta per il pubblico italiano, che arrivò a coniare per il suo stile il termine “estetica della violenza”, ben prima che Tarantino divenisse un fenomeno cultuale.

Se all’epoca la violenza e il sesso presenti in Sanctuary potevano sembrare “tanto”, sono nulla confronto ai fumetti contemporanei, diretti spesso a un pubblico piuttosto giovane. Ciò che non sembra essere stato superato è l’avvincente dinamismo delle figure durante la lotta o le scene di azione. In Crying Freeman, il suo manga più famoso, Ikegami raggiunge il vertice della perfezione per quanto riguarda la disposizione delle scene in pagina, il movimento delle figure e il tratto veloce e preciso. In particolare il disegno dei piedi, spesso abbozzato ma perfettamente comprensibile, richiama i disegni a inchiostro delle antiche illustrazioni giapponesi.

L’ edizione italiana è purtroppo specchiata, cioè si sfoglia come un libro tradizionale. Oggi è persino fastidioso e controituitivo, tanto i manga sono capillarmente diffusi. Questo è uno degli elementi che hanno contribuito all’attribuzione della qualifica di “vintage” o “démodé” . Senza prezzo e di notevole valore di ricostruzione della storia sociale del manga in Italia, sono invece i commenti e le lettere alla redazione, a cui molte pubblicazioni dell’epoca lasciavano spazio. In quel periodo il manga non era diretto a un pubblico generalista o perfino distratto, come lo è oggi. Chi acquistava era un appassionato che si era contrabbandato videocassette, disegni e magazine in fotocopia. Avere un “libretto” in mano era per noi qualcosa che non ci faceva sentire né soli né strani nel godere delle nostre passioni. Avevamo finalmente una forma istituzionale di cultura a cui fare riferimento, scoprivamo insieme molte cose, e queste pubblicazioni sono state apripista per avere una migliore consapevolezza di quanto vasto e bello fosse il mondo del manga giapponese. Alcune lettere oggi sanno di una ingenuità tenera e commovente. Immagino che chi le abbia scritte abbia approfondito, sia ora un collezionista, abbia magari imparato il giapponese, e le conservi come un piccolo tesoro.

Sanctuary è una storia complessa, a volte può apparire poco credibile e inutilmente intricata, ma è sostanzialmente una riproposizione aggiornata agli anni Novanta, di quanto accadde in Giappone dopo la seconda guerra mondiale. Tuttavia non è solo una “storia di politica” o una “storia di yakuza”, sebbene questi due elementi siano presenti. Semmai la yakuza è un espediente per raccontare in modo più avvincente un reale problema politico che il Giappone sentiva in maniera allarmante durante gli anni Novanta, quando implose la bolla speculativa e l’intera società iniziò a riformulare le sue dinamiche sociali. Non viene occultata l’importante influenza sulle modifiche alla costituzione da parte degli Stati Uniti. Nel manga compare il presidente USA, con le fattezze di Bill Clinton (presidente nei Novanta, tra i vari Bush).

Basta dare una letta a wikipedia per trovare delle analogie fortissime alla storia politica del dopoguerra, le modifiche alla Costituzione e la dichiarazione di antimilitarismo del Giappone, pilotata dagli Stati Uniti d’America che avevano inginocchiato la nazione con due bombe atomiche. Perfino Isaoka, la “vecchia volpe” della politica, è ispirato a Shigeru Yoshida (a me ha ricordato molto fittamente Andreotti: ogni paese ha le sue icone di sciacallaggio), che fuse i partiti più potenti del tempo nel Partito Liberal Democratico, che ha tenuto le redini del Giappone per mezzo secolo, fino a un decennio addietro.

Nel disegnare Isaoka, Ryoichi Ikegami ha premuto forte sul pedale dell’acceleratore, esprimendo il massimo della sua capacità tecnica sul tratteggio e il chiaroscuro. Isaoka è in assoluto il personaggio su cui è stato speso più sforzo estetico. Fa paura davvero.

Il chiaroscuro è ai massimi livelli. La qualità del disegno è illustrazione tout court.
Qui ha usato matita morbida, probabilmente una B4 o B5. Sono cose di fronte alle quali il mio cuore trema.

Chiaki Asami e Akira Hojo sono due faccie della stessa medaglia. Hanno affidato l’uno la vita nelle mani dell’altro da ragazzini, in un campo di prigionia in Cambogia. Darebbero la vita l’uno per l’altro ( e si può dire che Chiaki sia morto al posto di Akira) e vogliono ottenere un risultato, un risultato epocale e quasi mistico, religioso: rendere il Giappone il loro santuario. O meglio, far tornare il Giappone ad essere un santuario, un paese degno e non corrotto. Per farlo si dividono i compiti, uno diverrà un uomo politico e l’altro un boss della yakuza. Qui capiamo benissimo che Buronson ci dice con grande chiarezza che il potere governativo è legato a doppio filo con la criminalità, che -come in ogni stato capitalista- non è indipendente né autonoma, ma prende ordini dal governo. Anche in Italia è così, se qualcuno pensa che la ‘ndrangheta o la camorra non siano al servizio dello Stato Italiano si beva un caffè.

