Giardino di SkrudurLa Giuria del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino, promosso e organizzato da Fondazione Benetton Studi Ricerche, ha deciso all’unanimità di dedicare la XXIV edizione all’orto-giardino Skrudur nella regione nord occidentale dell’Islanda.
La campagna culturale che ha avuto inizio pubblico a Milano con la conferenza stampa del 26 marzo 2013 trova il suo apice a Treviso nelle giornate di venerdì 10 e di sabato 11 maggio, in un incontro con la delegazione Islandese, nella pubblicazione del volume dedicato al luogo designato, nell’apertura di un’esposizione di materiali documentari che rimarrà aperta fino a giugno, nel seminario di riflessioni e nella cerimonia pubblica di consegna del Premio 2013.
Skrúður (Skrudur) è un orto riposto sulla riva di uno dei fiordi che solcano la regione nord-occidentale dell’Islanda, a pochi chilometri dal circolo polare artico. Adagiato su un declivio che guarda a sud-ovest verso la lingua d’acqua del Dýrafjörður, è circondato alle spalle dalla cortina solenne di montagne dai fianchi mossi dall’erosione glaciale e a valle da un terreno brullo che digrada verso la riva del fiordo.
Sigtryggur e il fratello KristinnCon la scuola, la chiesa e la fattoria di Núpur compone un luogo nel quale una comunità ha inaugurato all’inizio del xx secolo un progetto che in questa terra e in questo luogo si presenta come sfida a condizioni ambientali estreme e a pressanti istanze di miglioramento sociale: coltivare la terra e aver cura di un processo indirizzato alla conoscenza, al benessere, all’educazione, all’elevazione sociale.
Aperto nel 1909, l’orto-giardino nasce dalle mani del reverendo Sigtryggur Guðlaugsson, che pochi anni prima, insieme al fratello Kristinn, qui aveva avviato un programma di educazione volto al riscatto da condizioni agricole arretrate, ispirato alle idee del pastore danese Nikolai Frederik Severin Grundtvig (1783-1872) diffuse anche in Islanda. È infatti nel solco dell’intensa attività di questa figura di pedagogo già incontrata a Kongenshus Mindepark, luogo danese al quale è dedicato il Premio Carlo Scarpa 2004, che si radica, soprattutto nel mondo contadino, una coscienza del paesaggio ispirata all’elevazione sociale e al sentimento nazionale.
Le modalità con le quali si costruisce e vive quest’orto sono quelle consuete all’operare in condizioni di particolare asperità climatica: tracciare un perimetro, dissodare il suolo ed elevare un recinto di protezione, educare e convogliare in questo piccolo mondo elementi utili (terra, acqua, piante) che al di là di questo fragile confine verrebbero travolti dalle forze della natura. Gli strumenti sono quelli di un esperimento coraggioso, che rinnova ostinatamente i suoi gesti e si spinge in un mondo avverso con la forza di un progetto educativo che parte dalla coltivazione, di piante e di giovani contadini.
La figura semplice di questo recinto esprime in forma limpida un gesto di civiltà che, con la misura astratta della sua figura, ci segnala la presenza di un mondo, l’Islanda, nel quale la natura assume una forza assoluta: nello spazio dove si manifesta con forme di straordinaria potenza, nel tempo attraverso il quale le stesse forme cambiano incessantemente.
In una terra dell’estremo nord, forgiata da rivolgimenti tumultuosi e da vaste manifestazioni della natura, imbattersi in un recinto esile, introvabile, sopravvissuto a più di un secolo di storia, può sembrare il gesto di affezione di chi, partito per un paese lontano, cerca ancora di riconoscersi, nonostante tutto, nell’immagine familiare di un giardino che richiama la propria storia, le proprie coordinate di partenza.
Il recinto di Skrudur, infatti, presenta in forme rudimentali e incerte, molti richiami a un ordine che appartiene al giardino tradizionale. Ma il principio in virtù del quale esso s’insedia è assai più forte dei modesti mezzi espressivi con i quali si manifesta al suo interno.
Skrudur è in sé un presidio e un crogiuolo: il suo recinto descrive una condizione che cerca un punto di contatto tra due mondi, quello della confidenza e della fiducia nel coltivare la terra, e quello dello sguardo cosciente sulla vastità di luoghi che accompagnano la stessa esperienza umana.
