L’estenuante lotta per la dignità fisica in un mondo che obbliga a rispecchiarci nei modelli di bellezza proposti dal cinema
Illustrazione interna del mio breve romanzo “La piccola estate”.
Anche a voler essere ciechi, andando a mare ci si accorge di quanto grande sia la differenza tra corpo e corpo. L’occhio è obbligato a soffermarsi su forme, dimensioni, colori. Quale più bianco, quale più marroncino, quale più lungo, più corto, quale più grasso o magro. Come i fiori in una aiola, non c’è corpo uguale all’altro.
In spiaggia l’occhio palleggia tra i gruppetti, le famiglie, i colori dei costumi. Se c’è poca gente, a volte sento l’angoscia delle ragazze italiane che inseguono l’ideale di corpo nordico, alto, solido, statuario. La sento questa angoscia come una nube bassa e densa che avvolge tutto. Penso alle innumerevoli ragazze dalle forme naturalmente abbondanti, che si sono rovinate il metabolismo per sempre. Per sempre. Per sempre.
Le figlie delle donne ucraine e polacche, che trent’anni fa sono venute a fare le badanti e le pulizie, rispecchiano perfettamente l’ideale nordico. Si atteggiano con malcelata superiorità. L’ideale di bellezza femminile si è sviluppato attorno al loro fisico, non al nostro: è ovvio che si sentano “superiori”. L’idea della Herrenrasse è molto radicata e molto più intensa di quanto non possiamo neanche immaginare.
Io forse non faccio testo: per me se mi comparisse davanti una ragazza zebrata di giallo e blu, con le antenne e gli occhi da mosca, al massimo le chiederei se le piace il clima della Terra.
Nei decenni ho però imparato che il razzismo non è solo in chi guarda, ma anche in chi viene guardato. Gli ideali di corpo bello, di corpo femminile, di bellezza della donna, sono tutti derivati dal razzismo. Sono frutto di una visione profondamente razzista del mondo. Il razzismo è così profondo che qussi non è più neanche visibile: affonda nelle tenebre, ma esiste.
Le donne della mia generazione sono diventate bulimiche e si sono rovinate la vita perche gli americani sono razzisti. E anche le millennial e le zoomer non sono libere dal razzismo interiorizzato, che si trasforma nel biasimo per il corpo delle sorelle. Cazzo, è disgustoso! leggi come funziona: gli americani sono razzisti -> gli americani ci hanno colonizzati culturalmente con il cinema -> abbiamo imparato e interiorizzato i modelli di bellezza americana -> odiamo noi stesse per non essere geneticamente adeguate -> odiamo quelle che lo sono -> odiamo quelle che non lo sono. Odiamo, disprezziamo.
No, sorelle, non va. Ma voi avete mai provato a coprire un tavolo tondo con una tovaglia rettangolare? La cosa “da ridere” (e da piangere) e che a volte, a prezzo di sacrifici immensi, queste tovaglie vengono tirate e aggiustate in modo da rispettare quella forma estranea. Ah, noi donne siamo meravigliose, anche nei disastri!
Sorella, se sei a dieta perché vuoi assomigliare a Margot Robbie, ricordati che la tua dieta è frutto di un pensiero razzista di un popolo che non è neanche il tuo. Vedi un po’ tu.
Vengo a voi, dopo anni di silenzio, a dirvi che la lista di parole giardinicole di mio conio si è arricchita di un nuovo termine: giardicazzo.
Ho qualche volta raccontato (qui , e anche QUI), le nuove parole che ho inventato nel corso della mia attività di giornalista di giardini e giardinaggio. Data la penuria nominis della lingua italiana in questo settore, occorre rimodellare o coniare ex novo, cosa che tra l’altro a me viene sempre assai semplice.
In questo caso, giardicazzo, non è un termine nuovissimo: già Ippolito Pizzetti scriveva in Pollice verde (1986), del “giardinaccio all’italiana”. Il “giardinaccio” inteso da Pizzetti non è altro che un insieme di esiti accomunati dalla bruttezza, mentre il giardicazzo si configura come una serie di procedure, una praxis, che ha preso corpo con il primato di internet come fonte più rilevante di informazioni e oppurtunità di acquisto, e la nascita della figura dell’influencer come venditore specializzato in un determinato settore di cui conosce poco o nulla, ma in cui emerge grazie alle capacità di vendita. L’influencer è l’esatto opposto dello specialista: sono modelli totalmente antipodali e mai sovrapponibili.
È dunque il giardicazzo a determinare il giardinaccio, non viceversa. Il giardicazzo si maniesta in una serie di azioni, proposte e idee che non hanno nulla a che vedere con il giardino e ciò che vi ruota attorno, ma aventi come focus unico la vendita, dunque un introito per l’influencer. Questo introito è il diretto risultato di una spesa fatta dal pubblico. Se il pubblico non effettuasse alcuna spesa, l’influencer non otterrebbe nulla. La natura del giardicazzo è sempre un’uscita finanziaria da parte di chi sta usufruendo quell’insieme di idee e azioni attorno al giardino, che conducono direttamente al giardinaccio.
Se il giardinaccio è spesso il frutto di un risparmio, quindi un minore esborso di danaro, il giardicazzo è sempre legato a una transazione finanziaria unidirezionale, a una spesa. La natura del giardicazzo è quindi finaziaria, non giardinicola. Il giardicazzo ha un solo scopo: vendere. Vendere qualsiasi cosa: il terriccio, le piante, il concime, ma anche tutto ciò che è collocabile in giardino, arredamento, abbigliamento per il giardino. Il giardicazzo non vende solo “cose”, vende anche azioni e idee che hanno come scopo primario abbassare e omologare le richieste delle persone nei confronti del giardino e ciò che lo riguarda, in modo da poter meglio controllare i suggerimenti di vendita.