Una modifica della Costituzione sembra essere il nocciolo della questione sollevata da Buronson. Il Giappone è infatti in uno stato di contraddizione, avendo su carta rinunciato al militarismo. Asami fa notare che però -come tutte le altre nazioni- anche il Giappone ha un esercito per la difesa interna. Propone diverse soluzioni per raggiungere una coerenza che non sia lesiva ma neanche autolesionista. In questo -io credo- Buronson abbia voluto rimarcare che il Giappone ha bisogno di emanciparsi da una legislazione vecchia e che ha diritto all’autodifesa, senza ricorrere a mezzucci o alla vastissima rete della criminalità.

Akira e Chiaki padroneggiano il loro territorio con grande sicurezza. In particolare Akira Hojo, il boss yakuza, sembra imbattibile. In questo Sanctuary pare anticipare quel tipo di videogioco a livelli crescenti di difficoltà, in cui i personaggi non cedono di fronte a fertite gravi e ostacoli impensabili, anzi, riescono ad aggirarli o superarli. Akira Hojo acquisisce la leadeship di buona parte della yakuza giapponese e Chiaki Asami riesce a portare dalla sua parte i membri chiave della politica, personaggi con uno spirito di ribellione e senso di giustizia non ancora sedati. Non mancano figure come il contabile e il banchiere, che all’occhio occidentale rimandano agli Intoccabili. Dopo aver portato a sé buona parte dei gruppi yakuza, Akira intende fare patti con la mafia russa e quella cinese, un sistema di criminalità transnazionale tra superpotenze che oggi appare più che mai saldo e longevo. Su questi legami Ikegami e Buronson si soffermeranno nuovamente nel poco noto Strain, che parte come vicenda umana e si conclude come azione politica, e che disgraziatamente non ha visto un seguito. Pur rimanendo al di sopra della maggior parte della produzione di manga contemporanei, Strain ha però un calo visibile di qualità rispetto a Sanctuary, che assieme a Heat rimane l’opera più bella di Ikegami.

Con gli occhiali tondi nella migliore tradizione dei banchieri che compulsano colonne fitte di numeri di quotazioni, ha l’abitudine di mandar giù mentine.

Nell’amicizia di Akira e Chiaki c’è ovviamente un accenno non troppo velato all’omosessualità e a quello che oggi chiamiamo BL o yaoi, le storie di amore romantico tra uomini. È fin troppo chiaro che tra i due protagonisti ci sia del sentimento non solo fraterno, anche se vediamo entrambi con delle donne. La personaggia che si lega ad Akira, la commissaria Kyoko Hishihara, è davvero futile e mal descritta proprio perché meramente funzionale a dichiarare Akira come eterosessuale. La compagna di Chiaki è un’apparizione fugace e quindi più simpatica e gradevole.

Akira ha un volto bellissimo, quasi quanto quello di Yo Hinomura di Crying Freeman, mentre Chiaki è descritto in modo più realistico, con il vezzo di aggiustarsi gli occhiali sul naso: un gesto ormai tipico di moltissimi personaggi dei manga e soprattutto degli anime (in cui ovviamente riesce più interessante grazie al movimento). È anche uno stilema ormai consolidato nel BL, come in Yuri!!! on Ice o Free! (Rei Ryūgazaki lo fa in continuazione). Akira riesce a uscire da uno stato quasi comatoso stringendo la mano di Chiaki (con l’aggiunta dell’elemento femminile dato da Kyoko che in questo frangente appare quanto mai superflua).

Tutti gli yakuza sono fraterni tra loro e la reciproca dedizione va oltre la verosimiglianza. Buronson affida a Tokai il compito di affrancare tutti i maschi presenti nel manga dall’ipotesi di omosessualità, facendogli violentare una donna ogni tanto, così, giusto per gradire. Lo stupro è quasi una regola nel manga e nell’anime giapponese, ma in questo caso non appare né hard-core né particolarmente stimolante, quanto “obbligato”. Tokai è il personaggio più importante e interessante dopo Hojo e Asami, e i suoi stupri occasionali lo caratterizzano in modo abbastanza inequivocabile, tuttavia non in modo unico e individuale. Risultano quindi gratuiti e strettamente funzionali all’indicazione di un orientamento straight. Questo fa perdere un po’ di freschezza al personaggio, che risulta invece molto più avvincente nelle sue manifestazioni di insolito e contraddittorio affetto per Akira Hojo o nelle spietate azioni da killer. Tokai è anche il personaggio che si muove di più, il più violento e lo yakuza più aderente all’immaginario.

Il dinamismo delle figure è straordinario. Al contrario del manga contemporaneo di azione, in cui i corpi (umani, di mostri, animali o altre figure) riescono a volte confusi e “impastati”, qui sono perfettamente separabili e comprensibili all’occhio, grazie anche a una retinatura pulita e attenta. Personalmente anche nei manga più celebrati,non ho più ritrovato questo stile elegante e dinamico.

