Sidernesi Superpippo

Avete presente Superpippo? Non si sa mai se è troppo stupido o troppo intelligente.

Certo, sarebbe troppo facile, immediato, scontato, perfino banale, piantare una Rosa banksiae var. Lutea accanto a un glicine (o a un Solanum, magari). Deve essere per questo che nessuno a Siderno e nella Locride ci ha pensato.

O per lo meno, ci avranno pur pensato, ma io credo abbiano poi concluso qualcosa di simile: “bah, che accostamento scontato e dozzinale, meglio i gerani rossi e rosa!”.

E poi, certo, potata come la potano, la banksiae, uno non si immagina davvero che possa competere con un glicine. In effetti, ora che ci penso, mi sorge il dubbio che i Sidernesi siano al corrente che quella pianta dai fiori giallo uovo strapazzato sia una rosa.
Forse perchè non è rosa, forse perchè non ha spine, forse perchè ha i fiori piccoli e arruffati, che non profumano di rosa, anzi, non profumano proprio. Magari pensano che è un tipo di Kerria, che ne so. E d’altra parte la prima banksie fu portata in occidente da William Kerr, che non c’entra niente con l’attrice Deborah, che pure sui giardini ci ha fatto un bel film Il giardino indiano.

Insomma, sia per come sia, niente bankisae gialle vicino a glicini blu.
Mistero superpippico supersidernese.

Niente mimose in via delle Mimose. Un altro mistero superpippico supersidernese. Ci vuole Giacobbo un'altra volta.

Il glicine del bicentenario

Il glicine del bicentenario

1807
Viveva una volta a Gloucester un vecchio sarto.
Era molto povero ed a stento riusciva a guadagnare quel tanto che gli bastava per comprare da mangiare per sé e il suo gatto. Lavorava tutto il giorno e dormiva e cucinava nel retro del negozio.

Un giorno il Sindaco della città gli chiese di fargli un bel panciotto coi bottoni foderati per le celebrazioni del Natale.
Il sarto comprò allora una bella stoffa di damasco e del filo color ciliegia per fare le asole, ma non aveva più danaro per comprare né legno né osso per i bottoni.

Si ricordò allora che quella primavera aveva visto fiorire un glicine sulla cancellata di una casa poco distante dal suo negozietto, e pensò che se i semi fossero stati maturi avrebbe potuto prenderne qualcuno per i bottoni foderati. E così fece: tagliò qualche baccello che pendeva dalla parte della strada e raccolse una manciata di semi scuri, levigati, duri ed uniformi. Una volta foderati e cuciti al panciotto con il filo color ciliegia nessuno avrebbe potuto sospettare che non fossero di legno di faggio o di osso.

Il sarto finì in tempo il suo panciotto, anche se ebbe dei problemi con il filo color ciliegia (ma questa è un’altra storia) e l’idea dei bottoni di glicine gli piacque così tanto che ne usò alcuni per la sua giacca.

Ma l’inverno successivo il vecchio sarto morì. Il freddo entrava nella sua povera casa, e lui non aveva danaro per comprare legna o carbone per accendere un fuoco.
Gli fu messo indosso il suo miglior abito e la sua migliore giacca, quella appunto con i bottoni di glicine, il suo corpo fu trasportato in un piccolo cimitero fuori dalla città e seppellito in una zona lontana dalle cappelle dei ricchi e dei nobili, nell’angolo di un prato riservato alla povera gente.

L’inverno passò e si portò dietro la primavera, e a quella primavera ne seguì un’altra, e un’altra ancora. Avvenne che i semi di glicine, contenuti nell’involucro della stoffa dei bottoni, dopo tanto tempo, germinassero.
La piccola piantina si affacciò timidamente proprio sotto la pietra tombale del povero sarto, tanto che i becchini quando la videro pensarono che qualcuno l’avesse piantata per decorazione, anche se non capivano chi, dato che la tomba del sarto era sempre stata spoglia e nessuno vi aveva deposto mai dei fiori.
La pianta cresceva velocemente, e dopo poco tempo i due becchini dovettero iniziare a tagliarla periodicamente per evitare che si allungasse troppo verso le altre tombe, ma presto si stancarono di quell’operazione, e dato che la tomba del vecchio sarto era proprio vicino al muro di confine, lasciarono che la pianta crescesse e andasse dove preferiva.