La figura netta dell’orto di Skrudur appare e si perde in un ambiente e in una cultura che sviluppa forme dell’abitare oscillanti tra il radicamento nella terra, con le tradizionali costruzioni di torba e pietra, e un’architettura che evolve all’insegna di una condizione incerta dovuta alla scarsità di materiali. Come il legno, ricavato dai tronchi che approdano sulle rive, portati da correnti marine che da oriente vanno verso occidente lungo il circolo polare articolo. Le forme adottate sono soggette a una costante provvisorietà, a pratiche di insediamento che si misurano con la natura di una terra in costante cambiamento. La terra, il fuoco, l’acqua nel corso delle continue eruzioni sconvolgono il volto del territorio, ne ridisegnano i confini e perfino gli orizzonti, quando il cielo ne trasporta lontano la massa delle scorie.
La geologia è la chiave di lettura di questa terra e del suo paesaggio. Essa racconta il rapporto tra natura e cultura, sta alla base di una presenza umana che oscilla tra la fascia costiera, dove i radi insediamenti umani si sviluppano tra il mare e i pascoli, e l’ambiente più avverso dei vulcani, dei ghiacciai, dei deserti e del mondo sotterraneo.
In questa terra in sé mutevole e mobile, collocata com’è sulla linea di congiunzione di due placche terrestri, la civiltà islandese nel corso della sua storia ha saputo dare un nome a ogni segno che compone la forma e la vita dei luoghi, siano essi ghiacciai o vulcani, manifestazioni della geotermia o cascate di ogni dimensione, rilievi orografici o faglie geologiche, e in questo modo è riuscita a conoscere il proprio paesaggio senza pretendere che fossero gli artifici dell’uomo a scandirne i punti significativi.
Þingvellir, il luogo dell’assemblea parlamentare più antica del mondo (930-1798), con la sua natura geologica e la sua storia è l’espressione più eloquente di questa condizione di conoscenza e cultura politica, di adesione tra un luogo e la coscienza collettiva.
Nel panorama dei molti interrogativi che qui si rinnovano sul rapporto tra uomo e natura, tutti centrati sulla misura e la forza di fenomeni (mari sterminati, forze geotermiche, potenza delle acque) che oscillano tra una cultura del paesaggio sedimentata e l’attitudine alla rapina, Skrudur è un presidio che ci ricorda una delle possibili forme di convivenza tra queste due condizioni opposte, ricorrenti nel mondo contemporaneo. Non certo per il fragile e modesto componimento di forme che lo disegnano, ma per la lezione aperta di civiltà che qui, raccolta in un semplice recinto, si condensa.
Nella terra delle “pietre che parlano”, Skrudur è un diverso modo di dare un nome a un luogo, e comunque proiettare nel futuro il valore dell’educare, passo imprescindibile di ogni processo che sviluppa una confidenza tra l’uomo e il suo luogo di vita.
Skrudur è dunque il nucleo denso intorno al quale gravita un insieme di modi pratici e di significati simbolici universali del dialogo con la natura, un luogo di apprendimento e sperimentazione che nei suoi primi quarant’anni di vita (1909-1949) trascorsi accanto alla scuola, grazie allo sguardo costante di Sigtryggur Guðlaugsson e di sua moglie Hjaltlina diventa un giardino. E continua, oggi, a rinnovarsi, grazie alle cure di un gruppo di uomini e donne che in anni più recenti se n’è fatto carico, lo ha sottratto all’abbandono per restituirlo nel 1996 alle visite e alla coltivazione.
A queste donne e a questi uomini la Giuria del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino si rivolge con un sentimento di profonda riconoscenza per l’alto valore maieutico della loro esperienza, e consegna il sigillo dell’impegno e del riconoscimento al loro coordinatore, Brynjólfur Jónsson, presidente della Framkvæmdasjóður Skrúðs.
Grazzano Visconti – Piacenza, X Notte Europea della Civetta
Sabato 23 marzo
In contemporanea con tutte le nazioni europee, un’uscita notturna organizzata per vedere i predatori della notte. In una unica serata oltre 50 mila persone esploreranno boschi, città, campagne alla ricerca delle civette e dei gufi!
-PROGRAMMA
-ore 15.30 Occhi e trucchi da civette! Face Painting e laboratori per i bambini sui gufi e sulle civette! Mascotte del Gufo! (Cortevecchia)
-ore 15.30 Inaugurazione della Mostra La Civetta nel piacentino di N. Lodigiani
-ore 16.00 Visita naturalistica nel Parco del Castello
-ore 18.00 A tu per tu con la civetta! Conferenza e proiezione FILM sulle civette con l’ornitologo Marco Mastrorilli, e le biologhe Alice Cipriani e Valeria Amatiello.
