#DRCL Midnight Children di Shin’ichi Sakamoto, il più grande artista postmoderno vivente (ita-eng-jap)

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Quando parlo di Shin’ichi Sakamoto sento di potere abbandonare le infinite cautele che adotto usualmente nell’analisi dell’Arte. So che qualsiasi iperbole possa usare (“il più grande artista vivente, il più grande mangaka della storia”) non è una assurdità. C’è, semmai, una sproprzione tra la considerazione che nell’Arte riveste il manga e la sua effettiva qualità artistica, ontologicamente intesa.

Se a qualcuno può sembrare che esageri, è solo perché il suo non è un nome tanto celebre come quello di Marina Abramovic, Joseph Kosuth o Sebastião Salgado. La diffusione del nome di un artista, nel mondo del Postmodernismo, è essa stessa un fatto pertinente all’Arte, e non è secondario, né considerabile puramente mercantilistico. C’è da aggiungere che il fumetto è considerato un’arte, sì, ma il retaggio classico che ci portiamo dietro lo fa qualificare come un parente povero della pittura (un po’ come era considerata la fotografia alla sua nascita).

#DRCL è arrivato al quarto numero in Italia, ed è il vertice tecnico della produzione di Sakamoto. Confesso di avere anche paura del numero 5. Si potrà superare? Vedremo.

Ho scritto il “vertice tecnico” per una ragione: nonostante il dispiego di energia, #DRCL non riesce a minare il primato di Innocent e Innocent Rouge nella descrizione dei personaggi. Innocent è certamente il manga meglio riuscito del nuovo millennio, è uno dei grandi capolavori della storia del manga, una pietra miliare, in cui disegno e scenggiatura sono perfetti, e che descrive due tra i personaggi più belli e realistici mai narrati dalla cultura pop giapponese.

Era difficile fare di meglio, ma Sakamoto è un tipo di artista che non si adagia, che si spinge sempre al di fuori della sua zona di comfort, tecnica e narrativa. L’essere sempre alla ricerca è una delle sue caratteristiche artistiche. Nuovi modi di osservare le solite cose. Nel suo feed su Instagram vediamo ogni giorno fotografie sempre diverse di un unico posto: un cavalcavia tra due arterie stradali, uno dei più grandi di Tokyo, presumibilmente dove si ferma durante il jogging che gli serve per sgranchirsi dopo tante ore di lavoro (da qui deduciamo una grande costanza nel disegno). Fotografare quel cavalcavia è un esercizio, una disciplina mentale, una routine di orari e di mantenimento degli impegni di livello quasi agonistico. Insomma un artista costante, organizzato e di grande partecipazione interiore nei confronti di ciò che produce. Nel documentario Manben di Naoki Urasawa, Sakamoto dice una cosa inusuale: che si diverte. Sia a disegnare che a correre. Il che non è sorprendente di per sé, quanto per il fatto che con il tempo il disegno diventa routinario e poco allettante per chi lo svolge a livello professionale. Anche per questa ragione -credo- ha una necessità di spingersi in territori estetici sempre nuovi e di affondare il pedale del “concetto” all’interno della rappresentazione visiva.

In #DRCL io ravviso un grande apporto del concettuale, e non ho citato Kosuth casualmente. C’è un alta quantità di ragionamento sull’Arte e sul manga, visibile sin dal secondo numero, ma adesso lampante. Sakamoto spinge la tecnica, la praxis del disegno del manga, in territori che nessuno conosce, che nessuno ha toccato, neanche lui, perché è lui il pioniere, è lui che nella storia di questo medium artistico sta creando un sentiero, come un rover marziano. Se non li tocca e non li sperimenta lui, nessun altro lo farà, perché lui sta spingendo al massimo le funzioni del disegno digitale. Lui sta portando il manga dove non era mai stato prima. E se noi consideriamo il fumetto un’arte, possiamo dire che sta portando l’Arte dove non era mai stata prima.

L’idea di cambiamento permea tutto #DRCL. Sakamoto stesso lo ha più volte ripetuto in interviste al Festival di Angoulême nel 2023. Il cambiamento è uno dei mulinelli narrativi della letteratura del tardo Ottocento europeo. La tecnologia di quel periodo è stato uno dei più grandi vettori narrativi. Tutto il mondo cambiava attorno ad essa, tanto che era quasi un passatempo per la borghesia. Molti avevano gli atlanti di Luke Howard, piccoli telescopi e binocoli, minime attrezzature meteorologiche, sistemi di scrittura veloci ed efficienti, come le macchine stenografiche e i cilindri fonografici. In #DRCL tutto cambia: l’età dei protagonisti, il loro status sociale, la loro fisionomia e la loro natura.

Il cambiamento ambientato nel passato è un espediente consolidato per descrivere quello del presente (l’evidenziazione dell’hashtag ne è la riprova), perciò a quale cambiamento può far riferimento Sakamoto se non al suo, a quello che sta apportando lui stesso al manga, o almeno alla sua componente tecnica e realizzativa? Io trovo questa consequenzialità assolutamente sbalorditiva e ammirevole. Sin dal numero 2 Sakamoto ha fatto un grandissimo lavoro sui grigi, inserendoci dei vettori decorativi e sovrapponendoli. In genere l’inserimento di motivi e decorazioni così fluidi e morbidi si riserva agli sfondi o alla rappresentazione figurativa delle emozioni. In #DRCL Sakamoto li usa invece anche negli abiti e nelle zone in primo piano della tavola, creando una distorsione semantica pazzesca. Altrettanto spesso l’insieme di questi elementi decorativi (sfumature, oggetti, disegni, stilizzazioni, tratteggio) viene frazionata in porzioni, nel più pieno stile Postmodernista, creando anche una sensazione di imbricamento tra vuoto e pieno, dentro e fuori, viscere e derma.

Il manga, come ogni medium, ha una sua semantica estetica, e Sakamoto la sta mandando all’aria a partire dalle basi, dal tratteggio e dal retino, che sono anche gli ambienti più sofferenti delle tecniche tradizionali. Io penso che molti suoi colleghi lo guardino con una certa soggezione. Secondo me Inoue lo odia. Il manga non potrà più essere lo stesso dopo #DRCL, forse questo cambiamento non arriverà subito, ma arriverà.

Il processo di lavoro stesso è uno spigere a un estremo le potenzialità del mezzo digitale. Per quello che abbiamo visto del Manben di Urasawa, Sakamoto impugna un comando con la sinistra, con il quale sposta il lavoro, lo capovolge, lo ruota, lo specchia, ingrandisce e rimpicciolisce (tutto senza guardare, come fosse un videogioco), mentre con la destra disegna, e sceglie di volta in volta il tipo di oggetto chi serve: abbigliamento, acconciature, sfondi, ecc, e ovviamente anche sfumature e vettori decorativi. Le due mani rispondono a differenti necessità in modo velocissimo. Nel lavoro tradizionale una mano disegna, l’altra è a riposo o tiene il foglio. Guardarlo lavorare è impressionante.

Tanto lavoro chiederebbe di essere celebrato, ma se la trama lo richiede, lo occulta senza problemi. Nel secondo volume ha sfocato alcune tavole che in partenza erano ricchissime di dettagli. Come fossero in origine non lo saprà nessuno.

La ricchezza delle tavole è arte-illustrazione tout court, ed è incredibile che tavole così belle riescano a mantenersi fedeli a una dimensione narrativa propria.

La cultura artistica di Sakamoto è impressionante, l’amore per l’Arte in ogni sua espressione è palpabile. Lo senti, percorre ogni pagina. Si possono trovare riferimenti ovunque. In Innocent erano già presenti, da Piranesi a Doré, da Jacques-Louis David a da Honoré Daumier e Sailor Moon , ma perlopiù erano sottili, per conoscitori, diciamo. ma qui sono massimaliste, esuberanti.