Questo sistema si applica a tutto, non solo al giardino. Nel giardino diventa più visibile perché la componente tecnica richiesta è molto elevata (il giardinaggio non è facile, toglietevelo dalla testa, e non è per tutti), quindi la compressione dell’offerta culturale diventa assai visibile e molto distorcente, quindi facilmente puntualizzabile.
Per ridurre la diversificazione di richieste, convogliare gli acquisti verso un determinato obbiettivo (lo sponsor del momento, il prodotto di punta, la promozione, l’offerta, ecc.) è assolutamente fondamentale creare una bassissima aspettativa del pubblico. Se la proposta culturale è “un bel giardino”, la richiesta di tempo e danaro sarà altissima, direi incalcolabile. L’attesa sarà pari alla cifra impiegata e la delusione potrebbe essere cocente.
Se la proposta culturale è un “giardino di tipo urbano” (qui entrano in campo le etichette culturali e tecniche, tipiche della manualistica, che creano degli insiemi estetici a cui mirare o da cui fuggire), la richiesta economica sarà minore, così l’attesa, così la delusione.
Se la proposta culturale è “un giardino familiare a basso mantenimento”, la spesa sarà ancora minore. E via dicendo. Se l’attesa non è alta, è più difficile rimanerci male. Il peggio che ci si può aspettare è una cattiva recensione o un commento negativo che finisce facilmente nel cestino, una controversia PayPal, ammesso che i termini non siano scaduti.
Ma la vera cazzimma del giardicazzo è la capacità far pensare che un brutto giardino sia bello, e venderlo come tale. Il giardino, la sua progettazione, e tutto ciò che gli sta attorno, quindi piante, terriccio, attrezzi, cura della persona, ecc. Roba brutta a prezzi modici. Roba brutta di cui l’infuencer crea il cosiddetto “bisogno” facendola passare per bella. L’influencer vende anche necessità di modifiche facendo leva su sempre presenti disfunzionalità del giardino, imprevedibilità dovuta a fattori esterni (clima, rumori, animali, ecc.), sulla dichiarazione dello status economico e sociale o sull’appagamento spirituale che il giardino dà.
Un brutto giardino costa poco, diciamocelo. Non è difficile ottenerlo. Un brutto giardino non si nega a nessuno, via! Progettare un brutto giardino è semplice e veloce, ma il cliente paga in buona fede, immaginando di acquistare un bel progetto. Piante malandate o mal tenute costano poco, il cattivo gusto è ancora a buon mercato, se acquistato all’ingrosso, ma al dettaglio costa caro perché lo si fa passare per buon gusto. Insomma, il giardicazzo vi vende una cosa brutta, un brutto giardino, ma ve lo fa pagare poco.
L’influencer adotta una vera e propria strategia, quella di presentare sempre, mese dopo mese, anno dopo anno, attività semplicissime e ad alta percentuale di successo. Abbassare le competenze orticole necessarie per eseguire le azioni proposte è un modo per far otterenre un successo anche al pubblico con zero esperienza. Anche qui si ripropone la dinamica delle attese: un’operazione colturale appena elementare viene data come complessa o come laboriosa da scoprire o inventare, illudendo il pubblico sulle proprie reali capacità e mistificando l’essenza di una ricerca di apprendimento che è una costante delle passioni e degli hobby. Un’alta percentuale di successo garantisce una fidelizzazione immediata e una maggiore interazione del pubblico. Proporre tecniche complesse è invece scoraggiante per la massa di entry-level che fruisce maggiormente dei contenuti degli influencer e porterebbe a lamentele o a commenti polemici. Nessun influencer, mai, proporrà tecniche che non siano elementari, al limite dell’analfabetismo funzionale. È una regola così importante che ne fanno un principio di vita, tale che se nel corso della loro attività hanno imparato qualcosa, la disimparano velocemente. Nei cosiddetti “corsi avanzati” non c’è nulla, qualora ci fosse stata, sarebbe svanita.
L’assenza di problemi complessi conduce a un interessante risvolto, poiché gli ambiti dove questi vengono analizzati diventano in breve piccoli potentati, in genere dominati da uomini: gruppi Facebook, redazioni specializzate, vivai, tecnic*, architett*, paesaggist* e via dicendo. L’influencer può anche collaborare con questi piccoli potentati in un reciproco scambio di favori. L’ingombrante presenza dell’influencer assottiglia la possibilità di avviare un discorso culturale al di fuori delle sedi tradizionalmente destinate a farlo, come riviste e quotidiani, salotti letterari, garden club, ecc., rendendo elitario il giardino e ciò che gli gravita attorno. Mentre il versante tecnico e pratico è controllato da aziende, vivai e professionist* che -per numerose e varie ragioni- marginalizzano l’interazione della singola persona. Di fatto, la figura dell’influencer del giardino ha contribuito a cancellare l’amatorialità e lo spirito di intraprendenza, l’autodidattica e la sperimentazione individuale, doti molto lodate nella storia del giardino dal 1800 in poi, caratterisiche del giardino novecentesco.
Questi disegni sono fatti a mano da me, senza firma o contrassegni. Sono ceduti a chiunque voglia per l’uso che ritiene proprio, sia personale che commerciale.
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La rete impazza per i fiori di Sebastian Stan dopo la nomination al Golden Globe per “Pam&Tommy”. Nomination della quale Seb non sembra curarsi dopo aver detto che i social gli stanno indigesti (stacca il numero e mettiti in coda).
I fan e le fan si chiedono a chi e dove li stesse portando. Non lo so, ma a guardare i fiori si può tirare una conclusione abbastanza chiara.
Abbiamo un bouquet molto alto e di un certo peso, considerando l’altezza di Sebastian e la sua forza. Il bouquet deve essere sostenuto con due mani durante l’attraversamento della strada. Ovviamente si deduce la presenza di un vaso abbastanza impegnativo, forse di cristallo, di forma quadrangolare, ottimo per essere utilizzato su una mensola o su un mobile, molto meno come centro tavola (sarebbe stato tondeggiante). Difatti la composizione è regolata per essere bella da tutte le angolazioni, ma è privilegiata la parte frontale con il logo.