-ore 19.30 Nel covo delle civette! cena a tema presso il Ristorante il Biscione con chiacchierata a tema Civette e superstizioni
-ore 21.30 Notte Europea della Civetta & Earthhour
Una Notte speciale…una visita notturna a lume di lanterna per trovare e ascoltare le civette del Nure.
Guida d’eccezione Marco Mastrorilli, ornitologo, autore di molti libri sui gufi e responsabile nazionale della Notte Europea della Civetta. VISITA NOTTURNA GRATUITA
Il testo che segue mi è stato gentilmente inviato dopo una mia richiesta riguardo al convegno sui Territori Rurali a Rischio. E’ ovviamente a disposizione di tutti, ma non essendo un testo mio, prego l’utenza di non prelevarne porzioni senza citare la fonte.
Grazie.
La presentazione del convegno è consultabile a questa pagina
Territori rurali a rischio: proposte per un governo integrato degli ambiti fragili
di Alessandra Furlani
Il contesto
Secondo l’annuale indagine della Protezione Civile con Legambiente (dati dicembre 2011), in Italia l’82% dei comuni ha zone a rischio idrogeologico (soggette, quindi, a frane, smottamenti, alluvioni e allagamenenti).
In ambito nazionale, in ben 14 regionioltre il 90% delle realtà comunali si trova in tale condizioni; in Emilia-Romagna la percentuale raggiunge il 95%.
Inoltre, quasi il 10% del territorio nazionale si trova in aree classificate ad alto rischio e 5 milioni di cittadini convivono quotidianamente con questa spada di Damocle appesa sulle loro esistenze.
Le amministrazioni locali, in tempi di crisi economica e di patto di stabilità possono intervenire molto poco: si tenta di tamponare le emergenze e soltanto il 6% dei comuni a rischio intraprende programmi continuativi di prevenzione, dedicati alla stabilità dei versanti, alla cura del reticolo idraulico minore, alla manutenzione puntuale dei territori e dei paesaggi fragili.
E del resto la difesa del suolo è oggetto di legislazione concorrente tra lo Stato e le Regioni ed è a tale livello che occorre ideare e finanziare la necessaria programmazione.
Funzioni territoriali del mondo agricolo
Questo forma di manutenzione e cura territoriale è stata svolta per molti secoli dal mondo agricolo: in collina e montagna, ai terreni coltivati faceva da contorno il suolo più fragile o improduttivo (bosco, incolto, pascolo e calanco) che le aziende agricole curavano, come in una sorta di affido territoriale, senza trarne prodotti vendibili, ma solo modeste economie di autoconsumo.
Rendevano così anche alle comunità locali un grande servizio ambientale, in termini di contenimento del rischio idrogeologico naturale e di fruibilità concreta di questi ambiti. E ora? Basta ricordare qualche dato e confrontare i numeri dei censimenti agricoli nazionali:
Evoluzione della superficie nazionale gestita dalle aziende agricole (Sat)
Anno 1980 23.631.495 ettari, di cui coltivata 15.842.541 ettari (Sau) pari al 67%
Anno 2000 18.766.895 ettari, di cui coltivata 13.181.859 ettari (Sau) pari al 67,3%
Anno 2010 17.081.099 ettari, di cui coltivata 12.856.048 ettari (Sau) pari al 75%
= -28% di Sat in nell’ultimo trentennio
= -9% di Sat solo nell’ultimo decennio
In meno di trent’anni, il 28% del territorio rurale (oltre 6,5 milioni di ettari) è uscito della gestione diretta delle aziende agricole; in collina e montagna si arriva anche al 50%.
Che fine hanno fatto questi suoli? Chi sono gli attuali proprietari, non più agricoltori?
Il rischio idrogeologico in queste aree – ormai in abbandono – è maggiore o minore rispetto ad aree gestite da un’impresa agricole confinante?
Il bosco, ad esempio, è sempre stato considerato un fattore di stabilità idrologica naturale: e allora perché i fenomeni di dissesto e le alluvioni aumentano, nonostante oggi la copertura boschiva nazionale sia ai maggiori livelli dalla metà dell’800?
Gli inventari generali del Corpo Forestale dicono, infatti, quanto segue:
Superficie forestale italiana 1985 8 675 000 ha
Superficie forestale italiana 2005 10.467.533 ha.
In 20 anni, la quota di bosco nazionale è cresciuta del 20,66% e oggi rappresenta 1/3 della superficie territoriale nazionale.
Bisogna, tuttavia, sapere che metà di queste superfici è in abbandono totale e priva di qualsiasi forma di governo del soprassuolo.