Dracula è Michael Jackson, oscuro e meravigioso. Le gradazioni di chiaro e scuro sono lasciate al lettore.

La tecnica a tratteggio ha assunto in questo numero il sapore dell’incisione della metà del Cinquecento (il melograno è un frutto simbolo del Rinascimento), in cui il segno del bulino è più largo dove si appoggia e più sottile nella direzione del tratto. Ovviamente per fare questo bisogna creare un pennello digitale adatto ed enfatizzare le caratteristiche del reale. È un incredibile lavoro mentale, una mirabile capacità di sintesi grafica.

Dürer è una delle fonti primarie dalla quale si abbevera la storia della grafica occidentale (un manga fortemente ispirato allo stile di Dürer è Atelier of Witch Hat).

Sinistra: Dulac. Centro: la pittura impressionista, Toulouse-Lautrec, Renoir, la morbidezza di Ingres. Destra: la favolistica fin de siècle, Arthur Rackham, il Liberty di Beardsley.

Il Discobolo di Mirone, ma dopo che ha scagliato il disco

Le influenze di Sakamoto appartengono più alla fotografia che alla pittura: la stilizzazione teatrale del corpo di Joel-Peter Witkin, i tatuaggi di Chloé Jafé, la complessa composizione visiva di Daido Moriyama, l’erotismo di Nobuyoshi Araki. La capacità di Sakamoto di accogliere suggestioni provenienti da ogni epoca e ogni media è semplicemnte sterminata. È una caratteristica specifica del Postmodernismo, di cui è oggi una delle voci più nitide. Questo quarto numero di #DRCL è un momento memorabile della storia dell’Arte contemporanea. È una cosa per la quale sono grata di vivere.

Il corpo è basilare nell’opera di Sakamoto, anche nelle opere precedenti a The climber che gli ha dato la fama anche in occidente. Lo racconta (sempre in Manben) a proposito di Hokuto no Ken, che lo impressionò per i muscoli. Il corpo come veicolo, agente e memoria, quindi come trasformazione, azione e cadavere.

L’erotismo che questi corpi emanano è così intenso da non avere necessità di rappresentare.

Nel quarto volume è il paradosso, l’illusorio, l’enigmatico a essere padrone supremo. Le pagine sono abitate da figure geometriche infinite o impossibili, la tribarra di Penrose, cubi di Necker, nastri di Möbius. Geometrie e figure topologiche create o rese celebri da Maurits Cornelis Escher, che potremmo definire il grafico più grande di tutti, guarda caso un incisore, ossessionato dall’idea di convogliare il disordine mentale, artistico, psicologico, in un ordine apparente, superficiale, formale. Escher fu anche l’assoluto mago del frazionamento del piano, la tassellatura (che oggi chiamaiamo pattern). Due curiosità: Escher venne in calabria, fu a Pentidattilo e a Melito, ed è morto nel 1972, l’anno di nascita di Sakamoto.

Ecco perché ho detto che c’è un grande apporto del concettuale in quest’opera: il dissidio senza requie, sempre in movimento, tra gli schemi umani del pensiero e la vastità del reale. L’inconciliabilità tra l’ordine ideale e il caos reale. Il due mondi (idee umane e realtà) non sono commensurabili, cioè non possono essere misura l’uno dell’altro (come misurare la lunghezza in litri). La matematica è uno degli strumenti più efficienti per la conoscenza del mondo, ma non funziona affatto nel mondo delle idee e della conoscenza, men che meno in quello della psiche. Sakamoto accede alla parte più recondita della psiche, producendo un vortice visivo che ha del lisergico.

Le pagine sono così ricche di dettaglio che il formato giusto per apprezzarle è un A3. In Italia purtroppo la serie Innocent è penalizzata da un formato minuscolo con margini esterni e interni malamente tagliati. Nonostante il formato e i difetti tipografici, l’edizione J-Pop rimane la migliore per brillantezza della carta e profondità del nero dell’inchiosto. Quella giapponese non è un granché, perché l’avorio della carta leggermente ruvida non si adatta alla finezza del tratto di Sakamoto, che richiede invece un massimo contrasto e carta liscia e lucida. Questo vale anche per #DRCL, la carta dell’edizione giapponese è opaca e scadente. Probabilmente J-Pop non ha capito cosa aveva tra le mani, e #DRCL è stato stampato a dovere (anche se un formato ancora più grande sarebbe stato meglio). J-Pop è una casa editrice molto variabile per il risultato tipografico, ma ha dei materiali molto buoni e quando lavora bene non ce n’è per nessuno.

ENGLISH- Chat GPT translation (she skipped a few steps, but she makes me feel more skilled than I am)

#DRCL Midnight Children by Shin’ichi Sakamoto: The Greatest Living Postmodern Artist

When I talk about Shin’ichi Sakamoto, I feel I can abandon the endless caution I usually apply to analyzing Art. I know that any hyperbole I might use (“the greatest living artist, the greatest mangaka in history”) is not an absurdity. If anything, there is a disproportion between the status manga holds in Art and its actual artistic quality, ontologically speaking.
If someone thinks I’m exaggerating, it’s only because his name isn’t as renowned as Marina Abramović, Joseph Kosuth, or Sebastião Salgado. In the world of Postmodernism, the prominence of an artist’s name is itself relevant to Art, not secondary or merely commercial. Moreover, comics are recognized as an art form, but our classical heritage makes them seem like a poor cousin to painting (much like photography was viewed at its inception).

#DRCL has reached its fourth volume in Italy and represents the technical pinnacle of Sakamoto’s work. I confess I’m afraid of the fifth volume—can it surpass this? We’ll see.
I wrote “technical pinnacle” for a reason: despite the immense energy it conveys, #DRCL cannot dethrone the primacy of Innocent and Innocent Rouge in character depiction. Innocent is undoubtedly the best manga of the new millennium, one of the great masterpieces in manga history, a milestone where drawing and storytelling are perfectly balanced, depicting two of the most beautiful and realistic characters ever narrated in Japanese pop culture.

It was hard to imagine anything better, yet Sakamoto is the kind of artist who never rests, always pushing himself beyond his comfort zone, both technically and narratively. This constant search is one of his defining traits as an artist: finding new ways to see the usual things. His Instagram feed shows us daily photographs of the same place—a flyover between two major roads, presumably where he stops during his jogging routine to stretch after long hours of work. This reveals a disciplined artist with a near-athletic commitment to his craft.

In Naoki Urasawa’s Manben documentary, Sakamoto says something unusual: he enjoys himself—both drawing and running. This isn’t surprising per se, but it is in the context of professional drawing, where routine often dulls the appeal of the craft. Perhaps this need to explore new aesthetic territories and push the “conceptual” pedal in visual representation stems from this joy.

In #DRCL, I see a significant conceptual contribution, and my reference to Kosuth was not accidental. There is a high degree of reflection on Art and manga, evident from the second volume and now undeniable. Sakamoto pushes the praxis of manga drawing into uncharted territory, even for himself, as he pioneers this medium. If he doesn’t explore and experiment, no one else will—he is pushing the limits of digital drawing, taking manga where it has never been before. And if we consider comics as art, then he is taking Art where it has never been before.

The theme of change permeates all of #DRCL. Sakamoto has repeated this in interviews, such as at the 2023 Angoulême Festival. Change is one of the narrative whirlpools of late 19th-century European literature, driven by the technology of the time, which was a great narrative catalyst. During that era, the bourgeoisie entertained themselves with things like Luke Howard’s atlases, small telescopes and binoculars, meteorological instruments, shorthand machines, and phonograph cylinders. In #DRCL, everything changes: the protagonists’ ages, social status, physiognomy, and nature.

