L’articolo di colore che mette tutto grigio su grigio

Vengo subito al punto: su La Lettura, supplemento del Corriere della Sera di due domeniche fa (14 ottobre), intravedo un lungo articolo sui giardini.
Campeggia una gran foto del giardino di Daniel Spoerri a Grosseto, con la statua “Continuo” di Roberto Barni.
Titolo dellla pagina: “Il dibattito delle idee”.
Occhiello: “Costume: La vita agreste è divenuta una fede. Per un mutamento non solo interiore”.
Titolo dell’articolo: Contro le aiuole benpensanti.
Sommario: “La rivoluzione ora si fa sul balcone o in campagna. E per chi non ha il pollice verde: teoria e rieducazione”.
Firma: Mariarosa Mancuso

Che dire, con questa tavola imbandita di delicatessen ci aspettavamo minimo minimo un trattatato di sociologia del paesaggio. Invece ci troviamo di fronte al solito artico “verde”, messo lì perchè il “verde” è di moda, ma fa anche architecture style, home, craft, way of life, interior design, outdoor…e aspetta che forse mi scappa una parola in italiano.

Dopo un cappello non tanto comprensibile sulla risibilità di filosofia e poesia, l’articolo si addentra nel suo compito: una carrellata dei libri di giardinaggio che hanno fatto più discutere negli ultimi anni (il mio non c’è, lo dico subito per toglierci il pensiero).
Si parte, ovviamente, con il libro novità già diventata culto, E il giardino creò l’uomo di Jorn de Précy.
Quanto deve essersi divertita Mariarosa a leggere la nostra discussione su CdG dalla quale ha potuto trarre ispirazione per il suo allegro articolo!
Non è gentile neanche con l’inciuciatissima Pia Pera, la nostra Mariarosa, e se la mette sottogamba, ricordando a tutti (avevamo tentato di rimuoverlo) che ha scritto Il diario di Lo, su cui per fortuna si sta stendendo l’oblio. Poi le fa pubblicità, a lei e pure al Perazzi, i cui libri sono un “segno sicuro che tra i giardinieri-filosofi sono già incominciate le lotte intestine, le scissioni, le punzecchiature. Leggere per credere Giardini e no di Umberto Pasti[…]dove si celebrano i “giardini del benzinaio”.

Prima obiezione: Perazzi e Pera filosofi? e da quando? da quando sono caduti dall’albero?
Le “lotte intestine” forse Mariarosa non sa neanche che cosa siano. Oggi c’è una totale omologazione del pensiero giardinesco ed estetico in genere.
Lotte ben più aspre che quelle tra Pasti e le sciure milanesi si sono consumate in passato, quando filosofi del calibro di Pope, Shaftesbury, Burke, per non citare il nostro Rosario Assunto, parlavano di giardini DAVVERO.

E vi prego, ti prego, Mariarosa, leggi bene questa parola: davvero.
Parlavano veramente di giardini, di quel che sono, o potrebbero essere, e di quel che rappresentano per noi, di quello che ci vediamo dentro, e ne hanno -cosa impossibile- tentato una definizione assoluta.
Durante il Settecento si è combattuta una grande battaglia tra filosofi veri che erano anche dei giardinieri. Nulla di paragonabile alla conformaziome estetica di adesso, contro la quale basta scagliare qualche sassolino perchè i media gridino al miracolo e si scrivano parole come “resistenza” “contromanuale”, “controcorrente”, qualsiasi cosa, purchè sia contro qualcosa.
Chi poi segue quel “contro” a sua volta crea una moda, esattamente come è successo per gli orti comuni, gli orti in terrazza, la città verde, la bioagricoltura, la permacultura, l’orto biodinamico, l’orto biologico, l’orto vegan, e mi taglio le vene e do il sangue alle rape, ecc.

Ammiccamenti sul “flep” di Serena Dandini (nè un flop, ma neanche un flip, diciamo una via di mezzo), su cui non capiamo nè se il libro le è piaciuto oppure le ha prodotto una scarica del letame da cui poeticamente “nascon i fior”. Quel che sembra di capire è che l’ha trovato inutile.