In pochi anni il glicine era divenuto una pianta vigorosa, si era attorcigliato alla lapide del vecchio sarto fino a sgretolarla, e poi aveva preso di mira le pietre vicine, fino ad arrivare ad un giovane olmo che dava sulla strada per il cimitero. Quando era primavera tutti quelli che passavano a piedi o in carrozza, guardavano il grande glicine che pendeva a festoni dall’ olmo, e avevano esclamazioni di stupore e meraviglia, mai pensando che simile spettacolo fosse casuale.
Dopo molti anni il glicine era così grande da essere diventato un’attrazione della contea, l’olmo era invecchiato, e molte persone per vederlo prendevano il treno, che era appena stato inventato. Il prato del camposanto in cui prima venivano sepolti i poverelli divenne la parte più bella del cimitero, i notabili, i lord e gli squire volevano avere ognuno una cappella il più vicino possibile al maestoso glicine.

Il cimitero si ingrandì e divenne più bello, con cappelle decorate e viali di cipresso. Il Sindaco, che era il bis-bis-nipote di quello a cui il vecchio sarto aveva cucito il panciotto, appose anche una targa sul contorto tronco del glicine, un po’ più in alto del punto dove anni prima si trovava la pietra tombale del vecchio sarto, di cui nessuno aveva più memoria.

Passarono molti anni, e i venti della moda cambiarono. Il cimitero fu reso più funzionale e molte cappelle furono smantellate, il vecchio olmo venne abbattuto e il glicine tagliato per far spazio a nuovi sepolcri. Il terreno venne lastricato e nuove cappelle moderne furono edificate.
Ma le radici del glicine avevano ormai oltre cent’anni, ed erano vigorose e potenti sotto il terreno, e gettavano in continuazione dei virgulti dove le fessure del selciato lo permettevano.
I custodi del cimitero però le tagliavano appena le vedevano comparire, e per anni il glicine nato dal bottone del sarto non fu mai lasciato crescere.

Scoppiò la Seconda Guerra Mondiale, e durante la Battaglia d’Inghilterra una bomba cadde proprio al centro del cimitero, non troppo distante dal glicine.
Sulle prime le autorità non seppero cosa fare, ma poi decisero di spostare il cimitero più lontano dall’abitato, che con l’estendersi della città si era fatto sempre più centrale.
Il camposanto era sparito e con il tempo il glicine finì per trovarsi in piena città.
Su di lui vennero costruite prima delle case, poi un asilo, poi un ospedale e infine un supermercato. Ogni volta il glicine cercava di venire su, ma veniva sempre tagliato. Tuttavia le sue radici erano profonde e potenti, e infine logorò e spaccò il cemento che lo ricopriva, ritrovandosi più o meno al centro del piazzale del supermercato, nella zona dove si potevano lasciare i carrelli della spesa.
I gestori del supermercato non se ne accorsero subito, così il glicine ebbe il tempo di crescere un po’. La gente che faceva la spesa non prestava troppa attenzione a quella pianta, finché una commessa non capì che era un glicine, perché sua nonna ne aveva uno uguale in campagna.
“Costruiamo una pergola”, propose “per far ombra alla gente che va a prendere il carrello”.

Foto di Thevivons, archivio Compagnia del Giardinaggio (link in basso)

E così fu. Il glicine fu lasciato crescere nuovamente su un pergolato tutto per lui. Veniva potato due volte l’anno e in primavera per chi faceva la spesa era una gioia mettere la monetina nel carrello sotto quel bagliore filtrato di azzurro. Alcuni andavano a fotografarlo e poi mettevano le fotografie in internet, per far vedere anche agli altri quanto fosse bello quel glicine, mai sospettando che avesse ormai ben più di centocinquant’anni.

La città crebbe ancora e il supermercato si ingrandì e dovettero trasferirlo in periferia, dove divenne un grande centro commerciale.