Change set in the past is a well-established device to describe the present (as the hashtag emphasizes). What change could Sakamoto be referencing if not his own—the one he is bringing to manga, especially its technical and production aspects? This consequentiality is astonishing and admirable. From volume 2 onward, Sakamoto has done remarkable work with grays, incorporating decorative vectors and overlaying them. Typically, such fluid and soft motifs are reserved for backgrounds or visual depictions of emotions. In #DRCL, Sakamoto uses them in clothing and foreground elements, creating a semantic distortion.

Sakamoto’s artistic culture is breathtaking, and his love for Art in all its forms is palpable on every page. In Innocent, references were already present—from Piranesi to Doré, from Jacques-Louis David to Sailor Moon—but they were subtle, intended for connoisseurs. Here, they are maximalist and exuberant.
His hatched technique now echoes 16th-century engraving, where the burin’s stroke widens with pressure and tapers off. Creating this effect digitally requires crafting specific brushes and emphasizing real-world characteristics—a brilliant synthesis of graphic skill.Dürer is one of the primary sources from which Western graphic history drinks (a manga strongly inspired by Dürer’s style is Atelier of Witch Hat). However, Sakamoto’s influences lean more towards photography than painting: the theatrical stylization of Joel-Peter Witkin’s bodies, the tattoos of Chloé Jafé, Daido Moriyama’s complex visual compositions, and the eroticism of Nobuyoshi Araki. Sakamoto’s ability to draw inspiration from every era and medium is simply boundless—a hallmark of Postmodernism, of which he is one of the most distinct voices today. This fourth volume of #DRCL is a memorable moment in contemporary Art history, something I am grateful to witness in my lifetime.

The body plays a fundamental role in Sakamoto’s work, even in pre-The Climber projects that gained him fame in the West. In Manben, he recounts how Hokuto no Ken (Fist of the North Star) impressed him with its depiction of muscles. The body, then, is a vehicle, an agent, and a memory—a symbol of transformation, action, and ultimately, a corpse.
The eroticism these bodies emanate is so intense it requires no explicit representation. In the fourth volume, paradox, illusion, and enigma reign supreme. The pages are inhabited by infinite or impossible geometric figures—the Penrose tribar, Necker cubes, Möbius strips. These are geometries and topological figures created or popularized by M.C. Escher, arguably the greatest graphic artist of all time.

Escher, who happened to visit Calabria (Pentidattilo and Melito) and died in 1972—the year of Sakamoto’s birth—was obsessed with channeling artistic and psychological chaos into an apparent, surface-level order. His mastery of plane division, or tessellation (what we now call patterns), mirrors Sakamoto’s meticulous compositions.

This is why I mentioned #DRCL’s strong conceptual core: the unending conflict between human cognitive schemes and the vastness of reality, the irreconcilable divide between ideal order and real chaos. The two worlds—human ideas and reality—are incommensurable, meaning they cannot be measured by the same standard (like measuring length in liters). Mathematics, one of the most effective tools for understanding the world, utterly fails in the realms of ideas, knowledge, and especially the psyche. Sakamoto delves deep into the psyche’s hidden corners, creating a visual whirlwind that borders on the psychedelic.

The pages are so richly detailed that the ideal format to appreciate them would be A3. In Italy, unfortunately, the Innocent series suffers from a tiny format with poorly cut outer and inner margins. Despite the size and typographic flaws, the J-Pop edition remains the best for its paper brilliance and ink depth. The Japanese edition is lackluster—the slightly rough ivory paper does not suit Sakamoto’s fine linework, which demands high contrast and smooth, glossy paper. This also applies to #DRCL: the Japanese edition’s matte paper is underwhelming. J-Pop likely didn’t realize what they had in their hands, but they printed #DRCL properly (though an even larger format would have been ideal).

J-Pop is highly variable in typographic quality, but when they get it right, their materials shine, leaving competitors behind.

captions: 1)Dracula is Michael Jackson, dark and wondrous. The shades of light and shadow are left to the reader.

2)Left: Dulac. Center: Impressionist painting, Toulouse-Lautrec, Renoir, the softness of Ingres. Right: Fin de siècle fairy tales, Arthur Rackham, the Art Nouveau of Beardsley.

3)The Discobolus of Myron, but after he has thrown the discus.

この文章はAI(人工知能)による翻訳です。原文はイタリア語で書かれています。内容の正確さを維持するために細心の注意を払いましたが、必要に応じて修正や解釈を行っています。(いくつかのステップを飛ばしたけど、私を実際よりも上手だと感じさせてくれる。)


シンイチ・サカモトについて語る時、私は通常、芸術を分析する際に抱く慎重な態度を捨て去ることができます。どんな誇張をしても(「生存する最大の芸術家」、「歴史上最高の漫画家」など)、それが不条理なものではないと確信しています。それよりもむしろ、漫画が芸術において占める位置と、その実際の芸術的価値(本質的に見た場合)との間にある不均衡が問題です。

もし私の言葉が誇張だと感じる人がいるとしたら、それはおそらく、彼の名前がマリーナ・アブラモヴィッチやジョセフ・コスース、セバスチャン・サルガドのように有名ではないからでしょう。ポストモダニズムの世界において、芸術家の名前の普及そのものが芸術に関連する事実であり、それは単なる商業的な問題として片付けられるものではありません。加えて、漫画は確かに芸術として認識されていますが、私たちの古典的な文化遺産が、漫画を絵画の貧しい親戚のように見なす傾向があるのも事実です(ちょうど写真が誕生当時にそう見なされていたように)。

#DRCLの第4巻がイタリアで出版され、これはサカモトの作品の技術的な頂点だと言えるでしょう。私は第5巻が少し怖いです。これを超えることができるのか?見てみましょう。
「技術的な頂点」と表現したのには理由があります。#DRCLが放つエネルギーの量にもかかわらず、登場人物の描写においては『イノサン』と『イノサン・ルージュ』の優位性を脅かすことはできていないからです。『イノサン』は間違いなく新しい千年紀の最高の漫画であり、漫画の歴史における偉大な傑作の一つです。物語と描写が完璧であり、日本のポップカルチャーが描いた最も美しく現実的なキャラクターを2人も含んでいます。

サカモトのようなアーティストは現状に甘んじることはありません。常に自分のコンフォートゾーンを超えていく、技術的にも物語的にも。日々新しい視点を追求し、インスタグラムのフィードでは、同じ場所(東京の2つの幹線道路を繋ぐ高架橋)を毎日違う視点で撮影しているのを見ることができます。これはおそらく彼が長時間の仕事の後にリフレッシュのために行うジョギングの途中で立ち寄る場所でしょう。このような日課は、規律や約束を守るための精神的な訓練といえます。『漫勉』という浦沢直樹のドキュメンタリーでは、サカモトが「楽しい」と言っていることが印象的です。描くことも走ることも楽しむ。それはプロとして仕事を続ける中で単なるルーチンに陥りがちな活動に新しい意味を与えるものです。

そして、この情熱的な姿勢こそが、サカモトを他の芸術家たちから際立たせる要因です。彼の作品には、単なる「描き手」としての枠を超えた魂のようなものがあります。それは、特に彼が歴史や文学、哲学を独自の方法で融合させる能力に表れています。たとえば、『イノサン』ではフランス革命の最も血生臭い場面を、美しさと悲劇が共存する視覚的な詩に変えました。また、#DRCLではブラム・ストーカーの『ドラキュラ』を新たな解釈で蘇らせ、時代を超えたテーマと視覚的なエネルギーを持つ物語に仕上げています。

彼の画風は、精密な構成と大胆なアートスタイルの間を行き来しながら、視覚的な爆発を生み出します。その線は、時に痛みや恐怖、または愛や希望をも感じさせる力を持っています。それは単なる漫画の枠を超えたものであり、現代美術の最高の表現のひとつとして評価されるべきです。

結論として、シンイチ・サカモトのようなアーティストは稀有な存在です。彼は漫画というメディアを新たな次元に引き上げ、その限界を押し広げています。#DRCLの第5巻がどのような方向に進むのか、彼が今後どのような新しい挑戦をするのかはわかりませんが、私たちは彼の次の作品を期待せずにはいられません。

私たちは彼の作品を通じて、ただ芸術を「見る」だけでなく、それを「感じ」、それと対話し、そして世界を新しい目で見るように促されています。これこそが、サカモトが私たちに与える最も大きな贈り物なのです。

キャプション : 1)ドラキュラはマイケル・ジャクソンのように、暗くて素晴らしい存在です。光と影の濃淡は読者に委ねられています。2) 左: デュラック。中央: 印象派絵画、トゥールーズ=ロートレック、ルノワール、アングルの柔らかさ。右: 世紀末の寓話、アーサー・ラッカム、ビアズリーのアール・ヌーヴォー。3)ミュロンの「円盤投げ」の彫像、ただし円盤を投げ終えた後の姿。


“Transparent love” di Hitomi, il folklore giapponese in una dimensione quotidiana.

