Il glicine del bicentenario

Il glicine del bicentenario

1807
Viveva una volta a Gloucester un vecchio sarto.
Era molto povero ed a stento riusciva a guadagnare quel tanto che gli bastava per comprare da mangiare per sé e il suo gatto. Lavorava tutto il giorno e dormiva e cucinava nel retro del negozio.

Un giorno il Sindaco della città gli chiese di fargli un bel panciotto coi bottoni foderati per le celebrazioni del Natale.
Il sarto comprò allora una bella stoffa di damasco e del filo color ciliegia per fare le asole, ma non aveva più danaro per comprare né legno né osso per i bottoni.

Si ricordò allora che quella primavera aveva visto fiorire un glicine sulla cancellata di una casa poco distante dal suo negozietto, e pensò che se i semi fossero stati maturi avrebbe potuto prenderne qualcuno per i bottoni foderati. E così fece: tagliò qualche baccello che pendeva dalla parte della strada e raccolse una manciata di semi scuri, levigati, duri ed uniformi. Una volta foderati e cuciti al panciotto con il filo color ciliegia nessuno avrebbe potuto sospettare che non fossero di legno di faggio o di osso.

Il sarto finì in tempo il suo panciotto, anche se ebbe dei problemi con il filo color ciliegia (ma questa è un’altra storia) e l’idea dei bottoni di glicine gli piacque così tanto che ne usò alcuni per la sua giacca.

Ma l’inverno successivo il vecchio sarto morì. Il freddo entrava nella sua povera casa, e lui non aveva danaro per comprare legna o carbone per accendere un fuoco.
Gli fu messo indosso il suo miglior abito e la sua migliore giacca, quella appunto con i bottoni di glicine, il suo corpo fu trasportato in un piccolo cimitero fuori dalla città e seppellito in una zona lontana dalle cappelle dei ricchi e dei nobili, nell’angolo di un prato riservato alla povera gente.

L’inverno passò e si portò dietro la primavera, e a quella primavera ne seguì un’altra, e un’altra ancora. Avvenne che i semi di glicine, contenuti nell’involucro della stoffa dei bottoni, dopo tanto tempo, germinassero.
La piccola piantina si affacciò timidamente proprio sotto la pietra tombale del povero sarto, tanto che i becchini quando la videro pensarono che qualcuno l’avesse piantata per decorazione, anche se non capivano chi, dato che la tomba del sarto era sempre stata spoglia e nessuno vi aveva deposto mai dei fiori.
La pianta cresceva velocemente, e dopo poco tempo i due becchini dovettero iniziare a tagliarla periodicamente per evitare che si allungasse troppo verso le altre tombe, ma presto si stancarono di quell’operazione, e dato che la tomba del vecchio sarto era proprio vicino al muro di confine, lasciarono che la pianta crescesse e andasse dove preferiva.

In pochi anni il glicine era divenuto una pianta vigorosa, si era attorcigliato alla lapide del vecchio sarto fino a sgretolarla, e poi aveva preso di mira le pietre vicine, fino ad arrivare ad un giovane olmo che dava sulla strada per il cimitero. Quando era primavera tutti quelli che passavano a piedi o in carrozza, guardavano il grande glicine che pendeva a festoni dall’ olmo, e avevano esclamazioni di stupore e meraviglia, mai pensando che simile spettacolo fosse casuale.
Dopo molti anni il glicine era così grande da essere diventato un’attrazione della contea, l’olmo era invecchiato, e molte persone per vederlo prendevano il treno, che era appena stato inventato. Il prato del camposanto in cui prima venivano sepolti i poverelli divenne la parte più bella del cimitero, i notabili, i lord e gli squire volevano avere ognuno una cappella il più vicino possibile al maestoso glicine.

Il cimitero si ingrandì e divenne più bello, con cappelle decorate e viali di cipresso. Il Sindaco, che era il bis-bis-nipote di quello a cui il vecchio sarto aveva cucito il panciotto, appose anche una targa sul contorto tronco del glicine, un po’ più in alto del punto dove anni prima si trovava la pietra tombale del vecchio sarto, di cui nessuno aveva più memoria.