Si tratta, quindi, di un tema complesso, affrontabile solo grazie ad un piano strategico di governo del territorio che metta in sinergia competenze tecniche, capacità operative e attori agricoli locali, per il presidio e la gestione del territorio rurale che non afferisce più direttamente alle loro aziende, ma le circonda.
Partendo dall’analisi del contesto attuale e prendendo spunto dal programma nazionale di prevenzione del rischio idrogeologico dell’ANBI (Associazione Nazionale delle Bonifiche), si propone con questa iniziativa l’avvio di un confronto tra i principali attori del governo territoriale.
L’obiettivo è costruire una proposta quadro specifica per le aree collinari e montane del Paese, nell’ambito del nuovo Piano nazionale di Sviluppo Rurale 2014-2020.
Nel luglio scorso, Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, ha avanzato la sua proposta per rilanciare la crescita economica nazionale: “un piano di manutenzione straordinaria, di cura del territorio, una terapia contro il dissesto idrogeologico. I soldi – ha sottolineato – si trovano. Si diano gli incentivi giusti, soprattutto a chi ha cura della messa in sicurezza dell’ambiente”.
Ma sono almeno tre sono i fattori strutturali con cui sarà necessario confrontarsi:
1) L’abbandono agricolo dei territori collinari e montani e il conseguente venir meno di una manutenzione puntuale dei soprassuoli fragili e del reticolo idraulico minore;
2) La cementificazione esasperata, anche in zone a rischio esondazione;
3) Il cambiamento del clima e dei regimi di pioggia.
Istituzionalmente, i consorzi di bonifica sono tra le realtà cui la legge affida compiti di difesa del suolo; essi tutelano la sicurezza idraulica dei proprietari di terreni ed immobili, agricoltori e non e sono tra i pochi che hanno mantenuto una struttura tecnica specifica sull’argomento, in grado di progettare e realizzare direttamente opere medio – grandi di presidio idrogeologico. Oggi, in molte regioni, i Consorzi intervengono nelle aree collinari e montane su mandato degli enti locali che, in prima linea, vivono il problema delle popolazioni residenti.
Obiettivo ottimale è riuscire ad abbinare a queste loro attività, un piano di manutenzione territoriale d’area vasta che agisca in forma costante e diffusa nelle aree più fragili.
Qual è il possibile ruolo delle aziende agricole?
Le aziende agricole che resistono in queste zone marginali, possono tornare a svolgere un ruolo determinante inserendo i servizi di manutenzione territoriale tra le attività multifunzionali dell’agricoltura, così come chiaramente prevede la legge di orientamento del settore.
Con quali vantaggi collettivi?
La cura puntuale dei rii minori, della viabilità locale, dei terrazzamenti e delle vie di fuga dell’acqua è opera complementare ed integrabile con gli interventi idraulici di maggior portata, garantendone la continuità e l’efficacia.
Le aziende agricole – preferibilmente locali – potrebbero operare in forma convenzionale con consorzi di bonifica ed enti locali (come accade già per il servizio neve in molte città), garantendo la minor spesa pubblica, grazie al risparmio dell’IVAe dei costi assicurativi, già in capo al soggetto agricolo. Ciò assicurerebbe anche qualche chance in più al mantenimento di un tessuto insediativo diffuso in aree fragili.
Un aspetto va, tuttavia, chiarito sin dall’inizio: le attività per la messa in sicurezza di ambiti rurali non più agricoli costituiscono un’esigenza collettiva di governo territoriale e materia di competenza pubblica trasversale.
Non si può pensare che le risorse per finanziare il governo ed il presidio dei suoli non afferenti alle aziende agricole siano a carico dei fondi che l’UE destina alla politica di settore che deve restare destinata alla vitalità economica delle poche aziende residue e alla remunerazione dei servizi ambientali collettivi che esse già attuano nella gestione dei propri terreni. Volendo si tratterebbe della più grande opera pubblica, dal dopoguerra ad oggi, altro che Ponte sullo Stretto…
Ricevo su Linkedin e spero di fare cosa gradita diffondendo:
Gentilissimi,
vi segnalo il convegno Territori rurali a rischio: proposte per un governo integrato degli ambiti fragili – Una riflessione sui temi del governo del territorio e sulla prevenzione del dissesto idrogeologico, integrata alla manutenzione delle aree a rischio abbandono, che si terrà alle ore 11 del 9 novembre presso la Sala Concerto, nel plesso fieristico di Bologna Fiere, nell’ambito delle manifestazioni di Eima International, Salone della Multifunzionalità in Agricoltura (MIA).