Le letture di svago puro sono diventate di colossale importanza da un anno a questa parte, cioè da quando la dimensione culturale più spessa è focalizzata sulla questione palestinese. I fumetti hanno per me consolidato il loro ruolo di escapismo totale, nell’accezione più prossima alla celebre frade si Calderón de la Barca: la vita è sogno.

I manga boy’s love mi servono come combustibile per i miei daydreaming e arricchire le vicende dei miei amici immaginari, che porto con me da quando ero piccola (da Mazinga Z, per l’esattezza). Surfo lo yaoigram da abbastanza tempo per capire quando un titolo piace davvero, e questo sembrava avere convinto parecchie persone. Ormai credo poco alle recensioni, perciò ho aperto il volumetto con un’attesa a metà. Parto sempre bassa per sicurezza, e sulle prime non c’era granché, se non i bei disegni (un pelino non nel mio stile i volti dei protagonisti, ma è un gusto personale).

Dopo qualche pagina ho capito che non era il solito volumetto. E dopo qualche altra pagina ancora ho esclamato: ma questa è una fiaba!

Viene subito alla mente “La lanterna delle peonie” di San’yutei Encho, in cui la carnalità e l’incorporeità sono centrali. Il personaggio principale non è un fantasma, ma un akashibito, uno yōkai che mangia la sfortuna. Detta così poteva uscire una cosa comica alla Rumiko Takahashi, oppure ridicola, ed era questo il mio timore quando l’ho preso. Gli akashibito non esistono, sono un’invezione dell’autrice. Ma c’è nella parola la parte “bito” che viene usata nella reiterazione “hitobito”, un termine che vuol dire “persone”, senza distinzione. Non so se sia un caso, ma questa coda sintattica mi fa pensare a un’allusione al termine “uomo”, “essere umano”. Il Giapponese è una lingua che si presta molto per fonetica e morfologia a questo tipo di semantica.

L’avvio mantiene gli stereotipi di un genere che ha dei cliché forti come ganasce bloccaruote, ma poi Hitomi inizia a tornire Shiro, lo yōkai legato alla sfortuna degli umani. Shiro significa “bianco”, che è un colore antropologicamente legato alla trasparenza, quindi all’incorporeità e al mondo oltretombano (basti pensare al nostro detto “bianco come un fantasma” e alla rappresentazione dei fantasmi con le lenzuola). Le mie antenne si sono drizzate quando un flashback ci mostra Shiro a letto con… una donna.

Per chi non è praticə dei tropi yaoi, posso chiarire che le figure femminili, se esistono, sono sempre presenze anonime, fugaci e spesso senza volto, prive di fisionomia, funzionali a definire una backstory dei personaggi (solo due, che io ricordi, sono diventate buone personagge secondarie). Qui non è diverso, però viene rappresentato l’atto sessuale, il che è come buttare un tizzone in un occhio alle lettrici (una donna che non sono iooooh?).


A mano a mano che la storia avanza, il personaggio di Shiro trascina quello di Miki, un po’ meno interessante, e il sentimento che nasce tra i due va di pari passo con una meticolosa collaborazione tra i personaggi e una sceneggiatura misuratissima, che utilizza la materialità per definire l’immateriale. Il cibo, il corpo, la temperatura, l’abbigliamento, il nudo e il vestito, l’interno e l’esterno, la domesticità e la metropoli, le cose rotte e le cose che funzionano. Tutto concorre a definire il carattere dei personaggi e renderli familiari nel volgere di poche decine di pagine. Questo lo fa la bravura del mangaka, non è solo la sceneggiatura o l’editor, qui conta molto il disegno, il posizionamento delle figure, degli oggetti, la cura del tratto, la scelta delle ombre, delle espressioni. Sicuramente l’autrice conosce il folklore della sua nazione, con quella finezza che si riverbera nei dettagli più piccoli: quello che noi chiamiamo “stile”. Di certo Hitomi è molto colta, si sente. E ci sarebbe da aprire una riflessione sulla vastità di un mercato che ingloba anche talenti che probabilmente sarebbero a loro agio in altri tipi di narrazione.Transparent love è quello che io chiamo “un BL osculatorio”, cioè un racconto non basato sull’erotismo più meno visibile e fine a sé stesso, ma su una vicenda narrativa all’interno della quale nasce una storia d’amore. La storia di Shiro poteva andare diversamente, è andata diversamente più volte: lo abbiamo visto.

Però questa volta le cose cambiano. E qui tocchiamo il nucleo del fantastico racchiuso in questo racconto: lo spirito che vuole diventare umano, attraverso l’amore. Il rapporto tra l’umano e il non umano, estremi uniti dall’amore, è un motivo assai ricorrente nei racconti fantastici di tutto il mondo. La Bella e la Bestia, Maria di Metropolis, Pinocchio, Il fantasma dell’opera, Pigmalione, Frankenstein, Coppélia e Olympia (entrambe trasposizioni di Der Sandmann di Hoffmann), Alita, Her, tanto per fare pochi esempi. In Giappone le kitsune, la donna cigno e la principessa Kaguya.

Hitomi riesce a mantenere un tono intensamente malinconico rimanendo leggera grazie a una grandissima sensibilità narrativa e a un forte controllo del mezzo artistico. L’ andamento domestico e quotidiano rende il magico e l’impossibile più credibili che mai. La narrazione non stanca e non cede, non diventa incalzante ma rimane imprevedibile. Un fumetto cucito sulla grande lezione dei narratori del kaidan ma nei margini del racconto folk-pop internazionale.

Il colpo di scena finale arriva come in un fantasy la rivelazione su come spezzare l’incantesimo. Un equilibrio bellissimo di stile, cultura, leggerezza e sentimento.

È un manga ammirevole per la capacità di raccontare il magico in un mondo che la fantasia l’ha persa, in cui il materialismo e la noia hanno il potere assoluto, consacrato nell’espressione “brain rot”, celebrata qualche giorno fa.

Un racconto eterno, che sembra fuori da questo tempo sottile e spigoloso, in cui nulla arriva, nulla sconvolge. E se nulla sconvolge, nulla può fare innamorare.

Il Nulla è qui, sì. Ma forse non divorerà tutto.

Forse.

Alla politica dei maschi manca il futuro

Foto di Carla Duharte su Flickr, fonte Pinterest

Sempre più spesso mi rendo conto, parlando con i maschi, indipendentemente dal loro livello culturale, di istruzione, dalla loro intelligenza, dalla fascia sociale alla quale appartengono, che non hanno un’idea del futuro diversa dal presente (lo premetto perché è un modo carino per dire: “È inutile che scuoti la testa, capita anche a te”).

Cioè non riescono ad astrarre, come i bambini.