Anche gli altri personaggi vengono descritti con bellissimi tratti, ognuno in modo molto individuale. Di sicuro il pubblico femminile troverà almeno uno su cui perdere gli occhi.

Un discorso quasi marginale è quello dei comportamenti sessuali di Akira Hojo e Chiaki Asami. In Crying Freeman la componente sessuale era di primaria importanza, Yo Hinomura s’è fatto anche i sassi della spiaggia. Ma si trattava sempre di rapporti etero, per quanto hard. Qui si vedono pochi accenni, specie su Asami, e la personaggia affiancata a Hojo è abbastanza noiosa, narrativamente inutile. Eppure è molto carina e ben descritta (graficamente), con un taglio corto piuttosto in voga qualche anno prima. Gli incontri tra i due sono sempre molto delicati e romantici, totalmente diversi da Crying Freeman.

Prima di stare con Kyoko, Akira ci viene mostrato come un ragazzo che si gode la compagnia femminile, anche in modo “domestico”. Il bacio sulla fronte che lei gli scocca mentre si alza per rispondere a una chiamata internazionale è familiarissimo: chi non l’ha mai fatto mentre si spostava nel letto?
Ikegami non disegna faccine e personaggi deformati, il suo stile è sempre verosimile. I personaggi vengono disegnati in modo appena buffo solo all’inizio, per attrarre il pubblico. Akira Hojo che mastica in modo poco elegante non si vedrà più.

Un altro soggetto di grande interesse è Ozaki, l’assistente di Kyoko Hishihara, di cui è innamorato. Ozaki stima Hojo ma è allo stesso tempo un poliziotto ligio e di valore morale. Posto davanti alla complessa scelta tra il suo dovere e l’affetto per il suo capo, il rispetto per un uomo che ritiene nel giusto, Ozaki sceglie la sua coscienza e non il suo distintivo. L’accenno di Tokai al “bacetto” non è davvero casuale. Ikegami e Buronson descrivono un mondo maschile in cui anche i rapporti sentimentali più forti vi risiedono profondamente.

Ma l’elemento che forse caratterizza Sanctuary più fortemente di ogni altro è la descrizione dei personaggi. Ognuno di loro ha una fisionomia perfettamente riconoscibile, delle “smorfie” individuali, tratti personalissimi e totalmente verosimili, aderenti alla fisionomia nipponica. I personaggi non si confondono mai tra loro, nè come personalità né come tratti. Hanno un’autonomia distinguibile, sorprendentemente vicina alla cinematografia. Siamo ad anni luce di distanza dalle opere contemporanee, in cui i personaggi dei manga hanno visi molto simili tra loro, che cambiano in rapporto ad abiti e capigliatura. Non sono quindi stereotipi, e neanche macchiette, ma personaggi veri e propri presi quasi di peso dalla realtà quotidiana.

Questo vale per gli yakuza, per i politici e per gli avversari. Diventa facilissimo per lettori e lettrici empatizzare con uno o con l’altro, prendersi a cuore una vicenda o l’altra. In questo senso non ho mai letto un manga che possa neanche lontanamente competere con Sanctuary.

Questa è una delle mie scene preferite, in cui uno spietato yakuza ricorda il calore e l’affetto delle mani della madre, irruvidite dal lavoro

Non c’è l’ombra della caricatura neanche nel personaggio apparentemente più buffo. Le ambientazioni esterne e interne sono rese con grande cura, in particolare l’abbigliamento tradizionale maschile, lo yukata e gli abiti da ufficio, giacche e pantaloni occidentali, che comunque Ikegami disegna sempre morbidi, in modo da mettere in risalto le gambe, sia nelle scene d’azione che in quelle statiche.

Sulle gambe e i piedi c’è un discorso particolare da fare quando si tratta di disegno giapponese. Se per noi occidentali la parte superiore del busto è molto importante, al punto che abbiamo inventato il ritratto a mezzo busto, per l’arte giapponese sono molto più importanti le gambe, che spesso sono chiuse al ginocchio. Lo abbiamo visto in molti manga shojo, come Il grande sogno di Maya (in cui peraltro la parte superiore del tronco pare disegnata con la zappa, mentre le gambe sono di una bellezza inarrivabile). La diversa interpretazione della bellezza delle forme corporee è una cosa che apprezzo e mi diverte moltissimo, perché ogni volta ci vedo in trasparenza un vaffanculo grande così a William Hogarth a Burke e Bacon.

All’occhio occidentale è una graziosità se il corpo è femminile, ma una stranezza se il corpo è maschile. Ikegami forse se n’è fregato di cosa pensiamo noi occidentali, forse non lo sapeva neanche, o forse ha preferito rimanere più aderente a un tratto nipponico, senza l’obiettivo di piacere anche al pubblico estero. Non saprei. Ma il risultato è che spesso i personaggi maschili hanno pose delle gambe delicate e mobide che li fa apparire “effemminati” al nostro occhio. In realtà per i giapponesi sono semplicemente belli e basta.