L’incontro è dedicato all’elaborazione di un disegno per il governo territoriale, la prevenzione del dissesto idrogeologico e alla cura delle aree collinari e montane italiane, oggi vittime di un progressivo abbandono: una proposta specifica per le aree fragili e marginali del nostro territorio.
La tavola rotonda è introdotta e moderata da Alessandra Furlani, direttore rivista “Territori” e prevede la partecipazione di:
Massimo Gargano,Presidente Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni;
Enrico Borghi, presidente UNCEM e vicepresidente ANCI;
Giuseppe Blasi, capo dipartimento delle Politiche Europee e Internazionali e dello Sviluppo Rurale, MIPAAF;
Maria Luisa Bargossi, dirigente servizio Sviluppo Rurale, Regione Emilia-Romagna;
Gianluca Cristoni, presidente nazionale associazione Promoverde;
Giovanni Tamburini, presidente Consorzio della Bonifica Renana
Ore 13,00 conclusioni
Paolo De Castro presidente Commissione per l’Agricoltura e lo Sviluppo Rurale, Parlamento Europeo
All’indirizzo web http://www.eima.it/it/convegni_registrazione.php?id è possibile registrarsi e ottenere l’accesso gratuito alla fiera.
La scheda prevede ponti di una certa dimensione per poter superare le varie fiumare e le decine di piccoli rii di acque “bianche” che caratterizzano le nostre coste.
Secondo le indicazioni di questo studio di fattibilità, le piste ciclabili dovrebbero correre parallele ai binari, con un conseguente aggravio di costi per una recinzione di sicurezza –che ad ogni buon conto è sempre illecitamente aperta in alcuni punti per consentire l’accesso alla spiaggia, visto che nessuno si è degnato di costruire dei sottopassi. In tal modo la rete di piste ciclabili locridee trincerebbe la spiaggia, che è uno degli ultimi relitti ambientali della nostra regione.
Uso la parola relitto perché ormai di una spiaggia ricca di vegetazione mediterranea (come in Croazia, Corsica e Sardegna, tutte regioni dal noto appeal turistico) non si può proprio parlare, e le poche piante psammofile che vi crescono sono ormai dei relitti di ben altra –splendida- vegetazione originaria.
Tuttavia questi relitti dovrebbero essere preservati come bene comune, invece gli si pianta sul groppone una pista ciclabile. Loro pensano che questo sia coerente con le nuove tematiche ambientaliste di novello interesse mondiale?
Non pensano piuttosto che si dovrebbero smantellare, laddove possibile, come a Siderno, queste prese in giro che chiamano “piste ciclabili” e più consoni lochi vengano individuati all’interno del tessuto urbano cittadino? Cosa ne pensano della “pista ciclabile” di Gioiosa Marina, collocata in malo modo sul ponte, sulla cui ridicolaggine e soprattutto pericolosità non c’è bisogno che alcuno si dilunghi, essendo sotto gli occhi di tutta la cittadinanza?
Intanto chiariamoci: perché tutta questa mania delle piste ciclabili fino al punto di collocarle in posizioni escheriane(come quella di Gioiosa)?
Se la Locride non è in grado di integrarle nel tessuto urbano, perché colpire un ecosistema già a rischio come quello psammofilo? Perché –secondo loro- i comuni si affidano (o sono costretti a farlo) a personale incompetente o con conoscenze agronomiche limitate per eseguire le piantumazioni delle piste ciclabili e in generale della manutenzione del verde pubblico?
Da ultimo vi chiedo, come uomini politici, perché sviluppare a tutti i costi la linea ionica senza intervenire nei tracciati che sarebbero i denti del pettine della nostra struttura viaria, cioè le strade che vanno verso i paesini pedecollinari?
Non rischiamo di smarrire le nostre origini storiche, sociali, economiche per convertirci ad un sistema che ci vuole in moto perpetuo per acquistare borse di lusso e mangiare hamburger?
Hanno qualcosa da evidenziare in merito all’argomento?
"Quando guardiamo il cielo di notte ci soffermiamo ad ammirare le stelle a caso senza seguire uno schema.. lasciamo che la nostra fantasia si perda in questo immenso soffitto brulicante di luci... una stella grande.. qualcuna piccola.. un'altra azzurra ed una rossa! Luci lontane che forse ora non esistono neanche più.. eppure sono lì le guardiamo ogni sera quando le nuvole ce lo permettono.. luci che continuano a brillare .. a vivere.. che continuano a farci sognare! Questo BLOG vuole essere uno spazio semplice, senza pretese, uno spazio dove antichi sorrisi e sguardi continuano a brillare come stelle... semplicemente continuano a vivere nell'immenso cielo della rete." (Domenico Nardozza)