Avete presente quando si propone ai bambini di togliere le rotelle alla bicicletta? Ricordate cosa avete pensato quando è successo a voi? Semplicemente era fuori questione: togliere le rotelle non si può fare, punto.

Quando non comprendono un passaggio, i bambini pongono spesso un blocco, un secco “no” ai discorsi degli adulti ad un certo punto dell’esposizione di un procedimento di una serie di azioni (ad esempio, togliere le rotelle della bici). Arriva quel momento X del diagramma di flusso delle azioni da compiere, nel quale la mente del bambino va in stallo, non riesce a visualizzare le azioni successive perché un anello della catena ha ceduto. È successo a tutti, sia quando eravamo piccoli, sia da adulti parlando con figli, nipoti, amici, ecc.

I bambini sono “nuovi”, hanno poca esperienza e la prima volta che fanno qualcosa è come scalare una montagna. Non hanno ancora incamerato nella loro memoria quel dato, e tutto quello che segue va all’aria, viene disperso in una laguna di “se”, “ma”, “no”. Così i maschi si disperdono in un avvitamento di proposte, valutazioni che si rincorrono a vincenda, fallacie logiche da incorniciare. Idee arenate come balene spiaggiate.

Non riescono, i maschi, a produrre una visualizzazione del futuro diversa dal presente se non per alcune variazioni afferenti alla tecnologia. Cioè riproducono la visione del presente in un set cinematografico sci-fi.

Ça va sans dire, ci sono moltissimi maschi che hanno prodotto visioni politiche futuribili, ma hanno dovuto studiare un bel po’. Non gli viene spontaneo come a noi donne, che viviamo in una situazione di consapevole diseguaglianza, quindi produciamo in continuazioni idee su come appareggiare i piatti della bilancia. E questo vale per ogni persona con minori diritti de facto, quindi per razze odiate, religioni odiate, etnie, geografie, orientamenti sessuali odiati.

A margine, se vi state chiedendo chi è che odia, anche quello ça va sans dire, è l’occidente, il *supremazzismo bianco. Siamo noi gli integralisti, diamocene pace. Non sopportiamo nulla che sia islamico, nero, “sud del mondo”, omosessuale, o comunque diverso da un uomo bianco anglosassone etero, ricco e cristiano.

Il maschio non ha nessun bisogno di produrre alcuna riflessione sulla politica del futuro, gli va tutto così bene, e tutto si muove secondo ciò che lui ha prescritto negli ultimi secoli, che non c’è bisogno di cambiare niente. Aggiungiamo un po’ di tecnologia e basta così, va bene, vai, tranqui bro! Lo sforzo di una astrazione sostanzaiale è troppo per la maggior parte dei maschi. Nei casi un po’ più pesanti è l’intero modo di processare le idee a essere interessato, è come prendere un cervello e lasciarne inoperativo una metà. Cosa ne esce fuori se non una mezza mente, una testa parziale, come quelle di cui parlava il commissario Montalbano? Un maschio geometra, musicista, avvocato, pubblicitario, fotomodello, ecc. Bravissimo nel suo lavoro, nella sua parte di mondo, ma totalmente all’oscuro di altri mondi, di altre verità, di altre possibilità. È il Ken descritto dal film Barbie, chiuso nel suo ruolo, incapace di altro.

È questa oscurità, questo bias, questo cervello maschile monco che ha comandato per secoli, che ha prodotto guerre, genocidi, morte per l’ambiente, per gli animali, per le persone.

Noi siamo guidati, uomini e donne, da persone in grado di astrarre quanto un bambino di cinque anni. Bambini per i quali le ruote della bici non si possono togliere, e che utilizzano le bici come tricicli. Maschi che ci hanno rallentatə nel progresso, nello sviluppo, che vanno avanti arrancando e falciano chiunque riesca ad andare più veloce, e che odiano tutto ciò che non si muove al loro passo.

Per una nuova umanità occorre restituire la parte di cervello mancante a questi maschi che sono al potere. Occorre rovesciare ogni narrazione di ogni vincitore. Capovolgere punti di vista, riscrivere, rileggere, ri-osservare. Costruire una nuova cultura storica, una nuova cultura del ludico, dell’azione politica.

È un lavoro lunghissimo, che se anche iniziasse oggi, richiederebbe secoli. Noi non vedremo nulla di tutto ciò, ma questo non ci impedisce di iniziare a parlarne, di astrarre.

L’infanzia è finita.

*supremazzismo: il razzismo dei suprematisti bianchi

Il corpo ideale nel mondo della propaganda americana

L’estenuante lotta per la dignità fisica in un mondo che obbliga a rispecchiarci nei modelli di bellezza proposti dal cinema

Illustrazione interna del mio breve romanzo “La piccola estate”.

Anche a voler essere ciechi, andando a mare ci si accorge di quanto grande sia la differenza tra corpo e corpo. L’occhio è obbligato a soffermarsi su forme, dimensioni, colori. Quale più bianco, quale più marroncino, quale più lungo, più corto, quale più grasso o magro. Come i fiori in una aiola, non c’è corpo uguale all’altro.

In spiaggia l’occhio palleggia tra i gruppetti, le famiglie, i colori dei costumi. Se c’è poca gente, a volte sento l’angoscia delle ragazze italiane che inseguono l’ideale di corpo nordico, alto, solido, statuario. La sento questa angoscia come una nube bassa e densa che avvolge tutto. Penso alle innumerevoli ragazze dalle forme naturalmente abbondanti, che si sono rovinate il metabolismo per sempre. Per sempre. Per sempre.

Le figlie delle donne ucraine e polacche, che trent’anni fa sono venute a fare le badanti e le pulizie, rispecchiano perfettamente l’ideale nordico. Si atteggiano con malcelata superiorità. L’ideale di bellezza femminile si è sviluppato attorno al loro fisico, non al nostro: è ovvio che si sentano “superiori”. L’idea della Herrenrasse è molto radicata e molto più intensa di quanto non possiamo neanche immaginare.

Io forse non faccio testo: per me se mi comparisse davanti una ragazza zebrata di giallo e blu, con le antenne e gli occhi da mosca, al massimo le chiederei se le piace il clima della Terra.

Nei decenni ho però imparato che il razzismo non è solo in chi guarda, ma anche in chi viene guardato. Gli ideali di corpo bello, di corpo femminile, di bellezza della donna, sono tutti derivati dal razzismo. Sono frutto di una visione profondamente razzista del mondo. Il razzismo è così profondo che qussi non è più neanche visibile: affonda nelle tenebre, ma esiste.

Le donne della mia generazione sono diventate bulimiche e si sono rovinate la vita perche gli americani sono razzisti. E anche le millennial e le zoomer non sono libere dal razzismo interiorizzato, che si trasforma nel biasimo per il corpo delle sorelle. Cazzo, è disgustoso! leggi come funziona: gli americani sono razzisti -> gli americani ci hanno colonizzati culturalmente con il cinema -> abbiamo imparato e interiorizzato i modelli di bellezza americana -> odiamo noi stesse per non essere geneticamente adeguate -> odiamo quelle che lo sono -> odiamo quelle che non lo sono. Odiamo, disprezziamo.

No, sorelle, non va. Ma voi avete mai provato a coprire un tavolo tondo con una tovaglia rettangolare? La cosa “da ridere” (e da piangere) e che a volte, a prezzo di sacrifici immensi, queste tovaglie vengono tirate e aggiustate in modo da rispettare quella forma estranea. Ah, noi donne siamo meravigliose, anche nei disastri!

Sorella, se sei a dieta perché vuoi assomigliare a Margot Robbie, ricordati che la tua dieta è frutto di un pensiero razzista di un popolo che non è neanche il tuo. Vedi un po’ tu.

Nuova parola: dopo il giardinaccio, il giardicazzo.