I fiori sono delle orchidee Vanda, degli ibdidi di Anemone coronaria e di Matthiola incana. Questi ultimi due sono giganteschi, personalmente non li ho mai visti così grandi, e immagino che la coltivazione di piante dal fiore così pesante sia estremamente costosa e non diffusissima. Ci sono anche delle rose da taglio del tipo HT.
Il verde pare il Ruscus che va tanto di moda oggi, che tra l’altro l’Italia esporta molto facilmente.
I fiori -si capisce dal marchio- sono stati confezionati da Julia Testa a Manhattan e basta guardare la sua gallery di foto per trovare molti dei fiori del bouquet di Seb.
Logo di Julia Testa -New York
Ora, io non conosco molto bene le abitudini di gifting degli americani per quanto riguarda i fiori, ma immagino siano molto simili alle nostre.
La composizione trasmette pace e gentilezza, ma anche una certa vivacità. La Matthiola, nella sua versione spontanea, è anche un fiore edule.
In Italia sarebbe una bellissima composizione per festeggiare la nascita di una bimba (dato che è prevalente il rosa) o un compleanno di una bimba, un battesimo, o qualche evento legato a una bambina.
Tutte le foto sono state scaricate dal Daily Mail, a questo indirizzo:
Per la rassegna cinematografica Forum Ambiente a Milano, dopo la proiezione di mercolì scorso del Tempo del Casoncello, di cui ho parlato in questo articolo, sabato 8 ottobre 2022, a partire dalle 16:30, dopo il film Alberi, il film documentario Giardini Indecisi di Emilio Tremolada (per chi ricorda il forum di CdG, stiamo parlando di Trem).
Ho visto maturare entrambi i progetti, Trem è stato così gentile da farmi avere le anteprime, da discutere con me su alcuni punti. Ci siamo scambiati idee e opinioni, perciò io so già che Giardini Indecisi è un film bello, ma complesso, a cui si arriva prima con l’intuizione che con l’analisi.
Sono curiosa di sapere cosa ne pensate, se avrete la possibilità di vederlo in zona Milano, questo sabato, il mio consiglio è di non lasciarvi scappare quest’opportunità.
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Attraverso le più svariate esperienze e vissuto nella natura, Giardini Indecisi coglie l’intimo dilemma del giardino contemporaneo e di chi lo pratica.
Spingendosi nelle frange delle funzioni in cui il giardino è oggi sfilacciato, Giardini Indecisi si interroga su quale sia il totale da ricomporre.
Senza giudizi né sentimentalismi, Giardini Indecisi raccoglie il silenzioso muoversi della vegetazione attorno alle aree urbane, la paziente operosità dell’umana che alleva api regine, la pluridecennale raccolta di varietà di frutta dimenticata, la creatività mistica di uno scultore di ossa e sassi, la dedizione della gente comune nella coltivazione collettiva di ortaggi e verdure, quella della singola persona nel curare il giardino in modo da non ledere la terra.
Compaiono nel film i pensieri in corsa di Lara Amalfitano per il suo giardino di campagna, gli ailanti e le robinie e i pioppi che crescono nell’area della ex fabbrica Innocenti, la sorellanza con le api di Benedetta Berardi che seleziona api regine e ne assiste le famigliole, il giardino alimentare tra la terra e la luna di Carla Leni, i suggerimenti notturni di un barbagianni e di un gatto bianco che richiamano Francesca Bettini alla cura di un vecchio giardino, la sapienza e le varietà di antica frutta di Isabella Dalla Ragione, le sculture di sassi, utensili in ferro e ossa nell’orto giardino di Lorenz Kuntner, gli ortisti degli orti condivisi del Giardino San Faustino a Milano.
Nell’inarrestabile scivolare verso la postmodernità, Giardini Indecisi decide di andare controcorrente e ricostruire un intero, un insieme di attività, ludiche, sociali, umane, di pratiche destinate all’alimentazione, alla cura dell’ambiente e della fauna, o semplicemente mosse dalla vocazione all’ornamento.
Guidato da un senso poetico, con il genuino intento di esplorare un’arte da sempre scucita tra scienza, hobbistica, piacere e intuizione, Giardini Indecisi insegue la domanda e la risposta che da sempre agitano le menti dei giardinieri: cosa fa di un giardino un giardino?
Come la natura che ama nascondersi, nella colonna sonora composta da Andrea Inchierchia, gli strumenti musicali si mimetizzano, abbandonano la loro timbrica usuale, suonano spesso in modo indeterminato per essere una nuova voce. Il paesaggio sonoro, suoni di traffico, vento, api, uccelli, trattori, è elemento della partitura che compone la musica di Giardini Indecisi.
Con questi due albi si può dire di avere in mano il meglio e il peggio di Nagabe. Tanto ricco e denso di riflessioni è Wizdoms, quanto scontato e banale Monotone Blue, che deve il suo successo alla bellezza grafica e allo stile insolito nel mondo del fumetto giapponese, ma anche alla più ampia commerciabilità dovuta alla scelta di riproporre le dinamiche del boy’s love in chiave favolistica con personaggi ibridi tra umani e animali. Non è davvero un caso che quest’ultimo sia stato molto apprezzato nell’ambiente yaoi* e romance, quanto è stato ignorato Wizdoms.
Con chiarezza Monotone Blue è dedicato al target yaoi, mentre Wizdoms a lettori e lettrici non specifici.
Nagabe è uno dei pochi autori che la J-Pop rispetta e valorizza. La J-Pop, come anche Star Comics, è capace di ottimi risultati tipografici quanto di brutture da girone dantesco. Alcuni albi, come Escape journey (J-POP) o Mars (Star Comics), sono così disastrosi nella cura tipografica e nel lettering, da far passare la voglia di acquistarne i seguiti (a me infatti è passata).