Passarono molti anni, e i venti della moda cambiarono. Il cimitero fu reso più funzionale e molte cappelle furono smantellate, il vecchio olmo venne abbattuto e il glicine tagliato per far spazio a nuovi sepolcri. Il terreno venne lastricato e nuove cappelle moderne furono edificate.
Ma le radici del glicine avevano ormai oltre cent’anni, ed erano vigorose e potenti sotto il terreno, e gettavano in continuazione dei virgulti dove le fessure del selciato lo permettevano.
I custodi del cimitero però le tagliavano appena le vedevano comparire, e per anni il glicine nato dal bottone del sarto non fu mai lasciato crescere.

Scoppiò la Seconda Guerra Mondiale, e durante la Battaglia d’Inghilterra una bomba cadde proprio al centro del cimitero, non troppo distante dal glicine.
Sulle prime le autorità non seppero cosa fare, ma poi decisero di spostare il cimitero più lontano dall’abitato, che con l’estendersi della città si era fatto sempre più centrale.
Il camposanto era sparito e con il tempo il glicine finì per trovarsi in piena città.
Su di lui vennero costruite prima delle case, poi un asilo, poi un ospedale e infine un supermercato. Ogni volta il glicine cercava di venire su, ma veniva sempre tagliato. Tuttavia le sue radici erano profonde e potenti, e infine logorò e spaccò il cemento che lo ricopriva, ritrovandosi più o meno al centro del piazzale del supermercato, nella zona dove si potevano lasciare i carrelli della spesa.
I gestori del supermercato non se ne accorsero subito, così il glicine ebbe il tempo di crescere un po’. La gente che faceva la spesa non prestava troppa attenzione a quella pianta, finché una commessa non capì che era un glicine, perché sua nonna ne aveva uno uguale in campagna.
“Costruiamo una pergola”, propose “per far ombra alla gente che va a prendere il carrello”.

Foto di Thevivons, archivio Compagnia del Giardinaggio (link in basso)

E così fu. Il glicine fu lasciato crescere nuovamente su un pergolato tutto per lui. Veniva potato due volte l’anno e in primavera per chi faceva la spesa era una gioia mettere la monetina nel carrello sotto quel bagliore filtrato di azzurro. Alcuni andavano a fotografarlo e poi mettevano le fotografie in internet, per far vedere anche agli altri quanto fosse bello quel glicine, mai sospettando che avesse ormai ben più di centocinquant’anni.

La città crebbe ancora e il supermercato si ingrandì e dovettero trasferirlo in periferia, dove divenne un grande centro commerciale.

Il terreno del vecchio camposanto fu così lottizzato e venduto per costruirvi delle villette. Per fortuna l’architetto che fece il progetto era un ragazzo molto sensibile e calcolò tutto in modo che il glicine non fosse toccato dalle ruspe e che capitasse proprio sul confine tra due casette, di cui una la volle tenere per sé, e l’altra la chiese per la sua vecchia mamma, facendosi detrarre il costo dalla sua paga, pur di mantenere in vita quel bellissimo glicine.

“Sai mamma” disse una sera di primavera, inebriandosi del suo profumo e contemplandone la fioritura azzurra, “Credo proprio che vicino al glicine pianterò un olmo. Non trovo compagnia migliore per questa vecchia pianta che un olmo sul quale possa abbarbicarsi”.


2007
Fu così che glicine ed olmo si ritrovarono di nuovo insieme per chissà quanti altri anni ancora.

Suggestioni essenziali

E il glicine se ne frega (archivio Compagnia del Giardinaggio
Per un Erbario, Colette, Passigli editore. “…quel despota almeno due volte centenario”
L’uomo del bicentenario, racconto di Asimov
Il sarto di Gloucester

6 pensieri su “Il glicine del bicentenario

  1. Ohhh Lidia, sono le dieci quando leggo questo magnifico post, lo hai pubblicato due ore fa cioè alle otto; come trovi il tempo di confezionare questi magnifici post? Sei veramente insuperabile!
    Saluti Marcella

    • Veramente era un vecchio racconto che avevo scritto per la CdG, suggestionata dall’idea di quel glicine al superpercato. Poi sai com’è, le idee sono come conigli. Comunque non esageriamo, non è un granchè, l’ho scritto per divertirmi.
      AH! e l’avevo programmato da circa tre giorni, con questa mano monca ho impiegato un sacco a metterlo in ordine e fare i fotoritocchi (mi ha tanto aiutata mia sorella, ma i peggiori sono i miei).

  2. Grazie Lidia! Un racconto come il tuo allarga il cuore, mi aiuta a pensare che nulla può il grigiore dei tempi contro l’energia della vita!

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