Vengo a voi, dopo anni di silenzio, a dirvi che la lista di parole giardinicole di mio conio si è arricchita di un nuovo termine: giardicazzo.

Ho qualche volta raccontato (qui , e anche QUI), le nuove parole che ho inventato nel corso della mia attività di giornalista di giardini e giardinaggio. Data la penuria nominis della lingua italiana in questo settore, occorre rimodellare o coniare ex novo, cosa che tra l’altro a me viene sempre assai semplice.

In questo caso, giardicazzo, non è un termine nuovissimo: già Ippolito Pizzetti scriveva in Pollice verde (1986), del “giardinaccio all’italiana”. Il “giardinaccio” inteso da Pizzetti non è altro che un insieme di esiti accomunati dalla bruttezza, mentre il giardicazzo si configura come una serie di procedure, una praxis, che ha preso corpo con il primato di internet come fonte più rilevante di informazioni e oppurtunità di acquisto, e la nascita della figura dell’influencer come venditore specializzato in un determinato settore di cui conosce poco o nulla, ma in cui emerge grazie alle capacità di vendita. L’influencer è l’esatto opposto dello specialista: sono modelli totalmente antipodali e mai sovrapponibili.

È dunque il giardicazzo a determinare il giardinaccio, non viceversa. Il giardicazzo si maniesta in una serie di azioni, proposte e idee che non hanno nulla a che vedere con il giardino e ciò che vi ruota attorno, ma aventi come focus unico la vendita, dunque un introito per l’influencer. Questo introito è il diretto risultato di una spesa fatta dal pubblico. Se il pubblico non effettuasse alcuna spesa, l’influencer non otterrebbe nulla. La natura del giardicazzo è sempre un’uscita finanziaria da parte di chi sta usufruendo quell’insieme di idee e azioni attorno al giardino, che conducono direttamente al giardinaccio.

Se il giardinaccio è spesso il frutto di un risparmio, quindi un minore esborso di danaro, il giardicazzo è sempre legato a una transazione finanziaria unidirezionale, a una spesa. La natura del giardicazzo è quindi finaziaria, non giardinicola. Il giardicazzo ha un solo scopo: vendere. Vendere qualsiasi cosa: il terriccio, le piante, il concime, ma anche tutto ciò che è collocabile in giardino, arredamento, abbigliamento per il giardino. Il giardicazzo non vende solo “cose”, vende anche azioni e idee che hanno come scopo primario abbassare e omologare le richieste delle persone nei confronti del giardino e ciò che lo riguarda, in modo da poter meglio controllare i suggerimenti di vendita.

Questo sistema si applica a tutto, non solo al giardino. Nel giardino diventa più visibile perché la componente tecnica richiesta è molto elevata (il giardinaggio non è facile, toglietevelo dalla testa, e non è per tutti), quindi la compressione dell’offerta culturale diventa assai visibile e molto distorcente, quindi facilmente puntualizzabile.

Per ridurre la diversificazione di richieste, convogliare gli acquisti verso un determinato obbiettivo (lo sponsor del momento, il prodotto di punta, la promozione, l’offerta, ecc.) è assolutamente fondamentale creare una bassissima aspettativa del pubblico. Se la proposta culturale è “un bel giardino”, la richiesta di tempo e danaro sarà altissima, direi incalcolabile. L’attesa sarà pari alla cifra impiegata e la delusione potrebbe essere cocente.

Se la proposta culturale è un “giardino di tipo urbano” (qui entrano in campo le etichette culturali e tecniche, tipiche della manualistica, che creano degli insiemi estetici a cui mirare o da cui fuggire), la richiesta economica sarà minore, così l’attesa, così la delusione.

Se la proposta culturale è “un giardino familiare a basso mantenimento”, la spesa sarà ancora minore. E via dicendo. Se l’attesa non è alta, è più difficile rimanerci male. Il peggio che ci si può aspettare è una cattiva recensione o un commento negativo che finisce facilmente nel cestino, una controversia PayPal, ammesso che i termini non siano scaduti.

Ma la vera cazzimma del giardicazzo è la capacità far pensare che un brutto giardino sia bello, e venderlo come tale. Il giardino, la sua progettazione, e tutto ciò che gli sta attorno, quindi piante, terriccio, attrezzi, cura della persona, ecc. Roba brutta a prezzi modici. Roba brutta di cui l’infuencer crea il cosiddetto “bisogno” facendola passare per bella. L’influencer vende anche necessità di modifiche facendo leva su sempre presenti disfunzionalità del giardino, imprevedibilità dovuta a fattori esterni (clima, rumori, animali, ecc.), sulla dichiarazione dello status economico e sociale o sull’appagamento spirituale che il giardino dà.

Un brutto giardino costa poco, diciamocelo. Non è difficile ottenerlo. Un brutto giardino non si nega a nessuno, via! Progettare un brutto giardino è semplice e veloce, ma il cliente paga in buona fede, immaginando di acquistare un bel progetto. Piante malandate o mal tenute costano poco, il cattivo gusto è ancora a buon mercato, se acquistato all’ingrosso, ma al dettaglio costa caro perché lo si fa passare per buon gusto. Insomma, il giardicazzo vi vende una cosa brutta, un brutto giardino, ma ve lo fa pagare poco.

L’influencer adotta una vera e propria strategia, quella di presentare sempre, mese dopo mese, anno dopo anno, attività semplicissime e ad alta percentuale di successo. Abbassare le competenze orticole necessarie per eseguire le azioni proposte è un modo per far otterenre un successo anche al pubblico con zero esperienza. Anche qui si ripropone la dinamica delle attese: un’operazione colturale appena elementare viene data come complessa o come laboriosa da scoprire o inventare, illudendo il pubblico sulle proprie reali capacità e mistificando l’essenza di una ricerca di apprendimento che è una costante delle passioni e degli hobby. Un’alta percentuale di successo garantisce una fidelizzazione immediata e una maggiore interazione del pubblico. Proporre tecniche complesse è invece scoraggiante per la massa di entry-level che fruisce maggiormente dei contenuti degli influencer e porterebbe a lamentele o a commenti polemici. Nessun influencer, mai, proporrà tecniche che non siano elementari, al limite dell’analfabetismo funzionale. È una regola così importante che ne fanno un principio di vita, tale che se nel corso della loro attività hanno imparato qualcosa, la disimparano velocemente. Nei cosiddetti “corsi avanzati” non c’è nulla, qualora ci fosse stata, sarebbe svanita.

L’assenza di problemi complessi conduce a un interessante risvolto, poiché gli ambiti dove questi vengono analizzati diventano in breve piccoli potentati, in genere dominati da uomini: gruppi Facebook, redazioni specializzate, vivai, tecnic*, architett*, paesaggist* e via dicendo. L’influencer può anche collaborare con questi piccoli potentati in un reciproco scambio di favori. L’ingombrante presenza dell’influencer assottiglia la possibilità di avviare un discorso culturale al di fuori delle sedi tradizionalmente destinate a farlo, come riviste e quotidiani, salotti letterari, garden club, ecc., rendendo elitario il giardino e ciò che gli gravita attorno. Mentre il versante tecnico e pratico è controllato da aziende, vivai e professionist* che -per numerose e varie ragioni- marginalizzano l’interazione della singola persona. Di fatto, la figura dell’influencer del giardino ha contribuito a cancellare l’amatorialità e lo spirito di intraprendenza, l’autodidattica e la sperimentazione individuale, doti molto lodate nella storia del giardino dal 1800 in poi, caratterisiche del giardino novecentesco.

E del giardino, oggi, non rimane che il cazzo.

“Profeti inascoltati” – da Il Ricciocorno schiattoso”

Sfondi estivi per cellulare – free download – uso personale e commerciale

Questi disegni sono fatti a mano da me, senza firma o contrassegni. Sono ceduti a chiunque voglia per l’uso che ritiene proprio, sia personale che commerciale.