L’edizione è senza dubbio molto buona (anche se non migliore di Love from the other side) e dalla veste si comprende quanto la casa editrice ci abbia puntato in termini di vendite, contando su una trama mainstream.
Monotone Blue ha tutti e sette i sacramenti del boy’s love tradizionale, dalla polarizzazione dei protagonisti nella diversa fisionomia (peloso <->glabro) e temperamento caratteriale (solare e aperto <-> ombroso e spaventato), alla ambientazione scolastica con tutti suoi corollari (il cantuccio sotto le scale, l’armadietto delle scarpe, i compagni bulli, gli incontri dopo le lezioni).
C’è poi la romanticizzazione dell’abuso sessuale e della violenza -di cui francamente avrei fin sopra i capelli- come premessa necessaria al sentimento più autentico.
Con Monotone Blue insomma Nagabe entra nel vasto circuito mainstream dopo aver abitato una zona poco frequentata dal manga, del disegno raffinato e carico di suggestioni, del fantastico con declinazioni filosofiche e umane, e della riflessione sull’individualità dei sentimenti.
Non manca la pagina interna alla Sasaki e Miyano.
Come sempre belli i dettagli che conosciamo, le scarpe, il drappeggio, le carte, i piccoli oggetti, la resa dei manti degli animali. Un po’ trascurato il tratteggio in favore di una retinatura molto semplice, non riuscitissima l’ibridazione umano-animale, che è uno dei punti di forza di Nagabe, forse perché vessata dalla necessità di associare all’umano la qualità di studente e all’animale quella di “peloso standard”, quasi “pet”.
Una retinatura troppo semplice e un tratteggio appena accennato rendono le scene di penombra e chiaroscuro un po’ troppo vuote rispetto alle precedenti prove in “Girl from the other side”
Sicuramente Monotone Blue è molto carino, ma nulla di più. Dalla postfazione leggiamo che avrebbe dovuto far parte di una raccolta di storie brevi e personalmente trovo che sarebbe stata collocazione più indicata. Dalla mano di Nagabe era lecito attendersi una spinta maggiore, un più aperto coraggio.
Redazione, forse avresti dovuto opporre maggiore resistenza…
Diversissimo il discorso per Wizdoms che associa almeno tre componenti: quella fantasy-favolistica, quasi disneyana, quella della scuola di magia con evidenti richiami a Harry Potter, e la scoperta dell’amore e della sessualità in ambito totalmente gay. A differenza di Love from the other side, dove l’amore lesbico era presente, sia pur sporadicamente e probabilmente viziato da una prospettiva non corretta, in Wizdoms le donne sono solo supporter o fan, non raggiungono neanche la dimensione di “ally”.
Le riflessioni che Wizdoms solleva sono numerose e di una certa complessità, immerse in una dimensione favolistica e un spirito tanto giovanile per la trama e lo scenario, quanto maturo per i disegni. Tanto sono sedimentate che possono persino non essere raccolte. Questo è infatti quel tipico libro che si può leggere a quindici anni e avere un certo tipo di percezione, a trenta un’altra, e a sessanta un’altra ancora (un po’ come per One room angel di Harada).
In questa scuola di magia e di scienze perdute, Wizdoms, i giovani studenti scoprono la sessualità e il romanticismo, in modo delicatissimo e poetico. Il senso del “prendersi cura” come gesto che dà e prende amore è commovente. Quell’emozione ricca di desiderio, imbarazzata e confusa, non troppo sicura di quel che avverà dopo, ma curiosa, affamata e perseverante. Questa sensazione è descritta molto bene. È proprio dalla nascita di questo sentimento l’inizio di uno dei più bei viaggi che ogni persona compie nella sua vita (e che se tutto va bene, finisce con l’ultimo battito del cuore): la scoperta della sua sessualità e delle sue unicità, sfaccettature e particolarità.
Il romanticismo di Nagabe è il far iniziare il viaggio a coppie che già si conoscono e che hanno instaurato un rapporto di amicizia, il che ci culla nell’idea che sarà un viaggio condiviso e lungo. Bella la scelta dei nomi, che danno un tocco europeo, non solo britannico, senza essere né aulici né banali ma molto fiabeschi (con i nomi europei o americani, i mangaka giapponesi hanno in genere grossissime difficoltà, Nagabe sembra veleggiare perfettamente questo mare).
L’atmosfera Hogwartsiana è un richiamo dichiaratamente aperto.
Come per Love from the other side c’è una gran cura dei dettagli e degli interni. A volte vediamo gli spazi solo per le figure che vi sono collocate, senza alcun riferimento. Lo stile si avvicina senza timore reverenziale a quello di Disney, Shepard, Potter.
Le storie d’amore non sono mai consumate, viene raccontata quella fase in cui al romanticismo si affianca il desiderio sessuale, e in qualche modo, il possesso dell’amato. Gli amori nascono prevalementemente tra studenti, ma anche con e tra professori. C’è insomma una variabilità dell’età dei protagonisti. La disomogeneità di età è un tratto tipico del manga sentimentale ma è proprio questa a dar maggiore filo da torcere in occidente, dove una grande distanza di età non è recepita positivamente . È un po’ come se Nagabe volesse prendere tutte le correnti del manga sentimentale ed erotico e trasformarle con la sua insuperabile capacità illustrativa. O come se volesse farsene beffe. O -ancora- come se volesse aggirare alcune pruriginosità usando lo stratagemma della forma animale (che semanticamnete rimane sempre quella di un ragazzo anche se narrativamente non lo è) e beffare stavolta il lettore. O tutte e tre queste cose insieme.
E niente, Nagabe, ti stimo.