Il terreno del vecchio camposanto fu così lottizzato e venduto per costruirvi delle villette. Per fortuna l’architetto che fece il progetto era un ragazzo molto sensibile e calcolò tutto in modo che il glicine non fosse toccato dalle ruspe e che capitasse proprio sul confine tra due casette, di cui una la volle tenere per sé, e l’altra la chiese per la sua vecchia mamma, facendosi detrarre il costo dalla sua paga, pur di mantenere in vita quel bellissimo glicine.

“Sai mamma” disse una sera di primavera, inebriandosi del suo profumo e contemplandone la fioritura azzurra, “Credo proprio che vicino al glicine pianterò un olmo. Non trovo compagnia migliore per questa vecchia pianta che un olmo sul quale possa abbarbicarsi”.


2007
Fu così che glicine ed olmo si ritrovarono di nuovo insieme per chissà quanti altri anni ancora.

Suggestioni essenziali

E il glicine se ne frega (archivio Compagnia del Giardinaggio
Per un Erbario, Colette, Passigli editore. “…quel despota almeno due volte centenario”
L’uomo del bicentenario, racconto di Asimov
Il sarto di Gloucester

Glicine, cipresso, palma

Glicine, cipresso, palma, cipresso, glicine


Il glicine. Il glicine ha forse il monopolio di queste settimane. Profumo, colore, vigoria, tutto contribuisce a farne il re della metà di aprile.
Il più delle volte è un rampicante contenuto lungo la ringhiera di una villetta (immaginamoci le potature annuali per limitarne la crescita, i fastidi dei vicini, i borbottii dei passanti). E’ sinonimo di eleganza, raffinatezza, capacità colturali, di lustro sociale. E’ insomma utilizzata dalla società borghese per definire il suo status.
A volte è utilizzato come una graziosa mantovana per ornare balconi e tettoie.

mantovana


Oppure per fare da ghirlanda fiorita al parapetto dei balconi-bene.

Ghirlanda

Mi viene in mente Hermann Hesse e la descrizione dell’Araucaria, che considerava pianta borghese per eccellenza. Il cedro, l’Araucaria, il glicine, la Washingtonia, la Phoenix, la Cycas e il loro seguito di palmizi assortiti, sono tutte piante che nel contesto delle periferie urbane delle province italiane, hanno finito per adornare le case di quel tipo di borghese che descriveva Dostoevskij in L’Idiota, quando parlava del generale Ivolguin, o George Eliot in Middlemarch.

Glicine del benzinaio


Questo è un glicine non potato e lasciato libero di correre sugli alberi, che è quello che il glicine dovrebbe fare. Qui sono cipressi, i cipressi del benzinaio, che con il loro fogliame scuro rendono in qualche modo lugubre il colore del glicine.

Foto di gruppo con palma

La palma c’è, ma in questo caso smorza la tetraggine del fogliame del cipresso. Sembra stare lì per pura combinazione, senza nessun atto di premeditata orticoltura.

Libero finalmente

Il glicine corre finalmente libero di esprimere tutta la sua vocazione. Dato che abbiamo tanti cipressi nei cimiteri, perchè non piantarci al piede qualche glicine? O semplicemente, perchè non lo piantiamo lì dove può essere piantato, senza costringerlo con potature in spazi angusti, come se fosse un rampicante da niente, piccolo come una clematis, docile come un pisello odoroso?
Ci ostiniamo a volerlo avere a tutti i costi, perché è bello, perchè è terribilmente romantico, perchè anche gli altri ce l’hanno, per non essere da meno.
Dovremmo pensarci due volte prima di piantare un glicine in giardino, capire dove andrà a finire e se saremo costretti a tagliarlo alla base il giorno che l’ENEL ci dirà che dà fastidio durante le operazioni di manutenzione ai cavi della corrente. Vogliamo avere una trina color malva sul cancello d’entrata? Bene, dovremo stare attenti che non se lo divori.

E vissero per sempre felici e contenti


Una cortina di alberi o un’alta siepe, non necessariamente privata, ma perchè no, anche comunale, sono un supporto ideale per un glicine, che potrà cessare di essere quel barboncino tosato e con la coda a pouf, e tornare ad essere l’animale selvaggio che è.
Cazzo, lasciate battere il cuore del glicine.