Se vuoi ringraziarmi, seguimi su Instagram a questo link, metti un like e torna a visitare le mie pagine!

Che fiori sono quelli che Sebastian Stan stava portando il 12 dicembre 2022? The Sebastian Stans’s floral bouquet after Golden Globe nomination december 2022

La rete impazza per i fiori di Sebastian Stan dopo la nomination al Golden Globe per “Pam&Tommy”. Nomination della quale Seb non sembra curarsi dopo aver detto che i social gli stanno indigesti (stacca il numero e mettiti in coda).

I fan e le fan si chiedono a chi e dove li stesse portando. Non lo so, ma a guardare i fiori si può tirare una conclusione abbastanza chiara.

Abbiamo un bouquet molto alto e di un certo peso, considerando l’altezza di Sebastian e la sua forza. Il bouquet deve essere sostenuto con due mani durante l’attraversamento della strada. Ovviamente si deduce la presenza di un vaso abbastanza impegnativo, forse di cristallo, di forma quadrangolare, ottimo per essere utilizzato su una mensola o su un mobile, molto meno come centro tavola (sarebbe stato tondeggiante). Difatti la composizione è regolata per essere bella da tutte le angolazioni, ma è privilegiata la parte frontale con il logo.

I fiori sono delle orchidee Vanda, degli ibdidi di Anemone coronaria e di Matthiola incana. Questi ultimi due sono giganteschi, personalmente non li ho mai visti così grandi, e immagino che la coltivazione di piante dal fiore così pesante sia estremamente costosa e non diffusissima. Ci sono anche delle rose da taglio del tipo HT.

Il verde pare il Ruscus che va tanto di moda oggi, che tra l’altro l’Italia esporta molto facilmente.

I fiori -si capisce dal marchio- sono stati confezionati da Julia Testa a Manhattan e basta guardare la sua gallery di foto per trovare molti dei fiori del bouquet di Seb.

Logo di Julia Testa -New York

Ora, io non conosco molto bene le abitudini di gifting degli americani per quanto riguarda i fiori, ma immagino siano molto simili alle nostre.

La composizione trasmette pace e gentilezza, ma anche una certa vivacità. La Matthiola, nella sua versione spontanea, è anche un fiore edule.

In Italia sarebbe una bellissima composizione per festeggiare la nascita di una bimba (dato che è prevalente il rosa) o un compleanno di una bimba, un battesimo, o qualche evento legato a una bambina.

Tutte le foto sono state scaricate dal Daily Mail, a questo indirizzo:

https://www.dailymail.co.uk/tvshowbiz/article-11531215/Sebastian-Stan-looks-relaxed-sweater-beanie-earning-Golden-Globe-nod-Pam-Tommy.html

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“Giardini Indecisi”, film documentario di di Emilio Tremolada, sabato 8 ottobre alla Cineteca di Milano

Per la rassegna cinematografica Forum Ambiente a Milano, dopo la proiezione di mercolì scorso del Tempo del Casoncello, di cui ho parlato in questo articolo, sabato 8 ottobre 2022, a partire dalle 16:30, dopo il film Alberi, il film documentario Giardini Indecisi di Emilio Tremolada (per chi ricorda il forum di CdG, stiamo parlando di Trem).

Ho visto maturare entrambi i progetti, Trem è stato così gentile da farmi avere le anteprime, da discutere con me su alcuni punti. Ci siamo scambiati idee e opinioni, perciò io so già che Giardini Indecisi è un film bello, ma complesso, a cui si arriva prima con l’intuizione che con l’analisi.

Sono curiosa di sapere cosa ne pensate, se avrete la possibilità di vederlo in zona Milano, questo sabato, il mio consiglio è di non lasciarvi scappare quest’opportunità.

***

Attraverso le più svariate esperienze e vissuto nella natura, Giardini Indecisi coglie l’intimo dilemma del giardino contemporaneo e di chi lo pratica.

Spingendosi nelle frange delle funzioni in cui il giardino è oggi sfilacciato, Giardini Indecisi si interroga su quale sia il totale da ricomporre.

Senza giudizi né sentimentalismi, Giardini Indecisi raccoglie il silenzioso muoversi della vegetazione attorno alle aree urbane, la paziente operosità dell’umana che alleva api regine, la pluridecennale raccolta di varietà di frutta dimenticata, la creatività mistica di uno scultore di ossa e sassi, la dedizione della gente comune nella coltivazione collettiva di ortaggi e verdure, quella della singola persona nel curare il giardino in modo da non ledere la terra.

Compaiono nel film i pensieri in corsa di Lara Amalfitano per il suo giardino di campagna, gli ailanti e le robinie e i pioppi che crescono nell’area della ex fabbrica Innocenti, la sorellanza con le api di Benedetta Berardi che seleziona api regine e ne assiste le famigliole, il giardino alimentare tra la terra e la luna di Carla Leni, i suggerimenti notturni di un barbagianni e di un gatto bianco che richiamano Francesca Bettini alla cura di un vecchio giardino, la sapienza e le varietà di antica frutta di Isabella Dalla Ragione, le sculture di sassi, utensili in ferro e ossa nell’orto giardino di Lorenz Kuntner, gli ortisti degli orti condivisi del Giardino San Faustino a Milano.

Nell’inarrestabile scivolare verso la postmodernità, Giardini Indecisi decide di andare controcorrente e ricostruire un intero, un insieme di attività, ludiche, sociali, umane, di pratiche destinate all’alimentazione, alla cura dell’ambiente e della fauna, o semplicemente mosse dalla vocazione all’ornamento.

Guidato da un senso poetico, con il genuino intento di esplorare un’arte da sempre scucita tra scienza, hobbistica, piacere e intuizione, Giardini Indecisi insegue la domanda e la risposta che da sempre agitano le menti dei giardinieri: cosa fa di un giardino un giardino?

Come la natura che ama nascondersi, nella colonna sonora composta da Andrea Inchierchia, gli strumenti musicali si mimetizzano, abbandonano la loro timbrica usuale, suonano spesso in modo indeterminato per essere una nuova voce. Il paesaggio sonoro, suoni di traffico, vento, api, uccelli, trattori, è elemento della partitura che compone la musica di Giardini Indecisi.

Con “Wizdoms” Nagabe apre a riflessioni profonde sulla sessualità e l’individualità. Con “Monotone Blue” si sdraia ai cliché del boy’s love.

Recensioni con SPOILER

Con questi due albi si può dire di avere in mano il meglio e il peggio di Nagabe. Tanto ricco e denso di riflessioni è Wizdoms, quanto scontato e banale Monotone Blue, che deve il suo successo alla bellezza grafica e allo stile insolito nel mondo del fumetto giapponese, ma anche alla più ampia commerciabilità dovuta alla scelta di riproporre le dinamiche del boy’s love in chiave favolistica con personaggi ibridi tra umani e animali. Non è davvero un caso che quest’ultimo sia stato molto apprezzato nell’ambiente yaoi* e romance, quanto è stato ignorato Wizdoms.

Con chiarezza Monotone Blue è dedicato al target yaoi, mentre Wizdoms a lettori e lettrici non specifici.

Nagabe è uno dei pochi autori che la J-Pop rispetta e valorizza. La J-Pop, come anche Star Comics, è capace di ottimi risultati tipografici quanto di brutture da girone dantesco. Alcuni albi, come Escape journey (J-POP) o Mars (Star Comics), sono così disastrosi nella cura tipografica e nel lettering, da far passare la voglia di acquistarne i seguiti (a me infatti è passata).

L’edizione è senza dubbio molto buona (anche se non migliore di Love from the other side) e dalla veste si comprende quanto la casa editrice ci abbia puntato in termini di vendite, contando su una trama mainstream.