Il riferimento a Enest Howard Shepard, illustratore di Winnie the Pooh, è chiarissimo
Per quanto mi riguarda vengono poste in essere domande quali: “Se pur esiste il consenso, esiste la consapevolezza?”. “Quanto di commerciale c’è in tutto ciò?”. “Eppure mi piace, lo trovo adorabile”.
Dei due pipistrelli ci si preoccupa però di sottolineare che non sono fratelli. Proprio in quel genere di racconto in cui l’essere fratelli è una scelta del cuore e non un dato biologico. Pare quel tipo di frase utile a scongiurare ritorsioni e censure.
Anche nell’episodio più problematco, in cui il giovane studente Emil è innamorato del professor Fermat, che alla fine si scopre ricambiarne i sentimenti (molto accorata la ricerca di Fermat sulla natura del suo stato, che cerca di organizzare in una rigorosa formula matematica, il cui risultato è L O V E), ognuno di noi trova un ricordo di sé da giovane, quando ci si prendevano cotte-paura per gli/le insegnanti.
Alla fine ciò che conta è uno spirito fresco e appassionato, non un infingimento (come un po’ avviene in Monotone Blue) e in verità, analizzato con cura il messaggio, se c’è qualcosa che ci turba è la normalissima preoccupazione che le deboli strutture che tutelano i giovani non siano efficienti, ma questo è un demerito sociale che non riguarda il libro.
“Marley e Collette” è in assoluto l’episodio più tenero e toccante, ecco perché all’uscita di Monotone Blue, che riprende il personaggio della lucertola, mi attendevo qualcosa di strappacuore (e invece gneeeente).
Anche gli amori adulti hanno la loro parte. L’unicorno ricorda solo a me il dolce Haruki di Given?
“Wizdoms”, cioè il regno della magia e della saggezza. “Wiz” come wizard, “Wisdom” come saggezza. Sembra che Nagabe ci stia chiedendo di affrontare la siua opera con la magia della mente saggia.
yaoi: genere di manga, solitamente autopubblicato, che contiene storie di relazioni sentimentali e sessuali tra maschi. In Italia si usa molto distinguere lo shonen ai, cioè storie prevalentemente romantiche, dallo yaoi, storie con relazioni sessuali esplicite, ma in realtà sarebbe meglio chiamare entrambi i generi “boy’s love”.
val la pena ricordare che i boy’s love sono disegnati da donne per un pubblico femminile, anche se sono molto apprezzati anche dai maschi. I fumetti gay si chiamano bara (“rosa”, il fiore, non il colore).
Non dovrebbe sorprendere che un autore come Nagabe piaccia tanto in Occidente. Il suo stile Art Nouveau coinvolge e affascina per dettaglio e creatività. Le creature insolite che disegna sono inquietanti e romantiche, dalle forme spaventose e dallo sguardo dolce.
Un filone che l’Europa conosce molto bene e che usa spesso nella favolistica, nella narrativa e anche nella cinematografia: racchiudere uno spirito nobile in una forma ripugnante. Dalla Bella e la Bestia, alla Casa dei melograni di Oscar Wilde, fino a The elephant Man, l’Europa ama storie in cui un corpo mostruoso ospita un cuore gentile e fragile.
Ci piace forse sentirci incompresi, indulgere nell’idea di essere meglio dell’immagine che lo specchio ci restituisce? Può darsi, ma è anche vero che dopo la Restaurazione e la Rivoluzione Industriale, la società diventa castigatrice nei confronti di forme e comportamenti non in linea con la struttura sociale e che gli artisti risentono subito e intensamente delle prigionie mentali.
L’idea di mostruoso, di brutto, si collega a quella di malvagio, cattivo, negativo. È un pensiero che in occidente ci deriva dall’imbarbarimento culturale del Medioevo, periodo nel quale risiedono molte delle suggestioni favolistiche riprese dal tradizione folklorica scritta e dal fantasy contemporaneo. Già nel suo precedente e fortunato Girl from the other side, Nagabe ha usato in abbondanza scenari medievali occidentali, e si può dire di questo autore che sia molto proiettato verso lo stile occidentale, tanto da conservare qualche flebile traccia stilistica del manga solo nei volti, principalmente femminili. Per il resto Nagabe pare avere abiurato l’Oriente in favore del Liberty occidentale, di cui fa letteralmente incetta e di cui è certamente gran fruitore.
Il riferimento più immediato è l’Arthur Rackham dei Racconti di Mamma Oca , sia per il bianco e nero che traccia silhouette che per la distribuzione dei personaggi nella pagina, aperta e ariosa, in cui sfondi e linee essenziali, come quella del pavimento o del soffitto, vengono rese unicamente dalla posizione dei soggetti e dall’utilizzo accorto e prudente di elementi come oggetti e animali.
L’altra fonte più immediatamente riconoscibile è il complesso di illustrazioni eseguite con l’arte incisoria tra la Secessione Viennese e il déco. Si rintracciano subito le influenze di Károly Kós, Carl Krenek e Ivan Bilibin.
Tuttavia il segno di Nagabe non si ferma al periodo d’oro dell’illustrazione, ma si proietta in avanti, raccogliendo anche le suggestioni posteriori che sono un diretto frutto del Liberty europeo, cioè l’enorme filone di Norman Rockwell e dell’illustrazione olandese per ragazzi degli anni Trenta.
Da Rockwell l’esilità delle figure, ben spaziate e dalle pose ben concepite. Il drappeggio degli abiti, le scarpe molto lunghe, le calze a costine (e molto altro).
Altra traccia immediatamente visibile è quella di Winsor McCay, l’autore di Little Nemo. L’episodio con il leone e il bambino ne porta una vistosa memoria.
Questo in particolare mi è sembrato l’episodio meno riuscito, un po’ pedante e midcult, sul filone “piccolo principe boy’s love”.
Nagabe riesce a essere molto dettagliato anche con tratti non iperrealistici, e questo è uno dei suoi massimi punti di forza.