Per il resto Mariarosa continua nel suo lungo articolo di “cultura”, deridendo con un velo di spocchia di colei che questi libri neanche li legge poichè li ritiene del tutto superflui (ma intanto li recensisce). A dirla tutta sembra che anche Kant e Schopenauer risultino un po’ superflui per una cultura accettabile secondo l’apparente metro di Mariarosa, quindi non sappiamo immaginare che tipo di libro legga, forse Heiddeger o Wittgenstein, così, la sera, tanto per passare un po’ di tempo prima di dormire, nelle ore morte che le lascia la costruzione della sua astronave che la riporterà dal pianeta dal quale proviene, e su cui ci sono i giardini più belli della galassia.

Continuando con una infilata di luoghi comuni giardinicoli che sembra uno spiedino pronto da mandare sul barbecue, Mariarosa tira fuori dal cilindro l’arcinoto video di Moretti che parla coi gerani (“più acqua, meno acqua?”), che in “tempi meno lagnosi erano fiori da piccola borghesia”, Maria Antonietta che giocava a fare la lattaia, l’elogio delle erbacce e la pazienza del giardiniere.

L’unico libro che non conoscevamo è Diario intimo di una donna giardiniere suo malgrado, delle famigerate edizioni Albatros.
Il solo testo davvero da studiare, secondo Mariarosa, è il nuovo Breve storia del Giardino del mio amico Gilles, che a stento vale come fonte per i licealini di Wikipedia.

“Gran spreco di citazioni illustri”, dice lei.
Gran spreco di carta. Dico io.

Ma la cosa che non ti perdono, no, Mariarosa, è di avermi costretta a scrivere questo pezzo. Perchè sai che significa questo pezzo? Che gli intellettuali, voi, i giornalisti, quelli che scrivete sulle grandi testate, siete senza idee, e vi attaccate al web per avere qualche spunto per scrivere di cose di cui date l’apparenza di non conoscere nulla. Che per rendere spiritosi e leggibili i vostri articoli li rendete amorfi e inutili, intercalati da qualche battutina di scarto e da un tono derisorio che invece di apparire umoristico rende la lettura quantomai deprimente.
Non ti perdono, no, di non aver messo neanche una tua idea in quel pezzo, ma di aver solo fatto finta di commentare i libri presentatai. Hai scritto un articolo basato sulla frode culturale.
E quello che più di ogni altra cosa non ti perdono, no, Mariarosa, è di aver costretto me a commentatare il tuo incommentabile articolo. Perchè il tuo articolo incommentabile lo è. Ma io qui devo stare attenta alle suggestioni che voi che siete gli arbitri del potere mediatico avete nelle mani, e mettere in guardia quella manciata di lettori che ho.

Come concludi il tuo pezzo, Mariarosa? “Basterebbe accettare le storture del mondo e non ci sarebbe bisogno di consolarsi con la potatura. Basterebbe rinunciare a qualche corso di autostima e non avremmo bisogno di una grandinata sulle petunie per imparare l’umiltà”.

Penso che questo finale sia amorfo e piatto più del resto dell’articolo, che per un giornalista è un’onta, perchè il finale deve essere esplosivo.
Penso che in queste frasi ci siano scritte un mare di cazzate. E penso che tu le abbia scritte perchè eri a corto di idee.
Le storture del mondo vanno combatutte, con la politica e con la cultura, non accettate. Forse volevi usare il termine “contraddizioni”? In quel caso forse ti consiglierei un dizionario migliore del Thesaurus di Word.
E l’umiltà è una strada tutta in salita, si può imparare da una grandita sulle petunie o da un caporedattore che ti straccia il pezzo.

Bene bene, siamo arrivati ai quotidiani nazionali…

Stasera sono stanca ed è da giorni che imploro l’onnipotente per una buona notizia. La buona notizia arriva sempre quando meno te l’aspetti: una amica di Milano telefona per dire che il mio libro è stato citato sulle pagine culturali del “Corriere della Sera”.
Non è vero, penso, sulle prime.
Poi controllo in rete ed è la verità. Grazie alla signora Lamarque, che porta il nome di un famoso evoluzionista, per questa recensione “di sbieco”, perchè più che di me parla delle violette di Goethe.
Questa cosa di Goethe e le violette ha fatto andar di matto l’establishment, anche Erena.