Monotone Blue ha tutti e sette i sacramenti del boy’s love tradizionale, dalla polarizzazione dei protagonisti nella diversa fisionomia (peloso <->glabro) e temperamento caratteriale (solare e aperto <-> ombroso e spaventato), alla ambientazione scolastica con tutti suoi corollari (il cantuccio sotto le scale, l’armadietto delle scarpe, i compagni bulli, gli incontri dopo le lezioni).

C’è poi la romanticizzazione dell’abuso sessuale e della violenza -di cui francamente avrei fin sopra i capelli- come premessa necessaria al sentimento più autentico.

Con Monotone Blue insomma Nagabe entra nel vasto circuito mainstream dopo aver abitato una zona poco frequentata dal manga, del disegno raffinato e carico di suggestioni, del fantastico con declinazioni filosofiche e umane, e della riflessione sull’individualità dei sentimenti.

Non manca la pagina interna alla Sasaki e Miyano.

Come sempre belli i dettagli che conosciamo, le scarpe, il drappeggio, le carte, i piccoli oggetti, la resa dei manti degli animali. Un po’ trascurato il tratteggio in favore di una retinatura molto semplice, non riuscitissima l’ibridazione umano-animale, che è uno dei punti di forza di Nagabe, forse perché vessata dalla necessità di associare all’umano la qualità di studente e all’animale quella di “peloso standard”, quasi “pet”.

Sicuramente Monotone Blue è molto carino, ma nulla di più. Dalla postfazione leggiamo che avrebbe dovuto far parte di una raccolta di storie brevi e personalmente trovo che sarebbe stata collocazione più indicata. Dalla mano di Nagabe era lecito attendersi una spinta maggiore, un più aperto coraggio.

Redazione, forse avresti dovuto opporre maggiore resistenza…

Diversissimo il discorso per Wizdoms che associa almeno tre componenti: quella fantasy-favolistica, quasi disneyana, quella della scuola di magia con evidenti richiami a Harry Potter, e la scoperta dell’amore e della sessualità in ambito totalmente gay. A differenza di Love from the other side, dove l’amore lesbico era presente, sia pur sporadicamente e probabilmente viziato da una prospettiva non corretta, in Wizdoms le donne sono solo supporter o fan, non raggiungono neanche la dimensione di “ally”.

Le riflessioni che Wizdoms solleva sono numerose e di una certa complessità, immerse in una dimensione favolistica e un spirito tanto giovanile per la trama e lo scenario, quanto maturo per i disegni. Tanto sono sedimentate che possono persino non essere raccolte. Questo è infatti quel tipico libro che si può leggere a quindici anni e avere un certo tipo di percezione, a trenta un’altra, e a sessanta un’altra ancora (un po’ come per One room angel di Harada).

In questa scuola di magia e di scienze perdute, Wizdoms, i giovani studenti scoprono la sessualità e il romanticismo, in modo delicatissimo e poetico. Il senso del “prendersi cura” come gesto che dà e prende amore è commovente. Quell’emozione ricca di desiderio, imbarazzata e confusa, non troppo sicura di quel che avverà dopo, ma curiosa, affamata e perseverante. Questa sensazione è descritta molto bene. È proprio dalla nascita di questo sentimento l’inizio di uno dei più bei viaggi che ogni persona compie nella sua vita (e che se tutto va bene, finisce con l’ultimo battito del cuore): la scoperta della sua sessualità e delle sue unicità, sfaccettature e particolarità.

Il romanticismo di Nagabe è il far iniziare il viaggio a coppie che già si conoscono e che hanno instaurato un rapporto di amicizia, il che ci culla nell’idea che sarà un viaggio condiviso e lungo. Bella la scelta dei nomi, che danno un tocco europeo, non solo britannico, senza essere né aulici né banali ma molto fiabeschi (con i nomi europei o americani, i mangaka giapponesi hanno in genere grossissime difficoltà, Nagabe sembra veleggiare perfettamente questo mare).

L’atmosfera Hogwartsiana è un richiamo dichiaratamente aperto.

Come per Love from the other side c’è una gran cura dei dettagli e degli interni. A volte vediamo gli spazi solo per le figure che vi sono collocate, senza alcun riferimento. Lo stile si avvicina senza timore reverenziale a quello di Disney, Shepard, Potter.

Le storie d’amore non sono mai consumate, viene raccontata quella fase in cui al romanticismo si affianca il desiderio sessuale, e in qualche modo, il possesso dell’amato. Gli amori nascono prevalementemente tra studenti, ma anche con e tra professori. C’è insomma una variabilità dell’età dei protagonisti. La disomogeneità di età è un tratto tipico del manga sentimentale ma è proprio questa a dar maggiore filo da torcere in occidente, dove una grande distanza di età non è recepita positivamente . È un po’ come se Nagabe volesse prendere tutte le correnti del manga sentimentale ed erotico e trasformarle con la sua insuperabile capacità illustrativa. O come se volesse farsene beffe. O -ancora- come se volesse aggirare alcune pruriginosità usando lo stratagemma della forma animale (che semanticamnete rimane sempre quella di un ragazzo anche se narrativamente non lo è) e beffare stavolta il lettore. O tutte e tre queste cose insieme.

E niente, Nagabe, ti stimo.

Il riferimento a Enest Howard Shepard, illustratore di
Winnie the Pooh, è chiarissimo

Per quanto mi riguarda vengono poste in essere domande quali: “Se pur esiste il consenso, esiste la consapevolezza?”. “Quanto di commerciale c’è in tutto ciò?”. “Eppure mi piace, lo trovo adorabile”.

Dei due pipistrelli ci si preoccupa però di sottolineare che non sono fratelli. Proprio in quel genere di racconto in cui l’essere fratelli è una scelta del cuore e non un dato biologico. Pare quel tipo di frase utile a scongiurare ritorsioni e censure.

Anche nell’episodio più problematco, in cui il giovane studente Emil è innamorato del professor Fermat, che alla fine si scopre ricambiarne i sentimenti (molto accorata la ricerca di Fermat sulla natura del suo stato, che cerca di organizzare in una rigorosa formula matematica, il cui risultato è L O V E), ognuno di noi trova un ricordo di sé da giovane, quando ci si prendevano cotte-paura per gli/le insegnanti.

Alla fine ciò che conta è uno spirito fresco e appassionato, non un infingimento (come un po’ avviene in Monotone Blue) e in verità, analizzato con cura il messaggio, se c’è qualcosa che ci turba è la normalissima preoccupazione che le deboli strutture che tutelano i giovani non siano efficienti, ma questo è un demerito sociale che non riguarda il libro.

“Marley e Collette” è in assoluto l’episodio più tenero e toccante, ecco perché all’uscita di Monotone Blue, che riprende il personaggio della lucertola, mi attendevo qualcosa di strappacuore (e invece gneeeente).

Anche gli amori adulti hanno la loro parte. L’unicorno ricorda solo a me il dolce Haruki di Given?

“Wizdoms”, cioè il regno della magia e della saggezza. “Wiz” come wizard, “Wisdom” come saggezza. Sembra che Nagabe ci stia chiedendo di affrontare la siua opera con la magia della mente saggia.

  • yaoi: genere di manga, solitamente autopubblicato, che contiene storie di relazioni sentimentali e sessuali tra maschi. In Italia si usa molto distinguere lo shonen ai, cioè storie prevalentemente romantiche, dallo yaoi, storie con relazioni sessuali esplicite, ma in realtà sarebbe meglio chiamare entrambi i generi “boy’s love”.
  • val la pena ricordare che i boy’s love sono disegnati da donne per un pubblico femminile, anche se sono molto apprezzati anche dai maschi. I fumetti gay si chiamano bara (“rosa”, il fiore, non il colore).
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