Qui il riferimento è alla contemporanea illustrazione di favolistica per bambini, tipica dell’areale britannico (Jill Barklem, per capirsi).
Tra il bosco buio abitato da creature oscure e spaventose e il toast tagliato in quadrotti perfetti, c’è un’enorme distanza immaginativa. La capacità di Nagabe di spostarsi tra il domestico e il surreale è tremendamente affascinante e in grado di catturare l’attenzione con immediatezza.
Tuttavia l’insieme dei racconti risulta manierato, didascalico e poco audace. Un po’ incerto sul pubblico di riferimento, che non deve essere troppo maturo per non rimanere deluso da contenuti non certo originali, e non troppo giovane da rimanere turbato da amori queer. Un buon libro, insomma, per i giovani tra i 14 e i 20. Eppure la capacità grafica di Nagabe potrebbe spingersi davvero in là, fino a toccare surrealtà e zone oscure di grande potenza evocativa. Dispiace quindi che il mangaka si sia vistosamente piegato alle regole editoriali del fumetto, rimanendo ancorato a un target giovanile e dipingendo sentimenti e sessualità in modo totalmente conforme all’impronta editoriale corrente. Non c’è infatti nessun guizzo di originalità nelle storie narrate da Nagabe, se non la disomogeneità delle creature che le abitano. Questo può bastare all’occhio, ma non alla mente. La mente cerca qualcosa di più.
Il miglior lavoro di Nagabe pare rimanere uno dei suoi primi manga, Girl from the other side, seguito da Wizdoms. Questo è apprezzabile, mentre il successivo Monotone Blue è davvero banale e non si riesce a capire come sia stato celebrato da così tante critiche positive. Nel tempo Nagabe si è omologato, come succede -credo- a ogni mangaka che aspiri al successo.
Peccato.
Molto bello il trattamento del lettering di J-Pop, che quando si mette, a volte ce la fa.
Odyssey è stato scritto nel 1995, ventisette anni fa. In Italia è stato pubblicato nel ’96 da Flashbook, che della coppia Buronson-Ikegami aveva già in catalogo Kyoko – The love bullet. Buronson si firma Shō Fumimura, come in Sanctuary, di cinque anni precedente, e di cui Odyssey è sostanzialmente un sequel.
È curioso che abbia finito di leggerlo pochi giorni prima dell’omicidio di Shinzō Abe, l’8 luglio a Nara, perché dalla notevole distanza che separa l’Italia dal Giappone, pare quasi che Buronson sia in grado di prevedere il futuro. Odyssey ha quella rara qualità che pochi romanzi e opere letterarie possiedono: aver recepito così intimamente un conflitto sociale, portandolo agli estremi grazie alla traslazione narrativa, e averci “insertato”, cioè aver ritratto un evento che se non è identico, ci va molto vicino. Odyssey si conclude proprio così, con l’omicidio di un vecchio politico, ritirato ma ancora figura di spicco, influente, le cui manovre sarebbero state determinanti per il futuro delle Forze di Autodifesa.
A sparargli, con una pistola vera, è Ishizu, un uomo politico affermato e potente, una sorta di Chiaki Asami di buona famiglia, vissuto negli agi, “nato arrivato”, e non più partito dalla strada e in corsa come in Sanctuary. A testimonianza del fatto che in Giappone le questioni relative allla defenestrazione dei politici non si determino attraverso le pallottole, la pistola di Ishizu viene circondata da un’aura di pericolosità e inquietudine, tanto da essere definita “un jolly”.
Odyssey è un progetto politico che ha l’intento di rivedere l’ormai famigerato Articolo 9 della Costituzione, che impedisce al Giappone di avere un esercito, ma che ha una Forza di Autodifesa (la Jieitai, nota come JSDF) che la rende la quinta potenza militare mondiale. Questa contraddizione, frutto della sottomissione agli Stati Uniti a seguito della sconfitta nella la Seconda Guerra Mondiale, è ciò che anima l’azione politica di Chiaki Asami e Akira Hojo in Sanctuary, e che in Odyssey si materializza militarmente.
Sebbene con una trama confusa -alle quali Buronson chi ha ormai abituati- Odyssey delinea abbastanza bene un panorama politico interno che, alla luce degli eventi dell’8 luglio, appare come qualcosa di totalmente opposto alla “fantapolitica”- termine con cui la casa editrice Flashbook lancia il manga (una scelta dettata da comprensibile prudenza nel 1996). Si tratta invece di un sentimento largamente condiviso dalla società giapponese sulla necessità di emancipazione dagli Stati Uniti e sulla ricerca di alleanze con i paesi vicini, segnatamente Cina e Russia (i rapporti con la Russia sono meglio analizzati in Strain, anche questo edito da Star), e la ricerca di un ruolo meno ipocrita con l’ASEAN (di cui né Cina né Giappone fanno parte).
“Odyssey si configura come un sequel di Sanctuary “
La proposta della modifica all’Articolo nove della Costituzione non era una novità nel 1990, all’uscita di Sanctuary, né cinque anni dopo, quando è stato pubblicato Odyssey. In Giappone se ne parla praticamente dalla fine della guerra, da quando gli Stati Uniti imposero la non belligeranza al paese inginocchiato da due bombe atomiche. Ma l’abilità di Buronson di trasformare il fatto politico in fatto umano e aprire scenari possibili, è stata davvero ammirevole. L’Articolo nove è stato avversato dalle fazioni più militariste della politica giapponese, e in questo credo che Buronson abbia avuto il coraggio di dichiarare la sua posizione, condivisibile o meno.
Ciò che era solo accennato in Sanctuary, viene realmente eviscerato in Odyssey. Da che parte vuole stare il Giappone alle soglie di un nuovo millennio in cui Hong Kong sarà restituita alla Cina?