Il sito avvisa che la riproduzione è riservata, e se dovesse essere necessario rimuoverò il testo dell’articolo, ma vogliamo negare ad una non-più-ragazza che vive in Calabria, lontana da tutti i centri luminosi della galassia, il piacere di dimostrare che con le sue manone da contadina ha prodotto qualcosa che piace ancora a distanza di anni, e che viene apprezzato da una testata nazionale?

I blogger vanno in delirio per queste cose, ma qui non si tratta solo di “pubblicità” o di avere il rank più alto questo mese.
Si tratta di potersi finalmente pacificare, di sciogliere i propri dubbi sulla qualità di quello che si è scritto, e di lasciarsi commuovere dal fatto che qualcuno ha capito la fatica e lo sforzo che ti sono costati quel libro da nulla: sì, quel piccolo libretto con i vasi di gigli in copertina.
Grazie per questo mattone di autostima che mi avete regalato.

Goethe era un molto miope, non credo spargesse violette in maniera precisa. Gettava i semi a spaglio dove riusciva ad avere un po' di visuale

Gentilmente

Le violette milanesi e Goethe seminatore

Spontanee
Che belle le violette spontanee, quelle piccole, appartate, che nessuno nota. Che tra i prati di Milano sia per caso passato, un po’ di tempo fa, a piedi o in volo come uno Chagall, Johann Wolfgang Goethe? Perché se non è una leggenda, e pare non lo sia, lui passeggiava (due secoli prima dei guerrilla gardeners) spargendo qua e là semi di violetta che si teneva sempre in tasca per abbellire un po’ il mondo; l’ ho sospettato in questi giorni di così tante improvvise violette nei prati milanesi.
Intendo le violette spontanee, quelle piccole, appartate, che nessuno nota benché ci diano tutti i giorni un po’ di profumo, non le coloratissime viole del pensiero che riempiono sgargiantemente le aiuole (che bella parola, con tutte e cinque le vocali e solo una consonante, la «u» però latita un po’ ) delle rotonde e dei giardini.
Mi si affacciano mille domande: i semi di quali viole spargeva Goethe? E la gente lo vedeva o seminava di nascosto? Seminava soltanto o anche innaffiava? E aveva tanti semi a disposizione perché una delle sue fidanzate (poi moglie) era fioraia? (No, Christiane Vulpius la chiamavano la Fioraia ma lavorava in una fabbrica di fiori artificiali, peccato). E i semi li teneva in tasca sparsi o in bustine? Aveva un taschino apposito o se ne andavano qua e là indisciplinati tra pezzetti di carta e monetine? Spargeva solo semi di viole o anche di altri fiori? Mi sa che qualche seme se l’ era procurato qui da noi in Italia, durante il suo lungo viaggio, magari nella sua adorata Napoli («Neapel ist ein Paradies»).
Questa abitudine di Goethe la conferma anche Lidia Zitara in un suo bel libro di un paio d’ anni fa, «Giardiniere per diletto», ( bello consigliare anche i libri non ultimissimi usciti, quelli che, sempre incalzati dai nuovi, temi rischino l’ eliminazione) che insegna a coltivare un po’ spettinatamente, infatti la natura di suo è spettinata, non mette le viole in fila per due, una gialla una blu una gialla una blu. Del resto anche l’ uomo non è da meno: intorno alle violette, in ordine sparso, non in fila, semina lattine, cartacce, mozziconi, vassoietti di polistirolo, bucce d’ arancia, pacchetti di sigarette, che bestie che siamo, anzi no, si è mai vista una bestia maleducata? A proposito di bestie, il Parlamento europeo – ci aggiorna la benemerita Lav – sta percorrendo tutto l’ iter per ottenere che gli strazianti viaggi per il macello non superino le otto ore. Anche, anzi soprattutto i non-vegetariani dovrebbero firmare per fare ponti d’ oro a quei poveretti di cui leccandosi i baffi ogni giorno si nutrono. Un po’ di gratitudine per tanta squisitezza.

Lamarque Vivian

Pagina 9
(17 marzo 2012) – Corriere della Sera

Leggi l’articolo sul sito del Corriere della Sera