Gli eventi si susseguono in modo come sempre incalzante, con colpi di scena in sequenza, che confondono anziché approfondire, e rendono tutto un po’ superficiale e poco credibile. Tuttavia il “fondo di verità” che si cela dietro ogni opera di fantasia, si è vigorosamente materializzato agli occhi di tutti, l’8 luglio a Nara. L’assassinio di un vecchio politico che aveva avuto un ruolo di spicco nella proposta di revisione dell’Articolo nove, un articolo la cui modifica cambierebbe gli assetti politici internazionali e destabilizzerebbe il potere degli Stati Uniti sul fronte Pacifico.
A ribadire l’interesse diretto degli Stati Uniti, Ikegami utilizza in modo smaccato i volti di Bill e Hillary Clinton. Il presidente degli USA, Clamp, è infatti uno dei personaggi più importanti della vicenda. Sinceramente lo trovo un grande onore per Bill Clinton essere stato disegnato con quest’aura di prestigio, che almeno noi occidentali non gli abbiamo mai riconosciuto.
Clamp e le fazioni più moderate, con cui alla fine si allea anche Ishizu, ricercano un accordo quasi disperato, per non far degenerare tutto in un massacro. Il casus belli è l’omicidio di un analista americano sul suolo giapponese.
L’analista Slenger -che nel manga prende la posizione di “saggio neutro”- viene ucciso da un militare in modo da generare una reazione sia interna che estera. La risoluzione del conflitto sarà laboriosa e confusa, e anche un po’ frettolosa, come sempre accade con le sceneggiature di Buronson, che o indulgono in reiterazioni senza fine (come in Heat) , o chiudono velocemente trame complesse con un gran numero di personaggi.
In Odyssey non c’è un affastellamento di personaggi di secondo piano, il che sulla breve lunghezza di tre volumi è senza dubbio una buona scelta. Rimaniamo concentrati su Niimi, il protagonista, ex del Corpo di Autodifesa, con un volto da baci molto simile al John Cusack più carino di sempre.
Rischiose abitudini (The grifters)- 1990
Ishizu, il politico freddo e apparentemente arrogante, dalla visione ambiziosa, ma non ingiusta, capace di perdere la vita per un ideale. Ishizu è il vero protagonista di Odyssey, il suo trovarsi preso in una morsa tra il militarismo che degenera e l’intollerabile sottomissione agli Stati Uniti, un ideale destinato a un lungo viaggio con pochi approdi, proprio come Ulisse, un viaggiare ideologico per “tornare a casa”, la casa che era il “santuario” di un popolo prima che il piede straniero lo schiacciasse. Indubitabilemente Ikegami è dalla parte di Ishizu, lo disegna più che mai imperturbabile e nobile d’aspetto, carico di dignità e autorevolezza.
Il punto debole di Ishizu: l’amore per Satoko, moglie di NiimiOddio, ma in alto a destra è Craxi? Facciamo chiarezza: Mitsuaki è il nome, Ishizu è il cognome.
Anche Kakura è un personaggio molto interessante, simile a Tokai, vigoroso e incolto, più selvatico e mascolino.
Kakura ha una personalità complessa e contraddittoria, capace di massimi gesti di generosità e di bassezze orribili. Kakura è un ottimo personaggio di spalla per Niimi, che pur determinato e attivo, rimane un po’ lesso come protagonista, non ce la fa da solo a calamitare l’interesse del lettore (il massimo in questo senso è Yo Hinomura di Crying Freeman).
La narrazione si sposta tra Giappone, Africa e Stati Uniti, e Ikegami coglie l’occasione di mettere in mostra la sua abilità nel disegnare volti di ogni etnia senza renderli caricaturali, privarli di spessose emotivo o individualità. Ad oggi Ikegami sembra l’unico mangaka in grado di disegnare un nero o un americano senza cadere nei cliché. Questa superiorità schiacciante era stata evidenziata al massimo nel precedente Kyoko -The love bullet, edito sempre da Flashbook, in cui i personaggi afroamericani sono numerosissimi.
I paesaggi seguono gli spostamenti geografici, anzi li enunciano non gran forza. A parte ovvi palmizi in Africa, sono molto interessanti gli edifici del potere politico, che appaiono quanto mai solidi e immobili, come fortini militari.
Ikegami non rinuncia a qualche scena notturna e a una puntatina nei bassifondi.
La sua amata Kabukicho
Le personagge principali sono Fauro (credo che la pronuncia sia Forò, dato che è francese) e Satoko. Fauro è la ragazza di Kakura, per il quale perderà la vita, Satoko la moglie di Niimi, una donna rassicurante e allegra, aperta. La classica personaggia dimenticabilissima che si mette subito da parte e serve solo a 1)dichiarare etero Niimi e Ishizu 2)rassicurare lettori e lettrici sull’happy end.
Fauro è quella che se la passerà peggio. Ikegami e Buronson non sono mai gentili con le donne e anche se vengono disegnate con una notevole individualità nei tratti, non riescono a essere figure indipendenti. Neanche Kyoko che è la protagonista della sua stessa vicenda. Ikegami non riesce a farci percepire nulla attraverso lo sguardo delle donne, c’è solo ed esclusivamente male gaze nelle sue opere, così forte da diventare narcotico. La scena delle prostitute uccise o drogate è da film americano, con volti e acconciature tra Joan Crawford, Vivien Leigh e Nastassja Kinski. Fine e crudele, sensuale e tragica. Eppure questo è uno dei pochi manga in cui la visione di stupri e corpi spezzati di donne è ridotto al minimo, vuoi anche per il numero delle pagine. L’apice del delirium tremens di Ikegami era già stato toccato in White Haired Devil, in cui il sesso è così brutale da diventare comico.
Se si poteva chiedere di più a questo manga sarebbe stata una maggiore lunghezza. Per quanto lungo e ripetitivo sia Heat, questo è breve quasi sincopato, e lascia un po’ di amaro in bocca proprio perché se ne vorrebbe sapere un po’ di più su come i giapponesi considerano la loro politica e i loro affari esteri.
Val la pena leggere Odyssey adesso, dopo l’omicidio di Abe, per comprendere meglio quanto forte e di lunga data sia la dissonanza sociale riguardo all’Articolo nove e alle alleanze politiche imposte e costruite nel tempo. In questi tre volumetti risuonano gli echi di eventi che hanno cambiato il Giappone e in parte anche noi: il Decennio Perduto a causa dell’esplosione della bolla speculativa, la crisi economica, la restituzione di Hong Kong alla Cina, l’ascesa del potere cinese e l’importanza del petrolio russo, la società in tensione e la politica quanto mai distante dal popolo.
L’esordio italiano di Yuna Hirasawa non è certamente passato inosservato a chi cerca nel manga qualcosa di più vicino alla narrativa tradizionale, di più sincero rispetto a tante storie molto commerciali che stanno riempendo gli scaffali, fino a confondere lettori e lettrici.
In Terrarium ho trovato qualcosa di cui in Italia si sente davvero fame, cioè una gran cura tipografica. L’edizione è infatti molto curata, la stampa ben definita e con colori vivaci. Molto belle le prime pagine a colori, su carta lucida. A differenza della maggior parte delle edizioni italiane qui abbiamo un volumetto con ottima brossura, facile da aprire e sfogliare, che non bisogna tirare per tenere aperto, con i margini liberi. Questo garantisce che nessuna parte del disegno o del testo venga tagliata, com’è invece fin troppo frequente per il manga in Italia.
Ci sono anche i numeri di pagina, solitamente assenti. La cura tipografica che Hikari ha dedicato a questo manga mi commuove.
Non convincente invece la scelta del maschile per definire un personaggio femminile. Chico, la nostra protagonista, è infatti una ragazza, e di mestiere è “tecnologo investigatore”. La dissonanza è forte, perché oggi anche nell’uso comune si sarebbe scritto “tecnologa investigatrice”, e questa scelta appare come un passo indietro rispetto alla narrativa tradizionale e un ostracismo alla corretta designazione dei generi nel lavoro. Tanto più che in Italia “Chico” è adottato dallo spagnolo, e viene usualmente tradotto in modo colloquiale come “ragazzo”. In Italia “chico” e “chica” hanno un registro parlato un po’ datatato, e si comprende facilmente la difficoltà dell’adattamento. A maggior ragione però, sarebbe stato opportuno utilizzare il femminile per la mansione lavorativa. La fantascienza è da sempre territorio di esplorazione, contenutistica e linguistica. Un’occasione perduta, direi, che genera anche un po’ di confusione nella quarta di copertina.
Chi è Chico? Chi è Pino? Ma ci sono due o tre personaggi?
Ben fatto il lettering, che ha rispettato le onomatopee giapponesi
Yuna Hirasawa ha al suo attivo solo due manga, e in Terrarium si legge molto bene una poca scaltrezza stilistica, compensata da personaggi ben caratterizzati.
Nelle pagine a colori è più visibile l’uso di modelli digitali per elementi come fiori, che in alcuni casi sono perfettamente identificabili, come i gigli (che non sono mai bassi), i Leucojum e la Salvia farinacea.
Anche nel bianco e nero l’ausilio digitale è poco mediato e crea un po’ di durezza. Ombreggiatura e retini sono molto basici, così come il charcter design che non riesce a dare autonomia a Chico che è la classica “ragazzina da manga/anime” col fiocco in testa. Anche Pino, il robot, ha orecchie da gatto che possono risultare gradevoli a un pubblico molto giovane.
Chico è un po’ anonima
Il tratteggio un po’ assente crea vuoti in pagina e una scarsa definizione anche in scene di paesaggio che non sarebbe stato difficile rendere più complesse e accattivanti allo sguardo.
Molto piùinteressante invece l’elaborazione di scenografie -che pur non originalissime- danno un tocco di surrealtà, avvicinando la narrazione ad Alice nel Paese delle Meraviglie. L’aspetto più interessante del viaggio di Chico e Pino è proprio questo: il trovarsi in ambienti di volta in volta differenti, ormai ruderali e distopici, ma in parte funzionanti e con un proprio microclima. In tutto il manga echeggia ovviamente l’imponente Miyazaki (cui è però più vicina la seconda opera di Hirasawa, White Lilies Do Not Stain Crimson) ma forse più forti sono i riverberi di Carrol e Il gioco di Ender.
A volte si sente una certa pesantezza nel sentimentalismo di pezzatura un po’ grossa e una certa “maniera didattica” di porgere alcuni concetti sulle diversità. In definitiva un manga che faceva sperare qualcosa in più, che rimane comunque interessante e gradevole, ma destinato certamente a un pubblico abbastanza giovane, tra le medie e i primi anni del liceo, amante della fantascienza e animato da un certo senso di giustizia. A questo tipo di pubblico la lettura credo risulterà molto gradevole e appassionante. Penso che sarebbe un ottimo regalo e un buon incoraggiamento a leggere manga non incastonati in cliché narrativi abusati, ma che sollecitino la riflessione grazie all’empatia con i personaggi (il più interessante del primo numero è K, il robot portalettere, con cui si solidarizza subito).
"Quando guardiamo il cielo di notte ci soffermiamo ad ammirare le stelle a caso senza seguire uno schema.. lasciamo che la nostra fantasia si perda in questo immenso soffitto brulicante di luci... una stella grande.. qualcuna piccola.. un'altra azzurra ed una rossa! Luci lontane che forse ora non esistono neanche più.. eppure sono lì le guardiamo ogni sera quando le nuvole ce lo permettono.. luci che continuano a brillare .. a vivere.. che continuano a farci sognare! Questo BLOG vuole essere uno spazio semplice, senza pretese, uno spazio dove antichi sorrisi e sguardi continuano a brillare come stelle... semplicemente continuano a vivere nell'immenso cielo della rete." (Domenico Nardozza)